Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad

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Veda

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (devanāgarī: बृहदारण्यक उपनिषद्) è tra le Upaniṣad vediche più antiche, se non la più antica. Probabilmente coeva se non leggermente anteriore alla Chāndogya Upaniṣad.

Datazione, collocazione ed edizioni[modifica | modifica wikitesto]

La sua datazione resta comunque incerta, probabilmente è attribuibile ad un periodo compreso tra il IX e l'VIII secolo a.C.[1].

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad appartiene allo Yajurveda, segnatamente al Śukla Yajurveda (Yajurveda bianco), e raccoglie le riflessioni religiose e meditative del sacerdote adhvaryu, il sacerdote deputato a mormorare le "formule sacrificali" durante il sacrificio vedico (yajña).

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad è inserita nel Bṛhad Āraṇyaka a sua volta collocato nel Śatapatha Brāhmaṇa di cui rappresenta l'ultimo libro a cui segue la Īṣa Upaniṣad.

Questa Upaniṣad deve dunque il suo nome allo Āraṇyaka di cui fa parte, nome che può essere tradotto come "Upaniṣad della grande (bṛhat) opera silvestre (o 'dei luoghi inabitati', āraṇyaka)".

Di questa Upaniṣad esistono due edizioni appartenenti: l'una alle scuole dei Kaṇva e l'altra a quella dei Mādhyandina, la prima risulterebbe essere, perlomeno per alcune parti, fonte dell'altra.

L'antichità di questa Upaniṣad è testimoniata dal fatto che in questo testo, tra l'altro, vi sono presenti alcuni elementi che non confermano affatto quella supremazia brahmanica sancita nei testi successivi. Così nel II brāhmaṇa del sesto adhyāya (quindi collocato nel terzo kāṇḍa), il re Pravāhaṇa Jaivali (di casta dunque kṣatriya) istruisce sul dharma il brahmano Gautama padre di Śvetaketu (VI,2,1-7):

(SA)

« śvetaketur vā āruṇeyaḥ pancālānāṃ pariṣadam ājagāma sa ājagāma jaivaliṃ pravāhaṇaṃ paricārayamāṇam tam udīkṣyābhyuvāda kumārā iti sa bho iti pratiśuśrāva anuśiṣṭo nv asi pitreti om iti hovāca vettha yathemāḥ prajāḥ prayatyo vipratipadyantā iti neti hovāca vettho yathemaṃ lokaṃ punar āpadyantā iti neti haivovāca vettho yathāsau loka evaṃ bahubhiḥ punaḥ punaḥ prayadbhir na saṃpūryatā iti neti haivovāca vettho yatithyām āhutyāṃ hutāyām āpaḥ puruṣavāco bhūtvā samutthāya vadantī iti neti haivovāca vettho devayānasya vā pathaḥ pratipadaṃ pitṛyāṇasya vā yat kṛtvā devayānaṃ vā panthānaṃ pratipadyante pitṛyāṇaṃ vā api hi na ṛṣer vacaḥ śrutaṃ dve sṛtī aśṛṇavaṃ pitṝṇām ahaṃ devānām uta martyānām tābhyām idaṃ viśvam ejat sameti yad antarā pitaraṃ mātaraṃ ceti nāham ata ekaṃ cana vedeti hovāca athainaṃ vasatyopamantrayāṃ cakre anādṛtya vasatiṃ kumāraḥ pradudrāva sa ājagāma pitaram taṃ hovāca iti vāva kila no bhavān purānuśiṣṭān avoca iti katham sumedha iti pañca mā praśnān rājanyabandhur aprākṣīt tato naikaṃ cana vedeti katame ta iti ima iti ha pratīkāny udājahāra sa hovāca tathā nas tvaṃ tata jānīthā yathā yad ahaṃ kiṃca veda sarvam ahaṃ tat tubham avocam prehi tu tatra pratītya brahmacaryaṃ vatsyāva iti bhavān eva gacchatv iti sa ājagāma gautamo yatra pravāhaṇasya jaivaler āsa tasmā āsanam āhṛtyodakam āhārayāṃ cakāra atha hāsmā arghyaṃ cakāra taṃ hovāca varaṃ bhagavate gautamāya dadma iti sa hovāca pratijñato ma eṣa varaḥ yāṃ tu kumārasyānte vācam abhāṣathās tāṃ me brūhīti sa hovāca daiveṣu vai gautama tad vareṣu mānuṣāṇāṃ brūhīti sa hovāca vijñāyate hāstihiraṇyasyāpāttaṃ goaśvānāṃ dāsīnāṃ pravārāṇāṃ paridhānasya mā no bhavān bahor anantasyāparyantasyābhyavadānyo bhūd iti sa vai gautama tīrthenecchasā iti upaimy ahaṃ bhavantam iti vācā ha smaiva pūrva upayanti sa hopāyanakīrtyovāsa »

(IT)

« Śvetaketu, discendente di Āruṇi, intervenne all'assemblea dei Pañcāla e vi trovò Pravāhaṇa Jaivali, che era circondato da chi lo omaggiava. Vedendolo, [Pravāhaṇa Jaivali] disse: "Giovane!". Egli rispose: "O re!". "Tuo padre ti ha insegnato?". "Certo!"", rispose Śvetaketu." "Sai tu come gli esseri, lasciando questo mondo, s'avviano per vie differenti?". "No", rispose Śvetaketu. "Sai come essi ritornano in questo mondo?". "No", rispose ancora Śvetaketu. "Sai forse come il mondo di là non si riempie benché moltitudini continuamente si dipartono di qua?". "No", disse Śvetaketu. "Sai tu dopo l'offerta di quali libazioni le acque assumono voce umana si levano e parlano?" "No", rispose Śvetaketu. "Conosci tu come s'arriva a quella via che è la via dei Deva o a quella che è la via dei Mani? Oppure quali azioni bisogna compiere per arrivare a quella via che è la via dei Deva o a quella che è la via dei Mani? E invero noi abbiamo udito le parole del ṛṣi: "Due strade per i mortali ho udito che esistono, l'una dei Mani, l'altra dei Deva: su di esse si raduna tutto ciò che si muove, tutto ciò che si trova tra il padre [il cielo] e la madre [la terra]". "Io non so risponderti"", disse Śvetaketu." Allora Pravāhaṇa Jaivali lo invitò a rimanere. Ma il giovane, senza tenere conto [dell'invito a] di rimanere, corse via, andò dal padre e gli disse: "Cosa, o signore, intendevi sostenendo che ero stato completamente istruito ?". "Che cosa vuoi dire, o saggio?". "Cinque domande mi ha posto un re: neppure a una sono stato in grado [di rispondere]". "Quali [erano le domande] ?". "Queste", rispose Svetaketu, ed elencandone gli argomenti." Il padre disse: "Come è vero che tu mi conosci bene, figlio, sai che tutto quello di cui ero a conoscenza te l'ho insegnato. Ora torneremo da lui e ci faremo insieme suoi novizi". "Signore, recati tu solo". Allora Gautama si recò là dove era la casa di Pravāhaṇa Jaivali . Questi gli fece portare un seggio, e dell'acqua rendendogli gli onori dovuti all'ospite; poi gli disse: "Io darò al venerabile Gautama il dono che desidera". [Gautama] disse: "Poiché mi hai concesso un dono allora parlami di quello che hai detto davanti al ragazzo". Ma [il re] rispose: "Gautama, questo appartiene ai doni divini, chiedimi invece un dono umano". [Gautama] replicò: "È noto che oro, armenti, cavalli, schiave, tappeti, vesti ne sono ricco. Non mi negare, o signore, ciò che è importante, infinito, inestimabile". "Allora tu devi esprimere il tuo desiderio, o Gautama, usando la formula rituale (tīrtha): Io vengo a te [come discepolo]. Infatti con queste parole gli antichi cominciavano il loro noviziato". [Gautama] pronunciò la formula del novizio e restò. »

(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad VI, 2,1-7)

Allo stesso modo questa Upaniṣad dimostra anche come le donne nella società vedica potessero partecipare alla conoscenza sacra e, in definitiva, segreta. Nel quarto brāhmaṇa del secondo adhyāya, Yājñavalkya sta per abbandonare la famiglia per ritirarsi nella foresta come rinunciante ma decide, prima di allontanarsi, di comunicare alla moglie Maitreyī le sacre dottrine:

(SA)

« sā hovāca maitreyī yenāhaṃ nāmṛtā syāṃ kim ahaṃ tena kuryām yad eva bhagavān veda tad eva me brūhīti sa hovāca yājñavalkyaḥ priyā batāre naḥ satī priyaṃ bhāṣase ehy āssva vyākhyāsyāmi te vyācakṣāṇasya tu me nididhyāsasveti »

(IT)

« Allora Maitreyī rispose: "Cosa me ne faccio di ciò che non mi occorre per l'immortalità? Tu lo conosci, signore, dimmelo". Allora Yājñavalkya disse: "Tu che mi sei così tanto cara, care cose vai esprimendo. Vieni qui e siedi, io ti dirò. Ma presta molta attenzione ai miei insegnamenti. »

(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad II,4,3-4)

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad si compone di sei adhyāya (studi, letture) suddivise in tre sezioni (kāṇḍa), ovvero due per ogni sezione; ogni adhyāya è a sua volta suddivisa in ulteriori sotto sezioni denominate brāhmaṇa.

Il primo kāṇḍa[modifica | modifica wikitesto]

Il primo kāṇḍa è quindi suddiviso in due adhyāya ciascuna composta da tre brāhmaṇa.
Il primo adhyāya del primo kāṇḍa si occupa del cavallo sacrificale, ovvero del sacrificio del cavallo, lo aśvamedha, che è all'origine dell'universo. Mṛtyu, la morte che si nutre dei mortali, trae dal nulla l'universo per potersi nutrire, poi si trasforma in un cavallo per poter sacrificare sé a sé stesso per mezzo dell' aśvamedha.

Dottrine[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Questa è la datazione assegnata alle prime Upaniṣad dagli studiosi contemporanei, cfr., tra gli altri, Gianluca Magi. Enciclopedia Filosofica vol. 12. Milano, Bompiani, 2006, pag.11935; William K. Mahony. Enciclopedia delle Religioni vol.9 Milano, Jaca Book, 2004 pag.407; Mario Piantelli. In (a cura di Giovanni Filoramo) Hinduismo. Bari, Laterza, 2002, pag. 6; Margaret Sutley e James Sutley. Dizionario dell'Induismo. Roma, Ubaldini, 1980, pag.453; Anna L. Dallapiccola. Induismo. Milano, Bompiani, 2005, pag.273.

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