Il mito di Sisifo

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Il mito di Sisifo
Titolo originale Le mythe de Sisyphe
Autore Albert Camus
1ª ed. originale 1942
Genere saggio
Sottogenere filosofia
Lingua originale francese

Il mito di Sisifo è un saggio pubblicato da Albert Camus nel 1942 presso Gallimard, quando non aveva ancora trent'anni, in nuova edizione con aggiunta del saggio su Kafka nel 1948 e con nuovo confronto critico rispetto al manoscritto nel 1957. In italiano è stato pubblicato per la prima volta nel 1947, da Bompiani.

È una presa di coscienza del sentimento dell'assurdo, attraverso alcune figure chiave della filosofia (anche se l'autore ci tiene a dire subito che non si considera un filosofo) e della letteratura. Il libro cita Šestov, Jaspers, Heidegger e Kierkegaard (nomi in fondo non molto conosciuti all'epoca in Francia), e guarda a certi personaggi simbolo come l'attore, Don Giovanni, il conquistatore, Aleksej Nilič Kirillov (il nichilista protagonista del romanzo I demoni di Dostoevskij) e Kafka (soprattutto per Il castello e Il processo): "tipi estremi", come dice lui stesso[1] che gli danno modo di affrontare il tema centrale che è appunto l'assurdità della condizione umana.

Egli considera i grandi romanzi (nominando Balzac, Sade, Melville, Stendhal, Proust, Malraux) e il grande teatro (nominando Shakespeare e Molière) come opere di filosofia e cerca di dimostrare che l'unico problema veramente serio sia il suicidio, atto di confronto tra "richiamo umano" e "irragionevole silenzio del mondo", quindi quello della libertà (la temibile innocenza del "tutto è possibile") e della scelta. La parte dedicata al mito di Sisifo, condannato a spingere un pesante masso per l'eternità, offre un'ulteriore riflessione, quella della felicità, poiché come Camus disse in Nozze "non c'è amore del vivere senza disperazione di vivere"[2]. Il saggio è dedicato a Pascal Pia (1903-79) e porta in epigrafe una frase di Pindaro: "O anima mia, non aspirare alla vita immortale, ma esaurisci il campo del possibile".

Indice del saggio[modifica | modifica sorgente]

  • Un ragionamento assurdo
    • L'assurdo e il suicidio
    • Le muraglie assurde
    • Il suicidio filosofico
    • La libertà assurda
  • L'uomo assurdo
    • Il dongiovannismo
    • La commedia
    • La conquista
  • La creazione assurda
    • Filosofia e romanzo
    • Kirillov
    • La creazione senza domani
  • Il mito di Sisifo
  • Appendice
    • La speranza e l'assurdo nell'opera di Franz Kafka

Commento[modifica | modifica sorgente]

L'assurdo per Camus non è la deduzione di un ragionamento logico o la sintesi di esperienze di vita: esso è il punto di partenza. Lo start avviene da una nuova concezione della vita, una nuova forma di conoscenza. È possibile la conoscenza, vera e profonda? La risposta è senz'altro negativa. Camus cita Jaspers: "Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l'esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me".

L'uomo si scontra col muro dell'impenetrabilità della realtà, del significato intimo della stessa vita. Davanti al non-senso, all'assurdo, la domanda nasce spontanea: ha senso vivere?

Il suicidio. Ecco ciò di cui si vuole occupare Camus, "l'unico problema filosofico veramente serio". Il punto di partenza di tale ragionamento è proprio l'assurdo. Il suo primo segno? "Quel particolare stato d'animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l'anello che lo ricongiunga".

Questo vuoto esistenziale, questo nulla eloquente circonda l'uomo fino a isolarlo da tutto e da tutti. E quando lo cinge e lo soffoca, penetra al di dentro al punto da scrivere: "L'abisso che c'è fra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che tento di dare a questa sicurezza, non sarà mai colmato". È il rovesciamento del "Γνωθι Σεαυτόν" ("conosci te stesso") di Socrate. Allora si può intuire l'umiliazione che sorge entro l'animo dell'uomo assurdo, tanto piccolo al confronto di una realtà così immensa.

L'assurdo è una divergenza irrimediabile fra termini di paragone. Una divergenza che squarcia ogni plausibile luce (scienza, fede, religione) e non lascia spazio nemmeno alla speranza. L'assurdo non conosce domani. Altri filosofi, che pure si erano avvicinati ad esso, non superano questo punto. Kierkegaard ripiega nella religiosità, "divinizza l'assurdo", gli dà un volto, quello di Dio. Per Camus invece non esiste Dio: " l'assurdo è il peccato senza Dio". Non esistono più termini di confronto, punti di riferimento, valori assoluti. Anche questo costituisce un punto di rottura con alcuni filosofi: Husserl, ad esempio, arriva a razionalizzare tutto, a creare valori assoluti.

Come approcciare una vita assurda? Per Camus "essa sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso". L'atteggiamento dell'uomo assurdo non è quello del suicida, ma del suo contrario: il condannato a morte. Egli ha in mano la libertà assurda, la libertà da ogni spiegazione, da ogni obiettivo. "Prima di incontrare l'assurdo l'uomo quotidiano vive con degli scopi e con il pensiero dell'avvenire o della giustificazione (...). Egli valuta le proprie possibilità, fa assegnamento sul più tardi, sulla pensione o sul lavoro dei figli, crede anche che nella sua vita qualche cosa possa avere una direzione. In realtà egli agisce come se fosse libero, anche se tutti i fatti si incaricano di contraddire tale libertà. (...). In quanto immaginava uno scopo nella vita, si conformava alle esigenze di una mèta da raggiungere, e diveniva schiavo della propria libertà".

Qual è la nuova libertà, la libertà assurda? È la libertà del domani, la non speranza, la mancanza di obiettivi, il disinteresse. Questo è il lato più tragico di Camus: potrebbe essere la disperazione. Eppure lui contrasta ciò: per lui non c'è disperazione, c'è il vivere per il gusto di vivere. Bruciare l'esistenza, come Mersault nella Morte Felice. Bruciare fin quando c'è legna: quantità al posto della qualità. Una sorta di mercificazione del vissuto? No, è rivolta cosciente, rivolta senza nessuno scopo, senza presunzione di fecondità. "Nel mondo assurdo, il valore di una nozione o di una vita viene misurato in base alla sua infecondità". Questo aspetto è intrigante. È la negazione dell'eternità, è l'atto che trova giustificazione solamente in sé stesso, slegato dal futuro, dagli obiettivi, dalla logica della funzionalità, dall'interesse, dalla contingenza. È il Dongiovannismo, il distaccamento dai valori eterni, è la creazione fine a sé stessa, che rifugge l'eternità, e va incontro all'autodistruzione senza rimpianti. La vita è una causa persa per Camus. Non c'è esoterismo, non v'è posto nemmeno per la luce di Cristo. Eppure Camus riconosce l'assurdità del Vangelo, dell'amore, dell'uomo Gesù. E lo esalta, perché l'amore non è solo contemplazione, è azione slegata dal funzionale, dal ritorno. L'amore è assurdo. È passione senza domani, creazione che sfugge all'eternità. L'uomo assurdo sfugge anch'egli all'eternità, rifugge l'unità... Tutto è bene.

"Il faut imaginer Sisyphe heureux".

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ cfr. le Note ai testi di Roger Grenier in Opere, Bompiani, p. 1295.
  2. ^ ibidem.

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