Kālī

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Una rappresentazione di Kālī, acquerello risalente al XIX-XX secolo conservato presso il Brooklyn Museum.
Sono ben riconoscibili gli elementi iconografici caratteristici della Dea: il colore scuro della pelle; occhi arrossati; lingua estroflessa ed esageratamente lunga; terzo occhio; corona; espressione aggressiva; collana di teschi (qui stilizzata); quattro braccia, delle quali una mostra una testa d'uomo recisa, le altre brandiscono armi varie (qui solo un falcetto).

Kālī (devanagari काळी) è una divinità femminile hindu, manifestazione terribile, aggressiva e non materna della Dea.[1] Descritta come battagliera e feroce, Kālī (lett.: "La Nera"[2]) è spesso associata al dio Śiva, del quale, in alcuni testi, incarna gli aspetti complementari.
In alcune tradizioni tantriche Kālī è adorata come Realtà Ultima, dea al contempo personale e impersonale, al di sopra di ogni altra divinità e manifestazione del cosmo.[3] I culti di Kālī, in genere non aderenti all'ortoprassi brahmanica[4], sono tuttora vivi in India[5], dove il centro di maggior adorazione è nella città di Calcutta, presso il tempio di Kālīghāt.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Tracciare la storia di Kali è difficile, ancor più difficile di tracciare quella dello sposo Śiva; è ovvio che la propria storia sia strettamente correlata ai contorni del suo culto, con origini pre-ariane, che è ancora molto sentito oggi quale strettamente correlato alla figura della Grande Madre, l'antica Dea, che si mostra nell'induismo con volti e figure diverse.

Il nome Kali appare nella Mundaka Upanishad, non in qualità estrinseca di divinità ma intrinsecamente come una delle sette lingue fiammeggianti di Agni, il dio del fuoco.[6] Tuttavia, un prototipo della dea Kali, intesa come divinità femminile, appare, nei Ṛgveda, con il nome di Raatri, considerata anche il prototipo della dea Durga, dea con la cui figura Kali ha molti tratti in comune.

Con i Purana alla Dea Kali fu assegnato un posto nel pantheon induista proprio quale emanazione della Dea Durga, di cui è considerata la forma "irata".[7]

La versione maggiormente accreditata riguardo a Kali comunque la vede quale consorte di Śiva, terzo elemento della Trimurti indù, distruttore, caratteristica che è considerata praticamente la funzione di Kali, che completa le funzioni esplicate da Brahma il creatore e Vishnu il preservatore; ella illustra il carattere oscuro e negativo del Dio[8] anche se tale visione è alquanto riduttiva.

In effetti, per la visione induista della realtà, mettendo in risalto l'esigenza, in relazione al fatto di essere nel kaliyuga (lett. "era del punteggio perdente") l'ultimo dei quattro yuga, di un approccio che tenga in considerazione, oltre alla liberazione, anche il fruimento del mondo ossia il Tantrismo[9],il mondo non è maya, ma potenza.

E ciò porta da sé a considerare nel contesto tantrico il riaffiorare ed il venire in primo piano della figura di una Dea o Donna Divina, Shakti, nelle sue varie epifanie (soprattutto come Kali e Durga).[10]. Essa è la brillante, bruciante, vitale potenza del femminino archetipico, sia che si esprima in forma divina che umana[11] ed il suo aspetto è terribile perché implica un cambiamento radicale, che tutto dissolve, concepito alla stregua di una distruzione del creato e del tempo e la potenza per cui si attua è simboleggiata dall'immagine spaventevole di Kali danzante[12].

La sua funzione distruttiva si esplica altresi' nella citata versione della sua genesi quale aspetto irato di Durga e che la vuole quale unica dea in grado di uccidere Raktabija, il demone contro il quale gli dei avevano ingaggiato lo scontro finale. Raktabija – come dice il suo nome (in sanscrito ‘rakta’ significa ‘sangue’ e ‘bija’ ‘seme’) – sembrava invincibile in quanto appena una goccia del suo sangue toccava terra nasceva un altro demone e così all’infinito. Dal sopracciglio di Durga allora, nacque Kali, la notte suprema che divora tutto ciò che esiste, il tempo che distrugge i mondi; con la sua bocca bevve tutto il sangue di Raktabija evitando che toccasse terra e poi gli tagliò di netto la testa.[13] La sete di sangue, di violenza, di morte rese ebbra la dea che più non si ferma, e solo Shiva, il suo sposo, riesce a fermarla gettandosi su di lei. Kali vorrebbe uccidere anche Shiva, ma quando riconosce il suo sposo, si ferma.

Simbolismo[modifica | modifica sorgente]

Statua moderna per l'adorazione di Kālī, dea feroce, padrona di sé stessa, comune a molte tradizioni trasgressive e cuore dello shivaismo kashmiro; qui rappresentata sul corpo immobile di Śiva a indicare il rapporto fra causa materiale e causa efficiente nel cosmo.

Nonostante sia grossolanamente identificata come simbolo di oscurità e violenza, si tratta di una deità benefica e terrifica al tempo stesso, dotata di numerosi attributi dal profondo significato simbolico:

Ella è tradizionalmente rappresentata con una collana di crani umani attorno al collo, il suo viso spaventato è macchiato di lunghe strie di sangue[8] Quale Bhairavi (la Spaventosa, la Terribile) ella è la forza prorompente dell’iniziazione violenta, principio tantrico del Femminino distruttivo inteso come forza di trascendenza immediata. Il suo aspetto è di una sessualità intensa e proiettata verso l’ascesa di Kundalini, che brucia ogni ostacolo nel suo percorso. Ella stringe tra le mani strumenti di trasformazione potenti che recidono i legami del mondo manifesto (il pugnale magico), li ritrasformano secondo la volontà dell’adepto (lo scettro) e li raccolgono nella coppa, che simboleggia anche il principio femminile nella sua ipostasi di colei che accoglie.[14] Associata a Shakti e Durga, entrambe controparti di Śiva, da lui inseparabili, contiene qualcosa di entrambe, ma i suoi simboli sono chiaramente tali da evocare bhaya (paura) e vibhitsa (repulsione), portandoci in contatto con gli aspetti oscuri del cosmo e del divino; aspetti che, in genere, si tende a negare o sopprimere. La sua lingua grondante di sangue rappresenta la forza materiale dell'universo che genera l'impegno,Rajas (da cui il Raja yoga) ma anche la passione e la sofferenza, ha il compito di portare Shiva all'impegno nel vincere le forze dell'ignoranza, delle tenebre, e dunque del male. (citato in [1])

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Flood, 2006, Op. cit., p. 242.
  2. ^ Kālī è il femminile di kāla: cfr. Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary: "nero", ma anche "tempo"; vedi oltre per un approfondimento dell'aspetto etimologico.
  3. ^ Flood, 2006, Op. cit., p. 253.
  4. ^ Flood, 2006, Op. cit., p. 252.
  5. ^ Flood, 2006, Op. cit., p. 248.
  6. ^ Raphael, Upaniṣad, Bompiani, p. 875. ISBN 978-88-452-6464-1
  7. ^ Markanedeya Purana, Capitolo 7 versetto 6 del Devi Mahatma
  8. ^ a b Corinne Morel, Dizionario dei miti, dei simboli e delle credenze, p. 468, Ed. Giunti
  9. ^ Kularnava-tantra, I, 23 e Mahanirvana-tantra, I, 51
  10. ^ Julius Evola, Lo Yoga della Potenza,pag. 22, Ed. Mediterranee
  11. ^ L. Webster Wylde, On the trail of the women warriors, pag.33
  12. ^ Alberto Brandi, La Via Oscura, Ed. Atanor, pag.100
  13. ^ Markanedeya Purana, Capitolo 8 del Devi Mahatma
  14. ^ R.E. Svodoba, Kundalini, Aghora II, Ed. Vidyananda,Assisi 1996

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Alberto Brandi, La Via Oscura, Ed. Atanor
  • Julius Evola, Lo yoga della potenza, Ed. Mediterranee. ISBN 88-272-0500-4
  • Robert Svodoba, Aghora, alla sinistra di Dio, edizioni Vidyananda
  • Robert Svodoba, Kundalini, Aghora II, edizioni Vidyananda

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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