Sisifo

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Sisifo che trasporta il masso, 1920, nell'interpretazione di Franz von Stuck.

Sisifo (in greco: Σίσυφος; in latino: Sisyphus) è un personaggio della mitologia greca, figlio di Eolo e di Enarete. È, almeno nella versione più comune, il fondatore e il primo re di Corinto[1], che al tempo della sua nascita aveva assunto il nome di Efira.

Era fratello di Deioneo, Salmoneo, Macareo, Creteo e Canace, ovvero gli Eoliani, e apparteneva, attraverso i genitori, alla stirpe di Deucalione, nato da Prometeo e dalla moglie Celeno. Era sposo di Merope dalla quale aveva avuto due figli, Glauco e Almo. Per mezzo di tali progenie, Sisifo era anche il nonno di Bellerofonte.

In tutti i miti che lo riguardano, Sisifo appare come il più scaltro dei mortali e il meno scrupoloso. La sua leggenda infatti comprende numerosissimi episodi, ognuno dei quali è la storia di una sua astuzia.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il nome di Sisifo è di incerta etimologia, sebbene i Greci lo interpretassero col significato di «uomo saggio»; in realtà esso è una variazione greca del dio Tesup, personificazione ittita del sole e della luce, identificato con Atabirio, dio solare di Rodi[2], a cui era sacro il toro. Esichio di Alessandria invece riporta una scrittura diversa del nome, Sesephus. Alla figura del Sisifo di Rodi (ovvero Atabirio) si ricollegava anche il rinvenimento di preziose statuette di bronzo e bassorilievi del XV secolo a.C., raffiguranti un toro sacro, accompagnato da numerosi attributi come lo scettro, due dischi sui fianchi e un trifoglio su un'anca[3]

Il mito di Sisifo[modifica | modifica sorgente]

Sisifo sfida gli dèi[modifica | modifica sorgente]

Alla morte di Eolo, Silmoneo, fratello di Sisifo, usurpò il trono tessalico e Sisifo, legittimo erede, si rivolse all'oracolo di Delfi che gli consigliò di ingravidare sua nipote per riscuotere la vendetta. Sisifo sedusse Tiro, figlia di Salmoneo, che partorì due bambini, ma la donna scoprì il verdetto dell'oracolo e, risentita, uccise i figli nati dalla loro relazione, in tenera età. Sisifo si presentò nella piazza del mercato a Larissa e, intentata probabilmente una falsa accusa contro Salmoneo, lo esiliò dalla Tessaglia. Il mito è narrato da Igino, ma risente di alcune lacune che ostruiscono la ricostruzione esatta dell'episodio.

Mentre Sisifo cercava di risolvere il problema dell'acqua, che a Corinto era molto scarsa, si ritrovò nei pressi della rocca di Corinto, dove vide Zeus con una bella ninfa. Questa era Egina, figlia del dio fluviale Asopo, che Zeus aveva rapito.

Il dio Asopo si presentò allora a Sisifo nelle sembianze di un vecchio, e gli chiese notizie di sua figlia. Sisifo disse che l'aveva vista, ma non rivelò subito chi l'aveva rapita: chiese, in cambio dell'informazione, una fonte d'acqua per la sua città. Asopo promise che gli avrebbe dato la fonte, così Sisifo rivelò che la ninfa era stata rapita da Zeus. Soddisfatto, Asopo fece dono al re della sorgente perenne detta Pirene.

Quando Zeus venne a sapere che Sisifo aveva parlato, chiese a suo fratello Ade di mandare Tanato per catturare Sisifo e rinchiuderlo nel Tartaro. Quando Tanato giunse a casa di Sisifo, questi lo fece ubriacare e lo legò con catene, imprigionandolo. Con Tanato incatenato, la morte scomparve dal mondo. Il dio Ares, quando si accorse che durante le battaglie non moriva più nessuno, e che quindi non avevano più senso, si mosse per prendere Sisifo e, liberato Tanato, lo condussero nel Tartaro.

Sisifo, tuttavia, aveva imposto alla moglie Merope di non seppellire il suo corpo, per cui egli ebbe motivo per protestare con gli dèi dell'empietà della moglie. Persefone, moglie di Ade, decise di farlo ritornare sulla Terra per tre giorni, il tempo di imporre alla moglie i riti funebri. Sisifo tornò nel mondo dei vivi, ma non obbligò la moglie a seppellirlo: così gli dei inviarono Ermes, che lo catturò e lo riportò negli Inferi. Il dio messaggero obbedì con piacere: infatti si poté così vendicare di Sisifo per aver smascherato suo figlio Autolico, ladro supremo, e (secondo alcune versioni) anche per aver violentato sua figlia Anticlea. Altre versioni riferiscono che Sisifo avesse ricevuto la possibilità di ritornare nel mondo dei vivi non da Persefone bensì da Ade stesso, a patto però di tornare entro un giorno; come nell'altra versione del mito, Sisifo non tiene fede al patto sancito con la divinità degli inferi e rimane nel mondo dei viventi. La morte però in questo caso sopraggiunge naturalmente e non è affatto menzionato Ermes.

Come punizione per la sagacia dell'uomo che aveva osato sfidare gli dèi, Zeus decise che Sisifo avrebbe dovuto spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo raggiungeva la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte. Ogni volta, e per l'eternità, Sisifo avrebbe dovuto ricominciare da capo la sua scalata senza mai riuscirci.

Pareri secondari[modifica | modifica sorgente]

Secondo una tradizione fu il padre di Ulisse, generato da una relazione con la madre Anticlea prima della di lei unione con il re di Itaca Laerte.

Influenza culturale[modifica | modifica sorgente]

Nel 1942 Albert Camus gli ha dedicato il saggio filosofico Il mito di Sisifo. Nel libro di Paolo Maurensig Canone inverso viene citato Sisifo a pagina 72,[4] come stemma della divisa del protagonista Jenö Varga, e a pagina 79,[5] per indicare che, per quanto riguarda la perfezione, all'uomo non sarà mai dato raggiungerla.

Il mito ha creato l'espressione popolare "fare una fatica di Sisifo", che indica una fatica inutile e tuttavia molto spossante.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Apollodoro, Biblioteca I, 9 3
  2. ^ Sisyphus at Online Etymological Dictionary
  3. ^ La figura del toro in rapporto alla figura di Sisifo si ricollega al rapimento delle mandrie che quest'ultimo faceva pascolare sull'Istmo di Corinto e che gli vennero sottratte dal ladro Autolico. Dopotutto le razzie di mandrie contrassegnate dal marchio del dio Sole erano un episodio molto comune nei miti greci: le razzie compiute dai compagni di Ulisse nell'isola al dio sacra (Omero, Odissea, libro XII, 127-143); quelle del gigante Alcioneo, sconfitto dall'avversario Eracle (Apollodoro, Epitome II 5 10 e I 6 1). Ma allo stesso modo anche la vicenda biblica di Giacobbe, come Autolico, era riuscito a rubare le bestie dalle mandrie di Labano (Genesi XXIX e XXX)
  4. ^ Cf. ricorrenza in books.google.it.
  5. ^ Cf. ricorrenza in books.google.it.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Moderna[modifica | modifica sorgente]

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