Dialoghi con Leucò

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Cesare Pavese.

Dialoghi con Leucò
Leighton-The Fisherman and the Syren-c. 1856-1858.jpg
Il pescatore e la sirena, dipinto di Frederic Leighton, mito di uno dei racconti di Pavese
Autore Cesare Pavese
1ª ed. originale 1947
Genere racconti
Lingua originale italiano

I Dialoghi con Leucò sono una serie di ventisette brevissimi racconti, strutturati in forma dialogica, scritti da Cesare Pavese dal dicembre del 1945 al marzo 1947, anno della pubblicazione.

Il Mito[modifica | modifica wikitesto]

Il tentativo che intende operare Pavese in quest'opera è quello della ricerca, o ancor meglio della riscoperta di quel sostrato culturale comune, irrinunciabile e costitutivo che è il mito. Un mito che, seppur storicamente proprio di un'epoca ormai tramontata (quella greca), ci appartiene ancora in maniera viscerale nella misura in cui sublima ed eternizza le angosce e le esperienze più intime dell'uomo, antico e moderno.

Ogni racconto ha come interlocutori due personaggi presi dalla mitologia greca, (rivista attraverso l'etnologia, il pensiero di Freud e l'esistenzialismo), dei quali lo stesso Pavese definisce le componenti e le relazioni che si instaurano tra i vari temi. L'autore stesso riporta, nel volume stesso[1] uno schema con precise indicazioni.

Annotazioni dell'autore che definiscono le componenti e le relazioni tematiche
I due (infanzia salvezza)
La madre (infanzia tragica)
In famiglia (fato familiare)
Gli Argonauti (fato sessuale)
Schiuma d'onda (sesso tragico)
La belva (sonno divinità-sessuale)
L'inconsolabile (liberazione dal sesso)
Le Muse (uomo divino)
Il fiore (schiacciamento e poesia)
La rupe (combattimento)
La Chimera (sconfitta)
La nube (audacia e sconfitta)
Le streghe (intangibilità).
Mondo titanico X dèi nequizie divine La nube - La Chimera - I ciechi - Le cavalle - Il fiore - La belva - Schiuma d'onda
Tragedia di uomini schiacciati dal destino La madre - I due - La strada
Salvezze umane e dèi in imbarazzo L'inconsolabile - Il lago - La rupe - Le streghe - La vigna - L'isola -In famiglia - Il toro - I fuochi - L'ospite - Gli Argonauti
Dèi buoni Il mistero - Il diluvio - Le Muse

Attraverso l'incontro di due personaggi, siano essi dèi o semplici mortali, questi dialoghi presentano di volta in volta l'amore, l'amicizia, il dolore, il ricordo, il rimpianto, la fragilità, la morte e il destino. In altre parole: l'intrinseca essenza di ogni individuo, resa manifesta dal discorso stesso nella sua nuda purezza. È infatti attraverso il solo linguaggio che questi personaggi vengono costruiti, si mostrano e si svelano nel pieno della loro concretezza, della loro intensa umanità. E quindi il lògos, come dimensione onto-logica, manifestazione del più profondo essere, rivelazione della più intima realtà.

Questi dei ed eroi che discutono di morte e di destino escono da un periodo di barbarie e di culti contadini.

La Nube[modifica | modifica wikitesto]

« La Nube: C'è una legge, Issione, cui bisogna ubbidire.
Issione: Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, è troppo bello per pensarci ancora.[2] »

In "La nube" è la stessa che porta ad Issione il messaggio che il dio Pan è morto e che novus saecolorum nascitur ordo. Inizia la lenta trasformazione dell'uomo che esce dal mondo istintivo e prelogico per avviarsi verso la luce della storia. Ma, come scrive Lorenzo Mondo[3], "... nelle parole della Nube amante, che cerca d'infrenare la giovanile baldanza di Issione, già s'intravede la ruota e il Tartaro: prezzo della raggiunta consapevolezza è la morte, non più cambiamento irriflesso della propria natura, un "versarsi in tutte le cose", ma "un amaro sapore che dura e si sente".

La Chimera[modifica | modifica wikitesto]

« Sarpedonte: Nessuno si uccide. La morte è destino. Non si può che augurarsela, Ippòloco.[4] »

Ma nel dialogo "La chimera" troviamo Bellerofonte che ha ormai liberato il mondo dai mostri liberandone la terra ma che si chiede con grande disperazione, dopo tanto sangue e morti a cosa tutto questo sia servito e, per tutto il dialogo, egli, che si è scoperto ancora facente parte del destino, grida l'inutilità di ogni lotta.

Come scrisse Mario Untersteiner in un articolo del '47[5] "Con una frase e talora anche con una sola parola va alla radice perenne del mito, quella che ancora oggi è vitale".

Una doppia riflessione, quindi, quella di Pavese: sulla sfera mitica, come luogo archetipo da riportare alla luce, e sull'uomo stesso, il cui segreto non può non emergere da queste profonde e immense radici, costituite dall'intrecciarsi della dimensione simbolica, antropologica e psicoanalitica.

I ciechi[modifica | modifica wikitesto]

« Edipo: Ma è davvero così vile il sesso della donna?
Tiresia: Nient'affatto. Non ci sono cose vili se non per gli dèi.[6] »

Il dialogo, assai pessimista, avviene tra Edipo, re di Tebe e il vecchio Tiresia che è stato accecato dagli dèi verso i quali egli dimostra sfiducia. Ma l'argomento di fondo è sicuramente il destino e la sua inevitabilità. Edipo, ancora ignaro del suo destino, ancora ingenuo e felice, parla quasi ottimisticamente a Tiresia, che invece gli farà dolorosamente aprire gli occhi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino, pag. 175 e 177-178, 27 febbraio e 12 settembre 1946
  2. ^ Pavese, pag. 9
  3. ^ Lorenzo Mondo, Cesare Pavese, Mursia, 1970, pag. 76
  4. ^ Pavese, pag. 17
  5. ^ Mario Untersteiner, nell'articolo dedicato al libro, apparso su "L'Educazione Politica", Milano, 1, fasc. 11-12 (novembre-dicembre 1947)
  6. ^ Pavese, pag. 22

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Santori, Quei loro incontri. I Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, Antenore, 1985
  • Beatrice Mencarini, L'inconsolabile. Pavese, il mito e la memoria, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2013.

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