Massacro di Khojaly

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Massacro di Khojaly
Xojali agdam1.jpg
TipoStrage
Data25-26 febbraio 1992
23:30 – 3:00
LuogoKhojaly
StatoAzerbaigian Azerbaigian
Coordinate39°54′40″N 46°47′21″E / 39.911111°N 46.789167°E39.911111; 46.789167Coordinate: 39°54′40″N 46°47′21″E / 39.911111°N 46.789167°E39.911111; 46.789167
ObiettivoCivili azeri
Conseguenze
Morticirca 200 secondo Human Rights Watch[1]
485 o 613 secondo il parlamento azero[2]
Dispersi4 500

Il massacro di Khojaly è stato il massacro di centinaia di civili azeri, avvenuto il 26 febbraio 1992, nella città di Xocalı (o Khojaly), in Azerbaigian da parte dell'esercito armeno e di un reggimento russo.[3]

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

La cittadina di Xocalı, già interessata in precedenza da diversi scontri, si trova tra Ağdam e Step'anakert, capitale dell'autoproclamata Repubblica dell'Artsakh. Vista la vicinanza della città alla capitale erano state posizionate numerose batterie lancia missili che sono state utilizzate dalle forze azere per assediare Step'anakert.

Durante la guerra del Nagorno Karabakh la popolazione della città è cresciuta vertiginosamente raggiungendo circa i 6 000 abitanti.

Nel 1991 le forze armate dell'Artsakh hanno isolato la città per poi porla sotto assedio. Parte della popolazione era stata evacuata, tuttavia rimasero molti civili.

Il massacro[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Human Rights Watch il massacro è iniziato quando diversi civili, scappando dopo l'occupazione della città, hanno raggiunto il confine azero, sorvegliato dalle forze armate armene. Il bilancio ufficiale fornito dalle autorità azere è di 613 civili, tra cui 106 donne e 83 bambini, inoltre per la Croce Rossa Internazionale vi sarebbero stati circa 4 500 dispersi.

La posizione azera[modifica | modifica wikitesto]

Secondo gli azeri gli armeni hanno deliberatamente massacrato parte della popolazione di Khojaly e qualificano i fatti come “genocidio”. L'azione armena sarebbe stata arrivata nel quarto anniversario del pogrom di Sumgait avvenuto il 27 febbraio 1988 a conferma della volontà di rappresaglia. La popolazione civile in fuga sarebbe stata aggredita da milizie armene. Alcuni corpi sarebbero stati mutilati. La diplomazia dell'Azerbaigian è molto attiva per denunciare il genocidio di Khojaly[4] e chiede un pronunciamento internazionale di condanna.

La posizione armena[modifica | modifica wikitesto]

Gli armeni hanno sempre rigettato ogni accusa. In particolare sostengono che si trattò di un'operazione militare, che la popolazione era stata invitata da una settimana a lasciare la cittadina e che la maggior parte dei civili cadde sotto fuoco azero giacché nel corridoio umanitario aperto per farli defluire in Azerbaigian si erano infilati molti soldati disertori. Tale circostanza sarebbe stata confermata dal presidente azero Mutalibov in una intervista.[5] e dal giornalista azero Eynulla Fatullayev.[6] Un'altra versione, non confermata ma raccolta da militari armeni che parteciparono all'operazione, è che la presidenza della Repubblica azera non diede volutamente corso agli inviti di parte armena di far defluire i civili lungo il corridoio umanitario che gli armeni avevano creato, nascondendo volutamente alla popolazione la possibilità di salvezza se avesse utilizzato il passaggio entro un determinato orario. In tal modo, secondo queste voci non verificate, il Governo Azero dell'epoca mirava a creare un movimento di opinione pubblica internazionale sfavorevole agli armeni e a consolidare il consenso interno verso l'allora Governo

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ https://www.hrw.org/reports/pdfs/a/azerbjn/azerbaij94d.pdf
  2. ^ https://web.archive.org/web/20160111000659/http://ap.ohchr.org/documents/E/HRC/c_gov/A_HRC_28_G_9.doc
  3. ^ ^ Randolph, Joseph Russell (2008). Hot spot: North America and Europe. ABC-CLIO. p. 191. ISBN 0313336210.
  4. ^ agenzia stampa azera
  5. ^ Nezavisimaya Gazeta, 2 aprile: “… era stato deciso dagli armeni un corridoio per far passare i civili”.
  6. ^ Corte di Giustizia Europea sul caso Fatullayev Archiviato il 20 marzo 2012 in Internet Archive.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Emanuele Aliprandi, Le ragioni del Karabakh, Ed. &MyBook, 2010, ISBN 978-88-6560-000-9 (pagg.71-75)
  • de Waal, Thomas (2004),Black garden: Armenia and Azerbaijan through peace and war, ABC-CLIO, ISBN 0-8147-1945-7 (pagg. 172-173)

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