Jobs Act

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Con Jobs Act si indica una riforma del diritto del lavoro in Italia, promossa ed attuata in Italia dal governo Renzi, attraverso diversi provvedimenti legislativi varati tra il 2014 ed il 2015.

Il termine deriva dall'acronimo "Jumpstart Our Business Startups Act", riferito a una legge statunitense, promulgata durante la presidenza di Barack Obama nel corso del 2012, a favore delle imprese di piccola entità mediante fondi. In Italia il termine è stato invece usato, per contaminazione con il sostantivo inglese "job", per definire un insieme di interventi normativi in tema di lavoro a carattere più generale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Durante il governo Letta, nel gennaio 2014 Matteo Renzi, eletto neo-segretario del Partito Democratico (partito di maggioranza relativa in parlamento e partito di appartenenza del premier in carica) promosse l'idea di una riforma del mercato del lavoro con l'introduzione di un contratto unico a tutele crescenti, di una creazione di un'agenzia nazionale per l'impiego e di un assegno universale di disoccupazione, oltre che di semplificazione delle regole esistenti e di riforma della rappresentanza sindacale.[1][2]

Con il successivo governo Renzi, il premier Matteo Renzi e i suoi ministri emanarono la riforma conosciuta come Jobs Act, dividendola in due provvedimenti: il decreto legge 20 marzo 2014, n. 34 (anche noto come "decreto Poletti", dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti) e la legge 10 dicembre 2014, n. 183, che conteneva numerose deleghe da attuare con decreti legislativi, tutti emanati nel corso del 2015. Nello stesso anno, sebbene il governo l'abbia più volte negato,[3] secondo la sentenza della Suprema Corte di Cassazione - sezione Lavoro - del 26 novembre 2015, n. 24157 la normativa si applicherebbe anche ai dipendenti statali.[4] Tale orientamento è stato però ribaltato dalla successiva sentenza n. 11868 del 9 giugno 2016; che afferma che ai dipendenti pubblici si applicherebbe l'art. 18 dello statuto dei lavoratori come non modificato dalla riforma del lavoro Fornero determinando di fatto, secondo alcuni giuslavoristi, una discriminazione.[5]

Secondo il rapporto ISTAT di settembre 2016 il numero di occupati in Italia risulta 22,83 milioni di persone, incrementati di 563 000 unità rispetto al marzo 2014 in cui essi erano 22,27 milioni (per occupati s'intende, per convenzione statistica internazionale, coloro che hanno svolto almeno un'ora lavorativa remunerata nella settimana precedente alla rilevazione, comprendendo quindi anche come mezzo di pagamento i voucher ).[6]

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

La riforma ha delegato il governo italiano ad emanare diversi provvedimenti legislativi; essi sono:

  • Legge 10 dicembre 2014, n. 183;
  • Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22;
  • Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23;
  • Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 80;
  • Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81;
  • Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148;
  • Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 149;
  • Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150;
  • Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151.

Le norme[modifica | modifica wikitesto]

Decreto legge 34/2014[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Decreto Poletti.

Legge 183/2014[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Legge 10 dicembre 2014, n. 183.

La principale novità prevista dalla legge delega riguarda il contratto a tutele crescenti, un nuovo tipo di contratto per i nuovi assunti a tempo indeterminato che prevede una serie di garanzie destinate ad aumentare man mano che passa il tempo, finalizzato a contrastare il precariato.

Decreto legislativo 22/2015[modifica | modifica wikitesto]

Il d.lgs 4 marzo 2015, n. 22 (Disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati, in attuazione della legge 183/2014) è stato emanato il 24 dicembre 2014.

NASPI[modifica | modifica wikitesto]

Il Decreto legislativo abolisce l'Assicurazione Sociale Per l'Impiego (ASPI). Al suo posto è costituita la Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l'Impiego (NASPI) che prevede un sussidio decrescente della durata massima di 24 mesi.

DIS-COLL[modifica | modifica wikitesto]

Il Decreto legislativo costituisce per l'anno 2015 uno speciale sussidio di disoccupazione chiamato Disoccupazione per i Collaboratori (DIS-COLL) che varrà per i lavoratori con contratti co.co.co., i quali potranno disporre di un assegno di disoccupazione della durata massima di sei mesi, nel caso perdano il lavoro e abbiano versato più di tre mesi di contributi nell'anno solare ed almeno un mese nell'anno precedente al momento in cui hanno perso il proprio impiego.[7] La ratio del nuovo sussidio è quella di allargare la platea dei beneficiari, estendendola anche ai lavoratori parasubordinati. La natura sperimentale è dovuta al fatto che, a partire dal 1º gennaio 2016, non sarà più possibile di regola stipulare contratti di lavoro di tipo co.co.co.[senza fonte]

ASDI[modifica | modifica wikitesto]

Per l'anno 2015 è inoltre introdotta in via sperimentale l'Assegno di Disoccupazione (ASDI), un ulteriore assegno di disoccupazione a cui avrà diritto chi, scaduta la NASPI, non ha trovato impiego e si trovi in condizioni di particolare necessità. L'importo dell'ASDI è pari al 75% dell'importo della NASPI.

Decreto legislativo 23/2015[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Licenziamento (ordinamento italiano) § Le innovazioni del Jobs Act.

Il d.lgs 4 marzo 2015, n. 23 ("Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 183/2014"') è stato emanato il 24 dicembre 2014. Le nuove disposizioni si applicano per i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto (cioè dal 7 marzo 2015), nonché ai casi di conversione, successiva all'entrata in vigore del decreto, di contratti a tempo determinato o di apprendistato in contratti a tempo indeterminato. Per gli altri contratti, invece, continua ad applicarsi l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Il decreto dispone che, in caso di licenziamento senza giustificato motivo oggettivo, il datore di lavoro dovrà versare al lavoratore dipendente un indennizzo pari a due mesi di stipendio per ogni anno di lavoro nell'azienda, da un minimo di 4 a un massimo di 6 mesi di indennizzo per le aziende con meno di 15 dipendenti e da 12 mesi a 24 mesi di indennizzo per le aziende con più di 15 dipendenti. Le nuove regole prevedono anche la possibilità di ricorrere alla conciliazione veloce, nella quale il datore di lavoro offre una mensilità per ogni anno di anzianità fino a un massimo di 18 mensilità. La norma modifica anche l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che nella attuale formulazione prevede per i licenziamenti senza giustificato motivo oggettivo un risarcimento che andava da un minimo di 12 a un massimo di 24 mensilità o la reintegra sul posto di lavoro, ma si applica solo alle imprese con più di 15 dipendenti.

Sono poi predisposte analoghe tutele per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari per i quali venga provata l'insussistenza del fatto contestato (per i quali viene imposto il reintegro del dipendente).

Decreto legislativo 80/2015[modifica | modifica wikitesto]

Decreto legislativo 81/2015[modifica | modifica wikitesto]

L'art. 3 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81 ha modificato la disciplina del mutamento delle mansioni, riducendo i limiti preesistenti, sia mediante l'estensione dello ius variandi del datore di lavoro, sia prevedendo ipotesi di derogabilità dei nuovi limiti ad opera tanto dell'autonomia individuale, quanto di quella collettiva.

Il decreto ha inoltre abolito la tipologia del contratto di co.co.pro., tranne che per i contratti ancora in corso all'entrata in vigore della norma.[8]

Decreto legislativo 148/2015[modifica | modifica wikitesto]

Decreto legislativo 149/2015[modifica | modifica wikitesto]

Decreto legislativo 150/2015[modifica | modifica wikitesto]

Decreto legislativo 151/2015[modifica | modifica wikitesto]

Emanato in attuazione della delega conferita dalla legge 10 dicembre 2014, n. 183, il decreto modifica radicalmente il disposto dell'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori: confermando sostanzialmente le previgenti disposizioni in tema di impianti audiovisivi e altri strumenti di controllo “fissi”, prevede invece una disciplina semplificata per l’utilizzo degli strumenti necessari al lavoratore per svolgere la propria prestazione lavorativa, come pure per le apparecchiature di rilevazione e di registrazione degli accessi e delle presenze.[9]

Con una nota di data 18 giugno 2015, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è intervenuto per fornire chiarimenti sulla questione dei c.d. “controlli a distanza”, a seguito della riforma dell’articolo 4 dello Legge n°300/70, chiarendo che la riforma non “liberalizza” in maniera indiscriminata i controlli ma si limita a fare chiarezza circa il concetto di "strumenti di controllo a distanza" ed i limiti di utilizzabilità dei dati raccolti attraverso questi strumenti, in linea con le indicazioni che il Garante Privacy ha fornito negli ultimi anni e, in particolare, con le linee guida del 2007 sull'utilizzo della posta elettronica e di internet[10].

Sempre in tema di controlli a distanza, l'Ispettorato Nazionale del Lavoro nella circolare n. 2 del 7/11/2016[11] ha fornito indicazioni operative volte a chiarire entro quali limiti l’istallazione su autovetture aziendali di apparecchiature di localizzazione satellitare GPS sia soggetta alle condizioni e procedure previste dal nuovo art. 4, comma 1, della legge n. 300/1970[12].

Reazioni e critiche[modifica | modifica wikitesto]

Ad appoggiare l'intervento legislativo è stata la maggioranza a sostegno del governo Renzi, con alcune critiche ed eccezioni nell'ambito dello stesso Partito Democratico.[13] La legge è stata giudicata molto positivamente dalle istituzioni economiche internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Banca Centrale Europea e l'OCSE.[senza fonte]

Il provvedimento è stato invece molto criticato dalle opposizioni. Sinistra Ecologia Libertà ed il Movimento 5 Stelle hanno definito il provvedimento incostituzionale e hanno accusato il governo Renzi di essere al servizio delle lobby economiche e finanziarie. Forza Italia e la Lega Nord hanno invece definito il provvedimento "inutile".[senza fonte]

Oltre ai partiti di opposizione, si sono espressi criticamente anche i sindacati, in particolare CGIL e UIL, che il 12 dicembre 2014 hanno tenuto uno sciopero generale di protesta contro il Jobs Act (in particolare per le modifiche all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori prevista nella legge) e contro la legge 23 dicembre 2014, n. 190 (legge di stabilità per l'anno 2015).[14]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Letta tenta di rafforzare governo. Renzi lancia il Job Act, Sky TG24, 7 gennaio 2014. URL consultato il 23 aprile 2015.
  2. ^ Matteo Renzi, eNews 381 – 8 gennaio 2014, MatteoRenzi.it, 8 gennaio 2014. URL consultato il 23 aprile 2015.
  3. ^ Jobs act, via articolo 18 anche per i dipendenti pubblici. “Il governo ha mentito sapendo di mentire” di Stefano De Agostini, da ilfattoquotidiano.it, 2 dicembre 2015
  4. ^ Licenziamento del pubblico impiegato e tutela reintegratoria: la sentenza n. 24157/2015 della Cassazione Marcello FLoris, da diritto24.ilsole24ore.com, 8 dicembre 2015
  5. ^ Jobs Act, Cassazione dà ragione a governo: "Per statali vale ancora articolo 18". Giuslavoristi: “Discriminazione” di Stefano De Agostini, da ilfattoquotidiano.it, 9 giugno 2016
  6. ^ Crescita, lavoro, tasse e spending review: i risultati dei 1000 giorni di governo Renzi. Il divario Italia-Ue si allarga, su Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2016. URL consultato il 16 febbraio 2017.
  7. ^ Dis-Coll 2015, domanda di disoccupazione INPS: requisiti, importo e modulo richiesta, Affari Miei, 16 maggio 2015. URL consultato il 16 maggio 2015.
  8. ^ Art. 52 d.lgs. 15 giugno 2015, n.81
  9. ^ I controlli a distanza sui lavoratori dopo i decreti attuativi del Jobs Act di Giovanni Saracino da altalex.com, 8 ottobre 2015
  10. ^ Ministero del Lavoro: controlli a distanza, nessuna liberalizzazione!, privacyofficer.pro.
  11. ^ INL CIRCOLARI REGISTRAZIONE N.2 DEL 7/11/2016 (PDF), Ispettorato nazionale del lavoro, 7 novembre 2016. URL consultato il 1º settembre 2017.
  12. ^ Ispettorato Nazionale del Lavoro: indicazioni operative su impianti GPS, privacyofficer.pro.
  13. ^ Il Jobs Act è legge, il Post, 3 dicembre 2014. URL consultato l'8 febbraio 2015.
  14. ^ Maurizio Bologni, Domani lo sciopero generale contro il Jobs Act, Repubblica.it, 11 dicembre 2014. URL consultato il 23 aprile 2015.

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