Fato

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Fato è un termine derivato dal verbo latino fari che significa "dire", "parlare" e quindi fatum, participio passato neutro che vuol dire "ciò che è detto" o "la parola detta (dalla divinità)" a cui ci si deve adeguare e alla quale è inutile tentare di sottrarsi:

(LA)

« Desine fata deum flecti sperare precando[1] »

(IT)

« Cessa di sperare di cambiare i fati degli dèi con la preghiera. »

Nella mitologia romana, anche Giove doveva sottostare al Fato (simbolizzato dalle Parche, sue figlie). Lo stesso nella mitologia greca, con Zeus e le moire. Idem nella mitologia norrena, con Odino e le norne.

Fato, destino e causalità[modifica | modifica wikitesto]

Nel linguaggio comune moderno il termine è stato sostituito da quello di destino[2] che nell'antichità però differiva nel suo significato da quello di fato. Questi infatti, indica l'essere sottoposti a una necessità che non si conosce, che appare casuale e che invece guida il susseguirsi degli eventi secondo un ordine non modificabile.

Il destino invece può essere cambiato poiché esso è inerente alle caratteristiche umane[3]: «faber est suae quisque fortunae» (Ciascuno è artefice della propria sorte)[4] L'unico artefice del proprio destino è dunque l'uomo stesso: questa concezione ricorrente nella mentalità romana, che si contrappone all'idea del fato, dominante nel mondo classico, che implica spesso rassegnazione e passività di fronte al corso necessitato degli avvenimenti. L'uomo romano si considera invece responsabile protagonista delle sue azioni e della lotta contro il bisogno e la miseria.[5]

Il concetto di fato inoltre va distinto da quello di determinismo, per cui in natura nulla avviene a caso, ma tutto accade secondo ragione e necessità. Il determinismo dal punto di vista ontologico indica quindi il dominio incontrastato della necessità causale in senso assoluto giudicando quindi nel contempo inammissibile l'esistenza del caso.

Il determinismo dei cosiddetti compatibilisti però afferma che la catena immodificabile degli eventi è immanente alle cose umane e quindi indagabile e conoscibile attraverso un'analisi razionale che renda possibile l'azione del libero arbitrio.[6]

« Libertà e necessità non si contraddicono: come nell'acqua, che ha non solo libertà, ma una necessità di discendere per un condotto. Allo stesso modo le azioni volontarie degli uomini, in quanto derivano dalla loro volontà, derivano dalla libertà; e tuttavia, in quanto ogni atto della volontà umana, e ogni desiderio ed inclinazione, deriva da una causa, e questa da un'altra causa, in un catena ininterrotta il cui primo anello è nelle mani di Dio, causa prima, esse derivano dalla necessità.[7] »

Fato e provvidenza[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto di fato appare definito soprattutto nella corrente filosofica dello stoicismo che lo concepisce come regolatore della vita dell'uomo e ordinatore della natura.

Nello stoicismo, in particolare quello di Zenone[8] il corso inesorabile e causale degli avvenimenti stabilito dal fato (εἰμαρμένη) potrà essere modificato dall'intervento provvidenziale (πρόνοια) degli dei.

Destino e provvidenza cioè nella visione stoica corrono su due binari paralleli poiché ambedue sono immanenti alla realtà umana.

Nelle opere di Cicerone e Seneca il termine latino di "providentia" è ancora collegato al significato di "pre-vedere". L'uomo, cioè, nonostante il fato preordini la sua vita, può liberamente agire pre-vedendo il proprio destino, magari ricorrendo alla divinazione e alla mantica, e quindi adeguando, per evitare i mali previsti, i suoi comportamenti a quanto gli riserva il destino.[9]

Successivamente ad opera di platonici e plotiniani la "providentia" diviene "pro-(v)videnza"[10] acquisisce cioè quel valore di intervento divino trascendente sulle sorti umane che si ritrova nel cristianesimo.

« Determinazione d'Iddio intorno all'uomo, secondo la verità Cristiana; seguendo la quale dice Boezio, essere una Disposizione nelle cose mobili, per la quale la providenza d'Iddio dà ordine, e norma a ciascuna cosa.[11] »

Il cristianesimo polemizza contro questa concezione della sovrana libertà dell'uomo nei confronti del fato[12] e ritiene necessario invece al libero agire morale dell'uomo, nonostante che il mondo sia stato regolato ab aeterno da Dio, il contemporaneo intervento della provvidenza.

Il pensiero di Agostino attraverserà tutto il Medioevo nei dibattiti sulla prescienza di Dio e sulla libertà dell'uomo: tema questo fondamentale ripreso dalla Riforma protestante a proposito del libero arbitrio.

Rinascimento ed età moderna[modifica | modifica wikitesto]

La questione del fato tornerà ad essere dibattuta, spoglia delle speculazioni teologiche che l'avevano caratterizzata nell'epoca precedente, da Pietro Pomponazzi[13] il quale sostiene, seguendo la dottrina aristotelica, che il fato non esclude una certa libertà nelle azioni umane.

La problematica religiosa per Spinoza si risolve in modo assolutamente originale nella sua concezione della Natura determinata dalla necessità e coincidente con Dio che come sostanza unica è assolutamente libero[14] Gli uomini hanno reso imperfetto Dio facendolo agire per un fine, il Bene, a cui lui stesso sarebbe poi subordinato. Se invece ci convinciamo che volontà e intelletto, mente e corpo, sono in Lui la stessa cosa, cioè che la mente è un "modo" dell'attributo pensiero e il corpo un "modo" dell'attributo estensione - poiché pensiero ed estensione sono i due attributi dell'unica sostanza divina anzi sono essi stessi la sostanza divina - allora non essendo l'intelletto, distinto dalla volontà, e quindi non essendoci libero arbitrio, nel senso di un intelletto che guidi liberamente la volontà, noi dobbiamo vivere nel mondo non cercando un fine e pensando di poterlo trovare liberamente, ma convincendoci che l'uomo è compartecipe della natura divina e quindi può vivere tranquillo e sereno «sopportando l'uno e l'altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall'eterno decreto di Dio con la medesima necessità con cui dall'essenza del triangolo segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti...Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c'è una libera volontà (tutto avviene perché così è stato deciso)»[15]

Recuperando nell'ambito del suo pensiero la concezione cristiana Leibniz contrappone quello che chiama il fato "maomettano" (riprendendo l'argomentazione di Cicerone del cosiddetto «ragionamento pigro» (ἀργὸς λόγος) secondo il quale se mi ammalo non vale chiamare il medico per curarmi poiché il corso della malattia è già scritto dal fato)[16] al fato come lo intendevano gli stoici che vedevano il corso degli eventi umani come una concatenazione di cause nella quale l'uomo poteva inserirsi liberamente realizzando la sua volontà secondo ragione.[17] Il mondo infatti nella visione di Leibniz è un insieme ordinato nelle sue parti stabilito da Dio da sempre ed è questa "armonia prestabilita" che rende possibile l'accordo tra la predeterminazione divina e la libertà. L'uomo cioè agisce liberamente integrandosi in un mondo dove ciascuno fa la sua parte armonizzandosi con il tutto ordinato prestabilito da Dio.

Kant riporta la questione del fato nell'ambito di quelle leggi a priori che da sempre regolano la natura per le quali «nulla avviene per un cieco caso (in mundo non datur casus)» e «nella natura non c'è necessità cieca, ma condizionata, quindi intelligibile (non datur fatum)»[18]

Non esiste né il caso né il fato ma una necessità ipotetica nel senso che si tratta semplicemente di effetti necessari conseguenti a precise cause secondo leggi che stabiliscono che tutto quello che accade «è determinato a priori nel fenomeno»[19]

La libertà dell'uomo è invece incondizionata nell'agire morale che ha come suo postulato ineliminabile la libertà del soggetto che nella descrizione della morale formale supera il determinismo naturale.

L'antico significato di fato è invece recuperato da Nietzsche con la dottrina di ispirazione stoica dell'"eterno ritorno" e dell'"amor fati"[20] (letteralmente dal latino "amore per il fato, per il destino") che caratterizzano la costituzione dell'oltreuomo, unico capace di accettare un senso della vita che si ripete sempre uguale e di esprimere la sua superiorità anche di fronte al fato, alla casualità dell'esistenza, che non gli impedirà di attuare gioiosamente, con l'entusiasmo che gli viene dallo spirito dionisiaco, la sua volontà di potenza.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Virgilio, Eneide, VI 376
  2. ^ Gli autori si dividono tra coloro che considerano i due lemmi sovrapponibili o sinonimi e quelli che invece ne sostengono la differenza di significato. (Vedi Destino, note 1, 2, 3)
  3. ^ Enciclopedia Garzanti di Filosofia alla voce corrispondente
  4. ^ La locuzione è presente nella seconda delle due epistulae ad Caesarem senem:/ de re pubblica (De rep., 1, 1, 2) attribuite a Sallustio, ma di autenticità molto discussa (non è improbabile vederle citate come opere dello Pseudo Sallustio).
  5. ^ Antimo Negri, Filosofia del lavoro: storia antologica, Volume 1, Marzorati 1980, p.29
  6. ^ Enciclopedia Garzanti di Filosofia (1981) p.295
  7. ^ Thomas Hobbes, Leviatano, Editori Riuniti, 1982, p. 146
  8. ^ Zenone, Inno a Zeus
  9. ^ Cicerone, De fato, 17
  10. ^ Plotino, Enneadi, III, 2-3
  11. ^ Lessicografia della Crusca alla parola "Fato"
  12. ^ Ad esempio Agostino d'Ippona nel De civitate Dei (V, 1-7), e nelle Confessioni (IV, 4; VI, 6) a proposito del fato astrologico
  13. ^ P. Pomponazzi, Libri quinque de fato, de libero arbitrio et de praedestinatione, post., 1557; trad. it. Il fato, il libero arbitrio e la predestinazione
  14. ^ B. Spinoza, Etica I, prop. 33, scolio 2
  15. ^ B. Spinoza, Ethica,II, prop.XLIX, scolio
  16. ^ Cicerone, De fato, 12-13
  17. ^ Leibniz, Teodicea, I, 55 sgg.
  18. ^ I. Kant, Analitica trascendentale, lib. II, cap. II, sez. III
  19. ^ I. Kant, Op. cit. ibidm
  20. ^ F. Nietzsche, Volontà di potenza, libro I

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