Rivoluzione rumena del 1989

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Rivoluzione rumena del 1989
Romanian Revolution 1989 WeWillWin.jpg
Giovani rivoluzionari rumeni
Data 16-25 dicembre 1989
Luogo Romania
Causa Tentativo del governo rumeno di espellere il pastore riformato László Tőkés
Esito Successo della rivoluzione

Esecuzione di Ceauşescu e della moglie

Destabilizzazione della Repubblica Socialista di Romania, rimpiazzato dall'attuale governo democratico
Schieramenti
Flag of Romania (1965-1989).svg Repubblica Socialista di Romania
Flag of Romania (1965-1989).svg Securitate e altre forze
Romania flag 1989 revolution.svg Dimostranti Anti-Ceauşescu

Statul Major General.jpg Forze armate romene

Coat of arms of PCR.svg Membri del Partito Comunista Rumeno
Comandanti
Nicolae Ceauşescu Ion Iliescu e vari leader indipendenti
Perdite
1 104 morti
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La Rivoluzione rumena del 1989 fu quell'insieme di proteste che, sul finire del 1989, portarono al crollo, in Romania, del regime comunista del dittatore Nicolae Ceauşescu. Le proteste, sempre più violente, raggiunsero il culmine con il processo e l'esecuzione di Ceausescu e della moglie Elena.

Negli altri Paesi del blocco comunista dell'Europa orientale il passaggio alla democrazia avveniva in quegli anni in modo pacifico: la Romania fu l'unico Stato del Patto di Varsavia nel quale la fine del regime ebbe luogo in modo violento.

Prima della rivolta[modifica | modifica wikitesto]

Analogamente ai Paesi vicini, nel 1989 la maggior parte della popolazione rumena nutriva un deciso malcontento verso il regime comunista. Ciò nonostante, a differenza di altri Stati dell'Europa dell'Est, la Romania non era passata fino ad allora attraverso un processo di de-stalinizzazione. La politica di sviluppo economico di Ceauşescu (compresi grandi progetti edili e un rigido blocco delle spese interne destinato a permettere alla Romania di pagare l'intero debito pubblico) fu considerata responsabile della povertà diffusa in tutto il Paese. Parallelamente alla crescita della povertà, aumentava la morsa della polizia segreta (Securitate), che rendeva la Romania un vero e proprio Stato di polizia.

A differenza degli altri capi di Stato del Patto di Varsavia, Ceauşescu non seguiva gli interessi sovietici, propendendo al contrario per una politica estera personale. Mentre il leader sovietico Mikhail Gorbačëv avviava una fase di profonda riforma dell'URSS (Perestrojka), Ceauşescu imitava la linea politica, la megalomania e i culti della personalità dei leader comunisti dell'Asia orientale, come il nord-coreano Kim Il-sung. Nonostante la caduta del muro di Berlino e la sostituzione del leader bulgaro Todor Živkov con il più moderato Petăr Mladenov nel novembre 1989, Ceauşescu ignorava i segnali che minacciavano la sua posizione di capo di uno Stato comunista nell'Europa dell'Est.

La rivolta di Timişoara[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 dicembre ebbe luogo a Timişoara una manifestazione di protesta al tentativo del governo rumeno di espellere un dissidente ungherese, il pastore riformato László Tőkés. Il pastore aveva recentemente criticato il regime tramite i mass media stranieri e il governo considerò il gesto come un incitamento ai conflitti etnici. Su richiesta del governo, l'episcopato rimosse Tőkés dal sacerdozio, privandolo così del diritto di utilizzare l'appartamento legittimamente ottenuto in quanto pastore. Per qualche giorno i fedeli di Tőkés si radunarono intorno alla sua abitazione per proteggerlo. Molti passanti, compresi anche studenti religiosi, si associarono alla protesta, inizialmente senza conoscere i veri motivi e scoprendo solo in seguito che era contro un nuovo tentativo del regime comunista di reprimere la libertà religiosa.

Quando fu evidente che la massa non si sarebbe dispersa, il sindaco Petre Mot dichiarò che avrebbe riconsiderato l'espulsione di Tőkés. Ma nel frattempo la folla era notevolmente aumentata e, quando Mot rifiutò di confermare per iscritto la dichiarazione contro l'espulsione del pastore, i manifestanti iniziarono a cantare slogan anticomunisti. Le forze dell'esercito (Miliţia) e della Securitate, chiamate per bloccare la protesta, nulla poterono di fronte all'imponente numero di manifestanti. Alle 19.30 la protesta si era estesa e la causa iniziale stava passando in secondo piano. Alcuni protestanti tentarono di incendiare l'edificio che ospitava il comitato distrettuale del Partito Comunista Rumeno (PCR). Fu a questo punto che la Securitate rispose con il lancio di lacrimogeni e getti d'acqua, mentre la Miliţia caricò i manifestanti, procedendo all'arresto di diverse persone. La massa si spostò verso la Cattedrale Metropolitana, ma da qui continuò imperterrita per le vie di Timişoara, nonostante nuove cariche delle forze dell'ordine.

Le proteste continuarono anche il 17 dicembre. Alcuni manifestanti riuscirono a penetrare nella sede del comitato distrettuale e gettarono dalle finestre dell'edificio documenti del partito, brochure di propaganda, scritti di Ceauşescu e altri simboli del potere comunista. Quindi tentarono nuovamente di incendiare l'edificio, ma questa volta furono fermati da unità militari. Il significato della presenza dell'esercito sulle strade era chiaro: gli ordini provenivano direttamente dall'alto, probabilmente dallo stesso Ceauşescu. Nonostante l'esercito avesse fallito nel tentativo di ristabilire l'ordine, la situazione a Timişoara era divenuta drammatica: spari, vittime, risse, automobili in fiamme, TAB che trasportavano forze della Securitate e carri armati. Alle 20.00 si stava ancora sparando tra la Piazza della Libertà e l'Opera, specie nelle zone del ponte Decebal, Calea Lipovei e Calea Girocului. Carri armati, camion e TAB bloccavano l'accesso alla città mentre gli elicotteri sorvegliavano la zona. Dopo mezzanotte le proteste cessarono. I generali della Miliţia Ion Coman, Ilie Matei e Stefan Gusa ispezionarono la città che sembrava uno scenario di guerra, con edifici distrutti, cenere e sangue.

Bandiere rumene dell'epoca della rivoluzione con lo stemma comunista tagliato. Bucarest, Museo Militare

Il mattino del 18 dicembre il centro era sorvegliato da soldati e agenti della Securitate in borghese. Il sindaco Mot sollecitò una riunione del Partito all'Università, allo scopo di condannare il "vandalismo" dei giorni precedenti. Decretò anche l'applicazione della legge marziale, vietando alla popolazione di circolare in gruppi più numerosi di 2 persone. Sfidando i divieti, un gruppo di 30 giovani avanzarono verso la Cattedrale ortodossa, dove fluttuarono bandiere rumene cui era stato tagliato lo stemma comunista. Immaginando di venire crivellati dai fucili della Miliţia, i 30 manifestanti iniziarono a cantare "Deșteaptă-te, Române!" (l'attuale inno nazionale rumeno), all'epoca vietato dal 1947 e la cui esecuzione in pubblico era punita dal codice penale. I militari, raggiunti i giovani, fecero immediatamente partire una raffica di mitra che uccise alcuni di loro, ferendone gravemente altri. Solo pochi fortunati riuscirono a fuggire, mettendosi in salvo.

Il 19 dicembre, gli inviati del governo Radu Balan e Stefan Gusa visitarono i lavoratori delle fabbriche di Timişoara, ormai entrati in sciopero, ma fallirono nel tentativo di farli tornare a lavorare. Il 20 dicembre massicce colonne di lavoratori entrarono in città: oltre centomila protestanti occuparono la Piazza dell'Opera e iniziarono a urlare slogan anti-governamentali. Nel frattempo Emil Bobu e Constantin Dascalescu furono designati da Elena Ceauşescu (Nicolae Ceauşescu si trovava in quel momento in visita ufficiale in Iran) per incontrare una delegazione dei manifestanti: di lì a poco il confronto avvenne, ma i due rifiutarono di ascoltare le rivendicazioni del popolo e la situazione rimase immutata. Il giorno successivo treni carichi di lavoratori delle fabbriche dell'Oltenia (regione storica della Romania meridionale) raggiunsero Timişoara: il regime aveva cercato di usarli per affogare la protesta, ma alla fine questi si associarono agli altri manifestanti.

I fatti di Bucarest[modifica | modifica wikitesto]

Dimostrazioni su strada

Gli avvenimenti di Timişoara venivano raccontati nei notiziari delle radio Vocea Americii e Radio Europa Libera, ascoltate clandestinamente dai rumeni e dagli studenti che tornavano a casa per le festività natalizie.

Esistono tanti punti di vista sui fatti di Bucarest che portarono alla caduta del regime Ceauşescu. Uno vuole che una parte del Consiglio Politico Esecutivo (CPEx) del Partito Comunista Rumeno avesse tentato, fallendo, una fine indolore del regime, similmente a quanto avvenuto negli altri Paesi del Patto di Varsavia, ove la classe dirigente comunista si era dimessa in massa permettendo lo sviluppo dei nuovi governi in modo pacifico. Un altro vuole che un gruppo di ufficiali militari organizzarono con successo una cospirazione contro Ceauşescu. Tanti ufficiali affermarono di aver fatto parte di una simile cospirazione, ma le prove di questo scenario sono assai poche. Le due teorie non si escludono necessariamente a vicenda.

Resta il fatto che il 22 novembre, allorché si era aperto a Bucarest il XIV Congresso del Partito Comunista Rumeno, il presidente sovietico Gorbačëv aveva inviato un messaggio di felicitazioni al PCR nel quale tuttavia auspicava una serie di cambiamenti. L'evidente contrasto tra Gorbačëv, fautore della Perestrojka, e Ceauşescu, propugnante un sempre più marcato isolamento della Romania, si palesò specie con l'invito fatto dal primo al secondo di dimettersi. Il 23 novembre, allorché fu rieletto con unanimità dei consensi, Ceauşescu rispose duramente a Gorbačëv, accusando oltretutto l'URSS di ingiustizie perpetrate nei confronti del suo Paese all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, quando la Bucovina del Nord e la Bessarabia, regioni storicamente legate alla Romania, erano state annesse all'Unione Sovietica, formando la Repubblica Socialista Sovietica Moldava.

La questione di un'eventuale dimissione apparve nuovamente il 17 dicembre 1989 quando Ceauşescu chiese al CPEx di decidere le misure necessarie per soffocare la rivolta scoppiata a Timişoara. Stando alle testimonianze dei membri CPEx Paul Niculescu-Mizil e Ion Dinca, a questa riunione (analogamente a quanto a suo tempo era avvenuto in Bulgaria e in Germania Est), due membri non furono d'accordo con l'uso della forza per la soppressione delle proteste. Come risposta Ceauşescu propose le sue dimissioni e chiese ai membri del CPEx di scegliere un nuovo capo dello Stato. Tuttavia alcuni membri, tra i quali Gheorghe Oprea e Constantin Dascalescu, gli chiesero di rinunciare alle dimissioni e di revocare i due che si erano opposti alle sue decisioni. Lo stesso giorno Ceauşescu partì per una visita ufficiale in Iran, lasciando le redini della risoluzione della rivolta di Timişoara nelle mani della moglie Elena e di altri suoi fidati.

Tornato dall'Iran il 20 dicembre, Ceauşescu trovò il Paese in una situazione deteriorata. Alle 19:00 fece una dichiarazione da uno studio televisivo della sede del Comitato Centrale, nel quale etichettava i protestanti di Timişoara come nemici della Rivoluzione Socialista.

Secondo le memorie di un membro delle strutture di allora, dopo la rivolta di Timişoara, un gruppo di generali della Securitate approfittò dell'opportunità per lanciare un colpo di Stato a Bucarest. Il colpo di Stato, in preparazione sin dal 1982, fu inizialmente pianificato per la vigilia di Capodanno, ma in seguito se ne decise l'anticipazione per approfittare degli avvenimenti favorevoli. Il capo della cospirazione, il generale Victor Stanculescu, faceva parte della cerchia vicina a Ceauşescu e, secondo varie fonti, sarebbe stato lui a convincere Ceauşescu a tenere il discorso di fronte alla sede del Comitato Centrale nella piazza Gheorghe Gheorghiu-Dej circondata da armi automatiche telecomandate. Durante il discorso le armi avrebbero dovuto sparare a caso sopra la folla, che i propagandisti avrebbero dovuto istigare a cantare slogan contro Ceauşescu.

Alle 12:30 del 21 dicembre Ceauşescu si rivolse a una folla di 100.000 persone condannando la rivolta di Timişoara. Parlando dal balcone del Comitato Centrale, il Conducător parlò dei risultati della rivoluzione socialista e della «società socialista plurilateralmente sviluppata» della Romania. Il popolo, tuttavia, rimase indifferente e solo le file frontali sostenevano Ceauşescu con applausi. La sua mancanza di comprensione degli avvenimenti e la sua incapacità di trattare la situazione emersero nuovamente quando offrì, in un atto di disperazione, l'aumento degli stipendi dei lavoratori della ridicola somma di 200 lei e continuò a lodare le realizzazioni della Rivoluzione Socialista, non riuscendo ad accettare che la rivoluzione si stava svolgendo proprio di fronte a lui.

Improvvisamente il rumore delle armi da fuoco e le fughe di panico delle file laterali della folla, trasformarono la manifestazione in caos. La massa, inizialmente spaventata, tentò di disperdersi. I cospiratori ne approfittarono per far girare tra le persone la notizia che la Securitate stava loro sparando addosso e che stava iniziando la rivoluzione contro Ceauşescu, chiedendo pertanto a quanti più possibile di unirsi. In breve alla folla di piazza Gheorghiu-Dej si affiancarono strali di gente da ogni parte della città, trasformando quello che era nato come raduno in un vero e proprio inizio di una rivoluzione contro il dittatore.

Ceauşescu, la moglie e altri ufficiali e membri del CPEx che assistevano al discorso a fianco del Conducător sul balcone, presi dal panico rientrarono nell'edificio. La televisione di Stato, che trasmetteva in diretta il discorso, interruppe le trasmissioni, per nascondere l'agitazione che ormai stava nascendo: ma i telespettatori avevano visto abbastanza per intuire che stava accadendo qualcosa di insolito.

I tentativi dei coniugi Ceauşescu di riguadagnare il controllo sulla folla usando formule come «Alo, alo» o «State tranquilli ai vostri posti» entrarono nella storia. La massa di rivoltosi si era ormai sparsa per le strade di Bucarest, e al contempo nelle altre maggiori città della Romania stavano nascendo moti di protesta. La gente urlava slogan anticomunisti e anti-Ceauşescu come «Giù il dittatore!», «Morte al criminale!», «Noi siamo il popolo, giù il dittatore!» o «Timişoara! Timişoara!». Alla fine i protestanti invasero il centro, da Piazza Kogalniceanu fino a Piazza dell'Unione, Piazza Rosetti e Piazza Romena. Sulla statua di Mihai Viteazul in Corso Mihail Kogălniceanu, vicino l'Università di Bucarest, un giovane sventolava la bandiera rumena senza lo stemma comunista.

Col passare del tempo scendeva in strada sempre più gente. Presto i protestanti, disarmati e privi di organizzazione, furono accolti da soldati, carri armati, TAB, truppe USLA (Unità Speciali per la Lotta Antiterrorismo) e ufficiali della Securitate in borghese. Spari sulla folla giungevano dagli edifici, dalle strade laterali e dai carri armati. Molte furono le vittime per fucilazione, accoltellamento, maltrattamento o schiacciate dai veicoli dell'esercito (un TAB aveva travolto la folla uccidendo un giornalista francese). I pompieri bloccavano la massa con getti d'acqua potenti e la polizia caricava e arrestava la gente. I protestanti riuscirono a costruire una barricata di difesa davanti al ristorante Dunarea, che resistette fino a mezzanotte, ma fu in seguito espugnato dalle forze governative. Gli spari continui si udirono fino alle 3:00 del mattino quando i superstiti abbandonarono le strade.

Testimonianze dei drammatici eventi furono raccolte con le foto fatte dagli elicotteri che sorvolavano la zona e da numerosi turisti che si erano rifugiati nella torre dell'Hotel Intercontinental.

La caduta di Ceauşescu[modifica | modifica wikitesto]

Nelle prime ore del 22 dicembre Ceauşescu pensò che i suoi tentativi disperati di sopprimere le proteste fossero riusciti. Tuttavia alle 7:00 sua moglie Elena ricevette la notizia che un gran numero di lavoratori di molte piattaforme industriali stavano avanzando verso il centro di Bucarest. Le barricate della Miliţia che dovevano bloccare l'accesso verso la Piazza dell'Università e la Piazza del Palazzo si dimostrarono inefficienti. Alle 9:30 la Piazza dell'Università era già colma di persone, ma, per motivi tutt'oggi sconosciuti, i militari inviati per soffocare la rivolta si unirono ai manifestanti.

Alle 10:00, quando la radio stava annunciando l'introduzione della legge marziale e il divieto di circolazione dei gruppi di più di 5 persone, centinaia di migliaia di protestanti si radunarono di propria iniziativa nel centro di Bucarest. Ceauşescu, che aveva provato a rivolgersi alla folla dal balcone del Comitato Centrale, fu accolto da bordate di fischi e feroci disapprovazioni. Frattanto alcuni elicotteri lanciarono manifesti nei quali si chiedeva alla gente di non partecipare ai recenti tentativi di sommossa, andando a casa a festeggiare il Natale.

La stessa mattina, tra le 9 e le 11, il ministro della difesa Vasile Milea morì in circostanze misteriose. Un comunicato diramato da Ceauşescu affermava che Milea era stato giudicato colpevole di tradimento e che si fosse suicidato dopo essere stato scoperto. A lungo, la teoria più popolare fu che Milea sarebbe stato assassinato per mano dello stesso Ceauşescu, in risposta al rifiuto di eseguire gli ordini del dittatore. Tuttavia, un'ulteriore indagine realizzata tramite la riesumazione del cadavere nel novembre 2005 accertò che Milea effettivamente si suicidò, sparandosi con la pistola di un proprio subordinato.

Dopo il suicidio di Milea, Ceauşescu nominò nuovo ministro della Difesa il generale Victor Stanculescu, che dopo una breve esitazione accettò. Stanculescu ordinò alle truppe di ritirarsi e dopo alcune ore, data la criticità della situazione, persuase Ceauşescu alla fuga in elicottero. Rifiutando di applicare gli ordini repressivi di Ceauşescu, Stanculescu aveva praticamente realizzato un colpo di Stato militare.

Ceauşescu e sua moglie Elena lasciarono la capitale insieme ad altri due collaboratori di fiducia, Emil Bobu e Tudor Postelnicu. La meta era la residenza di Ceauşescu a Snagov, da cui proseguire per Târgovişte. Il pilota, cui uno dei collaboratori teneva una pistola puntata alla testa, riuscì però a convincere i passeggeri a scendere prima, informandoli falsamente che la contraerea aveva intercettato l'elicottero, minacciando di abbatterlo. La scusa era plausibile, avendo l'esercito rumeno chiuso lo spazio aereo sopra il Paese, e i Ceauşescu vennero fatti atterrare presso una fattoria. Dopo una rocambolesca fuga, Nicolae e Elena Ceauşescu furono bloccati da una pattuglia della polizia mentre stavano scappando in automobile. I poliziotti trattennero i coniugi Ceauşescu nella volante, attendendo notizie dalla radio circa l'esito degli scontri tra forze governative e ribelli. Quando ormai fu chiara la vittoria di questi ultimi, i poliziotti consegnarono il dittatore e la moglie all'esercito. Trasportati in una scuola elementare di Târgovişte, il 25 dicembre i due furono processati da un tribunale militare istituito ad hoc e condannati a morte per una serie di accuse, tra le quali il genocidio. La sentenza fu immediatamente eseguita nel cortile dell'edificio. Il processo e il finale dell'esecuzione furono diffusi il giorno stesso in televisione.

Gli ultimi momenti del vecchio regime e l'instaurazione di quello nuovo[modifica | modifica wikitesto]

Ion Iliescu alla televisione rumena.
Petre Roman parla alla folla a Bucarest.

Dopo la fuga di Ceauşescu dalla sede del Comitato Centrale, a Bucarest si instaurò il caos, preceduto da uno stato di euforia generale. La folla invase la sede del Comitato Centrale e gli uffici degli ufficiali comunisti furono vandalizzati. L'accanimento si concentrò sui ritratti del dittatore e le sue opere, scagliati dalla finestra in segno di vendetta e disprezzo. Poco dopo, intorno alle 12:00, la televisione rumena riprese le trasmissioni. Mircea Dinescu, poeta dissidente e Ion Caramitru, attore molto popolare che in seguito diventerà Ministro della Cultura, apparvero accanto a un gruppo di rivoluzionari, annunciando esaltati la fuga del dittatore, per la frase rimasta famosa "Fratelli, abbiamo vinto!" Il caos di Bucarest si diffuse per l'intero paese e l'ulteriore sviluppo degli avvenimenti lasciò successivamente spazio alle più svariate interpretazioni.

In quei momenti avvenivano degli scontri violenti all'Aeroporto Internazionale Otopeni tra le truppe mandate a combattere una contro l'altra.

Tuttavia il processo di ripresa del potere della nuova struttura politica, il "Fronte di Salvezza Nazionale" (FSN), che "emanava" dalla seconda fila del Partito Comunista, non era ancora concluso. Le forze considerate leali al vecchio regime (assimilate ai "terroristi") aprirono il fuoco sulla folla e attaccarono punti vitali della vita socio-politica: televisione, radio, sedi delle compagnie telefoniche, la Casa della Stampa Libera, gli uffici postali, aeroporti e ospedali.

Durante la notte tra il 22 e 23 dicembre, i cittadini di Bucarest rimasero sulle strade, specialmente nelle zone assediate per lottare (e vincere, anche al prezzo della morte di molti giovani) un nemico pericoloso. Alle 21:00 del 23 dicembre, carri armati e alcune truppe paramilitari andarono a proteggere il Palazzo della Repubblica.

Attacco militare contro gli aggressori non identificati ritenuti fedelissimi del regime (con l'aiuto di un civile).

Nel frattempo arrivavano messaggi di sostegno da tutto il mondo.

L'identità dei terroristi rimane ancora oggi avvolta nel mistero. Nessuno fu ufficialmente accusato fino ad oggi di atti di "terrorismo" durante la rivoluzione e questo ha sollevato molti sospetti sulla relazione tra i "terroristi" e il nuovo governo.





Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

I giorni successivi il sostegno morale venne accompagnato dal sostegno materiale. Grandi quantità di alimenti, medicine, vestiti, attrezzatura medica furono mandate in Romania. Nel mondo la stampa dedicò intere pagine o addirittura edizioni speciali alla rivoluzione rumena e ai suoi capi.

Il 24 dicembre Bucarest era una città in guerra. Carri armati, TAB e camion continuavano a sorvegliare la città e circondavano punti problematici per proteggerli. Agli incroci vicini agli obiettivi strategici furono creati posti di blocco stradali; gli spari continuarono in Piazza dell'Università e nei dintorni. Le "attività terroriste" continuarono fino al 27 dicembre, quando cessarono improvvisamente.

L'USAF C-130 Hercules scarica le forniture mediche presso l'aeroporto di Bucarest il 31 dicembre.

L'ex membro della guida del Partito Comunista e alleato di Ceauşescu, prima di cadere nelle disgrazie del dittatore all'inizio degli anni ottanta, Ion Iliescu, si era imposto come presidente del FSN, composto principalmente da membri delle seconde file del Partito Comunista, ed esercitò subito il controllo delle istituzioni dello Stato, compresi i mezzi informativi come la televisione e le radio nazionali. Il FSN usò il controllo della stampa allo scopo di lanciare attacchi in stile propagandistico agli oppositori politici, specialmente i partiti democratici tradizionali, che avrebbero dovuto rifondarsi dopo 50 anni di attività sotterranea (specie il Partito Nazionale Liberale, PNL, e il Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico, PNTCD). Nel 1990 Ion Iliescu divenne il primo presidente eletto in modo democratico nella Romania del dopoguerra.

La rivoluzione permise alla Romania di ricevere grande solidarietà da parte del mondo intero. Inizialmente gran parte di questa solidarietà fu diretta verso il governo del FSN, ma venne rovinata quando, durante la Mineriada del giugno 1990, i minatori e la polizia risposero agli appelli di Iliescu, invadendo Bucarest e brutalizzando gli studenti e gli intellettuali che protestavano contro l'inganno della rivoluzione rumena da parte degli ex membri della guida comunista sotto gli auspici dell'FSN.

La Romania dopo il 1989[modifica | modifica wikitesto]

Ion Iliescu rimase una figura centrale della politica rumena, essendo stato eletto per la terza volta presidente nel 2000. La sopravvivenza politica dell'uomo di fiducia di Ceauşescu ha dimostrato l'ambiguità della rivoluzione rumena, la più violenta tra quelle del 1989 ma l'unica, secondo alcuni, a non aver prodotto sufficienti cambiamenti.

Rivoluzionari trionfanti

Il numero delle vittime[modifica | modifica wikitesto]

Dispiegamento delle truppe dell'esercito rumeno per le strade di Bucarest.

Il numero dei morti riportato inizialmente dai media (decine di migliaia in tutta la Romania, di cui quasi 5000 a Timisoara), oltre che alcune immagini riprese dalla televisione, si rivelarono col tempo come dei falsi (fosse comuni inesistenti, morti di morte naturale portati fuori dagli obitori e cadaveri seppelliti da poco rimossi dai cimiteri presentati come vittime degli scontri, ecc...), costringendo alcuni quotidiani (tra cui Liberation) a scusarsi con i lettori per l'acriticità con cui erano state riportate le notizie. Le smentite tuttavia non avranno né lo stesso spazio sui media, né ovviamente lo stesso impatto emotivo avuto delle notizie errate date durante la rivoluzione.[1][2][3]

Al termine della rivoluzione, secondo i dati del ministero della Salute rumeno, i morti saranno 1104 (di cui solo 93 a Timisoara, 20 dei quali avvenuti dopo il giorno della cattura di Ceauşescu) e 3321 i feriti. Complessivamente la maggior parte delle vittime si avranno comunque a Bucarest[4] con 564 morti (di cui 515 dopo il 22 dicembre).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente. Saggio sull'informazione planetaria, I libri dell'Altritalia, collana del settimane Avvenimenti, 1994 (ristampato nel 2007 da Editori Riuniti, ISBN 978-88-359-5900-7), capitolo 1
  2. ^ Peace Reporter [1]
  3. ^ (FR) Articolo di ricostruzione dei fatti, dal sito dell'associazione francese Acrimed
  4. ^ (RO) Romulus Cristea, Revoluţia 1989, editore România pur şi simplu, 2006, ISBN 973-87007-8-7, pag. 14

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