Le strelle nel fosso

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Le strelle nel fosso
Le strelle nel fosso.jpg
Lino Capolicchio e Roberta Paladini
Titolo originaleLe strelle nel fosso
Paese di produzioneItalia
Anno1978
Durata105 min
Generefantastico
RegiaPupi Avati
SoggettoMaurizio Costanzo, Pupi Avati, Antonio Avati
ProduttoreAntonio Avati e Gianni Minervini per A.M.A. Film
Distribuzione (Italia)Impegno REAK
FotografiaFranco Delli Colli
MontaggioMaurizio Tedesco
MusicheAmedeo Tommasi
ScenografiaLuciana Morosetti
CostumiLuciana Morosetti
Interpreti e personaggi

Le strelle nel fosso è un film del 1978 diretto da Pupi Avati.

La trama[modifica | modifica wikitesto]

Malalbergo dell'Emilia, autunno del 1801. Un ammazzatopi si ferma presso una masseria, dove, in cambio di pane e vino, si appresta a piazzare le sue trappole. Trascorre quindi la notte all'aperto, presso un fuoco, e viene raggiunto da una strana figura femminile a lui conosciuta, che si avvicina per sentirsi raccontare, come di consueto, la solita storia. L'ammazzatopi racconta quindi una storia ambientata nelle paludi di Minerbio, alla fine del 1700.

Lì, in un casolare isolato, viveva l'anziano Giove, vedovo e padre di quattro figli: Marione, un giovane schivo, energico e impulsivo; Marzio, che sapeva fare tutto (dipingere, suonare il violino, cucinare); il malinconico Silvano, l'unico della famiglia a saper leggere; e infine Bracco, un giovane candido e fanciullesco che dice di ricordare la voce della madre, morta dopo averlo dato alla luce. La vita dei cinque uomini trascorre quieta e abitudinaria, animata da passatempi semplici e infantili, accompagnata dalla serena e familiare presenza del soprannaturale e del fiabesco (il fantasma di un arciprete che fa loro visita ad ogni cambio di luna per dare e ricevere notizie; lo spirito della vecchia Francesca, che reclama la sua gamba d'oro, portatale via dalle tre figlie), e scandita dalle storie raccontate da Giove. Il vecchio non dormiva mai, perché aveva paura di addormentarsi per sempre. Pregava quindi ogni sera Santa Rosalia, perché lo tenesse desto sino al mattino e ritardasse la venuta del Santo cieco Bartolomeo, messaggero di morte.

Un giorno, una fanciulla viene abbandonata da un vettore a poca distanza dal casolare, sul carro impantanato che avrebbe dovuto condurla presso la Villa dei Pepoli, i padroni della valle. Dopo un iniziale sgomento, dovuto alla loro assoluta mancanza di familiarità con le donne, gli uomini offrono una goffa ma affettuosa ospitalità alla ragazza, che dice di chiamarsi Olimpia e di essere diretta a Villa Pepoli, dove era stata assunta come musicista. Fra gli uomini e Olimpia nasce presto un legame tenero, puro e gioioso, e la fanciulla, impossibilitata ad andarsene, sembra destinata a restare per sempre presso il casolare. Il legame culmina, con il festoso consenso della giovane, in un matrimonio collettivo, celebrato da Silvano con un rito surreale e fiabesco.

Al termine dei festeggiamenti, però, i dolci gesti di Olimpia rivelano a Giove e ai suoi quattro figli la natura soprannaturale della fanciulla (già facilmente intuibile allo spettatore in diversi momenti della storia), la cui venuta ha, in realtà, preannunciato proprio quella del Santo cieco Bartolomeo: ella porta e accompagna la morte consolatoria dei giusti. Si avvicina dunque ad ognuno di loro, li guarda con tenerezza, ricambiata, e si allontana piano, lasciando gli uomini, assorti ma sereni, avvolti da un silenzio irreale.

La mattina dopo, si vede Olimpia correre verso una carrozza, che si era fermata ad aspettarla, e allontanarsi a bordo di essa.

Le inquadrature finali mostrano i cinque uomini che giacciono immobili sotto una pioggia scrosciante, accasciati sul tavolo del banchetto nuziale, solo in apparenza addormentati.

Finita la sua storia, l'ammazzatopi, alle prime luci del mattino, raccoglie le sue trappole e riparte.

La critica[modifica | modifica wikitesto]

« Non è facile evocare cinematograficamente i toni e le forme della favola senza cadere nel luogo comune o nella falsa poesia che rende stucchevoli immagini e dialoghi, se non è il frutto di una autentica genuinità e purezza di visione. Pupi Avati, in questo film favolistico e incantato, infantile come una filastrocca è in parte riuscito a superare le difficoltà a non cadere nel lezioso. Le strelle nel fosso è un'operina indubbiamente originale, che si stacca dal panorama della cinematografia attuale. Questa famiglia o meglio questa comunità maschile, formata da padre Giove e dai quattro figli, che vivono isolati in un cascinale della campagna emiliana alla fine del settecento, nucleo attorno al quale già si sviluppano una serie di avvenimenti che compongono un quadro inconsueto. L'apparizione della ragazza Olimpia, di cui tutti si innamorano, corrisponde all'inquietudine di cui la famiglia è pervasa, il sopraggiungere di uno stato di calma che sa di presagio della fine. Ed è questa la parte più intensa del film perché mette a nudo quel fondo di tristezza, di inutilità, di solitudine che appariva dietro le azioni dei personaggi... »

(Gianni Rondolino, Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1978/1979, Torino, 1979)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1978/1979 Torino 1979

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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