Capo del governo primo ministro segretario di Stato

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Il capo del governo primo ministro segretario di Stato fu il titolo assunto dal capo del governo del Regno d'Italia in sostituzione del titolo di presidente del Consiglio dei ministri precedentemente utilizzato.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il cambio di denominazione fu stabilito dalla legge 24 dicembre 1925, n. 2263. La nuova denominazione rifletteva la posizione di netta preminenza che veniva a conseguire sugli altri membri del governo grazie ai maggiori poteri che la legge gli conferiva.

Il titolo fu utilizzato da:

Ivanoe Bonomi, succeduto a Badoglio, adottò la denominazione presidente del Consiglio dei ministri, primo ministro segretario di Stato. Nel testo finale della Costituzione repubblicana si tornò alla denominazione presidente del Consiglio dei ministri (sebbene nel progetto di costituzione elaborato dalla Commissione dei 75 comparisse il titolo di presidente del Consiglio dei ministri, primo ministro).

Ruolo e prerogative del capo del governo[modifica | modifica wikitesto]

La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, è una delle cosiddette leggi fascistissime con le quali il regime fascista trasformò il Regno d'Italia da monarchia parlamentare a stato autoritario. Essa poteva modificare lo Statuto Albertino, che peraltro nemmeno prevedeva la figura del capo del governo, in quanto era considerato costituzione flessibile.

La legge poneva fine al principio, proprio dello stato parlamentare, secondo cui il governo e il suo capo rispondono verso il parlamento, della cui fiducia devono godere. Stabiliva infatti all'art. 2 che "Il capo del governo primo ministro segretario di Stato è nominato e revocato dal Re ed è responsabile verso il Re dell'indirizzo generale politico del Governo". Il capo del governo, quindi, era responsabile esclusivamente nei confronti del Re; Vittorio Emanuele III fece valere questa responsabilità una sola volta nel 1943 quando, a seguito dell'ordine del giorno Grandi, sostituì Benito Mussolini con Pietro Badoglio.

L'art. 2 della legge proseguiva stabilendo che:

  • "I ministri segretari di Stato sono nominati e revocati dal Re, su proposta del capo del governo primo ministro. Essi sono responsabili verso il Re e verso il capo del governo di tutti gli atti e i provvedimenti dei loro Ministeri";
  • "I sottosegretari di Stato sono nominati e revocati dal Re, su proposta del capo del governo di concerto col ministro competente".

L'art. 3 della legge stabiliva che "Il capo del governo primo ministro dirige e coordina l'opera dei ministri, decide sulle divergenze che possono sorgere tra di essi, convoca il Consiglio dei ministri e lo presiede".

L'art. 4 della legge stabiliva che "Con regio decreto può essere affidata al capo del governo la direzione di uno o più ministeri. In tal caso con suo decreto egli può delegare al sottosegretario di Stato parte delle attribuzioni del ministro". Di tale possibilità Mussolini fece ampio uso, assumendo la titolarità dei ministeri più importanti: nella seconda metà del 1933 era titolare di ben sette dicasteri su quattordici.

L'art. 6 della legge stabiliva che "Nessun oggetto può essere messo all'ordine del giorno di una delle due Camere, senza l’adesione del capo del governo". In altri termini, veniva assicurato al capo del governo il controllo sull'ordine del giorno dei lavori parlamentari, in netto contrasto con il principio di indipendenza del potere legislativo dall'esecutivo e, quindi, di separazione dei poteri.

Il capo del governo primo ministro segretario di Stato era presidente di diritto del Gran Consiglio del Fascismo e del Consiglio Nazionale delle Corporazioni. Si trovava in seconda posizione nell'ordine delle cariche del Regno d'Italia. Nel 1938 gli venne attribuito il grado militare di primo maresciallo dell'Impero, appositamente istituito e condiviso con il Re.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mussolini era presidente del Consiglio dei ministri dal 31 ottobre 1922

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]