Shivaismo

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Adorazione di Shiva in forma di lingam.

Lo Shivaismo è una corrente dell'Induismo che riconosce Shiva come Dio supremo. I seguaci dello Śivaismo, definiti "Śivaiti" o "Śaiva", sono approssimativamente 220 milioni nel mondo[senza fonte].

Gli Śivaiti identificano Shiva con Īśvara, l'aspetto personale di Dio, pensando cioè che incarni in sé il triplice principio dell'intera trimurti ed artisticamente ciò viene reso mostrando Shiva in preminenza e Vishnu e Brahma che escono rispettivamente dal suo fianco sinistro e destro.[1]

Gli Śivaiti identificano Shiva anche con lo stesso Brahman, l'aspetto impersonale di Dio; lo venerano come una delle tante forme differenti dell'universo con cui si esprime la Realtà, in quanto è l'entità monistica – personale e impersonale al tempo stesso – nel quale si rispecchiano tutte le cose, Shiva compreso. In questa visione, è da Shiva che scaturiscono tutti gli altri Deva (gli esseri celesti), come suoi princìpi ed emanazioni; è essenzialmente una conoscenza monoteistica collegata alla bhakti, o devozione, un aspetto molto importante dello Śivaismo.

Uno degli scopi dei sistemi filosofici ispirati allo Śivaismo è inoltre quello di risvegliare una forma superiore di coscienza che conduca il praticante a superare i limiti imposti dalla Natura.[2]

Lo Śivaismo riconosce negli Āgama le fonti della sua dottrina.[2]

Storia dello Shivaismo[modifica | modifica wikitesto]

Lo Shivaismo si riferisce alle tradizioni religiose dell'induismo che considerano il Dio Śiva come divinità suprema.[3]

Il culto di Śiva è una tradizione panindiana, praticato ampiamente in tutta l'India, Sri Lanka e Nepal,[4][5] e comprende molte scuole che mostrano differenze nella dottrina e varianze regionali.[6] Lo Shivaismo vanta una vasta letteratura comprendente testi che rappresentano diverse scuole filosofiche, incluse le prospettive non-dualista (abheda), dualista (bheda) e dualista-non-dualista (bhedabheda).[7]

È molto difficile risalire all'antichità dello Shivaismo.[8] Axel Michaels spiega la natura composita dello Shivaismo come segue:[9]

« Come Visnu, anche Śiva è una grande divinità che dà il nome a un insieme di sette e tendenze teistiche: lo Shivaismo. Come il Vaishnavismo, il termine implica anche una unità che non può essere trovata chiaramente nella pratica religiosa o nelle dottrine filosofica e esoterica. Inoltre, la pratica e la dottrina devono essere tenute separate. »
(Michaels 2004, p. 215)

Preistoria[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni ritengono che i manufatti di Mohenjo-daro, Harappa e altri siti archeologici del nord-ovest dell'India e del Pakistan indichino che qualche prima forma di culto di Śiva sia stata praticata nella valle dell'Indo. Questi manufatti includono alcuni liṅga e il "sigillo Paśupati", che è stato oggetto di molti studi. La civiltà della valle dell'Indo raggiunse il suo picco intorno al 2500-2000 a.e.v., quando i collegamenti commerciali con la Mesopotamia erano molto frequentati, iniziò il suo declino nel 1800 a.e.v e si spense nel 1500 a.e.v.[10]

Il sigillo rinvenuto durante gli scavi del Mohenjo-daro, sito archeologico della Valle dell'Indo, ha richiamato l'attenzione in quanto possibile rappresentazione di una figura di "proto-Śiva".[11] Questo "sigillo Paśupati" ("Signore degli Animali")[12] mostra una grande figura centrale circondata da animali. La figura centrale è spesso descritta come seduta, possibilmente itifallica.[13] Sir John Marshall e altri hanno sostenuto che questa figura è un prototipo di Śiva, e hanno descritto la figura come avente tre facce, seduta in una "postura yoga", con le ginocchia in fuori e i piedi uniti. Le forme semicircolari sulla testa sono spesso interpretate come due corna. Gavin Flood caratterizza queste interpretazioni come "speculative", affermando che non è chiaro dal sigillo che la figura abbia tre facce, che sia seduto in una posizione yoga, o addirittura che la forma rappresenti una figura umana, è tuttavia possibile che ci siano echi di temi iconografici di Śiva, quali forme a mezzaluna che ricordano le corna di un toro.[11][14]

Rudra[modifica | modifica wikitesto]

Lo Shivaismo è dedicato al culto del dio Śiva.[15] La parola sanscrita śiva (devanagari शिव) è un aggettivo che significa "gentile", "cordiale", "generoso" o "di buon auspicio".[16][17] Come nome proprio, significa "Quello del buon auspicio", usato come nome eufemistico del dio vedico Rudra.[17] In lingua inglese può essere semplicemente traslitterato sia come "Shiva" sia come "Siva". Nel corso del tempo, molti approcci regionali al culto e alla comprensione di Śiva sarebbero stati edificati.[5]

Emergenza dello Shivaismo[modifica | modifica wikitesto]

La documentazione della storia religiosa formale come discorde dalle evidenze archeologiche e dalle testimonianze delle scritture è sottolineata da Gavin Flood:[18]

« La formazione delle tradizioni śaiva così come noi le consideriamo comincia a verificarsi durante il periodo che va dal 200 a.e.v al 100 e.v. »
(Flood 2003, p. 205)

I due grandi poemi epici dell'India, il Mahābhārata[19] e il Rāmāyaṇa, trattano ampiamente le storie di Śiva e Viṣṇu,[20] e nel Mahābhārata troviamo riferimenti ai primi asceti di Śiva.[21] La Śvetāśvatara Upaniṣad (400-200 a.e.v.)[22] è la prima esposizione testuale di una filosofia sistematica dello Shivaismo.[23] Come spiegato da Gavin Flood, il testo propone:[24]

« ... una teologia che eleva Rudra allo status di essere supremo, il Signore (Īśa), che è trascendente ma al contempo ha funzioni cosmologiche, come fa Śiva nelle tradizioni successive. »
(Flood 1996, p. 153)

Nel Mahābhasya del grammatico Patañjali, il "Grande Commento" alla grammatica sanscrita di Pāṇini (II secolo a.e.v), l'autore descrive un devoto di Śiva come vestito di pelli di animali e con una lancia di ferro quale simbolo del suo dio, forse un precursore del tridente di Śiva.[21][25]

Shivaismo Puranico[modifica | modifica wikitesto]

È con i Purāṇa che lo Shaivismo si diffuse infine rapidamente, da un capo all’altro del subcontinente, grazie ai cantori e ai compositori delle narrative puraniche.[21] La letteratura puranica ha le sue origini nel tardo periodo Gupta (VI secolo) e si sviluppò fra l’VIII e l'XI secolo,[26] insieme alle forme di culto smarta dei brahmini.[18] La convergenza delle tendenze shivaite e vaishnavite, così come la loro popolare crescita, possono essere state in parte il risultato, durante le dinastie dominanti come i Gupta, dell'assimilazione delle risorse e degli elementi culturali dei territori conquistati.[27]

La massa del materiale contenuto nei Purāṇa fu stabilizzata durante il regno dei Gupta, con addizioni successive ai testi iniziali proseguite fino al tardo Medioevo.[28] Ci sono diciotto Purāṇa maggiori, e questi sono tradizionalmente classificati in tre gruppi di sei, con Śiva considerato essere la divinità centrale nello Śiva Purāṇa, Liṅga Purāṇa, Matsya Purāṇa, Kūrma Purāṇa, Skanda Purāṇa e Agni Purāṇa.[28] Tuttavia questo raggruppamento tradizionale è inesatto, perché mentre lo Śiva Purāṇa è fortemente confessionale nel suo centrarsi su Śiva, gli altri non sono così settari, e contemplano anche altre divinità, in modo particolare Viṣṇu.[28]

Il corpus puranico è un complesso insieme di materiali che anticipa le visioni di vari culti concorrenti, come Gavin Flood spiega:[29]

« Sebbene questi testi siano fra loro relazionati e il materiale dell'uno lo si ritrovi nell’altro, essi tuttavia presentano una visione del mondo da una prospettiva particolare. Non devono esser visti come una confusa collezione di vecchi racconti, ma come un'esposizione altamente selettiva ed elaborata di visioni del mondo e soteriologie compilati da particolari gruppi di brahmini per diffondere una particolare visione, indipendentemente dalla focalizzazione su Viṣṇu, Śiva o Devī, o qualsiasi raggruppamento di divinità. »
(Flood 1996, p. 111)

Per esempio, il Viṣṇu Purāṇa (IV secolo) presenta un punto di vista vaisnava, nel quale Viṣṇu si risveglia, diventa il creatore Dio Brahma per creare l’universo, sostenerlo, e quindi distruggerlo come fa Rudra (Śiva).[29]

Il teismo shivaita è esposto negli Āgama, in numero di duecento e all’interno dei quali sono inclusi gli Upagama (gli Āgama minori), testi composti prima del VII secolo.[8] Nel VII secolo, Banabhatta incluse l’adorazione di Śiva come proprio contributo alla religione prominente di quel tempo.[8]

Nel VII secolo il grande viaggiatore cinese Xuanzang (Huen Tsang) viaggiò in India e scrisse in merito alla prevalenza della venerazione di Śiva a quel tempo, descrivendo i templi di Śiva a Kanoj, Karachi, Malwa, Gandhar (Kandahar), e specialmente a Varanasi (Benares), dove egli vide venti grandi templi dedicati a Śiva.[20]

Shivaismo Non-Puranico[modifica | modifica wikitesto]

Smartismo[modifica | modifica wikitesto]

Smartismo è una denominazione dell'Induismo incentrato su un gruppo di cinque divinità anziché una soltanto.[4] Il "culto delle cinque forme" (pañcāyatana pūjā), che fu diffuso dal filosofo Adi Shankara (anche conosciuto come Sankaracarya) (vissuto fra il 650 e 800, tradizionalmente 788-820),[30] elegge le seguenti divinità: Śiva, Gaṇeśa, Viṣṇu, Devī e Surya[31][32] Questo sistema fu istituito da Sankaracarya principalmente per porre sul medesimo piano le principali divinità delle cinque maggiori sette.[33] La filosofia monistica predicata da Sankaracarya ha reso possibile scegliere una di queste divinità principali come quella preferita, e nello stesso tempo adorare le altre quattro come differenti forme dello stesso onnipervadente Brahman.

Śaivasiddhānta[modifica | modifica wikitesto]

Questa tradizione potrebbe aver avuto origine nel Kashmir, dove sviluppò una sofisticata teologia diffusa da teologi quali Sadyojoti, Bhatta Narayanakantha e suo figlio Bhatta Ramakantha (c.950-1000).[34] Considerato di norma uno Shivaismo tantrico, lo Śaivasiddhānta prevedeva i riti, le categorie cosmologiche e le teologie dello Shivaismo tantrico.[35] Essendo una filosofia dualistica, l’obiettivo del seguace dello Śaivasiddhānta è di aspirare a uno stato ontologicamente distinto da Śiva (attraverso la grazia stessa di Śiva).[36] Questa tradizione era seguita in tutta l’India. La sottomissione musulmana del nord dell’India restrinse lo Śaivasiddhānta al sud,[37] dove si fuse col culto shaiva Tamil, espresso nella poesia bhakti dei Nāyaṉār.[38] È in questo contesto storico che lo Śaivasiddhānta è comunemente considerato una tradizione “del sud”, una tradizione ancora ben viva.[38]

Nāyaṉār[modifica | modifica wikitesto]

Nel settimo secolo si sviluppò, all'interno della tradizione bhakti del Sud dell’India, una corrente di poeti-santi incentrata su Śiva, i Nāyaṉār, a similitudine di quella dei vaishnava Āl̥vār.[39] I poemi devozionali dei Nāyaṉār sono suddivisi in undici collezioni, insieme a un Purāṇa Tamil chiamato Periya Puranam. Le prime sette collezioni sono conosciute come Thevarum e sono considerati dai Tamil come equivalenti ai Veda.[40] Essi furono composti nel settimo secolo da Sambandar, Appar e Sundarar.[40]

Tirumular (o anche Tirumūlār o Tirumūlar), l’autore del Tirumantiram (o anche Tirumandiram), è considerato da Tattwananda il primo esponente dello Shivaismo nelle aree Tamil.[40] Tirumular è datato nel VII o VIII secolo da Maurice Winternitz.[41] Il Tirumantiram è considerato il riferimento primario nel sistema dello Śaivasiddhānta, essendo il decimo libro del suo canone.[42] Il Tiruvacakam di Manikkavacakar è una importante collezione di inni; di questi Sir Charles Eliot scrisse:

« In nessuna letteratura di cui io sono a conoscenza, la vita religiosa dell'individuo, le sue lotte e le sue pene, le sue speranze e le sue paure, le sue confidenze e i suoi trionfi ricevettero una delineazione tanto diretta e profonda. »
(Charles Eliot, Hinduism and Buddhism, volume II, p. 127.[43])

Il Tiruvacakam loda Śiva come appartenente all'India meridionale, sebbene adorato da persone di tutti i paesi dell'India.

Aree Tamil[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono numerosi templi dedicati a Śiva nel Tamil Nadu, molti localizzati nella regione di Thanjavur, la quale costituiva la maggior parte dell’impero Chola tra l’800 e il 1200. Lo Śaivasiddhānta, una particolare branca dello Shaivismo, è particolarmente popolare nel sud dell’India, Sri Lanka, Malesia, Singapore e ogni città dove i Tamil vivono.[44]

Branche dello shivaismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Liṅgāyat, Śaivasiddhānta, Shivaismo kashmiro e Pāśupata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gatto Trocchi 2004, p. 358
  2. ^ a b Filippani Ronconi 1992, p. 125
  3. ^ Flood 1996, p. 149.
  4. ^ a b Flood 1996, p. 17.
  5. ^ a b Keay 2000, p. XXVII.
  6. ^ Flood 2003, pp. 200–228.
  7. ^ Tattwananda 1984, p. 54.
  8. ^ a b c Tattwananda 1984, p. 45.
  9. ^ Michaels 2004, p. 215.
  10. ^ Flood 1996, p. 24.
  11. ^ a b Flood 1996, pp. 28-29.
  12. ^ Michaels 2004, p. 312.
  13. ^ Flood 1996, p. 29.
  14. ^ Flood 2003, pp. 204–205.
  15. ^ Tattwananda 1984, pp. 43-44.
  16. ^ Apte 1965, p. 919.
  17. ^ a b MacDonell 1904, p. 314.
  18. ^ a b Flood 2003, p. 205.
  19. ^ Sharma 1988, pp. 20–21.
  20. ^ a b Tattwananda 1984, p. 46.
  21. ^ a b c Flood 1996, p. 154.
  22. ^ Flood 1996, p. 86.
  23. ^ Chakravarti 1996, p. 9.
  24. ^ Flood 1996, p. 153.
  25. ^ Bhandarkar 1913, p. 165.
  26. ^ Keay 2000, pp. 129–154; Flood 1996, p. 110.
  27. ^ Keay 2000, p. 147.
  28. ^ a b c Flood 1996, p. 110.
  29. ^ a b Flood 1996, p. 111.
  30. ^ Keay 2000, pp. 62, 194.
  31. ^ Courtright 1985, p. 163.
  32. ^ Flood 1996, p. 113.
  33. ^ Grimes 1995, p. 162.
  34. ^ Flood 2003, p. 210.
  35. ^ Flood 2006, p. 120.
  36. ^ Flood 2006, p. 122.
  37. ^ Flood 2006, p. 34.
  38. ^ a b Flood 1996, p. 168.
  39. ^ Flood 1996, p. 131.
  40. ^ a b c Tattwananda 1984, p. 55.
  41. ^ Winternitz 1972, p. 588, note 1.
  42. ^ Douglas Renfrew Brooks, Auspicious Fragments and Uncertain Wisdom, in: Harper, Brown 2002, p. 63.
  43. ^ Citato in Tattwananda 1984, p. 56.
  44. ^ Arulsamy 1987, p. 1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • (EN) Arthur Llewellyn Basham, The Origins and Development of Classical Hinduism, Edited and completed by Kenneth G. Zysk, New York, Oxford University Press, 1989, ISBN 978-0-19-507349-2.
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  • Pio Filippani Ronconi, Miti e religioni dell'India, Roma, Newton Compton, 1992, ASIN B00DDNWPT0.
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  • (EN) Gavin Flood, The Blackwell Companion to Hinduism, Malden, US-MA, Blackwell, 2003, ISBN 1-4051-3251-5.
  • (EN) Gavin Flood, The Tantric Body: The Secret Tradition of Hindu Religion, London, I.B. Tauris, 2006, ISBN 978-1-84511-011-6.
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  • (EN) John A. Grimes, Ganapati: Song of the Self, Suny Series in Religious Studies, Albany US-NY, State University of New York Press, 1995, ISBN 978-0-7914-2440-7.
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  • (EN) John Keay, India: A History, New York, Grove Press, 2000, ISBN 0-8021-3797-0.
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  • (EN) Maurice Winternitz, History of Indian Literature, Due volumi. Traduzione dal tedesco: S. Ketkar e H. Kohn, Seconda ristampa., Delhi, Oriental Books Reprint, 1972. Prima edizione: 1927-1933, University of Calcutta Press.

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