Prodotto interno lordo

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Il PIL (o prodotto interno lordo) misura il valore di mercato di tutte le merci finite e di tutti i servizi prodotti nei confini di una nazione in un dato periodo di tempo.[1][2] La nozione di prodotto è riferita quindi ai beni e servizi che hanno una valorizzazione in un processo di scambio[3].

Il termine interno indica che tale variabile comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese; sono dunque esclusi i beni e servizi prodotti dagli operatori nazionali, imprese e lavoratori all’estero, mentre sono inclusi i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese. Sono escluse dal PIL anche le prestazioni a titolo gratuito o l’autoconsumo.[3]

Il termine lordo indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti, ovvero al naturale deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (prodotto interno netto).

Il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare il benessere di una collettività nazionale e il suo livello di sviluppo o progresso.

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

Il PIL (prodotto interno lordo) può essere considerato come:

  • la produzione,[4][5] totale di beni e servizi dell'economia, diminuita dei consumi intermedi ed aumentata delle imposte nette sui prodotti (aggiunte in quanto componenti del prezzo finale pagato dagli acquirenti); tale ammontare è pari alla somma dei valori aggiunti a prezzi base delle varie branche di attività economica,[6][7] aumentata delle imposte sui prodotti (IVA, imposte di fabbricazione, imposte sulle importazioni) e al netto dei contributi ai prodotti (contributi agli olivicultori, alle aziende comunali di trasporto, ecc.); il PIL è, infatti, il saldo del conto della produzione;
  • il valore totale della spesa fatta dalle famiglie per i consumi e dalle imprese per gli investimenti; vale infatti l'identità keynesiana , dove è il PIL, sono i consumi finali, è la spesa dello Stato, gli investimenti privati, le esportazioni e le importazioni; l'identità vale in quanto la quota del prodotto destinata alla vendita, ma non effettivamente venduta si traduce in un aumento delle scorte, che sono una componente degli investimenti;
  • la somma dei redditi dei lavoratori e dei profitti delle imprese; nell'attività produttiva si sopportano, infatti, costi per l'acquisto di beni e servizi da consumare o trasformare (i consumi intermedi) e costi per la remunerazione dei fattori produttivi lavoro e capitale; la produzione al netto dei consumi intermedi coincide quindi con la somma delle retribuzioni dei fattori.

Il PIL è detto interno in quanto comprende il valore dei beni e servizi prodotti all'interno di un paese (indipendentemente dalla nazionalità di chi li produce). Più precisamente (vedi anche il Sistema europeo dei conti nazionali e regionali), si considera la produzione di beni e servizi:

  • effettuata da operatori residenti, ovvero da operatori che hanno sul territorio dello Stato il centro dei loro interessi, o che compiono operazioni economiche e finanziarie sul territorio dello Stato per un periodo di tempo di almeno un anno;
  • nel territorio economico dello Stato, che coincide con il territorio politico-amministrativo a meno delle seguenti eccezioni:
    • vengono compresi:
      • le sedi all'estero di ambasciate, consolati e basi militari;
      • le navi, gli aerei e le piattaforme galleggianti appartenenti a residenti;
      • i giacimenti situati in acque internazionali e sfruttati da residenti;
    • vengono escluse le zone franche extra-territoriali concesse come sedi di ambasciate, consolati e corpi militari di altri paesi;
    • viene convenzionalmente compreso il personale di organismi internazionali, quali la FAO, che gode dell'extraterritorialità.

Nel Sistema europeo dei conti nazionali e regionali si passa dal Conto della produzione al Conto della generazione dei redditi primari e al Conto dell'attribuzione dei redditi primari. Il saldo del primo è il risultato lordo di gestione (PIL meno redditi da lavoro dipendente dei residenti e meno imposte nette sui prodotti e sulla produzione), nel secondo si aggiungono al risultato lordo di gestione, tra l'altro:

  • i redditi da lavoro dipendente, questa volta aggiungendo i redditi di lavoratori dello Stato all'estero e sottraendo i redditi percepiti nello Stato da lavoratori stranieri;
  • i redditi da capitale netti dall'estero: i redditi da capitale (interessi, dividendi, fitti di terreni, ecc.) spettanti a residenti, al netto di quelli spettanti a non residenti.

Si ottiene così il reddito nazionale lordo.

Il PIL è detto lordo perché è al lordo degli ammortamenti (per ammortamento si intende il procedimento con il quale si distribuiscono su più esercizi i costi di beni a utilità pluriennale, che possono essere di diversa natura).

È una misura basilare usata in macroeconomia.

A partire dal PIL è definibile il reddito pro-capite, pari al rapporto tra il PIL e la popolazione nazionale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto di PIL similare all'attuale fu espresso in modo completo dall'economista Adam Smith nella sua più celebre opera La Ricchezza delle Nazioni. Egli infatti ritiene che il capitale possa essere di due specie: circolante e fisso.

Il capitale circolante si caratterizza dal fatto che genera un profitto per chi lo possiede solo nel momento in cui il proprietario stesso lo cede e quindi se ne separa.

Il capitale fisso, invece, genera profitto semplicemente dal suo possesso.

Smith fa degli esempi per chiarire le sue posizioni. Ponendo caso vi sia un contadino che possiede del bestiame da lavoro. Il valore o prezzo del bestiame da lavoro costituisce un capitale fisso, infatti finché si possiede il bestiame si può trarne profitto, il prezzo del mantenimento invece è capitale circolante, la carne ad esempio che viene utilizzata per cibare il bestiame è utile solo nel momento in cui il proprietario decide di privarsene per darla ai suoi animali. Da notare che se invece il bestiame fosse posseduto da un mercante che lo vende, esso sarebbe da considerarsi come merce, e quindi come capitale circolante, solo separandosene il proprietario avrà un profitto. Un esempio ancora più attuale sempre di Smith può essere quello di una macchina agricola; il prezzo di esse è infatti capitale fisso, mentre il prezzo del mantenimento capitale circolante.

Dopo aver fatto questa distinzione Smith spiega che la società(e l'individuo)divide il capitale in tre quote:

  1. la prima è quella destinata all'immediato consumo che ha la caratteristica di non dare reddito, come ad esempio cibo, vestiti, mobili, ecc.;
  2. la seconda è destinata al capitale circolante e quindi al suo mantenimento, Smith inserisce in questa quota qualsiasi tipo di merce(comprese le scorte), anche quella incompiuta ancora da terminare, in mano a chiunque voglia venderla(quindi mercanti, negozianti, ecc.) per ricavarne un profitto e la moneta in quanto grazie ad essa tutti i beni circolano;
  3. la terza destinata al capitale fisso e quindi a tutto ciò che genera reddito o profitto senza circolare o cambiare proprietario, in essa rientrano le macchine da lavoro, gli immobili che lui definisce "da reddito" (come i negozi, magazzini botteghe) i quali procurano un reddito non solo al locatore ma anche al locatario (da qui la distinzione dalle case abitative che rientrano invece nella prima quota), tutte le migliorie al capitale fisso stesso (infatti queste migliorie vanno semplicemente ad accrescerne il valore, e tendenzialmente aumentare il profitto che genera), infine anche tutte le migliorie che vengono portate all'uomo, ovvero il valore o prezzo dei vari studi compiuti.

Smith ritiene quindi che il reddito lordo di una nazione sia costituito dall'insieme di tutto quello prodotto dal lavoro e dalla terra. Il reditto netto si trova invece sottraendo al reddito lordo le spese per il mantenimento del capitale fisso e circolante. Considerando quindi in poche parole reddito netto unicamente la parte di reddito destinata all'immediato consumo (ovvero ad oggi i consumi). Chiarisce però Smith che dalla sottrazione delle spese per il mantenimento del capitale fisso e circolante bisognerà escludere la parte per il mantenimento di tutto il capitale circolante che non è moneta. Infatti Smith osserva che la parte di capitale circolante che non va a finire nel capitale fisso, accrescendolo, mantenendolo o migliorandolo (seguendo l'esempio del bestiame, il mantenimento del bestiame è inizialmente sia per chi lo vende al contadino, sia per il contadino stesso, capitale circolante, nel momento in cui nutre il capitale fisso, ovvero il bestiame, entra a far parte di esso, mantenendolo), bensì finisce nella quota di immediato consumo (le vesti vendute da un mercante sono capitale circolante per il mercante, ma prima o poi verranno acquistate da qualcuno che utilizzerà il vestito semplicemente per indossarlo) e per questo costituisce reddito netto.

Invece la moneta è unicamente il mezzo attraverso il quale si scambiano i beni, e quindi non può essere conteggiata (sarebbe come conteggiare nel PIL, oltre alla macchina anche i soldi utilizzati per acquistarla). Adam Smith chiarisce anche che tutte le merci che rimangono invendute o le scorte possono essere anch'esse considerate parte del reddito netto; infatti, il loro valore è immediato consumo per chiunque le acquisterà in futuro, dunque Smith dà per scontato che ogni persona destinerà una quota del suo futuro reddito per l'immediato consumo e che la somma di tutte queste quote di ognuno sarà sufficiente ad acquistare tutte le merci rimaste invendute, e parte o tutte quelle dell'anno stesso. Quest'ultimo punto è uno di quelli che distanzia il concetto di PIL attuale da quello primordiale di Smith. Infatti ad oggi si considerano unicamente i consumi (almeno nel metodo più utilizzato per il calcolo del pil) e quindi non si tiene conto di tutte le merci invendute nei magazzini, che non vanno ad accrescere il PIL stesso. [8][9]

Metodi di calcolo del PIL[modifica | modifica wikitesto]

Il PIL può essere misurato sia dal lato degli acquirenti (domanda) sia da quello dei produttori (offerta);[10] inoltre, esso può essere calcolato facendo riferimento ai redditi che esso remunera distribuendo il ricavato della vendita. La misurazione del PIL dal lato della domanda esplicita le diverse componenti della spesa. Nel conto delle risorse e degli impieghi il PIL si ottiene sommando i consumi,gli investimenti fissi lordi e le esportazioni nette, ovvero le esportazioni meno le importazioni, tecnicamente chiamato saldo commerciale (NX). Le importazioni ovviamente sarebbero ininfluenti nel conteggio del pil, ma la necessità di sottrarle(diminuendo così le esportazioni totali) scaturisce dal fatto che all'interno dei consumi vi rientrano anche le importazioni, che appunto non possono far parte del PIL.Gli investimenti sono al lordo degli ammortamenti, ovvero includono la quota necessaria per conservare invariato lo stock di capitale a fine periodo; gli investimenti "netti" sono pari alla variazione dello stock di capitale dell’economia.

La misurazione del PIL dal lato dell’offerta consiste nel sommare l’apporto al PIL del Paese fornito da tutte le imprese. Il PIL è infatti pari alla somma del valore aggiunto delle diverse unità produttive e stima gli scambi ai prezzi di mercato, comprensivi quindi delle imposte sulla produzione e dell’IVA.

Infine, il PIL può essere calcolato come somma dei redditi da lavoro dipendente e del risultato lordo di gestione dell’economia, oltre alle imposte sulla produzione e all’IVA e al netto dei contributi alla produzione. Della misura del PIL devono far parte anche quelle parti di prodotto generate dall’economia sommersa. Tale quantità deve essere stimata e aggiunta a quella prodotta nel mercato regolare.

PIL nominale e PIL reale[modifica | modifica wikitesto]

Come ogni misurazione economica, il PIL può essere misurato in termini reali o termini nominali.

Misurare il PIL in termini nominali vuol dire misurarlo nel suo valore espresso in moneta attuale, esprimerlo in termini reali vuol dire depurarlo delle variazioni dei prezzi dei beni prodotti. Dividendo il PIL nominale per il PIL reale si ottiene un indice chiamato "deflatore del PIL". Il PIL reale, al contrario di quello nominale, può essere confrontato fra anni diversi.[11][12] Da notare che il deflatore del PIL misura la variazione dei prezzi di tutti i beni prodotti (siano essi beni di consumo o di investimento, siano essi consumati da residenti o esportati) ed è quindi diverso dal tasso di inflazione, che misura la variazione dei prezzi dei soli beni di consumo presenti sul mercato interno, compresi quelli importati.

Principali obiezioni al PIL e alternative[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto di PIL, e anche il modo di calcolarlo, si è perfezionato nel tempo a partire dalla sua nascita e, nel corso del tempo, il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare il benessere di una collettività nazionale. Ma non sono state risparmiate al PIL delle critiche, anche a partire da un'epoca in cui il concetto non era così noto e dominante.

« Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana... Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro istruzione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta »
(Robert Kennedy - Discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)
  • Il PIL tiene conto solamente delle transazioni in denaro, e trascura tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell'ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non-profit) ecc.[3]

* Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché entrano a farne parte, ad esempio, i danni provocati dai crimini (riciclaggio di denaro), dall'inquinamento, dalle catastrofi naturali, i costi ospedalieri per diagnosi e trattamento di patologie non legate all'invecchiamento e altrimenti evitabili. In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono: persino morire, con i servizi connessi ai funerali, fa crescere il PIL.[senza fonte]

  • Il PIL, come del resto tutti gli altri indicatori, non è strumento neutro ma è espressione del paradigma teorico da cui ha origine[13].

L'idea che il PIL sia un numero relativamente poco significativo è sempre più condivisa[senza fonte] ma mancano le alternative che hanno dimostrato di essere decisamente meno adatte del PIL a misurare il benessere di una società. Il dibattito in materia è intenso anche a livello istituzionale[senza fonte]. A titolo di esempio, il 19 e 20 novembre 2007 si è tenuta a Bruxelles la conferenza internazionale “Beyond GDP” (“Oltre il PIL”) organizzata dalla Commissione europea, dal Parlamento Europeo, dall'OCSE e dal WWF. La conferenza ha richiamato leader politici, rappresentanti di governo ed esponenti di istituzioni chiave come la Banca Mondiale e le Nazioni unite con l'obiettivo di chiarire quali possano essere gli indicatori più appropriati per misurare il progresso[14]. Sempre a testimoniare la crescente attenzione del mondo politico per il tema, il presidente francese Nicolas Sarkozy nel corso della conferenza stampa di inizio 2008, ha annunciato di aver incaricato tre personalità di alto rilievo, Jean-Paul Fitoussi e due premi Nobel per l'economia, lo statunitense Joseph Stiglitz e l'indiano Amartya Sen, di riflettere su come cambiare gli indicatori della crescita in Francia. «Bisogna cambiare il nostro strumento di misura della crescita», ha detto Sarkozy, convinto che contabilità nazionale e PIL abbiano «evidenti limiti» che non rispecchiano «la qualità della vita dei francesi».[15] Il risultato del loro lavoro, a capo della Commissione sulla misurazione delle performance economiche ed il progresso sociale è un rapporto uscito nel 2009.

Il tema interessa da anni gli studiosi di diversi ambiti della conoscenza. Recentemente si è sviluppato un intenso dibattito multi-disciplinare sorto in seguito all'evidenza empirica riguardante il diffuso disagio e le sperequazioni esistenti nelle società a reddito avanzato.[senza fonte] Il dibattito ha portato alla creazione di numerosi indici di benessere o di crescita alternativi al PIL che però si sono dimostrati arbitrari ed irrealistici quindi non in grado di sostituire il PIL ma al massimo di affiancarlo come per esempio l'ISU.

Indicatore del progresso reale[modifica | modifica wikitesto]

Il principale indicatore proposto come alternativa al PIL che tiene conto delle principali critiche poste ad esso, è il Genuine Progress Indicator (GPI), in italiano "indicatore del progresso reale". Il GPI ha come obiettivo la misurazione dell'aumento della qualità della vita (che a volte è in contrasto con la crescita economica, che invece viene misurata dal PIL), e per raggiungere questo obiettivo distingue con pesi differenti tra spese positive (perché aumentano il benessere, come quelle per beni e servizi) e negative (come i costi di criminalità, inquinamento, incidenti stradali). Simile a questo indice esiste un Prodotto interno lordo verde introdotto da alcune province cinesi.

Felicità nazionale lorda e Indice di sviluppo umano[modifica | modifica wikitesto]

Un ulteriore indicatore, alternativo a GPI e PIL è la Felicità Nazionale Lorda (FIL) oppure, per valutare la qualità della vita dei cittadini dei paesi membri delle Nazioni Unite vi è l'Indice di sviluppo umano.

Index of Sustainable Economic Welfare[modifica | modifica wikitesto]

Recentemente è stata sostenuta la proposta, ideata nel 1989 da Herman Daly e John Cobb, di utilizzare un indicatore alternativo al PIL: l'ISEW. In tale indicatore rientrano non solo il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti in un paese, ma anche i costi sociali e i danni ambientali a medio e lungo termine. In pratica, il calcolo dello sviluppo di un paese non si baserebbe più soltanto sulla mera crescita economica ma anche su fattori sociali ed ambientali che considerano la soglia dello Sviluppo Sostenibile. A questo riguardo, è recentemente stata pubblicata da Donzelli l'analisi condotta dall'Università di Siena sotto la direzione del professor Enzo Tiezzi: "La soglia della sostenibilità ovvero tutto quello che il Pil non dice".

Subjective well-being[modifica | modifica wikitesto]

Un altro indicatore è il cosiddetto “subjective well-being” (SWB), vale a dire la percezione che gli individui hanno della propria vita e del grado di soddisfazione che provano per essa. Questo indicatore della felicità delle persone, per quanto sintetico, ha il vantaggio d'essere stato rilevato da diversi decenni e in molti paesi del mondo. Studi empirici evidenziano che il SWB stenta a crescere nel tempo in diversi paesi, come il Giappone, o diminuisce, come negli USA, nonostante il reddito pro-capite abbia avuto una evidente tendenza a crescere[16]. Ciò costituisce per gli economisti un paradosso, chiamato “paradosso della felicità” o "paradosso di Easterlin", in quanto gli economisti sono abituati a pensare al reddito come ad un buon indicatore di benessere.

Tutti gli indicatori esaminati sopra hanno la comune caratteristica di riconoscere la limitata significatività del prodotto interno lordo e la sua inadeguatezza come dato espressivo del reale benessere di un Paese.[senza fonte] In proposito, esistono tuttavia posizioni più “radicali”: quelle di chi reputa che gli indici, ovvero i numeri, siano ben poco espressivi del fatto economico e del valore.Di qui la scarsa attendibilità di tutti gli indicatori e il giudizio negativo sul sistema dei prezzi come sistema esclusivo di misurazione del valore e sull'economia vista come gara alla conquista di numeri sempre più grandi capaci di esprimere solo cifre sempre più grandi di denaro. Di qui, più in generale, i dubbi sulla possibilità di quantificare – qualunque sia il sistema adottato - la misura di variabili che presentano legami indissolubili con il tema della qualità della vita, ovvero di sottoporre il valore – che «ha un senso, non un prezzo» – a operazioni di misurazione in senso stretto[17].

In realtà il problema di misurare il benessere nazionale è un problema insolubile, in quanto la misurazione del valore non può essere effettuata su base oggettiva. Il valore, come spiegato dalla Teoria soggettiva marginalista del valore, viene associato soggettivamente a ciascun bene dalla capacità che esso ha, nelle intenzioni d'uso del proprietario, di raggiungere i propri fini personali soggettivi. Rimane perciò chiaro che, dacché non è possibile misurare oggettivamente né concetti come "valore" e "ricchezza", né soprattutto "felicità", né "progresso reale", il PIL rimane un indicatore con scarsissimo senso economico, specie se applicato a gruppi di persone disomogenei, mentre le soluzioni alternative proposte sono semplicemente arbitrarie e irrealistiche.

Variazione percentuale annua del PIL in Europa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Stati europei per PIL.
Prodotto interno lordo delle principali 5 economie della comunità europea. La media dei 27 paesi EU è posta a 100. Dati ufficiali di EUROSTAT.
Nazione 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015
Bulgaria 5,6 5,7 4,2 6,0 6,2 -4,8 -1,5 -0,5
Cipro 3,7 3,6 3,0 4,4 3,7 -0,8 2,0 -3,1
Croazia 3,8 3,3 3,7 5,5 2,4 -5,5 -2,5 1,0
Danimarca 2,1 2,5 2,6 1,6 -1,2 -3,6 -3,5 -1,5
Estonia 7,8 7,5 6,7 7,2 -3,6 -13,7 -5,0 -2,6
Finlandia 3,6 1,1 2,5 4,1 0,8 -6,7 -3,5 -0,5
Francia 1,7 1,3 1,3 1,3 0,3 -2,1 1,1 -0,5
Germania 1,1 0,8 2,5 2,5 1,3 -5,0 3,6 2,0 0,7 0,4
Grecia 4,2 3,4 3,1 3,1 1,6 -7,4 -6,5 -5,8
Irlanda 4,5 4,8 4,7 4,2 -0,7 -7,3 -4,4 -3,5
Italia 1,1 0,1 1,9 1,9 -1,0 -5,0 1,3 0,4 -2,4 -1,9 0,1 0,7
Lettonia 7,0 6,5 5,6 10,0 -4,6 -17,8 -5,0 -5,3
Lituania 7,0 6,5 5,6 8,9 3,0 -16,8 -8,0 -4,5
Macedonia 2,9 3,9 4,0 5,9 5,3 -2,4 -1,5 0,5
Moldavia 7,3 7,5 5,5 4,0 7,2 -6,6 -4,0 -2,0
Norvegia 2,9 3,2 2,6 6,2 2,5 -1,1 1,5 0,1
Paesi Bassi 1,7 0,5 2,0 3,6 2,0 -4,3 0,2 0,2
Polonia 5,3 3,5 6,2 6,5 4,9 1,7 3,0 2,5
Portogallo 1,2 0,5 1,0 1,8 0,0 -3,3 -6,0 -3,5
Regno Unito 3,2 1,8 1,5 2,3 -0,3 -4,8 0,5 -1,0
Repubblica Ceca 4,4 4,4 4,6 6,5 3,5 -4,4 -1,5 -1,3
Romania 8,1 5,0 6,4 6,0 7,1 -5,4 -0,6 0,0
Russia 7,2 6,4 5,6 8,3 5,6 -8,5 2,6 1,0
Slovacchia 5,5 5,2 5,6 10,4 6,4 -5,0 0,0 1,2
Slovenia 4,2 3,9 4,0 6,8 3,5 -6,2 -1,0 -1,0
Spagna 3,3 3,6 3,9 3,7 1,2 -4,6 -3,5 -2,0 -1,4
Svezia 3,1 2,4 3,0 2,7 -0,4 -4,6 -0,5 0,5
Svizzera[18] 2,5 2,6 3,6 3,6 1,9 -1,9 2,6 0,0
Turchia 8,9 4,6 3,5 4,7 0,9 -5,8 -3,0 -1,5
Ucraina 12,1 3,5 5,0 7,9 2,1 -14,1 -6,5 -2,0
Ungheria 4,2 3,7 4,0 1,2 0,6 6,4 -2,0 -2,5

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gross domestic product, britannica.com. URL consultato il 4 Dicembre 2016.
  2. ^ Gross domestic product, investopedia.com. URL consultato il 4 Dicembre 2016.
  3. ^ a b c http://www.treccani.it/enciclopedia/pil_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/
  4. ^ Errore nell'uso delle note: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore pil
  5. ^ Per produzione si intende:
    • la creazione di beni o servizi destinati alla vendita;
    • la creazione di beni o servizi destinati ad uso proprio da parte del produttore (valutati sulla base di beni e servizi simili destinati alla vendita);
    • la creazione di beni o servizi, non destinati alla vendita, da parte delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni sociali private (non esistendo un prezzo di vendita, il relativo valore è stimato sulla base dei costi di produzione);
    • qualsiasi attività che crei utilità dietro compenso (anche se illegale, come il contrabbando, lo spaccio di droga o lo sfruttamento della prostituzione, recentemente inseriti nel computo del Pil).
    Non rientrano nella produzione:
    • i servizi domestici prestati dai membri di una famiglia;
    • le attività volontarie che si traducono nella fornitura di servizi;
    • le riparazioni eseguite in proprio sulle abitazioni (se di poco conto) e su beni durevoli;
    • furti, ricatti ed estorsioni (che producono solo trasferimenti di utilità).
  6. ^ attività economica. OKpedia. Definizione.
  7. ^ Una branca di attività economica è un raggruppamento di unità produttive che svolgono tutte la medesima attività economica.
  8. ^ Adam Smith, La ricchezza delle Nazioni. Libro secondo capitoli 1 e 2
  9. ^ http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-06-08/quel-pioniere-rivoluzionario-adam-smith-090813.shtml?uuid=ABIuKPuD
  10. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/pil_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/
  11. ^ Per esempio, se nell'anno 2008 un paese ha prodotto 100 € di beni e servizi, valutati ai prezzi di mercato correnti (ovvero dello stesso anno 2008) e se il 2008 viene fissato come anno base di riferimento per la serie del storica del PIL, allora naturalmente il PIL nominale e quello reale si equivalgono. Ammettiamo che nel 2009 siano prodotti 110 € di beni e servizi valutati a prezzi di mercato correnti (ovvero dello stesso anno 2009); utilizzando i prezzi di mercato del 2008, invece, si valuta che il valore dei beni e servizi prodotti sia 107 €. Quindi:
    • Anno 2008 - PIL nominale = 100 € - PIL reale = 100 €. Sono uguali, usano gli stessi valori di mercato di riferimento.
    • Anno 2009 - PIL nominale = 110 € - PIL reale = 107 €. Sono diversi in quanto usano valori di mercato che si riferiscono ad anni diversi.
    • Crescita del PIL nominale 2008-2009 = +10%, infatti (110 - 100)/100 = 0.1 ossia, in percentuale, 10%
    • Crescita del PIL reale 2008-2009 = +7% (107 - 100)/100 = 0.07 ossia, in percentuale, 7%
    E possiamo calcolare: a) deflatore per il 2008 = 1; b) deflatore per il 2009 = 110/107 = 1.028; c) tasso di inflazione = (1.028-1)/1 = 0.028 ossia, in percentuale, 2,8% - ciò che rispetto ai prezzi del 2008 vale 107 € con i prezzi attuali vale 110 €.
  12. ^ (EN) What's the Difference Between Nominal and Real?. Mike Moffatt. Economics About. Guide.
  13. ^ (EN) Shifting the Focus from Paradigms to Goals: A New Approach Towards Defining and Assessing Wellbeing. Salvatore Monni e Alessandro Spaventa. Ideas. University Roma Tre.Department of Economics. Working paper n. 114. 2010.
  14. ^ Beyond GDP - Home
  15. ^ Sarko-show all'Eliseo: «Penso a una tv pubblica senza pubblicità» Corriere della Sera
  16. ^ L.Bruni e P.L.Porta, Economics and Happiness. Reality and Paradoxes, Oxford University Press, 2005
  17. ^ P. Dacrema, La dittatura del PIL. Schiavi di un numero che frena lo sviluppo, Marsilio, 2007 e dello stesso autore La morte del denaro, Christian Marinotti, 2003
  18. ^ (EN) Gross domestic product.OECD. Statistics

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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