Il mito di Sisifo

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Il mito di Sisifo
Titolo originale Le mythe de Sisyphe
Autore Albert Camus
1ª ed. originale 1942
Genere saggio
Sottogenere filosofia
Lingua originale francese
Sisifo spinge il masso (VI secolo a.C.), dal santuario di Hera al Sele, conservato al Museo archeologico nazionale di Paestum. Il demone alato alle spalle di Sisifo intende rendere più dura la punizione del re di Èfira. Nell'Odissea (XI, 593 e ss.), Sisifo è tormentato nell'Ade dove viene obbligato a spingere per l'eternità un enorme masso fino alla vetta dove questo finisce per rotolare di nuovo giù a valle. Omero non ci dice nulla sui motivi della sua condanna da parte di Zeus, lo scoliaste (cfr. loc. cit.) lo relaziona al fatto di aver rivelato a Esopo il luogo dove Zeus gli aveva rapito la figlia Egina. Strabone (VIII, 6,2) ci parla di un suo sacrario, Sisypheion, sull'Acorinto; Pausania (II, 2, 2) ci dice della sua tomba sull'Istmo.


Il mito di Sisifo. Saggio sull'assurdo (Le mythe de Sisyphe. Essai sur l'absurde) è un saggio pubblicato da Albert Camus nel 1942 presso Gallimard (Parigi), quando non aveva ancora trent'anni, in nuova edizione con aggiunta del saggio su Kafka nel 1948 e con nuovo confronto critico rispetto al manoscritto nel 1957. In italiano è stato pubblicato per la prima volta nel 1947, da Bompiani.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

« Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.[1] »
(Albert Camus, Il mito di Sisifo in Opere. Milano, Bompiani, 2003, pp. 318-9)

In questa opera Camus negando qualsivoglia valore a un significato trascendente alla vita e al mondo, riconosce come assurda l'esistenza: senza un significato l'esistenza è irrazionale ed estranea a noi stessi. Resta dunque il suicidio, ma quello "fisico" non risolve il problema del senso; mentre quello spirituale (Kierkegaard con la "speranza" in Dio, e Husserl con la ragione portata oltre i limiti della propria finitudine) svia dal vero problema. La soluzione per Camus è la "sopportazione" della propria presenza nel mondo, "sopportazione" che consente la libertà; e la "protesta/ribellione" nei confronti dell'assurdità dell'esistenza, quindi contro il "destino", consegna alla vita il suo valore effettivo. Camus non cerca quindi più Dio o l'Assoluto, il suo obiettivo diviene "l'intensità della vita". Per Camus Sisifo è quindi felice perché nella sua condanna diviene consapevole dei propri limiti e quindi assume su di sé il proprio destino.

È quindi una presa di coscienza del sentimento dell'assurdo, attraverso alcune figure chiave della filosofia (anche se l'autore ci tiene a dire subito che non si considera un filosofo) e della letteratura. Il libro cita Šestov, Jaspers, Heidegger e Kierkegaard (nomi in fondo non molto conosciuti all'epoca in Francia), e guarda a certi personaggi simbolo come l'attore, Don Giovanni, il conquistatore, Aleksej Nilič Kirillov (un personaggio nichilista del romanzo I demoni di Dostoevskij) e Kafka (soprattutto per Il castello e Il processo): "tipi estremi", come dice lui stesso[2] che gli danno modo di affrontare il tema centrale che è appunto l'assurdità della condizione umana.

Egli considera i grandi romanzi (nominando Balzac, Sade, Melville, Stendhal, Proust, Malraux) e il grande teatro (nominando Shakespeare e Molière) come opere di filosofia e cerca di dimostrare che l'unico problema veramente serio sia il suicidio, atto di confronto tra "richiamo umano" e "irragionevole silenzio del mondo", quindi quello della libertà (la temibile innocenza del "tutto è possibile") e della scelta. La parte dedicata al mito di Sisifo, condannato a spingere un pesante masso per l'eternità, offre un'ulteriore riflessione, quella della felicità, poiché come Camus disse in Nozze "non c'è amore del vivere senza disperazione di vivere"[3]. Il saggio è dedicato a Pascal Pia (1903-79) e porta in epigrafe una frase di Pindaro: "O anima mia, non aspirare alla vita immortale, ma esaurisci il campo del possibile" (Pitiche III).

Indice del saggio[modifica | modifica wikitesto]

  • Un ragionamento assurdo
    • L'assurdo e il suicidio
    • Le muraglie assurde
    • Il suicidio filosofico
    • La libertà assurda
  • L'uomo assurdo
    • Il dongiovannismo
    • La commedia
    • La conquista
  • La creazione assurda
    • Filosofia e romanzo
    • Kirillov
    • La creazione senza domani
  • Il mito di Sisifo
  • Appendice
    • La speranza e l'assurdo nell'opera di Franz Kafka

Commento[modifica | modifica wikitesto]

L'assurdo per Camus non è la deduzione di un ragionamento logico o la sintesi di esperienze di vita: esso è il punto di partenza. Lo start avviene da una nuova concezione della vita, una nuova forma di conoscenza. È possibile la conoscenza, vera e profonda? La risposta è senz'altro negativa. Camus cita Jaspers: "Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l'esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me".

L'uomo si scontra col muro dell'impenetrabilità della realtà, del significato intimo della stessa vita. Davanti al non-senso, all'assurdo, la domanda nasce spontanea: ha senso vivere?

Il suicidio. Ecco ciò di cui si vuole occupare Camus, "l'unico problema filosofico veramente serio". Il punto di partenza di tale ragionamento è proprio l'assurdo. Il suo primo segno? "Quel particolare stato d'animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l'anello che lo ricongiunga".

Questo vuoto esistenziale, questo nulla eloquente circonda l'uomo fino a isolarlo da tutto e da tutti. E quando lo cinge e lo soffoca, penetra al di dentro al punto da scrivere: "L'abisso che c'è fra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che tento di dare a questa sicurezza, non sarà mai colmato". È il rovesciamento del "Γνωθι Σεαυτόν" ("conosci te stesso") di Socrate. Allora si può intuire l'umiliazione che sorge entro l'animo dell'uomo assurdo, tanto piccolo al confronto di una realtà così immensa.

L'assurdo è una divergenza irrimediabile fra termini di paragone. Una divergenza che squarcia ogni plausibile luce (scienza, fede, religione) e non lascia spazio nemmeno alla speranza. L'assurdo non conosce domani. Altri filosofi, che pure si erano avvicinati ad esso, non superano questo punto. Kierkegaard ripiega nella religiosità, "divinizza l'assurdo", gli dà un volto, quello di Dio. Per Camus invece non esiste Dio: " l'assurdo è il peccato senza Dio". Non esistono più termini di confronto, punti di riferimento, valori assoluti. Anche questo costituisce un punto di rottura con alcuni filosofi: Husserl, ad esempio, arriva a razionalizzare tutto, a creare valori assoluti.

Come approcciare una vita assurda? Per Camus "essa sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso". L'atteggiamento dell'uomo assurdo non è quello del suicida, ma del suo contrario: il condannato a morte. Egli ha in mano la libertà assurda, la libertà da ogni spiegazione, da ogni obiettivo. "Prima di incontrare l'assurdo l'uomo quotidiano vive con degli scopi e con il pensiero dell'avvenire o della giustificazione (...). Egli valuta le proprie possibilità, fa assegnamento sul più tardi, sulla pensione o sul lavoro dei figli, crede anche che nella sua vita qualche cosa possa avere una direzione. In realtà egli agisce come se fosse libero, anche se tutti i fatti si incaricano di contraddire tale libertà. (...). In quanto immaginava uno scopo nella vita, si conformava alle esigenze di una mèta da raggiungere, e diveniva schiavo della propria libertà".

Qual è la nuova libertà, la libertà assurda? È la libertà del domani, la non speranza, la mancanza di obiettivi, il disinteresse. Questo è il lato più tragico di Camus: potrebbe essere la disperazione. Eppure lui contrasta ciò: per lui non c'è disperazione, c'è il vivere per il gusto di vivere. Bruciare l'esistenza, come Mersault nella Morte Felice. Bruciare fin quando c'è legna: quantità al posto della qualità. Una sorta di mercificazione del vissuto? No, è rivolta cosciente, rivolta senza nessuno scopo, senza presunzione di fecondità. "Nel mondo assurdo, il valore di una nozione o di una vita viene misurato in base alla sua infecondità". Questo aspetto è intrigante. È la negazione dell'eternità, è l'atto che trova giustificazione solamente in sé stesso, slegato dal futuro, dagli obiettivi, dalla logica della funzionalità, dall'interesse, dalla contingenza. È il Dongiovannismo, il distaccamento dai valori eterni, è la creazione fine a sé stessa, che rifugge l'eternità, e va incontro all'autodistruzione senza rimpianti. La vita è una causa persa per Camus. Non c'è esoterismo, non v'è posto nemmeno per la luce di Cristo. Eppure Camus riconosce l'assurdità del Vangelo, dell'amore, dell'uomo Gesù. E lo esalta, perché l'amore non è solo contemplazione, è azione slegata dal funzionale, dal ritorno. L'amore è assurdo. È passione senza domani, creazione che sfugge all'eternità. L'uomo assurdo sfugge anch'egli all'eternità, rifugge l'unità... Tutto è bene.

"Il faut imaginer Sisyphe heureux".

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ «S'il y a un destin personnel, il n'y a point de destinée supérieure ou du moins il n'en est qu'une dont il juge qu'elle est fatale et méprisable. Pour le reste, il se sait le maître de ses jours. À cet instant subtil où l'homme se retourne sur sa vie, Sisyphe, revenant vers son rocher, contemple cette suite d'actions sans lien qui devient son destin, créé par lui, uni sous le regard de sa mémoire, et bientôt scellé par sa mort. Ainsi, persuadé de l'origine tout humaine de tout ce qui est humain, aveugle qui désire voir et qui sait que la nuit n'a pas de fin, il est toujours en marche. Le rocher roule encore. Je laisse Sisyphe au bas de, la montagne ! On retrouve toujours son fardeau. Mais Sisyphe enseigne la fidélité supérieure qui nie les dieux et soulève les rochers. Lui aussi juge que tout est bien. Cet univers désormais sans maître ne lui paraît ni stérile ni futile. Chacun des grains de cette pierre, chaque éclat minéral de cette montagne pleine de nuit, à lui seul, forme un monde. La lutte elle-même vers les sommets suffit à remplir un cœur d'homme. Il faut imaginer Sisyphe heureux.» Albert Camus, Le mythe de Sisyphe.
  2. ^ cfr. le Note ai testi di Roger Grenier in Opere, Bompiani, p. 1295.
  3. ^ ibidem.

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