Śvetāśvatara Upaniṣad

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Veda

La Śvetāśvatara Upaniṣad (devanāgarī: श्वेताश्वतर उपनिषद; "upaniṣad di colui che ha bianchi muli"[1]) è una Upaniṣad appartenente al Kṛṣṇa Yajurveda, lo Yajurveda "nero". Scritta in versi[2], è suddivisa in sei canti, e deve il suo titolo al soprannome dato al saggio, reale o immaginario, che ne enunciò il contenuto.

Generalità[modifica | modifica sorgente]

Collocata fra le Upaniṣad cosiddette medie[3], la Śvetāśvatara risale a un periodo compreso fra il IV e il II secolo BCE[4][5]. Il testo ci è giunto col commento che ne fece il filosofo Śaṅkara, maestro dell'Advaita Vedānta, vissuto fra il VII e l'VIII secolo[6].

Anteriore alla Bhagavadgītā[7], il poema religioso che predica, fra altre strade, come via di liberazione la fede in un Dio personale (cioè la bhakti), la Śvetāśvatara Upaniṣad segna, nella letteratura filosofico-religiosa hindu, un punto di svolta notevole: il passaggio dal monismo upaniṣadico al teismo delle successive tradizioni śaiva e vaiṣṇava[8].

Il testo si apre con una serie di domande fondamentali sulla natura umana:

« Il brahman, che cosa ha come causa? donde siamo noi nati? per mezzo di che cosa viviamo? su che cosa siamo noi fondati? da chi dominati, o conoscitori del brahman, noi voliamo da felicità in infelicità, <ognuno di noi> nella <sua> condizione <particolare>?

Si debbono <forse> pensare <come causa> il tempo, la propria natura, la necessità, il caso, gli elementi, la matrice, il puruṣa [lo Spirito universale]? O forse è, invece, l'unione di tutti questi <la causa>, dato che si tratta dell'esistenza del Sé <individuale>? <No, poiché> l'ātman non è signore della causa della felicità e dell'infelicità. »

(da Śvetāśvatara Upaniṣad, I, 1-2; citato in Pio Filppani Ronconi, Op. cit..)

L'upaniṣad prosegue esponendo le sue considerazioni su questi interrogativi, introducendo così concetti e tematiche che avranno importanti sviluppi nei secoli successivi. La Śvetāśvatara Upaniṣad è considerevole per i seguenti aspetti: l'esposizione dei concetti di devozione (bhakti) e di potenza divina (śakti); i riferimenti ai sistemi dello Yoga e del Sāṃkhya.

Suddivisione e contenuti[modifica | modifica sorgente]

Il testo è suddiviso in sei canti (adhyāya), ognuno dei quali ha un numero variabile di versi (śloka), per un totale di 113 versi.

Il primo adhyāya concerne l'indagine sul brahman e i suoi rapporti con l'ātman supremo e l'ātman individuale; il secondo procede presentando lo Yoga come tecnica per realizzare la reale natura del brahman. Il terzo adhyāya ha inizio con una serie di invocazione al dio vedico Rudra, e prosegue esponendo il concetto di brahman senza attributi (Brahman nirguṇa): si tratta quindi della distinzione fra il Dio personale e l'Assoluto. Il quarto continua identificando il Dio personale con Śiva, aspetto benevolo di Rudra; vengono altresì esposti i rapporti fra la materia (prakṛti) e l'ātman. Nel quinto adhyāya si torna sui temi del primo, discorrendo sulla relazione fra jīva e ātman: il primo non è altro che il secondo velato dagli attributi (guṇa). Conclude il sesto adhyāya, un'esposizione lodativa sulla grandezza e le facoltà del Dio unico.

I temi[modifica | modifica sorgente]

La śakti e il Dio[modifica | modifica sorgente]

Un aspetto rilevante della Śvetāśvatara Upaniṣad è l'esposizione del concetto di śakti, ossia la potenza creativa del Dio, il suo aspetto immanente, la capacità di creare, distruggere e mutare gli elementi del cosmo e il cosmo stesso, un aspetto del divino che sarà poi personalizzato in forma di divinità femminile, sposa del Dio, o Dea suprema Ella stessa. Questa sposa-potenza[9] è uno dei temi fondamentali di tutta la successiva gnosi indiana, sia śivaita sia viṣṇuita, tema trasmesso anche al Buddismo del Grande Veicolo, specialmente nelle scuole del Vajrayāna[10].

Il primo passo dove il termine śakti compare, è la terza strofa del I canto, quindi subito dopo le domande introduttive contenute nelle prime due strofe:

« Coloro i quali si applicarono alla disciplina della meditazione [dhyāna-yoga] contemplarono la potenza del Sé del Dio [deva-ātma-śakti] celata dai propri attributi [guṇa[11]], il quale Dio, egli solo, sovrasta a tutte le cause <sopra dette> comprese fra il tempo e il Sé. »
(da Śvetāśvatara Upaniṣad, I, 3; citato in Pio Filppani Ronconi, Op. cit..)

Grazie alle tecniche dello Yoga è possibile contemplare l'aspetto creativo del Dio (deva), ossia la sua "potenza", la śakti, ed è Dio la risposta alle domande.

Degno di nota è anche il seguente:

« L'Uno, senza gradazioni di colore, si manifesta - attraverso un disegno segreto, multicolore, - effetto del suo molteplice potere [śakti]. - Che l'Essere risplendente, in cui si dissolvono i mondi - e da cui un giorno rinasceranno, - ci conceda la luce dell'intelligenza. »
(da Śvetāśvatara Upaniṣad, IV, 1; citato Alain Daniélou, Op. cit..)

Dio non ha attributi, è "incolore", ma grazie alla śakti può creare "molti colori".

Śiva[modifica | modifica sorgente]

Mentre le domande introduttive delle prime strofe ruotano attorno al termine brahman, la terza, nel rispondere, fa uso del termine deva e introduce la śakti: Dio (deva) e la sua potenza (śakti) sono dunque la risposta. La Śvetāśvatara Upaniṣad prosegue identificando questo dio con Śiva. Śiva è nominato sia esplicitamente, es.: III:11 e IV:16; sia con gli epiteti di Rudra ("l'urlante"), es.: III:3-4 e IV:12; di Hara ("il distruttore"), es.: I:10; sia col termine di Īśa ("Signore"), es.: I:8; o più frequentemente col termine deva. Dalle strofe dell'Upaniṣad si desume che Śiva[12]:

  • è la causa dell'universo
  • è l'unico Dio
  • agisce nel cosmo servendosi della sua śakti ("potenza")
  • è sia trascendente che immanente, dimorando nei cuori di tutti gli esseri

È dunque, quello della Śvetāśvatara Upaniṣad, un primo caso di testo, nelle tradizioni religiose hindu, ad esporre esplicitamente una concezione teistica, allontanandosi dalle riflessioni filosofiche impersonali delle precedenti Upaniṣad e aprendo[13] la via alle grandi tradizioni teistiche, in primis quella dello śivaismo.

Al di là dei capisaldi di cui sopra, il testo sembra comunque adombrare una certa separazione fra l'anima individuale e Dio: si può allora affermare che la Śvetāśvatara Upaniṣad espone una teologia della «differenza nell'identità» (bhedābheda)[14]. L'anima dell'individuo può liberarsi dall'infelicità e dal ciclo delle rinascite, unendosi così a Dio, per mezzo dello yoga, della grazia divina (prasāda), e della devozione.

Sāṃkhya-Yoga[modifica | modifica sorgente]

La Śvetāśvatara Upaniṣad contiene molti riferimenti ad alcuni princìpi che saranno dello Yoga e del Sāṃkhya, presentando termini tecnici specifici di questi due sistemi di pensiero (darśana) ortodossi dell'Induismo. Non è però possibile collegare ulteriormente questa Upaniṣad ai primi sviluppi del Sāṃkhya, mancando informazioni storiche sulle origini di questa scuola.[15]

La bhakti[modifica | modifica sorgente]

È in questa Upaniṣad che compare per la prima volta il termine bhakti, vocabolo che si può tradurre con "fede"[16], "devozione"[17], "abbandono amoroso"[18]:

(SA)
« yasya deve parā bhaktir yathā deve tathā gurau -

tasyaite kathitā hy arthāḥ prakāśante mahātmanaḥ prakāśante mahātmanaḥ »

(IT)
« Colui il quale possiede la massima fede [bhakti] nel Dio, e come nel Dio così ha nel guru, per costui splendono le verità qui esposte, per costui il quale è un Grande Spirito. Oṃ! Tat sat. Oṃ![19] »
(da Śvetāśvatara Upaniṣad, VI, 23; citato in Pio Filppani Ronconi, Op. cit..)

L'accademico Gavin Flood[20] fa comunque notare che, comparendo il termine proprio nell'ultima strofa, sorge il sospetto che si tratti di un'interpolazione successiva, ipotesi suffragata dalla presenza dell'esortazione della fede anche nel proprio maestro spirituale, il guru. Flood prosegue affermando che la cosa non è comunque determinante: il testo presenta più passi, nei quali è possibile ravvisare il ruolo della bhakti, anche se il termine non è espressamente utilizzato.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pio Filppani Ronconi, Op. cit.; p. 317.
  2. ^ Giuseppe Tucci, Op. cit.; p. 34.
  3. ^ Pio Filppani Ronconi, Op. cit.; p. 13.
  4. ^ Gavin Flod, Op. cit.; p. 117.
  5. ^ Pio Filippani Ronconi (Op. cit.), riassumendo le posizioni di vari orientalisti, indica un periodo ben più ampio: fra il V secolo BCE e il II secolo CE, date da intendersi come termini ante quem e post quem.
  6. ^ Pio Filppani Ronconi, Op. cit.; p. 317.
  7. ^ L'ordine cronologico di molti testi dell'induismo resta una questione aperta e probabilmente irresovibile, e ciò essenzialmente per due motivi: la tradizione orale ha spesso se non sempre preceduto la scrittura; spesso le opere sono state interpolate prima di avere una loro stesura definitiva. Nella letteratura critica è quindi possibile imbattersi in posizioni differenti; in questo caso, l'orientalista Raphael è dell'opinione che la Bhagavadgītā sia anteriore alla Śvetāśvatara Upaniṣad (cfr. Upaniṣad, a cura di Raphael, Bompiani, 2010).
  8. ^ Gavin Flood, Op. cit.; p. 208.
  9. ^ Il termine è di Pio Filippani Ronconi.
  10. ^ Pio Filppani Ronconi, Op. cit.; p. 318.
  11. ^ Alain Daniélou (Op. cit.; p. 43) fa notare che il termine guṇa compare, nel senso particolare delle tre tendenze fondamentali, per la prima volta in questa Upaniṣad e nella Maitrī Upaniṣad.
  12. ^ Gavin Flood, Op. cit.; p. 208.
  13. ^ O riparendo: vedi le Voci Shiva e Shivaismo. Le tradizioni śaiva riprendono, molto probabilmente, antichi culti che risalirebbero a un'epoca pre-vedica.
  14. ^ Gavin Flood, Op. cit.; p. 208.
  15. ^ Mircea Eliade, Op. cit., p. 57.
  16. ^ Pio Filppani Ronconi, Op. cit.; p. 318.
  17. ^ Gavin Flood, Op. cit.; p. 208.
  18. ^ Pio Filppani Ronconi, Op. cit.; p. 318.
  19. ^ "Oṃ tat sat" (lett.: "Oṃ, questo è l'essere"), è una formula rituale, interpretabile come «L'essenza di tutto è la Parola [il Logos]».
  20. ^ Gavin Flood, Op. cit.; p. 209.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Upaniṣad antiche e medie, a cura e traduzione di Pio Filippani-Ronconi, riveduta a cura di Antonella Serena Comba, Universale Bollati Boringhieri, Torino, 2007.
  • Alain Daniélou, Miti e dèi dell'India, traduzione di Verena Hefti, BUR, 2008.
  • Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose. Vol. II, traduzione di Maria Anna Massimello e Giulio Schiavoni, BUR, 2008.
  • Gavin Flood, L'induismo, traduzione di Mimma Congedo, Einaudi, 2006.
  • Giuseppe Tucci, Storia della filosofia indiana, Editori Laterza, 2005.

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