Francesco Borromini

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Borromini)
Francesco Borromini, anonimo ritratto giovanile.

Francesco Borromini, nato Francesco Castelli (Bissone, 27 settembre 1599Roma, 3 agosto 1667), è stato un architetto ticinese operante quasi esclusivamente a Roma, tra i principali esponenti dell'architettura barocca[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il grande architetto Domenico Fontana, oltre a essere imparentato alla lontana con Anastasia Garvo (madre di Francesco), ebbe i natali nel villaggio dirimpettaio a Bissone, ove invece nacque Borromini

Giovinezza e formazione[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Castelli nacque il 27 settembre 1599 a Bissone, villaggio del canton Ticino sulle sponde del lago di Lugano, primogenito di quattro figli. Del padre, Giovanni Domenico, non si conosce molto, ma sappiamo che era un modesto architetto o capomastro al servizio dei Visconti a Milano; la madre, Anastasia Garvo, proveniva invece da un'agiata famiglia impegnata nell'edilizia[2] e imparentata alla lontana con Domenico Fontana, considerato in quel periodo il più prestigioso architetto del mondo occidentale.[3]

Il cognome originario di Francesco, dunque, non era Borromini, bensì Castelli; avrebbe iniziato a firmarsi abitualmente come «Borromini» dal 1628, così da distinguersi dalle diverse maestranze edili romane che si chiamavano Castelli. «Borromini», in ogni caso, era un cognome che già apparteneva alla famiglia: Giovanni Pietro Brumino era lo sposo in seconde nozze di una nonna del futuro architetto, e lo stesso padre era spesso soprannominato «Brumino», forse in ragione del suo legame con la famiglia viscontea.[4]

Seguendo l'iter proprio delle maestranze lapicide provenienti dalla regione del lago di Lugano, Borromini a soli nove anni venne inviato dal padre a fare apprendistato a Milano, ove giunse nel 1608. Nella città ambrosiana il giovane Francesco apprese da Andrea Biffi «l'arte di intagliatore in pietra», per usare le parole del biografo Filippo Baldinucci; fu in qualità di intagliatore di marmi, inoltre, che lavorò presso numerosi cantieri milanesi, fra cui quello cantiere monstre del duomo di Milano. Grazie al mestiere seppur umile di scalpellino Borromini ebbe modo di affinare la mano all'uso dello scalpello e maturare sicure capacità tecniche; l'esperienza alla Fabbrica del Duomo di Milano, inoltre, ebbe un'influenza duratura sulle future realizzazioni architettoniche del futuro architetto.[5]

L'arrivo a Roma e i primi lavori[modifica | modifica wikitesto]

Leone Garvo[modifica | modifica wikitesto]

«Chi segue altri non gli va mai inanzi. Ed io al certo non mi sarei posto a questa professione col fine d'esser solo copista»
— Francesco Borromini

Borromini, sentendosi ormai oppresso tra le maestranze milanesi, ben presto decise di recarsi a Roma, dove giunse alla maniera dei pellegrini; trovando asilo nei conventi, percorse l'intero tragitto a piedi facendo tappa a Ravenna, così da ammirare la basilica di San Vitale, e nella contrada toscana di Montesiepi, dove visitò l'abbazia di San Galgano.

Arrivato nell'Urbe nel 1619, Borromini fu ospite e collaboratore di un parente prossimo per via materna, Leone Gravo, residente al vicolo dell'Agnello (l'odierno vicolo Orbitelli), presso la parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini. Gravo, già attivo come capomastro scalpellino a Milano, allora godeva in città di una distinta notorietà, accresciutasi in seguito alla parentela con l'illustre architetto Carlo Maderno, acquisita sposando nel 1610 la nipote Cecilia. L'apprendistato presso il Gravo, tuttavia, fu di breve durata, allorché quest'ultimo morì accidentalmente il 12 agosto 1620, precipitando dalle impalcature della basilica di San Pietro.[6] Di seguito è riportato il suo atto di morte, steso dalla parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini:[7]

« Magister Leo Garovius de Bisone, longobardus, carpentarius, cecidit in fabrica dum metiretur et statim obiit sed prius recepit exstreman untionem. Eius corpus full sepultus in ha nostra ecclesia »
Incisione di Abraham Leuthner realizzata nel 1677 raffigurante il Baldacchino di San Pietro

La collaborazione con Maderno e Bernini[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver terminato così bruscamente il suo primo tirocinio, Borromini iniziò a collaborare con Carlo Maderno, conosciuto proprio grazie all'intercessione del Gravo. Il Maderno, uno dei maggiori architetti nella Roma di Paolo V Borghese, non poté fare a meno di ammirare l'instancabilità di questo giovane bissonese (conterraneo nonché lontano parente) e la padronanza tecnica con la quale realizzava i suoi disegni architettonici. Fu presso la residenza di Maderno, infatti, che Borromini istituì insieme ad altri due capomastri scalpellini provenienti dalla diocesi di Como una società di arte del marmo, rilevando per 155 franchi i beni dello zio appena defunto.[7] Non rimane alcuna documentazione di una qualsivoglia attività di questa società, ma sappiamo che fu di vitale importanza per il Borromini, che da «maestro» divenne in questo modo «capomastro».

Tra i diversi episodi della fase maderniana, in ogni caso, si ricordano il cantiere di Sant'Andrea della Valle, l'erezione della cappella del Sacramento in San Paolo e la fabbrica di palazzo Barberini, dove lavorò anche al fianco di Gian Lorenzo Bernini, artista di un solo anno più anziano ma già celebre; qui Borromini realizzò lo scalone elicoidale, le porte del salone e alcune finestre.

Alla morte del Maderno, nel 1629, Borromini proseguì la propria carriera da architetto al fianco del Bernini, che nel frattempo aveva assunto la direzione della fabbrica di San Pietro in Vaticano. L'iniziale concordia tra Bernini e Borromini mutò in un rapporto estremamente difficile e conflittuale; l'accesa rivalità tra i due, spesso sfociata nella leggenda, era dovuta da una parte alle notevoli divergenze caratteriali, e dall'altra al ruolo prioritario assunto dal Bernini, anche sotto il profilo retributivo.[8]

Dal punto di vista artistico, tuttavia, la collaborazione con Bernini fu assai fruttuosa: da questo sodalizio nacque infatti il baldacchino di San Pietro, dove la partecipazione borrominiana è evidente nel coronamento dell'aereo ciborio con volute a dorso di delfino.

Il successo[modifica | modifica wikitesto]

San Carlo alle Quattro Fontane[modifica | modifica wikitesto]

Disegno di Borromini per la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane.

Su proposta del Bernini, che forse con quest'atto di benevolenza intendeva sbarazzarsi del suo assistente, il 25 settembre 1632 Borromini ottenne la nomina con breve papale presso lo Studium Urbis, diventando finalmente architetto alla Sapienza:

« Ul sig. Cav. Bernini ha fatto sapere da parte del sig. Card. Barberini padrone, d’aver fatto deputare per Architetto della Sapienza, l’Ill.mo sig. Francesco Borromino nipote del Sig. Carlo Maderni, e che ha gusto che non sia una piazza morta »

Nella nuova veste di architetto (e non più da capomastro) Borromini poté finalmente consacrare la propria affermazione professionale, libero dai vincoli di dipendenza degli esordi; fu nel 1634, infatti, che ottenne per la prima volta un incarico indipendente, quando i trinitari scalzi spagnoli gli affidarono la progettazione della chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane e dell'annesso convento.[4]

Borromini fu attivo nel cantiere di San Carlino dal 1634 al 1641. In quest'opera prima - definizione che usò egli stesso - egli ebbe l'opportunità di esprimere la propria personalità artistica, esprimendola in peculiarità che si sarebbero poi riflesse in tutte le sue future opere architettoniche. Di quest'ultime, si segnalano l'impiego del colore bianco, che infonde un'intima sensazione di raccoglimento (la «bianchezza sommamente grata a Dio» di Palladio), e l'adozione di uno spiccato dinamismo architettonico.[4]

Mentre realizzava San Carlino, Borromini eseguì tra il 1632 e il 1637 anche una galleria di colonne a palazzo Spada che, con particolari accorgimenti prospettici, simula una profondità assai superiore a quella reale.

La pianta stellare di Sant'Ivo
La lanterna a spirale di Sant'Ivo

Sant'Ivo alla Sapienza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza.

Nel frattempo - a lato dei numerosi progetti minori - Borromini attese alla decorazione della cappella della Trinità nella chiesa di Santa Lucia in Selci (1638-39), dove si avvertono chiare reminiscenze maderniane, e dell'Oratorio di San Filippo Neri; qui Borromini si procurò le busse dei Filippini, ordine spiccatamente tradizionalista che si dimostrò particolarmente ostile al suo spirito innovatore.

Nel 1642, sotto il pontificato di Urbano VIII, Borromini diresse la costruzione della chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, universalmente riconosciuta come la sua opus magna. Qui egli, dovendo fare i conti con dei forti vincoli fisici dovuti al cortile porticato rettangolare preesistente, si ritrovò a lavorare in uno spazio di dimensioni ridottissime. Non volendo adottare metodi di progettazione tradizionali, Borromini qui si diede ad intrepide sperimentazioni, dando vita ad un disegno in forma ottagonale con cellette ottagonali in forma d'alveare; questa «pianta stellare» forse intende essere un rinvio all'ape barberina, simbolo di Urbano VIII.[9]

L'audacia borrominiana si palesa ancora di più nella cupola ripartita in spicchi, che si conclude con un'originalissima lanterna a spirale. L'adozione della struttura a spirale, oltre a nascondere significati biblici e sapienziali, conferisce alla struttura una strutturale e dinamica, e accelera lo slancio verticale della cupola.[9]

Innocenzo X[modifica | modifica wikitesto]

Incisione di Giovan Battista Piranesi raffigurante piazza Navona; la chiesa di Sant'Agnese in Agone è visibile a destra

In seguito alla morte di Urbano VIII i Barberini caddero in disgrazia ed il soglio pontificio fu occupato da Innocenzo X, al secolo Giovanni Battista Pamphilj. Il nuovo pontefice intendeva epurare Roma dal potere ancora molto vivo dei Barberini, anche sotto il profilo artistico; fu per questo motivo che egli decise di favorire il Borromini, a scapito del Bernini che sotto i primi anni del suo pontificato conobbe un notevole calo di commesse, anche per via dello scandalo dei campanili di San Pietro.

Per Borromini questi furono anni percorsi da un fervore artistico che non conobbe soste. Tra le diverse committenze papali di questo periodo, Borromini progettò un casino per la villa di San Pancrazio, un corpo di fabbrica contiguo a Santa Maria in Vallicella, un palazzo e una fontana a piazza Navona (non realizzati) ed il rifacimento della vetusta basilica di San Giovanni in Laterano, che versava in uno stato totale di abbandono ed incuria e che si intendeva riportare agli antichi fasti in occasione dell'anno giubilare 1650. Dal 1646 per tutto il ventennio sucessivo, inoltre, Borromini intervenne in palazzo di Propaganda Fide: qui demolì la berniniana cappella dei Magi e vi eresse sullo stesso sito l'Oratorio dei Re Magi, e creò una facciata considerata una dei massimi lavori borrominiani e barocchi presenti a Roma.[4]

Nel 1652 Borromini subentrò come architetto dell'erigenda chiesa di Sant'Agnese in Agone, sino ad allora posta sotto la direzione da Girolamo e Carlo Rainaldi. Borromini progettò la soppressione del vestibolo originariamente previsto, e in questo modo ricavò una facciata concava, così da dare maggiore slancio ad una cupola che, al posto di essere statica (così come contemplato dai Rainaldi), era fortemente verticalizzata.

Tomba del Borromini in San Giovanni dei Fiorentini, a Roma

L'isolamento professionale e la morte[modifica | modifica wikitesto]

La salita al trono di papa Alessandro VII, nel 1655, segnò il tramonto professionale di Borromini, che cadde inesorabilmente in una profonda crisi psicologica, inaspritasi alla luce della nuova ascesa di Bernini che ritornò ad essere l'architetto preferito dalla corte papale.[8]

Borromini concluse tragicamente i propri giorni. Nell'estate del 1667 la sua salute, già travagliata feroci disturbi nervosi e depressivi, si aggravò a causa di ripetute febbri e di un'insonnia cronica. La sera del 1° agosto, secondo la testimonianza del diarista Cartari Febei, fu tuttavia ancora più stravagante e lacrimevole, in quanto l'architetto, che era «caduto da alcuni giorni in pieno umore hipocondriaco, con una spada, appoggiata col pomo in terra e con la punta verso il proprio corpo si ammazzò». In altre parole Borromini, quando il servo non obbedì al suo ordine di accendere un lume per scrivere, fu colto da uno spropositato attacco d'ira e si trafisse letalmente con una spada. La morte non fu immediata, bensì sopraggiunse «alle dieci hore dell'alba»; in questo modo, Borromini ebbe il tempo di spiegare le ragioni del folle gesto, dettare le proprie disposizioni testamentarie, e ordinare di essere sepolto nello stesso sepolcro dell'amato Carlo Maderno, nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.[8]

L'uomo Borromini[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Francesco Borromini custodito all'interno della chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane

Filippo Baldinucci, il suo biografo, attesta che Francesco Borromini era un «uomo di grande e bello aspetto, di grosse e robuste membra, di forte animo e d'alti e nobili concetti. Fu sobrio nel cibarsi e visse castamente. Stimò molto l'arte sua, per amor della quale non perdonò a fatica». Custodiva i propri lavori con scrupoloso riguardo, sicché «non fu mai possibile il farlo disegnare a concorrenza di alcun altro artefice. Diceva che i disegni erano i suoi propri figliuoli e non voler che eglino andasser mendicando la lode per lo mondo, con pericolo di non averla, come talora vedeva a quei degli altri addivenire». Era talmente geloso delle proprie opere che, prima di morire, consegnò tutti i suoi disegni alle fiamme, in modo che i suoi nemici non potessero appropriarsene indebitamente.[4]

Borromini, in ogni caso, denunciò un carattere inquieto, schivo, quasi ombroso: per tutta la sua carriera fu infestato dall'ombra del Bernini, che si attenuò solamente con l'avvento al pontificato di Innocenzo X, quando il suo competitore subì un'eclissi. Nel corso della sua esistenza Borrimini ebbe numerosi amici e consiglieri, tra i quali l'aristocratico emiliano Virgilio Spada, il papa Innocenzo X (del quale godette la protezione) e il marchese di Castel Rodriguez, al quale dedicò il suo libro Opus architectonicum; tuttavia, nei confronti dei più egli manifestò un animo «schivo e scontroso, trincerato nel chiuso di una bruciante interiorità» (Treccani).[4] Sempre Baldinucci ci fornisce un ritratto caratteriale assai dettagliato del Borromini:

« Egli era stato solito di patir molto di umore malinconico, o, come dicevano alcuni dei suoi medesimi 3 d'ipocondria, a cagione della quale infermità, congiunta alla continua speculazione nelle cose dell'arte sua, in processo di tempo egli si trovò sì profondato e fisso in un continuo pensare, che fuggiva al possibile la conversazione degli uomini standosene solo in casa, in nulla d'altro occupato, che nel continuo giro dei torbidi pensieri »
(Filippo Baldinucci[4])

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito si riportano le opere o gli interventi del Borromini:

  • Interventi nella chiesa di Sant'Andrea della Valle (1621-23);
  • Paris m 1 jms.svg Interventi in palazzo Barberini (1625-1632);
  • Cappella del Sacramento in San Paolo fuori le Mura (1629);
  • Ultimazione del baldacchino di San Pietro (1631-33);
  • Paris m 2 jms.svg Galleria prospettica di palazzo Spada (tra il 1632 e il 1637);
  • Paris m 3 jms.svg Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane (1634-1641);
  • Oratorio dei Filippini adiacente a Santa Maria in Vallicella (1637-1650);
  • Decorazione della cappella della Trinità nella chiesa delle monache agostiniane di Santa Lucia in Selci (1638-39);
  • Altare della cappella dei Filomarino a Napoli (1639);
  • Paris m 4 jms.svg Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza (1643-1662);
  • Paris m 5 jms.svg Rinnovamento della basilica di San Giovanni in Laterano (1646):
  • Vestibolo e scalone a palazzo di Spagna (1645-1648);
  • Paris m 6 jms.svg Palazzo di Propaganda Fide (1646);
  • Interventi in palazzo Giustiniani (1650-1652);
  • Mensa dell'altare maggiore e il ciborio della chiesa di San Paolo, Bologna (tra il 1650 e il 1657);
  • Ampliamenti nel convento annesso alla chiesa di Sant'Agostino (1659-1662);
  • Cappella Spada in San Girolamo della Carità (1660 circa).
Mappa del centro storico di Roma con localizzazione delle opere principali

Centro Storico Roma Mappa.jpg

Paris m 1 jms.svg
Paris m 2 jms.svg
Paris m 3 jms.svg
Paris m 4 jms.svg
Paris m 5 jms.svg Pfeil rechts.svg
Paris m 6 jms.svg

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Borromini, in Dizionario storico della Svizzera.
  2. ^ Borsi, p. 4.
  3. ^ Morrissey, p. 36.
  4. ^ a b c d e f g Carboneri.
  5. ^ Borsi, p. 7.
  6. ^ BORROMINI Francesco, OmniArtis. URL consultato il 23 agosto 2016.
  7. ^ a b Morrissey, capitolo IV.
  8. ^ a b c Francesco Borromini, Archivio di Stato di Roma. URL consultato il 24 agosto 2016.
  9. ^ a b Alessandro La Rocca, Storia architettonica di S. Ivo alla Sapienza, laboratorioroma.it. URL consultato il 24 agosto 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Stefano Borsi, Borromini, in Art dossier, Giunti Editore, 2000, ISBN 8809015541.
  • Nino Carboneri, BORROMINI, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 13, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1971, SBN IT\ICCU\RAV\0018879. URL consultato il 18 febbraio 2015.
  • (EN) Jake Morrissey, The Genius in the Design: Bernini, Borromini, and the Rivalry That Transformed Rome, 2006, ISBN 0060525347.
  • Leros Pittoni, Francesco Borromini. L'architetto occulto del barocco, Luigi Pellegrini Editore, 2013.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN7474084 · LCCN: (ENn80025891 · ISNI: (EN0000 0001 2119 4383 · GND: (DE118513745 · BNF: (FRcb123954573 (data) · ULAN: (EN500028306 · NLA: (EN36543363 · BAV: ADV10259349