Castello di Melfi
| Castello di Melfi | |
|---|---|
| Ubicazione | |
| Stato | |
| Stato attuale | |
| Regione | Basilicata |
| Città | Melfi |
| Indirizzo | Via Normanni |
| Coordinate | 40°59′54.08″N 15°39′10.13″E |
| Informazioni generali | |
| Inizio costruzione | ~1042 |
| Primo proprietario | Guglielmo Braccio di Ferro |
| Proprietario attuale | Stato Italiano |
| voci di architetture militari presenti su Wikipedia | |
Il castello di Melfi è un castello medievale situato in Basilicata, nonché uno dei più importanti e meglio conservati dell'Italia meridionale. Edificato in epoca normanna e rimaneggiato nel corso dei secoli successivi, fu residenza di sovrani come Federico II e sede di numerosi concili papali, oltre che luogo di emanazione delle costituzioni di Melfi. Ad oggi ospita il museo archeologico nazionale del Melfese.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Il periodo Normanno
[modifica | modifica wikitesto]Con l'arrivo nel 1041 dei Normanni guidati da Guglielmo d'Altavilla e dai suoi fratelli venne iniziata la costruzione, sulla sommità della collina, di un fortilizio sul modello delle "motte" e dei "baileys", tipici dell'architettura militare di origine vichinga.
La "motta" consisteva in una collinetta rialzata, solitamente artificiale, sormontata da una struttura di legno o di pietra. La terra per elevarla veniva prelevata da un fossato, scavato intorno ad essa, mentre la superficie esterna era di solito rinforzata con supporti di legno. Il "bailey" era invece un cortile chiuso, circondato da una recinzione di legno.

Sul primo e provvisorio edificio in legno venne poi costruito, su iniziativa di Roberto il Guiscardo, il primo manufatto in pietra, con funzione di palazzo ducale. Fu proprio qui che, nell'estate del 1059, soggiornò Papa Niccolò II, protagonista di tre importanti avvenimenti: il Trattato di Melfi, firmato in giungo e con il quale vennero ufficialmente riconosciute dalla Chiesa cattolica le casate Altavilla e Drengot; il Concilio di Melfi I, tenutosi dal 3 al 25 agosto e durante il quale Roberto il Guiscardo venne nominato duca di Puglia, Calabria e Sicilia (malgrado quest'ultima fosse ancora da conquistare); il Concordato di Melfi, stipulato il 23 agosto e con il quale si ufficializzarono le decisioni precedentemente prese. Nel palazzo fu inoltre tenuto prigioniero il generale romano Exaugusto Boioannes, catturato dai Normanni durante la lotta per la conquista della Puglia, ma anche numerosi baroni che si ribellarono all’autorità del duca, come Riccardo di Capua e Pietro di Trani.

L'edificio aveva pianta quadrata ed era munito di quattro torri negli angoli, tre delle quali tuttora ben visibili anche se ormai inglobate nel palazzo centrale, con una costruzione posticcia che ospita oggi la biglietteria del museo e la sovrastante saletta. Gli ingressi erano collocati sui due lati opposti (est e ovest), in prossimità della cinta muraria, nella cui corrispondenza si trovano oggi quelli di epoca angioina.
Gli anni che vanno dal 1067 al 1137 possono essere considerati i più fulgidi dell'epoca normanna, in quanto Melfi fu luogo di altri quattro concili papali: il Concilio di Melfi II, tenutosi dal 1° agosto agli inizi di settembre 1067, durante il quale Papa Alessandro II scomunicò ufficialmente Roberto il Guiscardo; il Concilio di Melfi III, presieduto dal 10 al 17 settembre 1089, durante il quale Papa Urbano II bandì la Prima crociata in Terra santa; il Concilio di Melfi IV, tenutosi nell'agosto 1101, durante il quale Papa Pasquale II concesse al vescovo di Melfi il privilegio di dipendere direttamente da Roma; il Concilio di Melfi V, presieduto dal 4 al 18 luglio 1137 e al quale partecipò anche l'imperatore Lotario di Supplimburgo, durante il quale Papa Innocenzo II depose ufficialmente l'Antipapa Anacleto II e delegittimò Ruggero II d'Altavilla. Venne inoltre presieduto un sesto concilio, non riconosciuto dalla Chiesa cattolica, proprio dall'Antipapa Anacleto II che, il 5 novembre 1130, incoronò Ruggero II re di Sicilia.[1]
Il periodo Svevo
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Con l'avvento degli Svevi e sotto il dominio di Federico II, il castello venne ampliato e dotato di una prima cinta muraria separata dal palazzo centrale, che si chiudeva tra due torri esterne con funzione di prigione e maschio, cioè di ultima roccaforte tipica dei castelli dell'epoca. La prima torre si trova sul lato orientale ed è detta del "Marcangione", riconoscibile dalla finestra a bifora, mentre l'altra si trova sul lato settentrionale ed è detta dei "Sette Venti". Nei sotterranei di collegamento tra le due torri erano collocate le segrete e la sala per le esecuzioni, come dimostrano ceppi di ferro e ossa umane rinvenute durante gli scavi degli anni ’30.
Fu proprio all'interno del castello che Federico II promulgò le sue Costituzioni, il più importante corpus giuridico del Medioevo, che riordinò e ampliò le precedenti leggi romano-bizantine e arabe a lui giunte tramite lo Stato normanno. Fondamentale fu il contributo dei giuristi di Curia, tra cui il capuano Pier della Vigna, reso celebre da Dante nel canto XIII dell’Inferno, e il filosofo Michele Scoto.
Con Federico II, il castello divenne anche sede dell’Archivio del Regno, ospitando influenti giuristi e notai impegnati in studi e traduzioni (in particolare dall'arabo) di importanti manoscritti, fra i quali spicca il "De Animalibus" di Avicenna, nonché deposito principale delle tasse riscosse in Basilicata. Grazie alle sue carceri, divenne inoltre centro detentivo per numerosi uomini, tra cui il saraceno Othmàn di Lucera, il quale fu costretto a pagare cinquanta once d'oro al giustiziere di Capitanata per tornare in libertà, nonché due cardinali e numerosi vescovi franco-tedeschi che avrebbero dovuto partecipare ad un concilio convocato da papa Gregorio IX per deporre l'imperatore.[1]
Il periodo Angioino
[modifica | modifica wikitesto]La caduta degli Svevi e l'arrivo dei nuovi dominatori Angioini comportarono un ulteriore ampliamento del castello che, con il completamento della cinta esterna e del fossato, l’aggiunta delle tre torri pentagonali, di altre tre rettangolari e il completamento della maestosa cisterna, assunse l’attuale fisionomia, progettata dall’architetto militare Pierre d’Agincourt tra il 1277 e il 1280 utilizzando pietrame vulcanico estratto dalla cava alle spalle.

L’appartamento del re, piuttosto modesto e oggi in parte crollato, fu realizzato in un angolo appartato e lontano dal palazzo centrale, addossato alla torre dei "Sette Venti", ora utilizzata come "studium", dotato di servizi igienici e collegato al corpo delle segrete, a sua volta sopraelevato con l’inserimento di contrafforti per edificare un vasto salone di rappresentanza oggi noto come “sala del trono”. Il passaggio di ingresso agli appartamenti controllava l’accesso principale del castello, posto sul lato nord, ed era protetto da una botola (probabilmente un trabocchetto di estrema difesa alla persona del sovrano).
Malgrado fosse stato adibito da Carlo II d'Angiò a residenza ufficiale per sua moglie Maria d'Ungheria nel 1284, il castello perse progressivamente la sua funzione amministrativa, trasferita a Napoli insieme con l’Archivio del Regno, acquisendo per contro una crescente funzione militare, soprattutto nei confronti di insidie e congiure interne, anche dalla stessa città, dalla quale si accentuò la separazione ampliando il fossato.[1]
Il periodo Aragonese
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Nello scontro per ottenere la città si aggiunsero anche gli Aragonesi, che diventarono in seguito i nuovi padroni. Il feudo passò così a Sergianni Caracciolo, amante della regina Giovanna d'Angiò, che si insediò con il titolo di principe.
Ma il dominio aragonese fu ben presto caratterizzato da non pochi disordini. Nel settembre 1486, il castello fu sede di numerose riunioni indette dai più importanti ribelli coinvolti nella cosiddetta "congiura dei baroni", con lo scopo di rovesciare il re Ferrante D'Aragona. Impatto notevole fu dato proprio dai feudatari della città: i Caracciolo.
Durante l'Assedio di Melfi del 1528, il castello sostenne l’estremo tentativo di difesa del principe Giovanni Caracciolo contro le soverchianti truppe francesi al comando di Odet de Foix, in guerra contro l’imperatore Carlo V, che avevano già aperto una breccia nella mura e fatto strage della sua popolazione. Fatto prigioniero e non avendo ottenuto il riscatto, il principe giurò quindi fedeltà al re di Francia, malgrado la successiva sconfitta nell'assedio di Napoli lo avrebbe poi costretto all'esilio.[1]
Il periodo Doria
[modifica | modifica wikitesto]Al posto del traditore Caracciolo, il feudo di Melfi fu assegnato per un breve periodo a Filiberto di Chalon e poi, nel 1531, all’ammiraglio genovese Andrea Doria, che aveva finanziato e concesso l’uso della sua flotta all’imperatore Carlo V durante la guerra contro i francesi.
Prima come governatori e poi come semplici agenti, i delegati dei principi Doria si alternarono nel castello per oltre quattro secoli, fino agli anni ’50 del novecento, quando lo stesso fu ceduto allo Stato che vi realizzò il Museo Nazionale del Melfese. Il primo governatore, Marco Antonio del Carretto, aprì l’ingresso del castello verso la città, realizzando un ponte sul fossato, come ricorda la lapide sul portone dedicata a sua figlia Zenobia e al marito Andrea Doria, figlio adottivo dell’omonimo ammiraglio genovese.

Il palazzo centrale divenne sede degli appartamenti e venne arricchito di arredi, suppellettili e quadri con scene di caccia, poi trasferiti in vari musei e oggi oggetto di una lenta e complessa opera di restituzione al castello. Tra ’700 e ’800 i governatori ospitarono negli appartamenti numerosi viaggiatori stranieri che seguivano la moda del Grand Tour, tra cui il francese Lenormant e l’inglese Edward Lear.
Nell'agosto 1851, malgrado gran parte della città fosse stata rasa al suolo da un violento terremoto, il castello rimase pressoché intatto, subendo solamente lievi danni strutturali. Quasi ottant'anni dopo, purtroppo, il finale fu differente. La struttura, malgrado fosse nuovamente rimasta miracolosamente indenne, vista l'incuria in cui versava, si vide privata della vela edificata a fine Seicento sulla sommità della torre dell'Orologio, che dal 1853 aveva sorretto una campana per i rintocchi. In quell'occasione, l'Amministrazione Doria stanziò 916.558 lire per finanziare l'opera di restaurazione e rafforzamento del castello, che terminò appena due anni dopo.[1]
Dagli anni '50 ad oggi
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Nel 1952 il castello venne ufficialmente ceduto dai Doria allo Stato Italiano che, attraverso il Ministero della cultura, ne supervisiona ancora oggi eventuali progetti di restauro/consolidamento e il Museo Archeologico, inaugurato nel 1976.
Malgrado i precedenti lavori di rafforzamento strutturale, il castello subì ulteriori danni a seguito del terremoto del 1980, il che comportò l’utilizzo di cemento nei piani interrati, a sostegno delle strutture sovrastanti.
Dal 2002 il castello è al centro di una vasta opera di consolidamento e restauro, grazie alla quale è stato possibile aprire al pubblico numerose aree, dando parallelamente alla luce nuovi reperti attualmente esposti all'interno del museo.
Ad oggi il castello può contare su circa 33.600 visitatori annui (dati risalenti al 2022 e molto probabilmente in crescita).[2]
Struttura
[modifica | modifica wikitesto]Avendo riportato numerose fasi costruttive nell'arco dei secoli, il castello presenta una forma architettonica multi-stilistica, sebbene abbia conservato il suo aspetto prettamente medievale. Attualmente presenta dieci torri, di cui sette a pianta quadrata e tre a pianta pentagonale, sei cortili e quattro ingressi.
Torri
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- Torre dell'orologio: a pianta pentagonale, è dotata di feritoie e di un orologio Seicentesco a sei ore, elemento che la contraddistingue dalle altre torri. Edificata in epoca angioina, si presenta come il punto più avanzato della fortezza verso l’abitato.
- Torre dell'ingresso: a pianta quadrata, è dotata di feritoie. Presenta un'altezza minore rispetto alle altre torri, il che fa intendere fosse utilizzata come baluardo. Secondo alcuni manoscritti, invece, la torre risultò alta come le altre fino all'avvento dei Doria, i quali la demolirono parzialmente per ottenere una visione più accattivante dagli appartamenti, posti nel palazzo centrale.
- Torre dello stendardo: a pianta pentagonale, è dotata di feritoie come le precedenti, ma anche di finestre. Fu edificata in epoca angioina.
- Torre della terrazza: a pianta quadrata, è dotata di finestre come la precedente. Risulta essere più bassa delle altre torri.

Il castello visto da Est. Visibili, da destra verso sinistra, tre torri: "torre del Marcangione", "torre della Chiesa", "torre dell'orologio". - Baluardo del leone: a pianta pentagonale, domina e difende quello che in epoca angioina era l'ingresso principale. Dotata di feritoie, sulla sua sommità è possibile osservare una struttura a tronco di cono rovesciato che, secondo la leggenda, avrebbe ospitato il nido del falco di Federico II di Svevia.
- Torre dei sette venti: a pianta quadrata, è così denominata in quanto, essendo la più avanzata verso la campagna circostante, è anche la più esposta ai venti. Dotata di feritoie, fu fatta edificare da Federico II di Svevia e risulta essere la più alta fra tutte.
- Torre senza nome: a pianta quadrata, ad oggi ne restano solamente i ruderi. Probabilmente crollò a seguito del terremoto del 1694.
- Torre Parvula: a pianta quadrata, è anche definibile "torrita", in quanto più tozza rispetto alle altre torri. Dotata di feritoie, fu molto probabilmente edificata in epoca Sveva.
- Torre di Marcangione: a pianta quadrata, è dotata di feritoie, ma anche di finestre a bifora, che la contraddistinguono dalle altre torri. Edificata in epoca Sveva, prende il nome da un brigante che vi fu detenuto nel '600.
- Torre della Chiesa: a pianta quadrata, è dotata di feritoie. Prende il nome dalla Cappella Gentilizia dei Doria addossatale nel XVIII secolo.[3]
Cortili
[modifica | modifica wikitesto]- Cortile d'ingresso: accessibile tramite l'ingresso aperto dai Doria nel '600, al suo interno si prospetta il palazzo centrale. Grazie ad un grande arco a tutto sesto, posto sulla sinistra, è possibile procedere verso il cortile successivo.
- Cortile dello stallaggio: collegato con il cortile d'ingresso attraverso un grande arco a tutto sesto, fu il luogo di sistemazione delle scuderie durante il '500.
- Cortile di passaggio: direttamente collegato con il cortile dello stallaggio, risulta essere più piccolo degli altri. Attraverso un portale a sesto acuto munito di caditoia è possibile scendere verso il cortile successivo.

Il "cortile dell'imperatore" con il suo pozzo. - Cortile degli armigeri: collegato con il cortile di passaggio attraverso una morbida gradinata, ospita due portali: quello a sinistra, difeso da una caditoia, consente di uscire dagli spalti nella parte interna delle mura di cinta; quello a destra, invece, conduce al cortile successivo.
- Cortile mortorio: collegato con il cortile degli armigeri attraverso un portale, ospita il corpo di fabbrica angioino, con il “salone degli armigeri” al piano rialzato e la “sala del trono” al livello superiore. Attraverso quest'ultima è possibile accedere al cortile successivo.
- Cortile dell'imperatore: accessibile tramite la "sala del trono" di epoca angioina, ospita l'enorme cisterna, fatta realizzare nel XIII secolo da Carlo I d'Angiò sotto la guida di Pierre d’Angicourt, basandosi su un sistema di collegamenti tipico dell'architettura militare francese.[3]
Ingressi
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- Ingresso Sud: attualmente risulta essere l'unico ingresso valicabile. Fu aperto da Marco Antonio del Carretto, primo governatore di Melfi per conto dei Doria, sul finire del '500. È raggiungibile, dal centro cittadino, attraversando un ponte in pietra, in tempi remoti levatoio, nonché un arco in pietra chiara del XVII secolo sovrastato da un'epigrafe dedicatoria che recita: "Ai prìncipi coniugi D Zenobia e Gianandrea Doria, grande pronotaio di questo regno e prefetto delle flotte di Filippo Cattolico Re della Spagna Melfi Fedele eresse". La Zenobia a cui fa riferimento l'epigrafe della lapide è Zenobia del Carretto, sposata dal 1558 con Gianandrea Doria, che aveva ereditato da suo zio, il grande ammiraglio genovese Andrea Doria, il titolo di principe di Melfi concessogli nel 1531 da Carlo V d'Asburgo come ricompensa per i servigi prestati in suo favore.
- Ingresso Ovest: posto in prossimità del "baluardo del leone", era l'ingresso principale in epoca angioina. Si presenta come un portale difeso internamente da una caditoia e consente di uscire dagli spalti nella parte interna delle mura di cinta. Attualmente è visibile ma non accessibile, in quanto sbarrato da un'inferriata.
- Ingresso Nord: collocato fra la torre "dei sette venti" e i ruderi della torre senza nome, si affaccia verso la campagna. Fu, con molta probabilità, aperto in epoca Sveva. Attualmente risulta murato.
- Ingresso Est: collocato nei pressi della torre "della Chiesa", si affaccia verso lo spalto. Fu aperto, assieme all'ingresso Ovest, in epoca angioina, rispettando più o meno la posizione dei precedenti ingressi normanni. Attualmente risulta murato.[1]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ^ a b c d e f Dom.nardone, Bisanzio: Il castello di Melfi, su Bisanzio, lunedì 18 agosto 2014. URL consultato il 15 ottobre 2025.
- ^ Il Castello di Melfi, su Museo Massimo Pallottino Melfi. URL consultato il 15 ottobre 2025.
- ^ a b Castello Normanno Svevo di Melfi, su lnx.altobradano.it, 12 luglio 2020. URL consultato il 15 ottobre 2025.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Antonio Canino, Basilicata Calabria, Touring Editore, 1980.
- Raffaele Licinio, Castelli medievali: Puglia e Basilicata, dai Normanni a Federico II e Carlo I D'Angiò, Edizioni Dedalo, 1994.
- Nicola Masini, Dai Normanni agli Angioini: castelli e fortificazioni della Basilicata, in AA.VV., Storia della Basilicata. Il Medioevo, a c. di C.D. Fonseca, Editori Laterza.
- Aurelio Musi, Napoli, una capitale e il suo regno, Touring Editore, 2003.
- Eduard Sthamer, Dokumente zur Geschichte der Kastellbauten Kaiser Friedrichs II. und Karls I. von Anjou. Band II: Apulien und Basilicata, Lipsia, Verlag Karl W. Hiersemann, 1926.
- Michelangelo Levita, Il Castello di Melfi: Storia e Architettura, Mario Adda Editore Bari 2008.
- Gaspare Lenzi, Il castello di Melfi e la sua costruzione, Opera nazionale per il mezzogiorno d'Italia, 1935.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]- Trattato di Melfi
- Concilio di Melfi I
- Concordato di Melfi
- Concilio di Melfi II
- Concilio di Melfi III
- Concilio di Melfi IV
- Concilio di Melfi V
- Congiura dei baroni
- Assedio di Melfi
- Terremoto dell'Irpinia e Basilicata del 1694
- Terremoto del Vulture del 1851
- Terremoto dell'Irpinia e del Vulture del 1930
- Terremoto dell'Irpinia del 1980
- Museo archeologico nazionale del Melfese
Altri progetti
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