Il vizio assurdo

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Il "vizio assurdo"
AutoreDavide Lajolo
1ª ed. originale1960
GenereRomanzo
SottogenereMemorie
Lingua originaleitaliano
ProtagonistiDavide Lajolo
CoprotagonistiCesare Pavese

Il vizio assurdo è un libro di memorie dello scrittore italiano Davide Lajolo che parla dell'amicizia dell'autore con lo scrittore Cesare Pavese e ne tratteggia la vita. Il vizio assurdo consiste nella volontà di auto-annientamento di Pavese (che infatti culminerà nel darsi la morte), letterariamente avvolta da un senso di solitudine e disperazione.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

L'opera di Lajolo è suddivisa in una introduzione, sedici capitoli titolati e una conclusione ed è dedicata alla figlia Laurana.

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

L'autore narra di un primo incontro con Pavese avvenuto a Torino nel 1945 lungo la strada che porta da Piazza Statuto a Corso Valdocco, dove c'era la sede del giornale dove lavorava Lajolo; e di un secondo incontro, alla fine del luglio 1950, a Milano, quando egli aveva accompagnato Pavese, che era andato a trovarlo, a cena da Bagutta dove era stato invitato da amici critici e scrittori milanesi per festeggiare la sua vittoria al Premio Strega.

Lajolo ricorda le conversazioni fatte e, pensando all'amico scomparso, sente di scrivere della sua vita confortato dal "... comune sentimento della terra, l'origine contadina, e la comune, lenta conquista della città. Perché la nostra amicizia, nata in città, in Corso Valdocco a Torino, si è rinsaldata tra le colline, tra i libri, nel gran parlare che ne facevamo, nei grandi silenzi, quando ci immergevamo nelle vallate, e gli olmi, le vigne, i prati, i torrenti parlavano per noi due lo stesso linguaggio; amicizia fatta più intensa dai nostri caratteri opposti. L'uno sempre deciso e battagliero a vivere; l'altro sempre disperato e deciso a morire".[1]

S.Stefano Belbo: nascita e campagna[modifica | modifica wikitesto]

L'autore inizia a descrivere la cascina di S. Sebastiano dove era nato Pavese il 9 settembre del 1908 perché ricorda che l'amico l'aveva condotto, un giorno, a Santo Stefano Belbo.

«Ritrovammo la cascina qualche centinaio di metri prima del paese, prospiciente alla strada che da Canelli porta a S. Stefano Belbo. Era allora una grossa cascina con il fienile, la stalla e sull'altro fianco le stanze d'abitazione.[2]»

Prosegue parlando della sua famiglia e, per poter comprendere meglio il bambino e l'uomo, descrive i luoghi della sua infanzia.

«Prima di incontrarlo d'estate e d'autunno tra i boschi in caccia alle bisce, è indispensabile fare conoscenza con quella sua terra, quella campagna, quelle vigne, quelle colline, quelle Langhe.[2]»

Descrivendo così quei luoghi, Lajolo inquadra l'infanzia di Pavese, parla del suo carattere schivo, solitario, del suo desiderio di stare lontano dalla gente e di rifugiarsi nei boschi osservando maggiormente le cose derelitte e le persone disperate. Lajolo poi, sfogliando i romanzi di Pavese, trae la biografia interiore dell'amico.


Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ op. cit, pag 23
  2. ^ a b op.cit., pag.14

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