Salvatore Betti

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Salvatore Betti in una illustrazione tratta dall'opera Prose, del 1827.

Salvatore Betti (Orciano di Pesaro[1][2] o Roma[3][4]; 31 gennaio 1792Roma, 4 ottobre 1882) è stato un letterato e accademico italiano, professore di storia e di mitologia e segretario perpetuo dell'Accademia di San Luca.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque dai marchigiani Teofilo Betti e Maria Buzzetti,[3] originari di Orciano di Pesaro;[4] il nonno paterno fu il magistrato e letterato Cosimo Betti, nativo di Orciano di Pesaro e ascritto al patriziato di Loreto, Pergola e Arcevia,[5] autore del poema La consumazione del secolo del 1793,[3] mentre suo zio Niccolò Betti, frate francescano, nel 1810 fu autore di un'opera nella quale descrisse la progettazione di un marchingegno alato destinato al volo: Pterometria, ossia descrizione di una macchina capace al volo, colla quale potrà l'uomo facilmente e comodamente volare.

Trascorse l'infanzia nella terra d'origine dei genitori: dapprima studiò le materie umanistiche e la retorica presso il seminario di Pesaro, poi matematica e filosofia presso i benedettini del monastero di Fonte Avellana e da ultimo frequentò i camaldolesi.[3] Per la sua evoluzione letteraria fu decisiva l'influenza di Giulio Perticari, di cui fu amico e discepolo, chiamato dal Betti "secondo padre", come rivelato da lui stesso e nel saggio Sulla istituzione della vera tragedia greca per opera di Eschilo, del 1824, e nel quinto dialogo de L'illustre Italia. Dialoghi, opera del triennio 1841 - 1843.[3][2][1][4] Le prime esperienze letterarie del Betti iniziarono nella zona del pesarese, poiché a quel tempo il padre era bibliotecario presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro. Si occupò in particolare della pubblicazione di alcune iscrizioni latine, di lettere di erudizione e di poesie occasionali. Fu interessato altresì alla numismatica e fu vice presidente dell'Accademia dei Tenebrosi di Orciano di Pesaro, di cui scrisse lo statuto.[3]

Dal 1819 fu chiamato a Roma, ove dimorò fino alla morte,[1] dalla famiglia Odescalchi per diventare precettore dei rampolli della nobile casata. In quegli anni nella capitale iniziò a contribuire attivamente al Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti,[4][2] uno dei più importante periodici di erudizione dei primi anni del secolo decimonono.[3] Tra i fondatori vanno ricordati, oltre allo stesso Betti, anche Giulio Perticari, Pietro Odescalchi, Luigi Biondi, Bartolomeo Borghesi, Pietro Carpi, Giuseppe Tambroni e Antonio Nibby.[3] Apprezzato dai sommi pontefici, dai capi degli stati della penisola italiana e, in generale, dai reazionari, fu la manifestazione di un'antica cultura classica e aulica ancora viva, contrapposta alla giovane ventata europea d'innovazione e di fermento ideologico.[3] Gli autori vi proposero scritti di archeologia, di letteratura, di filosofia, di giurisprudenza, di scienze naturali e di medicina.[3] Lo stile e le argomentazioni furono spesso in polemica con la cultura romantica[4][1] di George Gordon Byron, Victor Hugo, Walter Scott e di Alessandro Manzoni.[3] Gli articoli personali di Salvatore Betti trattarono di letteratura, di linguistica, di erudizione, di archeologia e di numismatica.[3]

« Gente di senno così perduto che, stanca d'essere italiana, cerca in tutte le cose di farci stranieri. »
(Salvatore Betti, Il Tambroni, ossia de' classici e de' romantici, ne il Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti, Roma 1826)

Nel 1829 ricevette la cattedra di storia e di mitologia all'Accademia di San Luca.[3] Divenne anche prosegretario della stessa accademia e, in seguito al decesso del segretario Giuseppe Antonio Guattani nel 1831, divenne segretario perpetuo.[3][4][2] Il triennio tra il 1841 e il 1843 fu occupato dalla stesura della sua più celebre opera in due tomi, L'illustre Italia. Dialoghi,[1][4] successivamente riveduta ed estesa nell'edizione di Torino del 1854.[1][3] Nell'opera vige uno stile aulico e si scorge l'inclinazione al gusto letterario di Vittorio Alfieri, di Carlo Botta, di Pietro Giordani, di Vincenzo Monti e di Giulio Perticari.[3] Papa Pio IX nel 1846 lo nominò Cavaliere dell'Ordine di San Gregorio Magno.[3] Nel 1847 fece parte del Consiglio di censura insieme a Carlo Antici, ad Antonio Coppi e a Giuseppe Vannutelli per l'imprimatur, ovvero il vaglio e la revisione delle opere da dare alla stampa.[3] Nel 1848 fu nominato consultore di Stato.[3] Fu inoltre censore presso la Pontificia Accademia Romana di Archeologia dal 1857 al 1870 e fu accademico della Crusca.[3] Fu membro dell'Accademia delle Scienze di Torino, dell'Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di Palermo, della Real Academia de la Historia di Madrid, dell'Accademia Ercolanese di Napoli, dell'Accademia di belle arti di Bologna, di Firenze e di Torino.[3]

Morì a Roma il 4 ottobre 1882 all'età di novant'anni.[3][1] Per la sua morte Giosuè Carducci compose un necrologio.[6]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Intorno al ragionamento dei march. C. Lucchesini sulla istituzione della tragedia greca per opera di Eschilo (1824)
  • Intorno ad alcuni luoghi da doversi emendare nelle Stanze del Poliziano (1826)
  • Due poesie di T. Tasso all'amor suo con la principessa Eleonora d'Este (1827)
  • Considerazioni sulla Georgica di Virgilio tradotta dal march. L. Biondi (1832)
  • Emendazione ad alcuni luoghi dell'edizione zannoniana del Tesoretto (1833)
  • Notizia intorno alla vita e alle opere di P. Belli (1833)
  • Notizie intorno alla vita e alle opere dei cav. G. Wicar, pittore di Lilla (1834)
  • Degli antichissimi Geni e soprattutto di quello della Vittoria (1837)
  • Alcune opere di belle arti descritte (1840)
  • L'illustre Italia. Dialoghi (1841 - 1843)
  • Intorno all'edizione livornese dell'Istoria del Malispini (1842)
  • Intorno un antico e sacro testo di lingua italiana (1846)
  • Intorno all'imperatore Tiberio (1847)
  • Osservazioni nell'ultima edizione napoletana del Sallustio, volgarizzato da fra' Bartolomeo da San Concordio (1848)
  • Sull'eloquenza del Segneri (1853)
  • Intorno a Sallustio ed al suo commentario della guerra (1854)
  • Proposta di correzioni di alcuni passi della storia di D. Compagni (1855)
  • Osservazioni intorno ad alcuni Passi del Novellino (1855)
  • Intorno alla canzone del Petrarca la quale comincia: Spirto gentil (1856)
  • Sulla patria del poeta comico Terenzio (1857)
  • Intorno al volgarizzamento dell'arte della guerra di Vegezio fatto da B. Giamboni (1857)
  • La Matelda della Divina Commedia (1858)
  • Intorno ad una medaglia greca da E. Q. Visconti attribuita a Clemente III (1862)
  • Intorno alla Conquista che fece dell'Etruria Tarquinio il Vecchio, secondo Dionigi di Alicarnasso (1865)
  • Osservazioni sulla Divina Commedia (1873)

Selezionò alcuni articoli di vario genere dal Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti e li raccolse nei volumi:

  • Prose (1827)
  • Scritti vari (1856)

Collaborò a due opere:

  • Vincenzo Monti (a cura di), Convito di Dante Alighieri ridotto a lezione migliore, Tipografia Pogliani, Milano 1826
  • Bartolommeo Gamba (a cura di), I Fatti di Enea estratti dalla Eneide di Virgilio e ridotti in volgare da Frate Guido da Pisa, II edizione, Venezia 1834

Diresse numerose lettere ai suoi amici; vanno ricordati i carteggi con: Vincenzo Monti, Giulio Perticari, Basilio Puoti, Paolo Costa, Luigi Biondi e Pietro Tenerani.

Alcuni suoi scritti su Dante Alighieri furono pubblicati postumi e furono curati da Giuseppe Cugnoni:

  • Giuseppe Cugnoni (a cura di), Scritti danteschi, Città di Castello 1893
  • Giuseppe Cugnoni (a cura di), Postille alla Divina Commedia, Città di Castello 1893

Anche un'opera sui personaggi del suo paese d'infanzia fu pubblicata postuma:

  • Carisio Ciavarini (a cura di), Memorie istoriche degli uomini illustri d'Orciano, Ancona 1898

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine equestre pontificio di San Gregorio Magno - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine equestre pontificio di San Gregorio Magno
— 1846[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Agnese Righetti, Il giornale arcadico, Roma 1911.
  • Alessandro Guidi, Della vita e delle opere di Salvatore Betti, Roma 1887.
  • Alfonso Bertoldi, Il Giordani, il Betti e vari altri, in Prose critiche di storia e d'arte, Firenze 1900, pp. 235 - 268.
  • Angelo De Gubernatis, Salvatore Betti, in Rivista europea, febbraio 1874, pp. 480 - 491.
  • Bernardino Peyron, Commemorazione del prof. Salvatore Betti, in Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, XVIII, 1882'’, pp. 187 - 197.
  • Cesare Aureli, Una visita a Salvatore Betti, Roma 1894.
  • Cesare Cantù, Salvatore Betti, in La Rassegna italiana, II, 1882, pp. 445 - 473.
  • Egidio Bellorini (a cura di), Discussioni e polemiche sul Romanticismo, II, Bari 1943, p. 494.
  • Federico Chabod, Storia della politica estera italiana, Bari 1951, p. 376.
  • Filippo Cicconetti, Vita di Salvatore Betti, Roma 1883.
  • Giosuè Carducci, Ceneri e faville, in Opere, XI, Bologna 1902, pp. 247 - 254.
  • Giuseppe Pitrè, Nuovi Profili biografici di contemporanei italiani, Palermo 1868, p. 9.
  • Olga Majolo Molinari, La stampa periodica romana dell'Ottocento, I, Roma 1963, pp. XXIII, LXXVII, 436.
  • Piero Treves, Lo studio dell'antichità classica nell'Ottocento, Milano-Napoli 1962, pp. 539 - 558.
  • Quirino Leoni, Salvatore Betti. Commemorazione letta nell'aula dell'insigne Accademia di S. Luca il giorno 3 dicembre 1882, Roma 1882.
  • Renato Barbiera, Un italiano della parola: Salvatore Betti, in Immortali e dimenticati, Milano 1901, pp. 227 - 240.
  • Umberto Valente, Salvatore Betti in una corrispondenza epistolare con G. B. Giuliani, in Fanfulla della Domenica, 9 luglio 1911.
  • Vincenzo Monti, Epistolario, a cura di Alfonso Bertoldi, IV, Firenze 1929, p. 159.
  • Vittorio Amedeo Arullani, Salvatore Betti, in Fanfulla della Domenica, 22 ottobre 1905.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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