Rappresentanza (filosofia politica)

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Diego Velàzquez, Venere allo specchio, 1650, 122,5x177 cm, olio su tela, Londra, National Gallery.
Lo specchio è un potente simbolo della rappresentanza. Specularmente esso rappresenta ciò che per sua natura è assente.

Per rappresentanza s’intende normalmente la trasmissione formale del potere tra chi detiene la sovranità (la totalità degli individui, ai quali dunque appartiene il potere: democrazia) e chi è legittimato da questi ad imprimere contenuto al comando politico (la persona rappresentativa). Tale concetto, nella sua valenza specificamente filosofica, occupa una posizione di rilievo nel panorama della filosofia politica moderna. Senza di esso infatti non sarebbe possibile pensare l'agire politico, determinato e determinantesi mediante una rete di dispositivi che organizzano e strutturano logicamente questa realtà.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il termine "rappresentanza" deriva dal verbo latino arcaico re-ad-praesentàre, da cui il latino classico repraesentàre. Questo verbo è dunque composto dalla particella re ("di nuovo"), da praesens, accusativo praesentem ("presente") e dalla particella interposta ad ("a"). Dunque, il significato forse più letterale è "rendere presenti cose passate o lontane", e di conseguenza quello di esporre sia fisicamente che mentalmente figure o fatti. Degno di nota, non da un punto di vista etimologico, ma per quanto riguarda il significato specifico del termine, è il riferimento cui rinvia il greco antico μορφóω (morphoo), e cioè al significato di "dar forma a", e, dunque, in questo senso, di "rappresentare".

Genealogia[modifica | modifica sorgente]

Parlando di concetti è necessario parlare di genealogia, intesa in termini specificatamente nietzschiani. In altre parole: l’elemento storico ha molta meno realtà di quanto normalmente ci si deve aspettare. Infatti non è possibile una storia dei concetti, se per questa s'intende un resoconto cronologico finalizzato a ripercorrere, secondo un disegno unitario, i significati che si sono sedimentati in alcuni termini attraverso le diverse epoche storiche. Se così fosse, ciò significherebbe pensare i concetti come eterni, dotati di una validità universale a prescindere dal diverso contesto in cui sono inseriti. Se infatti si potesse anche solo tentare un confronto con i vari significati racchiusi in un termine, questo presupporrebbe almeno un nucleo identico atto a permettere tale paragone.

Chi sia stato il primo pensatore ad usare coscientemente il termine rappresentanza nel panorama moderno, è questione perlomeno dibattuta. Una possibile soluzione potrebbe trovarsi nella filosofia politica di Thomas Hobbes, specificatamente al suo Leviatano. In effetti, se fino ad allora tale concetto indicava l’atto del "rappresentare un terzo di fronte a qualcuno" già inserito in un contesto politico dato e determinato, da Hobbes in poi il significato cade sulla creazione dal nulla del soggetto politico: dalla tabula rasa si passa dunque alla costruzione di un ordine assolutamente nuovo, moderno.

Logica[modifica | modifica sorgente]

Si tratta ora di analizzare il concetto di rappresentanza alla luce delle sue principali strutture teoretiche, per verificare in che modo l’ordine politico moderno sia pensabile attraverso esso. Tale dispositivo rimanda inevitabilmente a concetti quali uguaglianza, libertà, legittimazione, individuo, e così via: se si parte dal presupposto che tutti gli individui sono per natura uguali tra loro, il problema sarà quello di fondare un ordine politico legittimo, in cui un rappresentante (o sovrano, o corpo politico, o stato) abbia il diritto, dedotto e giustificato razionalmente, all'esercizio del potere.

Se infatti tutti sono ugualmente potenti e liberi, non è cosa da poco decidere chi debba essere il rappresentante: in effetti nessuno ha più diritto di un altro ad esserlo. L’unico modo possibile è quello di delegare il potere ad una persona che agisca come se fosse l’attore delle scelte di cui la totalità degli individui è autrice. In altri termini, il rappresentante è una persona artificiale che agisce nel nome della collettività come unico interprete legittimo della volontà generale: le scelte che egli farà saranno scelte fatte in nome di tutti quelli che l’hanno delegato a farle.

La creazione di questo ordine politico avviene mediante la dinamica del patto, il quale implica sempre una promessa per il futuro: tutti i singoli individui decidono di cedere una parte del loro potere ad una persona che agirà in vece loro. La particolarità di questa struttura è che i contraenti al patto sono gli individui, soggetti non ancora politicizzati, i quali non stringono il patto con un rappresentante già presente: è infatti compito del patto creare ex nihilo il soggetto collettivo. Una volta determinato il rappresentante, egli non ha più nessuno di fronte a lui: è l’unico soggetto politico legittimo. Gli individui quindi non sono più presenti, ma vengono, per così dire, assorbiti nel corpo rappresentativo. Com’è possibile che la moltitudine sia una? Che una sia la persona rappresentativa (Hobbes).

Gli individui dunque non trasferiscono al sovrano alcun contenuto politico. Questa è la particolare forza del nuovo ordine: tutto si risolve ad un livello puramente formale di trasmissione del potere. Un potere dunque vuoto per contenuto, il quale dovrà essere colmato solo da chi è legittimato a farlo. Da questo momento in poi il rappresentante è dotato di un potere irresistibile: qualsiasi diritto di resistenza viene negato, anzi non è, d'ora innanzi, più concepibile.

Teologica[modifica | modifica sorgente]

Dal punto di vista teologico sarebbe bene trattare della rappresentanza in riferimento alla rappresentazione. Nel XX secolo, l’attenzione al problema teologico-politico ha visto l’esplosione di un fecondo dibattito, la cui deflagrazione è dovuta, in parte, a Carl Schmitt. In base al suo celebre assunto secondo cui «tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati» (Categorie del politico, trad. it. p. 61), il teorema della secolarizzazione diviene il fulcro interpretativo della realtà politica: in base ad esso infatti è così possibile misurare il rapporto tra tempo storico e teologia.

Come tutti i più pregnanti concetti politici, anche la rappresentanza rimanda ad una tipica struttura teologica: rendere presente ciò che per sua natura è assente. Banalmente, esiste una parola per definire Dio, dunque si può sempre parlarne, sebbene, data la sua natura, non sia concettualmente definibile. In altre più chiare parole: Dio s’ha da rappresentarselo (Wittgenstein). Questa aporia si ripresenta anche all’interno della stessa logica della rappresentanza, e precisamente all’altezza del patto e relativa delega al rappresentante.

Tale dinamica ha una falla naturale e necessaria se si pensa al fatto che il rappresentante è sia effetto, sia condizione del patto: contemporaneamente agli individui non si dà, e quando si dà, gli individui non esistono più. Ciò riflette il suo lato, per così dire negativo, sul problema della decisione e del diritto di resistenza: come si legge nella Bibbia (Giobbe40, 25-32) nessuno che viva sotto il cielo potrà mai sottomettere il mostruoso Leviatano.

Nota bibliografica[modifica | modifica sorgente]

  • Th. Hobbes, Leviatano, testo inglese del 1651 a fronte, testo latino del 1668 in nota, a cura di R. Santi, Milano, Bompiani, 2001.
  • C. Schmitt, Scritti su Thomas Hobbes, a cura di C. Galli, Milano, Giuffrè, 1986.
  • G. Duso, La logica del potere, Bari, Laterza, 1999. Nelle note, eventuale approfondimento bibliografico.
  • M. Scattola, Teologia politica, Bologna, Il Mulino, 2007. Nelle note, eventuale approfondimento bibliografico.


Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]