Darśana

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Darśana (devanāgarī दर्शन, dalla radice sanscrita drś, cioè "vedere" ) è un aggettivo e un sostantivo neutro sanscrito dai molteplici significati.

In qualità di aggettivo darśana indica "che espone", "che mostra", "che sa", "che insegna", "che rivela".

In qualità di sostantivo neutro darśana possiede numerosi significati che vanno dalla "vista", all' "indagine", al "discernimento", all' "opinione", alla "dottrina".

Nell'ambito delle cosiddette "teologie" o filosofie religiose induiste il termine darśana indica un sistema teorico o interpretativo frutto di un "punto di vista".

Tali sistemi interpretativi prendono avvio dal pieno periodo del Brahmanesimo fino agli inizi dell'Induismo (dal IV secolo a.C. al IV secolo d.C.).

La necessità di pronunciare un astika ("è così")[1] rispetto alla interpretazione dei Veda rientra tra i "quattro obiettivi dell'uomo" (quattro puruṣārtha) stabiliti dai Dharmasūtra (VI secolo a.C.-V secolo d.C.). L'ultimo di questi obiettivi denominato mokṣa inerisce al saṃnyāsin (il rinunciante) il quale deve necessariamente mettere in atto quelle vie di liberazione collegate ai Veda che lo emancipino dalla schiavitù del karman. Da qui la necessità di elaborare delle darśana sulla comprensione della realtà e sulle vie di emancipazione.

Secondo Gianluca Magi, la nascita e lo sviluppo delle darśana corrisponde alla nascita e allo sviluppo delle correnti religiose, come il Buddhismo e il Jainismo, considerate eterodosse dai brahmani:

« Questa minaccia delle scuole eterodosse rende impellente per la filosofia brāhmaṇica l'adozione di un metodo logico-critico in grado di fondare concezioni teoretiche tali da resistere alle critiche delle varie scuole, e per contrattaccare a propria volta. In tal modo viene organizzata ogni forma di pensiero; ogni materia passa attraverso il filtro di questi sei metodi, le conclusioni, spesso contraddittorie, consentono di esaminare le problematiche filosofiche in modo equilibrato. Questi sei metodi, chiamati appunto "punti di vista" (darśana), considerati sei aspetti di una singola tradizione ortodossa sono ... »
(Gianluca Magi. Darśana, in "Enciclopedia filosofica" vol. 3. Milano, Bompiani, 2006, pag. 2534 e segg.)

Le sei scuole di interpretazione dei Veda[modifica | modifica wikitesto]

Sei sono le darśana considerate ortodosse dal punto di vista dell'Induismo: Mīmaṃsā, Vedānta, Nyāya, Vaiśeṣika, Yoga e Sāṃkhya.

Di queste le Mīmaṃsā e Vedānta sono considerate particolarmente legate ai Veda e quindi indicate come smārta (ovvero come le Smṛti legate direttamente alle Śruti).

Le restanti quattro, Nyāya, Vaiśeṣika, Yoga e Sāṃkhya, pur inserendosi nella tradizione vedica affrontano tali testi secondo una spiegazione logica o razionale e per questo vengono indicate come haituka (causate, ragionate).

Sāṃkhya[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sāṃkhya.

Unitamente allo Yoga questa darśana, denominata Sāṃkhya (il Misurabile), risulta tra le più influenti nel pensiero religioso induista. E anche se i rispettivi testi, come le Sāṁkhyakārikā di Iśvarakṛṣṇa, risultano tra le più tarde (IV secolo d.C.), secondo Alf Hiltelbeitel sono comunque:

« chiaramente la distillazione di tradizioni di lunga data, databili almeno alle upaniṣad medie, che avevano già subito una notevole sistematizzazione »
(Alf Hiltelbeitel. Enciclopedia delle Religioni vol.9. Milano, Jaca Book, 2006, pag.171.)

Il Sāṃkhya è sostanzialmente una darśana "ateistica" in quanto non contempla la divinità come oggetto della sua indagine. La sua terminologia (che presenta analogie con il Jainismo) e la sua cosmologia sono diventate basilari per l'intero Induismo. Essa si fonda sostanzialmente su una contrapposizione tra l'elemento spirituale puruṣa e la materia impersonale prakṛti: obiettivo dell'uomo è isolare (kaivalya) la prima dalla seconda e così raggiungere la liberazione (mokṣa).

Nyāya[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Nyāya.

Nyāya è una scuola di speculazione filosofica (divenuto solo in seguito un sistema metafisico) che si basa su testi conosciuti come Nyaya Sutra, che furono scritti da Aksapada Gautama, nel II secolo a.C. Il contributo più rilevante apportato dal Nyāya all'Induismo moderno consiste nella metodologia; quest'ultima è basata su un sistema logico che in seguito fu adottato dalla maggior parte delle altre scuole induiste (ortodosse o non), similmente al modo in cui scienza, religione e filosofia occidentali possono considerarsi basate sulla logica aristotelica.

Nyāya però differisce dalla logica aristotelica, in quanto non è semplicemente una logica fine a sé stessa. Secondo questa scuola di pensiero, ottenere una valida conoscenza è l'unico modo per ottenere la liberazione dalla sofferenza; l'unica conoscenza autentica è quella che non potrà mai essere soggetta a dubbio o contraddizione, quella che riproduce l'oggetto per ciò che realmente è, e che pertanto permette di percepire la realtà in maniera veritiera e fedele. Solamente questa può considerarsi vera conoscenza, ed è contrapposta al ricordo e al dubbio, così come al ragionamento puramente ipotetico e, quindi, incerto.

Vaiśeṣika[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vaiśeṣika.

Vaiśeṣika, codificato da Kanāda, costituisce la "dottrina distintiva", l'analisi dell'esistente.

Questo darśana è diretto alla conoscenza delle cose singole in quanto tali, considerate in modo distintivo nella loro esistenza contingente e può essere definito come un realismo atomistico pluralista. Esso cerca di difenire i caratteri generali delle cose osservate e postula sei categorie (padārtha) tramite le quali "classifica" la molteplicità della manifestazione: sostanza (dravya), qualità (guna), azione (karma), generalità (sāmānya), particolarità (viśesa), inerenza (samavāya). Come per ogni altra darśana, la sua ricerca della verità delle cose è sempre rivolta a liberare la coscienza dell'individuo imprigionata nell'ignoranza.

Yoga[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Yoga.

Dalla radice sanscrita yuj che significa "unione" o "vincolo", Yoga indica l'insieme delle tecniche che consentono il congiungimento del corpo, della mente e dell'anima con Dio (o Paramatma). Colui che segue e pratica il cammino dello Yoga è chiamato yogi o yogin.

La prima grande opera indiana che descrive e sistema le tecniche dello Yoga è lo Yoga Sutra (Aforismi sullo Yoga), redatto da Patañjali, che raccoglie 185 aforismi. Gli studi tradizionali indiani identificavano Patañjali con l'omonimo grammatico vissuto nel III secolo a.C. ma studi filologici più moderni hanno postdatato la redazione dell'opera ad un'epoca presumibilmente altomedievale.

Patañjali indica al praticante gli 8 stadi (o arti) dello Yoga, cioè gli otto passi che conducono all'unione con Paramatma:

Purva Mimamsa (Mimamsa)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Induismo e Purva Mimamsa.

Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vedānta.

Il Vedānta è, tra i darshana, quello che costituisce la base della maggior parte delle scuole moderne dell'Induismo. "Vedānta" significa in sanscrito la "conclusione" (anta) o "summa" dei Veda, la letteratura sacra più antica dell'India, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica contenuta in questi testi, che accolgono tutta la Scienza sacra e tradizionale induista. Il termine Vedānta si utilizza in riferimento alle Upaniṣad, che erano elaborazioni dei Veda, ed alle scuole nate dallo studio (Mimamsa) delle Upaniṣad. Così per Vedānta si intende anche il Vedānta-Mimamsa (riflessione sul Vedānta), Uttara-Mimamsa (riflessione sulla parte finale dei Veda) e Brahma-Mimamsa (riflessione sul Brahman).

Oltre ai Veda, i tre testi fondamentali del Vedānta sono:

  • le Upaniṣad (le più note, ampie e antiche delle quali sono la Brhadaranyaka, la Chandogya, la Taittiriya e la Katha);
  • il Vedānta Sutra (anche denominato Bhrama Sutra), che sono anche delle brevi, persino singole interpretazioni di una sola parola della dottrina del Upanisad;
  • la Bhagavad Gita (lett. Canto del Divino), celeberrimo testo filosofico-religioso in forma poetica, considerato l'essenza di tutte le scuole di pensiero induiste; contiene una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.

Nessuna interpretazione dei testi è prevalsa sulle altre, e parecchie scuole Vedānta si sono sviluppate, differenziate dalla loro concezione della natura, della relazione e del grado di identità fra il Sé individuale (jīva) e l'Assoluto (Brahman). Queste spaziano dal monismo o non-dualismo (Advaita) del filosofo Adi Shankara (VIII secolo), al dualismo qualificato o teismo (Vishi-stadvaita) XI-XII secolo di Ramanuja, al dualismo (Dvaita) (XIII secolo) di Madhva.

Tutte le scuole Vedānta, tuttavia, mantengono in comune un certo numero di principi:

  • la trasmigrazione del Sé (Saṃsāra) e l'opportunità della liberazione dal ciclo delle rinascite (moksha);
  • l'autorità dei Veda sulle modalità di liberazione;
  • che il Brahman è sia la causa materiale (upadana) che quella strumentale (nimitta) del mondo;
  • che il Sé (Ātman) è l'agente dei propri atti (karma) e quindi il destinatario dei frutti o delle conseguenze delle azioni (phala).

Monismo: Advaita Vedānta[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Advaita Vedānta.

L'Advaita Vedānta è probabilmente la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta della religione Induista. Letteralmente il termine Advaita significa "non duale", ma viene anche utilizzato per indicare il sistema monistico su cui si fonda il principio dell'indivisibilità del Se o Ātman dall'Unità (Brahman). I testi fondamentali da cui derivano i Vedānta sono le Upaniṣad, o commenti ai Veda, e i Vedānta Sutra, anche conosciuti come Vedānta Sutra, nei quali si concentra la discussione sulla natura intima delle Upaniṣad.

Il primo grande unificatore dell'Advaita Vedānta fu Adi Shankara (788-820). Proseguendo la linea di pensiero di alcuni maestri Upaniṣad e in particolare di Gaudapada, Shankara espose la dottrina dell'Advaita, come realtà non duale e natura illusoria del mondo e stabilì la suprema verità dell'Advaita: la realtà non-duale di Brahman, nel quale l'Ātman (l'anima individuale) e Brahman, la realtà ultima espressa nella Trimurti, si uniscono nell'Assoluto. Brahman è immanente e trascendente, non solo come concetto panteistico e pur essendo Brahman la causa materiale del cosmo, esso non è limitato dalla sua proiezione, ma trascende la dualità e gli opposti, soprattutto nella forma e nell'essere, essendo la sua natura intima incomprensibile dalla mente umana.

I trattati sulle Upaniṣad, la Bhagavad Gita e i Vedānta Sutra, sono i testamenti di una mente acuta e intuitiva che non ammetteva dogmi; Adi Shankara affermava che un devoto, solo attraverso l'altruismo disinteressato e l'amore, governati dalla discriminazione (viveka) è in grado di andare verso la liberazione (moksha) e di realizzare il Sé interiore, mentre il solo discernimento e l'astratto filosofeggiare non avrebbero portato a nessun risultato.

La filosofia Advaita considera la natura e tutto il fenomeno dell'universo come una sovrapposizione che vela il suo immutevole, trascendente e intelligente Substrato. L'universo è in continuo divenire, è incostante ed impermanente, mentre l'Assoluto che è il substrato che lo sottende, non diviene, è costante e permanente. Secondo la sapienza upanishadica, l'errore di considerare reale ciò che è solo una sovrapposizione al Reale è simile allo scambiare la corda per il serpente, è l'illusione (Maya) determinata dall'ignoranza metafisica (avidya) da cui deriva il dolore dell'essere umano. Nella Tradizione Vedānta, questa illusoria percezione del divenire è attribuita all'identificazione con le forme manifeste che rende inconsapevoli e separati dal Reale e dalla sua serena immutabile stabilità.

Il compito supremo dell'essere umano è quello di penetrare il velo illusorio della realtà (Maya) per rivelare la vera natura, che non è perenne cambiamento tra vita e morte, ma perfezione assoluta e gioia eterna. Se noi conoscessimo i veri motivi che stanno dietro le nostre azioni e i nostri pensieri, diverremmo consapevoli della fondamentale unità dell'essere. Ma come può una mente limitata comprendere l'illimitatezza del Sé? In realtà non può, ma tuttavia è in grado di trascendere la mente e unirsi all'Assoluto.

Monismo qualificato: Vishishtadvaita[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vishishtadvaita.

Secondo il Vishishtadvaita Vedanta, di cui Ramanuja è il principale esponente, il Brahman è non-duale, ma possiede una serie di attributi, di peculiarità (vishesha). Pur avendo attributi, tuttavia, esso rimane uno e eguale a sé stesso. Jīva, l'anima individuale, e jagat prakriti, la materia, dipendono da Īśvara

Dualismo: Dvaita[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dvaita.

Il modello teorizzato da Madhvacarya nel XIII secolo si contrappone con forza al monismo dell'Advaita Vedānta: Īśvara, jiva e jagat sono differenti. L'anima individuale, la materia, il tempo (kala) e l'azione (karma) sono realtà dipendenti dall'Essere Supremo, Vishnu. Secondo Madhva, le differenze non sono frutto di illusione (maya), ma sono reali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Da opporsi ai c.d. nāstika (non è così) ovvero a quelle scuole, come il Buddhismo o il Jainismo, che mettono in discussione l'acquisito predominio castale dei brahmani sancita dalla loro letteratura religiosa.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Anna L. Dallapiccola, Induismo. Dizionario di storia, cultura, religione, Bruno Mondadori, Milano, 2005, ISBN 88-424-9841-6
  • Madeleine Biardeau, L'induismo, Mondadori, Milano 1995
  • Alain Danielou, Miti e dèi dell'India, BUR, Milano 2002.
  • S. Piano, Sanatana Dharma. Un incontro con l'induismo, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996
  • R. Torella, Il pensiero dell'India. Un'introduzione, Carocci, Roma 2008

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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