Luigi-Antonio Enrico di Borbone-Condé
Il duca di Enghien Luigi-Antonio Enrico di Borbone-Condé (Chantilly, 2 agosto 1772 – Vincennes, 21 marzo 1804) era figlio unico di Luigi-Enrico-Giuseppe di Borbone-Condé, allora ancora duca di Borbone, e di Batilde di Borbone-Orléans, e ultimo discendente diretto del ramo dei Borbone-Condé.
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Biografia [modifica]
Nel 1789, di fronte alla turbolenza rivoluzionaria, il giovane duca si unì all'Armata degli Emigrati che si stava formando oltre il Reno al comando del nonno, Luigi-Giuseppe, principe di Borbone-Condé e del padre Luigi-Enrico-Giuseppe, duca di Borbone dando prova di valore ed audacia nei combattimenti cui partecipò come ufficiale di cavalleria. Scioltasi l'armata dopo la pace di Lunéville (febbraio 1801), il duca si installò ad Ettenheim, nel Baden, e sposò segretamente la principessa Carlotta di Rohan-Rochefort, nipote del cardinale di Rohan, della quale era appassionatamente innamorato.
Avendo avuto sentore di un complotto realista per ucciderlo, fomentato dallo chouan Georges Cadoudal e dall'ex generale Pichegru[1]e convinto che il giovane Enghien ne fosse l'animatore, Napoleone Bonaparte ne dispose la cattura con un'incursione della cavalleria della Guardia imperiale agli ordini del generale Ordener. Arrestato nella notte fra il 15 ed il 16 marzo 1804, insieme ad altre tre persone, il duca venne portato prima a Strasburgo e poi tradotto nella fortezza di Vincennes. Posto innanzi ad un consiglio di guerra composto da sette colonnelli e dal generale Hulin che lo presiedeva,[2] fu condannato a morte. Invano l’Enghien, pur dichiarando di odiare il Primo Console e di volerlo combattere fino in fondo, respinse le accuse di aver fatto parte di un complotto per preparare un attentato e chiese di avere con lui un colloquio chiarificatore. Fucilato il 21 marzo, il suo corpo fu gettato in una fossa ai piedi del Padiglione della Regina.
L'eco europea e le conseguenze del fatto [modifica]
L'evento destò l'indignazione delle corti europee per l'arrogante violazione della sovranità di uno stato estero da parte della Francia, e per la sorte riservata al povero duca, e diede uno scossone negativo all'immagine europea del Bonaparte, alla quale invece l'allora ancor Primo Console teneva moltissimo.[3]
Le prove del coinvolgimento del duca nella cospirazione non furono mai trovate[4], e in effetti l'accusa nei confronti del giovane duca fu mutata da cospirazione ad alto tradimento per aver preso le armi contro il proprio paese. L'interpretazione che viene data riguardo alla decisione di procedere al rapimento ed a quanto ad esso seguì è che il Primo Console, in un contesto di accuse da parte degli irriducibili della Rivoluzione, già levatisi a difendere il generale Moreau che era stato da poco imprigionato per cospirazione, di voler piano piano riportare la monarchia in auge, e di cospirazioni da parte dei realisti in patria e soprattutto all'estero, avesse voluto dare una lezione a entrambi: ai repubblicani, per dimostrare loro che non stava facendo ciò di cui lo accusavano e agli altri perché non provassero a farlo fuori. Motore dell'azione non fu certo la scarsa pericolosità del giovane e generoso duca d'Enghien.[5]
La giovane età, il matrimonio d'amore e il sacrificio della vita fecero del duca di Enghien, appartenente a una casata delle più illustri della nobiltà francese, l'emblema dell'eroe romantico. Dopo la restaurazione Luigi XVIII dispose nel 1816 la traslazione della salma del duca nella Sainte-Chapelle di Vincennes, sotto un monumento del Lenoir.
Il duca di Enghien nella letteratura [modifica]
L'episodio dell'esecuzione fu menzionato in opere teatrali e letterarie.
Tolstoi [modifica]
Leone Tolstoj nel suo più noto romanzo, Guerra e pace, ne fa oggetto di discussione nel salotto di uno dei personaggi, Anna Pavlovna Sherer, ove è presente un emigré, il visconte di Mortemart, che avrebbe conosciuto personalmente lo sfortunato duca:
| « Il gruppo intorno a Mortemart si mise a discutere immediatamente sull'assassinio del duca d'Enghien. «Dopo l'assassinio del duca, anche i più fanatici ammiratori smisero di ammirare Bonaparte come un eroe. Se per qualcuno egli [Napoleone] era un eroe, dopo l'assassinio del duca c'era un martire in più in cielo ed un eroe in meno sulla terra.» Il visconte di Mortemart disse che il duca perì a causa della sua stessa magnanimità, e che vi erano particolari motivi per il Bonaparte di odiarlo … » |
e ancora:
| « C'era un aneddoto, allora popolare, nel quale si raccontava che il duca di Enghien si era recato in segreto a Parigi per visitare Mademoiselle George, nella cui dimora gli capitò di incontrare Napoleone Bonaparte, che godeva anch'egli dei favori della nota attrice, e che in presenza del duca egli [Napoleone] era caduto in una delle sue crisi di svenimento, rimanendo così alla mercé del duca. Quest'ultimo lo risparmiò, e questa magnanimità fu successivamente ricambiata dal Bonaparte con la morte. La storia era carina ed interessante, specialmente laddove i due rivali si riconoscono reciprocamente, e le signore parvero agitate. » |
Alessandro Dumas [modifica]
L'assassinio del duca d'Enghien è anche trattato nel libro di Alessandro Dumas padre nel suo romanzo Il cavaliere di Sainte-Hermine:
| « Il sentimento dominante nella mente di Bonaparte a quel momento non fu né di paura né di vendetta, ma piuttosto il desiderio per tutta la Francia di comprendere che il sangue dei Borboni, così sacro ai realisti, non lo era più per lui di quanto lo fosse quello di qualunque altro cittadino della Repubblica » |
ed anche:
| « Bene, dunque - chiese Cambacérès[7]- avete deciso? È semplice - disse Bonaparte - Noi faremo rapire il Duca di Enghien e sarà fatta. » |
Thomas Mann [modifica]
Anche nel romanzo I Buddenbrook: decadenza di una famiglia, pubblicato da Thomas Mann a soli 26 anni, viene citato il duca d'Enghien. Nel capitolo V della Parte prima, nella discussione durante il pranzo inaugurale della nuova residenza della famiglia Buddenbrook, parlando di Napoleone, scrive Mann, "il vecchio Buddenbrook disse:
| « Bando agli scherzi, dobbiamo fare tanto di cappello davanti alla sua grande personalità... Che uomo! » |
Il console scosse il capo con serietà:
| « Ecco, noi giovani non sentiamo più il rispetto per l'uomo che assassinò il duca d'Enghien, che in Egitto massacrò ottocento prigionieri... » |
.
| « Può darsi che tutto ciò sia esagerato o inventato » |
osservò il pastore Wunderlich.
| « Il duca sarà stato una persona leggera e ribelle, e per quanto riguarda i prigionieri il loro supplizio sarà stato probabilmente la conclusione ben ponderata e necessaria di un regolare consiglio di guerra... » |
e disse di un libro che era uscito alcuni anni prima e che egli aveva letto, opera di un segretario dell'imperatore, che meritava di essere presa in considerazione.
| « Non importa » |
insistette il console smoccolando una candela che lappolava sul candeliere davanti a lui.
| « Non capisco, non capisco proprio l'ammirazione per quel mostro! Come cristiano, come uomo di sentimenti religiosi non posso albergare in cuore un simile sentimento. » |
Victor Hugo [modifica]
Nel romanzo I Miserabili, nell' ampia sezione dedicata a Waterloo e alla sconfitta di Napoleone Bonaparte (parte seconda, libro primo), Victor Hugo cita il duca d'Enghien (cap. XVIII), in questi termini:
| « Nel fossato di Vincennes, un cippo sepolcrale sorse dalla terra, ricordando che il duca d'Enghien era morto nel mese stesso in cui Napoleone era stato incoronato. Papa Pio VII, che aveva compiuto quella consacrazione vicinissima a quella morte, benedì tranquillamente la caduta come aveva benedetto l'elevazione. » |
Ascendenza [modifica]
Note [modifica]
- ^ Le informazioni raccolte, rivelatesi poi false, riguardavano un presunto viaggio segreto del duca in Francia in compagnia dell’ex generale francese e poi fuoriuscito Dumouriez.
- ^ Max Gallo, op. cit., p. 378 (Cap. 22)
- ^ Dopo le reazioni indignate provenienti da tutta Europa al comportamento dei francesi, i principali attori si chiamarono fuori dalle responsabilità. Talleyrand, allora ministro degli esteri e indicato come il suggeritore dell'operazione, l'avrebbe definita, con il suo solito tono epigrammatico:
questa frase viene tuttavia attribuita a sé stesso dal capo della polizia Fouché nelle sue Mémoires, edite da L. Madelin, Parigi, 1945, vol I. pp. 215-217 (citate così da David G. Chandler pag. 400 del volume in Bibliografia), mentre Gerosa ne legittima l'attribuzione a Talleyrand, cfr. Guido Gerosa, Napoleone, un rivoluzionario alla conquista di un impero, Milano, Mondadori, 1995, p. 297. Il generale Savary, capo della polizia segreta promotrice e organizzatrice della spedizione e, fra l'altro, incolpato di aver impedito qualsiasi tentativo da parte del condannato di rivolgersi al Bonaparte, dichiarò nelle sue memorie di non essere stato assolutamente responsabile del fatto. Fouché, il sinistro capo della polizia che aveva fornito a Napoleone le informazioni determinanti per la decisione di agire, rivelatesi poi in gran parte sbagliate, sostenne di aver cercato all'ultimo momento di convincere il Primo Console a soprassedere alla decisione di far rapire il duca. L'unico ad assumersi le sue responsabilità fu proprio Napoleone Bonaparte che nelle sue memorie dichiarò:« È stato peggio di un crimine, è stato un errore. » (Talleyrand (o Fouché))
(Max Gallo, op. cit. in Bibliografia, pag. 956)« Ho fatto arrestare il duca di Enghien perché era necessario per la sicurezza, l'interesse e l'onore del popolo francese, nel momento in cui il conte d'Artois manteneva, per sua confessione, sessanta assassini a Parigi. In circostanze analoghe agirei allo stesso modo » (Napoleone Bonaparte) - ^ Lo stesso Cadoudal, arrestato poco prima in Francia e giustiziato poco dopo, ammise senza mezzi termini di essere rientrato dall'Inghilterra per organizzare un attentato contro il Primo Console, ma negò ogni rapporto con il povero Enghien. Il generale Pichegru fu trovato il 5 aprile strangolato nel carcere del Tempio e la versione ufficiale fu: suicidio
- ^ La Marchesa di Nadaillac interpretò l'indignazione generale componendo e pubblicando questi versi (riportati dalle Mémoires della marchesa e citati e tradotti a pag. 401 dell'opera di David G. Chandler di cui alla Bibliografia):
(FR)
« Je vécu très longtemps de l'emprunte e de l'aumône,
de Barras, vil flatteur, j'épousai la catin;
j'étranglais Pichegru, j'assassinai Enghien,
et pour tant de forfaits, j'obtins une couronne. »(IT)
« Vissi a lungo di prestiti ed elemosine
di Barras, vile adulatore, sposai la sgualdrina;
strangolai Pichegru, assassinai Enghien
e per tanti misfatti ottenni una corona. »(Marchesa di Nadaillac. Il soggetto che parla in prima persona è naturalmente Napoleone Bonaparte) - ^ L'attrice Marguerite-Joséphine Weimer, detta Mademoiselle George, fu effettivamente una delle amanti di Napoleone ma non vi è alcuna evidenza storica che il duca di Enghien abbia mai avuto qualcosa a che fare con lei.
- ^ Jean-Jacques Régis de Cambacérès fu diplomatico, Secondo Console dopo il colpo di stato del 18 brumaio, e collaboratore di Napoleone Bonaparte, sia nel periodo consolare che in quello imperiale
Bibliografia [modifica]
- Jean-Paul Bertaud, Le Duc d'Enghien, Paris, Fayard, 2001
- David G. Chandler, Le Campagne di Napoleone, Milano, R.C.S. Libri S.p.A., 1998, ISBN 88-17-11577-0
- Max Gallo, Napoléon, Paris, Edition Robert Laffont, 1997, ISBN 2-221-09796-3 (nella traduzione èdita da Arnoldo Mondadori per la Biblioteca Storica del quotidiano: Il Giornale)
- Pier Damiano Ori - Giovanni Perich, Talleyrand, Milano, Rusconi Libri S.p.A., 1978
Voci correlate [modifica]
- Principe di Condé
- Cronologia dell'epoca napoleonica
- Napoleone Bonaparte: le opposizioni realista e giacobina
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