Post-verità

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il neologismo post-verità, derivante dall'inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.

Nella post verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi effettiva sulla veridicità o meno dei fatti reali. In una discussione caratterizzata da "post-verità", i fatti oggettivi, chiaramente accertati, sono meno influenti nel formare l'opinione pubblica rispetto ad appelli a emozioni e convinzioni personali.

Il termine, già comparso in precedenza, ha conosciuto una notevole ribalta nelle discussioni relative a politologia e comunicazione politica a seguito di alcuni importanti eventi politici avvenuti nel 2016 (tra cui il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America del 2016), al punto che l'Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come "parola dell'anno del 2016".[1]

Origine del neologismo[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l'Oxford Dictionary, il termine post-truth fu usato per la prima volta nel 1992, in un articolo scritto dal drammaturgo serbo-americano Steve Tesich, apparso sulla rivista statunitense The Nation: vi si affermava che, rispetto alla copertura mediatica successiva alla scoperta della verità dello scandalo Watergate, quella più attenuata offerta sullo scandalo Iran-Contra e sulla prima guerra del Golfo dimostrava come «noi, come popolo libero, abbiamo liberamente scelto di voler vivere in una specie di mondo post-verità».[2]

Nel 2004, il docente americano Ralph Keyes usò il termine "post-truth era" come titolo di un suo libro. Nello stesso anno il giornalista americano Eric Alterman parlò di «politiche ambientali post-verità» e coniò il termine «presidenza post-verità», dopo aver analizzato le dichiarazioni fuorvianti fatte dall'amministrazione Bush, dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre. Il saggista americano Colin Crouch, nel suo libro Post-democrazia, usò tale termine per delineare un modello di politica, dove «le elezioni di fatto esistono e possono cambiare i governi», ma dove «il dibattito elettorale pubblico è uno spettacolo strettamente controllato, gestito da squadre rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione, che scelgono solo una piccola gamma di temi, da affrontare durante i dibattiti». Crouch attribuiva al «modello di industria pubblicitaria», applicato alle comunicazioni politiche, la causa della crisi di fiducia e le accuse di disonestà che pochi anni dopo altre persone associarono con le politiche post-verità.

Nuovo uso del termine[modifica | modifica wikitesto]

Successivamente, il termine post-verità ha iniziato a prendere dei connotati differenti, inserendosi all'interno di nuove teorie che abbracciano due materie: la politologia e la comunicazione politica.

Nel 2009 il politologo francese Dominique Moïsi ha intitolato un suo libro Geopolitica delle emozioni. Il flusso incontrollato di notizie ci predispone alle bolle mediatiche. Il meccanismo dei followers, dei like non smonta le falsità, al contrario le rinforza. Secondo il politologo, la post-verità si diffonde alla rete e ai social network: è un meccanismo per cui fatti obiettivi influiscono sempre meno sull’opinione pubblica e si smorza il confronto tra le opinioni, che è elemento essenziale nel gioco della democrazia. Sempre secondo il politologo, alla fine la post-verità, la bufala politica diventa un monologo ripetuto all'infinito e che si sostituisce al dialogo tra parti avversarie.[3]

L'uso contemporaneo del termine è da attribuire al blogger David Roberts, che lo usò nel 2010, per un rubrica presente nel sito di informazione online Grist.[4] I politologi hanno identificato un'ascesa nell'uso delle politiche post-fattuali nella vita politica americana, inglese, indiana e turca, ed anche in altre aree di discussione, a causa della sempre più veloce diffusione delle notizie, uso di fallacie logiche sempre più diffuse nei giornali, e l'aumentata onnipresenza dei social media.[4][5]

Il termine si diffuse nel 2016 durante le campagne per le elezioni presidenziali americane del 2016 e per il referendum del 2016 sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione Europea. L'Oxford Dictionary, nello stesso anno elesse Post-Truth a parola dell’anno, definendola come «relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare l’opinione pubblica, del ricorso alle emozioni e alle credenze personali».

L'Accademia della Crusca[modifica | modifica wikitesto]

L'Accademia della Crusca ha studiato il neologismo post-verità che descrive una società in cui conta apparenza e non sostanza: una moda distorta dei nostri tempi, amplificata dalla velocità dei media: ad esempio, immagine della I Guerra del Golfo era un cormorano sporco di petrolio. Ma lì non c'erano cormorani: la foto era stata scattata in Russia ma, diffusa ad arte, diventò la verità storico-politica di un altro luogo.

Marco Biffi[6] il 25 novembre 2016, ha scritto, in un intervento dal titolo Viviamo nell'epoca della post-verità?: «La rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa dimensione oltre la verità. 'Oltre' è il significato che qui sembra assumere il prefisso 'post' (invece del consueto 'dopo'): si tratta cioè di un 'dopo la verità' che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza. E, analizzando le modalità in cui il superamento si concretizza di volta in volta, colpisce la vocazione profetica che la parola nasconde tra le sue lettere: la post-verità, infatti, spesso finisce per scivolare nella verità dei post (come è successo spesso sulla rete proprio in relazione alle campagne politiche legate alla Brexit o alle elezioni americane).»

Per Marco Biffi prevale l'uso del sostantivo al femminile, ma ci sono casi di post-verità al maschile.

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

Oggi si parla di post-verità in riferimento a una notizia completamente falsa (fake-news; "bufala") ma che, spacciata per autentica, sarebbe in grado di influenzare una parte dell'opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico. Chi segue la post-verità tende a rivangare i propri sentimenti e le proprie paure; chi cerca la verità in campo politico ed economico tende invece a rapportarsi con il mondo reale e con la storia.

Un cartello di protesta contro il presidente statunitense Barack Obama che fa riferimento alla leggenda metropolitana circa la mancanza di un certificato che proverebbe la sua nascita negli Stati Uniti

Differenti possono essere le interpretazioni scientifiche della storia e della realtà, ma in chi ricerca la verità esse partono sempre da documenti e da fatti accertati. Il termine post-verità descrive, invece, una leggenda metropolitana che proverrebbe da una posizione - scettica e diffidente verso dati reali o scientifici - da cui si originano fatti o dati totalmente inventati[7]: se l'intento è quello di delegittimare il comune sentire dell'opinione publica mainstream, può degradare in una teoria del complotto[8]; se organizzata a tavolino da chi gestisce i mass media in modo professionale, può dar luogo ad una manipolazione dell'informazione. Attraverso i social media, la possibilità di diffusione di questo tipo di bufala è aumentata in modo esponenziale. E la notorietà del termine ci informa che è in crescita l'attitudine a ritenere come vere alcune notizie, palesemente false o alterate, ma che hanno tale forza emotiva, che coincidono talmente con nostre immaginarie rappresentazioni della realtà, che alla fine diventano ciò che ci piace dire e udire. Il confronto tra le opinioni, il dialogo tra le parti avverse, tende a inaridirsi: ne soffre il gioco democratico. La post-verità, ossessivamente ripetuta, tende a diventare un monologo.

In una società mediatizzata, caratterizzata da flussi ininterrotti di informazioni, che si accavallano e che spesso si contraddicono, la possibilità di crearsi una chiara visione dei fatti, servendosi solo di argomenti razionali, è in diminuzione. Cresce invece l'interesse per chi inventa e racconta storie, quindi la post verità sembra essere diventata la chiave per la conquista e per l'esercizio del potere, sia politico sia economico (che poi si confondono). Quindi il termine, nato in senso strettamente politico, si diffonde anche in altri ambiti, si prepara a contagiare la conoscenza di fenomeni sociali che vanno 'oltre' la politica, ad esempio il problema dell'emigrazione. Ne soffre il pensiero critico, processo mentale che, dall'analisi di dati, arriva alla valutazione di un fenomeno o di un fatto[9].Il giornale "Avvenire" usa, per questo fenomeno, l'espressione "immanentizzazione della verità"[10].

Interventi a sostegno dell'utilità del termine[modifica | modifica wikitesto]

Ha scritto Daniele Bresciani su Il Libraio: «È la tanto citata post-verità, tirata in ballo per le cantonate dei sondaggi pre-Brexit e pre-Trump (di cui parla anche Annamaria Testa su Internazionale). In poche parole c’è chi per mestiere diffonde bufale in rete e se oggi quasi la metà della popolazione sceglie di informarsi (attenzione: il punto è tutto qui: non divertirsi, non scambiarsi le foto delle vacanze, ma informarsi) attraverso i social network il problema esiste.»

Stefano Cecchi[11] riferisce l'opinione di Vivian Schiller, già responsabile delle news di Twitter: «La bufala più grossa ha riguardato Donald Trump. Si sosteneva che costui in campagna elettorale avesse avuto l'endorsement di Papa Francesco. Una notizia così falsa al punto che il giornale che l'avrebbe diffusa per primo, il Denver Guardian, neppure esiste. Eppure per giorni è stata la notizia più letta su Facebook». Donald Trump, ma non solo. «Anche il fatto che Hillary aveva venduto armi all’Isis era una patacca. Eppure è stata la terza notizia più letta sui social Usa in quei giorni».

Annamaria Testa, esperta di comunicazione, ha scritto, in un articolo intitolato Vivere ai tempi della post-verità[12]ː «Dovete sapere che i fact-checker del Washington Post valutano il grado di verità delle affermazioni assegnando Pinocchi. Un Pinocchio corrisponde a una quasi-verità, due Pinocchi sono una verità con omissioni o esagerazioni, tre Pinocchi sono una quasi falsità, o una verità espressa in maniera molto fuorviante, quattro Pinocchi sono una bufala totale. Infine, un Pinocchio capovolto corrisponde al ritrattare un’affermazione precedente facendo finta di niente, e un segno di spunta (o Geppetto) corrisponde alla pura verità. Bene: nel corso della sua campagna elettorale Trump batte ogni record collezionando ben 59 affermazioni da quattro Pinocchi

Pareri scettici[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista rilasciata alla giornalista Virginia Della Sala de Il Fatto Quotidiano, pubblicata il 3 gennaio 2017, il giornalista televisivo Enrico Mentana ha risposto così alla domanda se secondo lui le fake-news, dunque le post-verità, abbiano potuto influenzare gli esiti dell'elezione di Donald Trump e dei referendum britannico e italiano: «L’informazione negativa influenza sempre in qualche modo una campagna elettorale. Si pensi a quella su Berlusconi, fatta per anni. Altro discorso è invece il macigno sulla “post verità”: sulle elezioni americane, dall’Italia, era chiaro che le informazioni contro Trump fossero molto più numerose di quelle contro la Clinton. È ridicolo oggi raccontare il contrario. Otto anni fa si leggevano articoli su quanto fosse fico Obama perché usava i social network per la sua campagna. E oggi? Capovolgiamo il concetto solo perché ha vinto Trump? Il termine post truth è da un lato troppo ingenuo, dall’altro troppo ingegnoso. E comunque è troppo generico. Non è altro che la balla dell’altro, mentre la tua, di balla, passa come una considerazione. Il voto, in realtà, è viscerale: il ritratto arriva dopo. Accattivante o repellente che sia.[13]»

Da diverse parti si giudica antidemocratico l'avere coniato il termine "post-verità", il cui uso tenderebbe a preparare un giro di vite sulla libertà di espressione.[14][15][16][17][18]

Utilizzo del termine nella vita politica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la moderna teoria della post-verità, con politica della post-verità o politica post-fattuale (derivante dall'inglese post-truth politics) si intende una cultura politica caratterizzata da dibattiti in gran parte formulati da appelli alle emozioni e scollegati dai dettagli della politica in discussione, ovvero una forma di politica in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare l’opinione pubblica, del ricorso alle emozioni e alle credenze personali, e dalla ripetuta affermazione degli stessi argomenti di discussione che ignorano confutazioni concrete. La post-verità differisce dalla contestazione tradizionale e dalla falsificazione della verità, perché la verità stessa è posta in secondo piano rispetto al dibattito.

Il termine è stato ripreso nel 2016, per descrivere il tratto principale delle politiche della post-verità, in cui i sostenitori di una data presa di posizione continuano a ripetere il proprio punto di vista, anche se quest'ultimo risulta essere falso, dopo analisi condotte dai mass media[19] o da esperti indipendenti. La tecnica riscuote interesse ed acquista efficacia soprattutto a ridosso di scadenze elettorali o referendarie, in cui più delicato è il momento, in termini di potenziale influenza sui comportamenti di voto, e massimo è l'interesse a preservare la libertà di determinazione dell'elettore.

Durante le campagne referendarie sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione Europea, ad esempio, i sostenitori del Leave affermavano insistentemente che l'appartenenza all'Unione costasse al paese 350 milioni di sterline a settimana, iniziando, verso le fasi finali della campagna, ad usare il dato come un reale ammontare netto di denaro inviato direttamente all'UE.

Il leader dell'UKIP Nigel Farage iniziò ad usare il dato, affermando che tali fondi sarebbero stati più proficuamente impiegati nel mantenimento del sistema sanitario nazionale (National Health Service). Questo dato, che ignorava tutti gli altri punti a favore o contrari alla rimanenza, fu dichiarato come «potenzialmente fuorviante» dalla Istituto Nazionale di Statistica, e come «irragionevole» dall'Istituto per gli Studi Fiscali, oltre ad essere respinto dalle verifiche dei fatti, effettuate da importanti emittenti giornalistiche, come BBC News, News Channel 4 e Full Fact.

Tuttavia, i sostenitori del Leave continuarono ad usare il dato come elemento centrale della loro campagna, fino al giorno del referendum, dopo il quale hanno minimizzato la promessa come un «esempio», sottolineando prima che era stata sempre e solo suggerita come un possibile uso alternativo dei fondi netti inviati verso l'UE, affermando poi che la promessa di investire i fondi nell'NHS non era mai stata fatta.[20] A seguito di ciò, la parlamentare Tory e sostenitrice del Leave Sarah Wollaston, che lasciò il gruppo in segno di protesta durante la campagna, criticò il tutto come una «politica post-verità».

Micheal Deacon, giornalista del The Daily Telegraph, ha riassunto il messaggio centrale delle politiche post-fattuali con la fraseː «I fatti sono negativi. I fatti sono pessimisti. I fatti sono antipatriottici». Inoltre, ha aggiunto che le politiche post-verità non hanno bisogno di usare la faziosità o strumenti di negative campaigning, dato che chi usa le politiche post-verità può invece spingere per presentare una «campagna positiva», grazie alla quale le confutazioni fattuali possono essere liquidate come diffamazioni e come allarmismo, e l'opposizione può essere definita faziosa.

Un manifesto sulla Brexit, che riporta informazioni false sulle spese del Regno Unito all'interno dell'UE, citato come esempio di politica post-fattuale.[21]

Dopo le elezioni presidenziali statunitensi e dopo la vittoria della Brexit, la frequenza d’uso della parola nel 2016 è salita del 2000% rispetto al 2015.[22]

Matteo Renzi - dopo la sconfitta delle riforme costituzionali in Italia[23] - nel discorso in cui ha annunciato le sue dimissioni da primo Ministro, il 5 dicembre 2016, ringraziando i giornalisti ha loro ricordato che si versa nell'«era della post-verità».

Proposte di gestione del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 dicembre 2016 Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Facebook - che ha una piattaforma di circa 1,8 miliardi di utenti - espone un progetto per arginare la diffusione di notizie false. Link condivisi su Facebook potranno essere indicati dagli utenti come forse falsi (ci sarà dunque segnala post che non dovrebbe essere su Facebook, perché notizia falsa). Segnalazioni ripetute saranno analizzate, con il supporto di parti terze. Se la notizia sarà giudicata falsa, perderà visibilità e non potrà essere sponsorizzata. In questo modo si aggirerà la censura, ma gli utenti saranno almeno avvisati. La presidente della Camera Laura Boldrini lancia un appello a chi desidera agire contro le notizie false, le bufale, la disinformazione.

Il presidente dell'antitrust Giovanni Pitruzzella, in una intervista al Financial Times pubblicata il 30 dicembre 2016, ha invitato i Paesi dell'Unione Europea a dotarsi di una rete di agenzie pubbliche, per combattere la diffusione delle bufale sparse ad arte sul web. Pitruzzella ha piegato che questo impegno dovrebbe riguardare gli Stati e non essere delegato a social media, come Facebook. Ha suggerito cioè la creazione di un nuovo network, composto da agenzie indipendenti, coordinate da Bruxelles e ricalcate sulle agenzie antitrust. Questo network avrebbe lo scopo di individuare le bufale, di imporne la cancellazione e perfino di sanzionare chi le ha create e ne ha organizzato la diffusione via Internet. Si tratterebbe quindi di una entità terza, rispetto ad ogni governo, in grado di provvedere quando l'interesse pubblico è minacciato. «La post-verità - ha detto Pitruzzella - è uno dei motori del populismo, è una minaccia che grava sulle nostre democrazie. Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere se vogliamo lasciare Internet così com'è, un Far West, oppure se imporre regole, in cui si tiene conto che la comunicazione è cambiata. Io ritengo che dobbiamo fissare queste regole e che spetti farlo al settore pubblico.»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Word of the Year 2016, su oxforddictionaries.com. URL consultato il 22 gennaio 2017.
  2. ^ Flood, Alison (15 November 2016).
  3. ^ Dominique Moïsi, La géopolitique de l'émotion: Comment les cultures de peur, d'humiliation et d'espoir façonnent le monde, Paris, Flammarion, 2008.
  4. ^ a b "The post-truth world: Yes, I’d lie to you," The Economist Sept 10, 2016
  5. ^ "Free speech has met social media, with revolutionary results".
  6. ^ Componente della Consulenza Linguistica dell'Accademia della Crusca.
  7. ^ Ad esempio, fu messa in dubbio, nel 2008, la nascita di Obama sul suolo statunitenseː una bufala cui molti hanno creduto.
  8. ^ Di bugie di questo tipo è piena la storia: i Protocolli dei Savi Anziani di Sion predisposero la gente ai pogrom degli ebrei e alla Shoah.
  9. ^ Sean Coughlan, What does post-truth mean for a philosopher?, BBC news, 12 gennaio 2017.
  10. ^ "Avvenire", Se la verità si riduce a dietrologia, 14/5/2016
  11. ^ 2 dicembre 2016, col titolo Il fascino del falso nell'era "post verità", edito su Quotidiano net.
  12. ^ 22 novembre 2016, su Internazionale.
  13. ^ Bufale web, Mentana: "Controlli dannosi e inutili. Basterebbe vietare l’anonimato" - Il Fatto Quotidiano, in Il Fatto Quotidiano. URL consultato il 04 gennaio 2017.
  14. ^ Posizione critica del leader Beppe Grillo [1]
  15. ^ Il Foglio: Post-Verità: censura dell'establishment sui media e sull'informazione [2]
  16. ^ IlFattoQuotidiano: Informazione da controllare? Siamo al ministero della Verità, come in ‘1984’ di Orwell [3]
  17. ^ Il Fatto Quotidiano: L'opinione di Azarriti costituzionalista de La Sapienza di Roma [4]
  18. ^ Zagrebelsky: "questa storia della post-verità mi pare un discorso falso" [5]
  19. ^ Il giorno dopo l'inaugurazione dell'ultimo tratto dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, con l'intervento del premier Paolo Gentiloni, qualcuno ha messo in circolo la post-verità che era crollato un viadotto, proprio nel tratto appena aperto.
  20. ^ Good Morning Britain, Nigel Farage Admits NHS Claims Were A Mistake | Good Morning Britain, 24 giugno 2016. URL consultato il 03 dicembre 2016.
  21. ^ Ned Simons (8 June 2016).
  22. ^ Viviamo nell'epoca della post-verità? | Accademia della Crusca, su www.accademiadellacrusca.it. URL consultato il 04 gennaio 2017.
  23. ^ Il testo integrale del discorso di Matteo Renzi dopo la sconfitta al referendum costituzionale, su LaStampa.it. URL consultato il 04 gennaio 2017.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]