Salario minimo

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Nel diritto del lavoro il salario minimo è la più bassa remunerazione o paga oraria, giornaliera o mensile che in taluni stati i datori di lavoro devono per legge corrispondere ai propri lavoratori dipendenti ovvero impiegati e operai.

Anche se le leggi sul salario minimo sono in vigore in molte nazioni, esistono differenti opinioni sui vantaggi e gli svantaggi sul fissare un salario minimo. I sostenitori del salario minimo affermano che esso aumenta il tenore di vita dei lavoratori, riduce la povertà, ridurrebbe le disuguaglianze, aumenterebbe il benessere lavorativo e costringerebbe le aziende ad essere più efficienti[1]. Viceversa, gli oppositori del salario minimo lamentano il fatto che esso aumenti la povertà e la disoccupazione (in particolare tra i lavoratori non qualificati o senza esperienza) ed è dannoso per le imprese[2][3][4].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Introdotte per la prima volta in Nuova Zelanda (1894)[5], Australia (1896) e Regno Unito (1909)[6], le leggi sul salario minimo sono state poi introdotte in molti altri Paesi del mondo nel corso degli anni (tra cui negli Stati Uniti nel 1938), e sono oggi in vigore in molti Stati: nel 90% degli stati è previsto il salario minimo previsto per legge o dalla contrattazione collettiva. Nell'Unione Europea 22 stati su 28 hanno leggi sul salario minimo, mentre i restanti sei paesi (Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia) demandano l'individuazione della paga-base alla contrattazione collettiva dei vari settori.

Aspetti economici[modifica | modifica wikitesto]

La moderna teoria economica ritiene che fissare un salario minimo troppo alto può aumentare la disoccupazione poiché il prezzo del lavoro è superiore alla domanda; tuttavia un salario minimo ragionevole migliora la crescita economica perché i lavoratori con poco potere contrattuale e il mercato del lavoro sono persistentemente monopsonistici. Quando i lavoratori più poveri hanno più liquidità da spendere, si stimola più efficacemente la domanda aggregata di beni e servizi[7][8][9]

Un primo argomento sostiene che in un libero mercato qualsiasi limitazione introdotta da soggetti esterni (una legge dello Stato) da lato della domanda e/o dell'offerta sia ai prezzi che alle quantità (quote) di vendita e produzione, porta a un'area di mancato incontro tra domanda e offerta, quindi un equilibrio peggiore del mercato libero.

L'introduzione di un salario minimo limita il funzionamento del mercato del lavoro, creando un gap tra lavoratori disponibili e richiesti, vale a dire disoccupazione. Argomento in senso opposto è la constatazione pratica che nessun mercato del lavoro libero e totalmente deregolamentato ha mai raggiunto l'obiettivo teorico della piena occupazione.

Il ragionamento di un mercato libero ed efficiente vale in ipotesi non realistiche né verosimili di razionalità perfetta, perfetta simmetria informativa, non-sazietà delle preferenze. L'assenza di un salario minimo e paghe troppe basse, incoraggiano i lavoratori a partecipare alla forza lavoro. Nel mercato reale, esistono delle soglie critiche, quantità massime di lavoro o prezzi minimi al di sotto dei quali l'offerta si nega all'incontro con la domanda, ad eccezione di una fascia di lavoratori più indigente e meno abbiente, molto ridotta in un Paese industrializzato, che è perfettamente anelastica rispetto alla quantità e al prezzo.

Redistribuzione del reddito disponibile e domanda interna[modifica | modifica wikitesto]

In condizioni di razionalità anche perfetta, rimosso il solo assioma di non-saturabilità delle preferenze, la domanda interna è una variabile non-indipendente dall'indice di concentrazione del PIL, e da un salario minimo più alto che lo influenza direttamente: a parità di PIL, è prevedibile una maggiore propensione al risparmio in chi già detiene una ricchezza che eccede ogni livello desiderabile di consumi ed era già impiegata in risparmi e investimenti, mentre è più probabile una complementare e maggiore propensione al consumo nel cittadino con reddito medio che ha fatto ricorso ai debiti (risparmio negativo) per una soddisfazione parziale delle sue preferenze di consumo.

La questione cambia radicalmente se non si considera la domanda interna un dato invariabile, e si valuta che un salario medio più alto (cioè una ricchezza più distribuita) genera maggiori consumi e domanda interna, di una ricchezza concentrata nelle mani di pochi attori economici. L'aumento dei posti di lavoro indotto dallo stimolo ai consumi e della domanda interna tramite retribuzioni più alte e concentrate nel segmento di reddito meno abbiente, con bisogni primari ancora da soddisfare, più che proporzionalmente compesan i posti persi per il salario minimo.

Sussidi e disoccupazione a causa del salario minimo[modifica | modifica wikitesto]

La perdita di posti di lavoro diventa un aspetto sociale irrilevante, quando insieme al salario minimo si istituisce insieme un sussidio di disoccupazione.

L'onere a carico dei datori viene attenuato da una politica fiscale redistributiva, che, sempre nell'ambito costo del lavoro, tassa progressivamente i redditi di lavoro più alti per finanziare minori tasse e contributi a chi percepisce salari minimi.

Se poi si istituisce il solo sussidio, senza salario minimo, gli effetti di deviazione dall'equilibrio stabile e migliore possibile del mercato libero, non sussistono: se invece di intervenire dal lato della offerta con l'imposizione di un salario minimo per legge, si interviene dal lato della domanda di lavoro istituendo un sussidio di disoccupazione, che avrebbe effetti similari, portando i lavoratori a rifiutare le offerte di lavoro pagate meno del sussidio stesso.

Inoltre, sarebbe uno stimolo ai consumi e alla domanda interna in quanto i lavoratori difficilmente accetterebbero un impiego con una paga di poco superiore al salario minimo garantito ai disoccupati, obbligando le imprese ad elevare il livello medio delle retribuzioni.

Il salario minimo emersione sarebbe un incentivo al lavoro nero e al reato di caporalato. Tuttavia, lasciando aree grigie prive di questa tutela, la regolarizzazione potrebbe avvenire con contratti a progetto o simili che non fanno riferimento ad alcun contratto nazionale, con relativa paga base, e dunque lasciano completamente libera la determinazione della paga oraria, e potenzialmente uguale a quella del precedente lavoro sommerso.

Entità del salario minimo[modifica | modifica wikitesto]

Un'altra corrente sostiene che l'offerta di lavoro resterebbe comunque positivamente elastica rispetto a un aumento medio dei prezzi per ora lavorata, se:

  • il salario minimo orario è fissato ad un livello inferiore al costo e alla redditività medie dell'ora lavorata per le imprese;
  • i costi variabili non evitabili e i costi fissi di mancato utilizzo di risorse e impianti sono elevati.

Iln Germania il salario è differenziato per regione settore in base alla produttività del lavoro. In Francia il salario ai livelli minimi è integrato da una forte decontribuzione favore dei datori in modo da riportare il costo del lavoro netto nella media precedente la riforma.

Per essere sostenibile da Stato e imprese, il salario minimo legale (reale, corretto del potere di acquisto del Paese) dovrebbe essere proporzionato alla produttività del lavoro (misurata in PIL /ora lavorata pro-capite).
L'Italia ha un pil/ora di 50.1 dollari, simile ad Australia (53,30 dollari pp/h), Spagna (50,60) e Canada (49,10), che in euro si traduce con un livello di salario minimo fra i 6 e i 7 euro l'ora.
Il salario minimo si mostra chiaramente come un fattore di redistribuzione dei guadagni di produttività, legati al fattore lavoro o agli investimenti di capitale in una migliore progettazione di tecnologia e organizzazione di impresa.

In particolare, alcuni critici, non appartenenti ai gruppi sociali sui quali si esprimono, sostengono che i gruppi sociali più emarginati (minoranze, immigrati, fasce più povere) vengano penalizzati da tale meccanismo: dovendo pagare lo stesso salario, i datori di lavoro preferiscono assumere i lavoratori più esperti e istruiti. Per esempio, Walter E. Williams (professore di economia alla George Mason University) sostiene che il salario minimo sia una delle principali cause della disoccupazione degli afroamericani negli Stati Uniti e che sia stato usato durante l'apartheid in Sud Africa per favorire l'assunzione dei bianchi[10].

Le legislazioni dei Paesi UE e fuori dell'Unione comunque sanciscono il principio per il quale debba esistere una paga oraria minima dei lavoratori, sebbene fissata e delegata con criteri diversi, direttamente dallo Stato o con una periodica contrattazione sindacato-imprenditori. La legge sul salario minimo opera una distinzione per età o per anzianità professionale, ma non per professione o settore merceologico di appartenenza. Dove non c'è un intervento dello Stato, la decisione è delegata alla contrattazione sindacale, ma la legge impone che ogni contratto di lavoro riferisca ad un contratto nazionale, e quindi al salario minimo in esso previsto.

I favorevoli ritengono che la dignità del lavoratore e della persona non possano essere posti in secondo piano rispetto alle esigenze Statali di bilancio e di emersione del sommerso (ovvero delle tasse evase, in questo caso quelle del lavoro nero), e che comunque il salario minimo, se fissato ad un opportuno livello prossimo ai minimi dei prezzi correnti di mercato, non generi certamente di un aggravio per la libera impresa.

Rivalutazione periodica e inflazione[modifica | modifica wikitesto]

Le legislazioni sul salario minimo, nei diversi Paesi, prevedono una rivalutazione periodica delle paghe minime, alla luce della produttività, del PIL, dell'Indice dei prezzi al consumo e dell'andamento generale dell'economia. La rivalutazione mantiene il potere di acquisto dei salari nel tempo.

Rispetto alle legge sulla Scala mobile, abolita nel 1992 in Italia, le rivalutazioni non sono degli automatismi: la scala mobile prevedeva una formula di calcolo che indicizzava la paga base all'inflazione, e variava di conseguenza. La rivalutazione dei salari minimi segue non una discussione politica, che tiene conto di dati oggettivi.

Sospetta di alimentare l'inflazione dei prezzi al consumo, la rivalutazione è stata riportata al 75% del tasso di inflazione programmata (non quella effettiva, in genere sottostimata), rispetto all'anno precedente.

Il salario minimo in Italia e nel Mondo[modifica | modifica wikitesto]

Salario minimo in alcuni paesi sviluppati (2013) in dollari USA[11]

Unione Europea[modifica | modifica wikitesto]

Non esiste una legislazione uniforme in materia di salario minimo all'interno dell'Unione Europea. La maggior parte degli stati adotta un salario minimo, mentre altri Stati (Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria, Cipro ed Italia) non hanno un salario minimo imposto per legge, ma delegano alla contrattazione fra le parti sociali tale decisione[12].

In varie Costituzioni, fra le quali in quella italiana, è sancito il diritto ad una equa retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto.

La Direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei mercati europei è stata emendata nel 2006, sottraendo al principio dell'Home country control diversi aspetti, fra i quali il salario minimo. Il lavoratore straniero ha diritto al salario minimo previsto dalle leggi del Paese nel quale lavora, in modo indipendente dal proprio Paese di origine e da quello dove ha sede legale il datore di lavoro.

La Direttiva 96/71/CE regolamenta le tutele dei lavoratori distaccati per una prestazione di servizi transnazionali. A questi si applica il trattamento retributivo, ricavabile da leggi e contratti collettivi di lavoro, più favorevole (art. 3.7) fra quello dello Stato di origine, dove ha sede legale il datore di lavoro, e lo Stato membro in cui ha luogo la prestazione lavorativa.
Dello Stato in cui ha luogo la prestazione, tuttavia, si possono applicare solamente i contratti collettivi aventi efficacia erga omnes, sia nell'intero territorio nazionale dello Stato membro ospitante che all'intero settore cui la prestazione è riferibile (in particolare sia pubblico che privato)[13]. La contrattazione decentrata territoriale o aziendale viene esclusa perché per un prestatore di servizi transnazionale avrebbe reso troppo onerosa e complessa la determinazione del salario minimo dei lavoratori, ovvero reso legittime clausole sociali locali e anticoncorrenziali che, per operare nel territorio, avrebbero obbligato i soggetti stranieri a concedere condizioni di lavoro più favorevoli di quelle cui sono tenute le imprese nazionali.

Situazioni nazionali[modifica | modifica wikitesto]

Al 2016, sono 23 su 28 i paesi dell'Unione Europea che lo hanno adottato o lo adotteranno[14], di importo molto variabile anche in relazione al costo della vita locale.

L'Eurostat rileva i salari medi mensili ogni sei mesi[15]: a gennaio 2016, dieci Stati europei avevano un salario minimo sotto i 500 euro: Bulgaria, Romania, Lituania, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Slovacchia ed Estonia. In cinque Paesi lo stipendio mensile minimo è compreso tra 500 e 1000 euro: Portogallo, Grecia, Malta, Spagna e Slovenia. In altri sette Stati, si sale sopra i 1000: Regno Unito, Francia, Irlanda, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Per comparazione, la rilevazione Eurostat include anche la Turchia e gli Stati Uniti[16] (si veda l'istogramma riprodotto nella Figura 1 del già citato articolo di Andrea Garnero su Lavoce.info[17])

In Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia non esiste, invece, previsione legislativa per un salario minimo: la determinazione dei minimi retributivi viene affidata alla competenza negoziale di settore.[17]

Il Belgio, invece, si differenzia dagli altri per il suo sistema "sistema duale", in cui la contrattazione di settore si aggiunge alla determinazione statale del salario minimo.[17]

L'ultimo paese europeo ad aver introdotto il salario minimo è stata la Germania (dal 1º gennaio 2015).

Paese Salario minimo mensile
nel 2016
(valuta: euro)
note
Albania Albania 155,71
Austria Austria - affidato alla contrattazione collettiva
Belgio Belgio 1.501,82 in aggiunta alla contrattazione collettiva
Bulgaria Bulgaria 214,75
Cipro Cipro - affidato alla contrattazione collettiva
Croazia Croazia 408,39
Danimarca Danimarca - affidato alla contrattazione collettiva
Estonia Estonia 430,00
Finlandia Finlandia - affidato alla contrattazione collettiva
Francia Francia 1.466,62
Germania Germania 1.473,00
Grecia Grecia 683,76
Irlanda Irlanda 1.546,35
Islanda Islanda -
Italia Italia - affidato alla contrattazione collettiva
Lettonia Lettonia 370,00
Lituania Lituania 350,00
Lussemburgo Lussemburgo 1.922,96
Macedonia Macedonia - dati non disponibili
Malta Malta 728,04
Montenegro Montenegro 288,05 (aggiornato al 2015)
Norvegia Norvegia - non applicabile
Paesi Bassi Paesi Bassi 1.507,80
Polonia Polonia 431,24
Portogallo Portogallo 618,33
Regno Unito Regno Unito 1.529,03
Rep. Ceca Rep. Ceca 366,30
Romania Romania 233,16
Serbia Serbia 233,57
Slovacchia Slovacchia 405,00
Slovenia Slovenia 790,73 (aggiornato al 2015)
Spagna Spagna 764,40
Svezia Svezia - affidato alla contrattazione collettiva
Svizzera Svizzera - non applicabile
Ungheria Ungheria 353,05
Turchia Turchia 517,92
Stati Uniti Stati Uniti 1.155,35
fonte: (EN) Monthly minimum wages - bi-annual data, Eurostat. URL consultato l'11 febbraio 2016.

Italia[modifica | modifica wikitesto]

In Italia esistono pensioni minime, mentre un livello di salari minimi non è previsto da leggi nazionali, ma dalla contrattazione fra le parti sociali. Non è tuttavia obbligatoria la stipula di contratti collettivi, esistono imprese o tipologie di contratti di lavoro individuali cui non è applicabile nessun contratto collettivo, e quindi nessuna forma di salario minimo.

Gli stage e i contratti a progetto non fanno riferimento ad alcun contratto nazionale di lavoro e ad un livello di inquadramento con il relativo salario base: i rapporti di lavoro regolati da queste tipologie contrattuali non prevedono alcun salario minimo.

Previsto nel Jobs Act, il salario minimo è rimasto escluso dai decreti attuativi. L'articolo 1, comma 7, lettera g) della legge delega n. 183/2014Legge 10 dicembre 2014, n. 183, articolo 1, in materia di "Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell'attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro.", infatti, ha previsto l'introduzione di un "compenso orario minimo" che andrebbe a coprire soltanto i settori non coperti da contrattazione collettiva. L'Italia prevede quindi un sistema duale, sul modello del Belgio (caso unico in Europa, che ha la coesistenza di contratti collettivi nazionali di settore vincolanti, e di un salario minimo legale che non è derogabile dai contratti e tutela quanti non sono coperti da un contratto nazionale di riferimento.
Tuttavia, la norma non prevede che il salario minimo legale non possa e non debba essere usato in modo alternativo o concorrente al salario minimo contrattuale, derogabile in peius, nè che in caso di dubbi interpretativi il CCNL nazionale resti il riferimento primo e prevalente rispetto alle legge sul salario minimo. La legge non vieta di applicare il salario per legge quando questo risulti inferiore a quello (meno favorevole) tra i CCNL di lavoro applicabili (e non sottoscritti) per il tipo di attività svolta dal datore: il datore ha facoltà di lasciare la propria organizzazione datoriale di rappresentanza, ovvero di smettere di applicare i contratti collettivi, in particolare nazionali.
In caso di mancato rinnovo del CCNL nazionale, vige l'ultrattività dell'intero contratto (prevista e sottoscirtta dalle parti nei CCNL), a "tempo indeterminato" fino al scuccessivo eventuale (e probabile) rinnovo, sia per la parte normativa che per quella retributiva-obbligatoria. In caso di recesso unilaterale dei datori, la vigenza della parte retributiva necessiterebbe di un chiarimento in merito da parte della giurisprudenza. La norma non conferma quindi la consolidata e pluriennale giurisprudenza che deriva dall'art. 36 della Costituzione il riferimento al CCNL nazionale per la quantificazione dei minimi retributivi, cui fanno riferimento i giudici del lavoro.

Se il salario minimo è una protezione economica per quanti sono sprovvisti di un contratto di lavoro applicabile, i minimi tabellari previsti dai contratti collettivi sono generalmente più alti delle norme europee sul salario minimo, col rischio di un livellamento delle retribuzioni medie verso il basso. Ciò sarebbe in contrasto con l'art. 36 della Costituzione, che afferma all'art. 36 della Costituzione italiana, che afferma che Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Essendo il salario universale imposto per legge ed una consolidata prassi dell'Unione Europea -anche se non ancora resa cogente da direttive in merito-, mentre i contratti collettivi di categoria non sono altrettanto diffusi in Europa e non sono convertiti in legge ordinaria in Italia, si teme che i giudici del lavoro abbandonino la prassi decennale (non consolidata da alcuna legge) di applicare i minimi tabellari dei contratti collettivi, in favore del salario minimo che assume maggiore rilevanza per la sua portata universale e per il rango di legge ordinaria.

Ciò può essere evitato se la legge impone ad ogni impresa di adottare un contratto collettivo e l'obbligo di contrarlo con le organizzazioni sindacali, lasciando fuori dai CCNL soltanto le tipologie di contratto di lavoro individuale non dipendente che per loro natura non sono riferibili a un CCNL (co.coc.co, co.co. pro, associazione in partecipazione ecc), e che non hanno alcuna tutela legale in termini di salario minimo.

In Italia, non c'è un'individuazione del salario minimo, né da parte di una legge dedicata, né di una norma che deleghi questo compito alla contrattazione collettiva, dandone efficacia per tutti i lavoratori (la cosiddetta efficacia erga omnes della contrattazione collettiva, pur prevista dalla Costituzione italiana, non ha mai ricevuto attuazione legislativa nell'ordinamento dell'Italia repubblicana per il mancato realizzarsi di una volontà politica). Più in generale, in Italia non esiste una forma di protezione sociale "non a termine" per le fasce sociali che vivono al di sotto della soglia di povertà. Dopo un certo periodo di copertura tramite gli ammortizzatori sociali, queste persone e famiglie non hanno nessun sostegno. Una delle poche eccezioni è il reddito di cittadinanza, introdotto in alcune regioni.

In assenza di una legge sul salario minimo o sulla scala mobile, periodicamente rivalutate, la normale contrattazione collettiva fra sindacato e imprenditori sul livello di paga base assume un'importanza maggiore e dei margini di manovra più alti, costituendo una sorta di modello alternativo.

Le richieste di aumenti retributivi sono la più frequente causa di scioperi, e un importante fattore nel tasso di sindacalizzazione. Come nelle altre associazioni, il numero delle quote di iscrizione rappresenta una delle principali entrate economiche e fonti di potere contrattuale del sindacato.

La norma tutela in questo modo la libertà di associazione sindacale dei lavoratori e l'autonomia dei sindacati che possono non sottoscrivere l'accordo, senza il prevalere di un principio di maggioranza e della volontà di quelli più rappresentativi. Una giurisprudenza consolidata ritiene però che i minimi tabellari debbano applicarsi comunque a tutti i lavoratori di categoria, iscritti o meno al sindacato.

La concertazione fissa fino ad oggi le regole del salario minimo, in virtù di questo orientamento giuslavoristico, ma manca un riconoscimento di questa prassi da parte di una legge ordinaria.

Tuttavia, in Italia un contratto collettivo di lavoro (nazionale o locale) da applicare nei contratti di lavoro individuali:

  • non è obbligatorio: l'imprenditore può non applicare nessun CCNL ovvero un contratto aziendale creato ad hoc al limite per una singola unità produttiva senza riferimenti a contratti collettivi ("caso Pomigliano", relativo alle vicende dello Stabilimento FIAT di Pomigliano d'Arco);
  • non è necessario il consenso del sindacato, e quindi può essere una scelta unilaterale dell'impresa;
  • la scelta non è univoca perché gli ambiti di applicazione dei contratti collettivi talora si sovrappongono e il datore può scegliere lo strumento contrattuale ritenuto più conveniente o più adatto;
  • due unità produttive della stessa impresa possono avere contratti collettivi diversi.

In questo modo, una parte di lavoratori dipendenti non può non essere tutelata da un contratto collettivo e restare priva di salario minimo. Ciò nonostante, il 13 per cento dei lavoratori italiani percepisce salari al di sotto dei minimi contrattuali: si tratta di un "record negativo", che l'Italia "si aggiudica con molte lunghezze di vantaggio".[17]

Germania[modifica | modifica wikitesto]

In Germania, fino al 31 dicembre 2014, non era prevista alcuna misura in tal senso, anche se andava coagulandosi un crescente consenso sulla sua introduzione, per lo meno limitata ad alcuni settori.[17] Storicamente la Germania ha avuto una scarsa diffusione dei contratti collettivi nazionali, a favore della contrattazione aziendale decentrata: se da un lato i contratti collettivi nazionali possono rappresentare un ostacolo all'approvazione di un salario minimo per legge, in Germania si presentava il problema opposto di imporre una regola comune a livello nazionale su una materia così importante. Questo consenso diffuso si è trasformato in norma legislativa nel 2014, quando il parlamento tedesco, con amplissima maggioranza (535 voti favorevoli su 601) nell'ambito dell'attuazione degli accordi politici di Große Koalition, ha votato l'introduzione del salario minimo, a partire dal 2015, con la misura iniziale di 8,50 euro all'ora[18]. Il salario minimo era previsto dal programma elettorale del Partito Socialdemocratico, come condizione necessaria per il sostegno al Governo Merkel.

Per quanto riguarda gli effetti economici dell'introduzione della norma sul reddito minimo in Germania nel mese di gennaio 2015, i recenti sviluppi hanno dimostrato che l'aumento temuto della disoccupazione non si è materializzato; tuttavia, in alcuni settori e regioni del paese economiche, si è riscontrata una diminuzione delle opportunità e dei posti di lavoro dei lavoratori temporanei e part-time, mentre alcuni lavori a basso salario sono scomparsi del tutto[19]. A causa di questo sviluppo complessivamente positivo, la Deutsche Bundesbank ha rivisto la sua opinione negativa iniziale, accertato che "l'impatto dell'introduzione del salario minimo sul volume totale del lavoro sembra essere molto limitato nel presente ciclo economico"[20].

Francia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Salaire minimum interprofessionnel de croissance.

In Francia l'introduzione del salario minimo (Salaire minimum interprofessionnel de croissance, meglio noto come SMIC) è avvenuta con legge parlamentare nel 1950. La legislazione francese, frutto di varie modifiche nel corso degli anni, prevede che lo SMIC sia ricalcolato ogni anno secondo un meccanismo basato sul potere d'acquisto e altri fattori. Dal 1º gennaio 2016 lo SMIC è di 9,67 euro lordi all'ora; ovvero per un lavoro a tempo pieno (35 ore alla settimana), 1.466,62 euro lordi mensili[21], e circa 1.141,61 euro netti.

Spagna[modifica | modifica wikitesto]

Il salario minimo è espresso in termini di unità monetarie per ora, può essere aumentato dalla contrattazione fra imprenditori e associazioni di categoria per settore di appartenenza, e il lavoratore può essere pagato al di sotto se si tratta di particolari contratti di formazione. Ammontare condizioni relative al salario minimo sono disciplinate nello Statuto dei Lavoratori spagnolo, del 1970 e sono:

  • 2004: 15,35 /giorno, 460,5 €/mese ovvero 6447 €/anno (con 14 mensilità)
  • 2005: 17,10 €/giorno, 513 €/mese ovvero 7182 €/anno
  • 2006: 18,03 €/giorno, 540,9 €/mese ovvero 7.572,6 €/anno
  • 2007: 19,02 €/giorno, 570,6 €/mese ovvero 7.988,4 €/anno

È rivalutato ogni anno in base al valore dell'indice dei prezzi al consumo, della produttività nazionale e della situazione economica generale. Può essere rivisto semestralmente se l'inflazione reale è al di sopra dei valori previsti.

Brasile[modifica | modifica wikitesto]

In Brasile, il salario minimo fu introdotto dal presidente Getúlio Vargas con decreto legge nº 2162 del 1º maggio 1940. La nuova Costituzione del Brasile, del 1988, (Capitolo II dei Diritti Sociali, art.6) stabilisce il diritto di ogni lavoratore ad un salario minimo in grado di provvedere ai fabbisogni propri e della famiglia in termini di educazione, salute, sussistenza alimentare, trasporti, previdenza sociale, vestiario e igiene personale.

Al 1º gennaio 2016 il salario minimo mensile è di R$ 880,00 per lavoro ordinario a 40 ore per settimana[22].

Svizzera[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 giugno 2015, il Canton Ticino ha votato un referendum per inserire in Costituzione un salario minimo legale di 3.400 euro al mese. Il referendum è passato col voto favorevole del 54.7% di quanti si sono recati alle urne. La norma si applica anche ai lavoratori transfrontalieri, e prevede una differenza di salario per mansione e settore economico, mentre non si applica a quel 40% di lavoratori che già sono tutelati da un contratto collettivo.

Australia[modifica | modifica wikitesto]

In Australia, il 14 dicembre 2005, è stata istituita una commissione permanente con l'incarico di adeguare il salario minimo federale, che attualmente ammonta a 13, 47 dollari australiani per un'ora di lavoro, oppure a 569,90 dollari australiani per una settimana. AGGIORNAMENTO: http://www.fairwork.gov.au/pay/national-minimum-wage/Pages/default.aspx

Stati Uniti e Regno Unito[modifica | modifica wikitesto]

Negli Stati Uniti, il salario minimo ammonta a 7,25 dollari americani per un'ora di lavoro, con variazioni possibili da parte di singoli Stati dell'Unione, mentre nel Regno Unito la paga è di 6,08 sterline per i lavoratori che hanno compiuto i 22 anni di età.

Il National Minimum Wage Act è stato uno dei temi ricorrenti del partito laburista inglese durante la campagna elettorale del 1997, ed è diventato legge il primo aprile del 1999.

Prima di questa data non esisteva alcun salario minimo nazionale sebbene esistesse una varietà di sistemi di controllo dei salari, solitamente focalizzata su specifici settori industriali. Una delle ragioni per la presa di posizione del partito laburista è stato il declino del potere contrattuale e del numero di iscritti alle organizzazioni sindacali negli ultimi decenni, oltre a dover garantire e diritti tutele minime nei settori, specialmente dei servizi, dove è molto più bassa la sindacalizzazione dei lavoratori.

Al primo ottobre 2007 risultavano in vigore i seguenti salari minimi:

  • 5,52 sterline per i lavoratori che hanno più di 22 anni;
  • 4,60 sterline per un'ora di lavoro, per chi ha fra i 18 e 21 anni di età;
  • 3,40 sterline per i minori di 18 anni che non hanno terminato la scuola dell'obbligo;
  • Nessun salario minimo per quanti non hanno ancora terminato la scuola dell'obbligo (che finisce tra i 15 e i 16 anni).

I salari minimi sono stati emendati nell'ottobre 2013 come segue:

  • 6,31 sterline per i lavoratori che hanno più di 21 anni;
  • 5,03 sterline per un'ora di lavoro, per chi ha fra i 18 e 20 anni di età;
  • 3,72 sterline per i giovani di 16-17 anni.
  • 2,68 sterline è il salario orario minimo introdotto per gli apprendistati. Si applica agli apprendisti under 19 e per il primo anno di apprendistato per gli over 19.

Il salario minimo è applicato anche a dipendenti delle agenzie di lavoro interinali, e a quanti praticano il telelavoro. Ne sono esclusi i volontari e i detenuti nelle carceri.

Elusione delle normative nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Robert Nielsen, The Advantage Of The Minimum Wage, Robertnielsen21.wordpress.com, 30 marzo 2013.
  2. ^ David Neumark e William L. Wascher, Minimum Wages, digitalcommons.ilr.cornell.edu.
  3. ^ The Young and the Jobless, The Wall Street Journal, 3 ottobre 2009. URL consultato l'11 gennaio 2014.
  4. ^ autoreJohn Black, Oxford Dictionary of Economics, Oxford University Press, 18 settembre 2003, p. 300, ISBN 978-0-19-860767-0.
  5. ^ Cfr. Industrial Conciliation and Arbitration Act 1894
  6. ^ Cfr. Trade Boards Act 1909
  7. ^ DE Card e AB Krueger, Myth and Measurement: The New Economics of the Minimum Wage, 1995.
  8. ^ S. Machin e A. Manning, Minimum wages and economic outcomes in Europe, in 41 European Economic Review, 1997, p. 733.
  9. ^ Timothy Tregarthen e Libby Rittenberg, Economics, 2ª ed., New York, Worth Publishers, 1999, p. 290, ISBN 978-1-57259-418-0. URL consultato il 21 giugno 2014.
  10. ^ Minimum-wage laws are cruel, racist job-killers
  11. ^ OECD Statistics (GDP, unemployment, income, population, labour, education, trade, finance, prices...), Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. URL consultato il 29 marzo 2013.
  12. ^ Tabella Eurostat sui salari minimi in Europa.
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