Isra' e Mi'raj

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Un manoscritto persiano del XV secolo che mostra il viaggio di Maometto da Mecca alla Moschea della Roccia di Gerusalemme e quindi al Cielo. La creatura che Maometto cavalca è il leggendario Burāq.
Un manoscritto persiano del XV secolo che mostra il viaggio di Maometto da Mecca alla Moschea della Roccia di Gerusalemme e quindi al Cielo. La creatura che Maometto cavalca è il leggendario Burāq.

Con le parole arabe isrāʾ e miʿrāj ci si riferisce a un viaggio miracoloso - narrato nella sura XVII del Corano, detta appunto "del viaggio notturno" - compiuto da Maometto nel corso d'una sola notte "dal Tempio Santo al Tempio Ultimo", identificati poi per la Kaʿba della Mecca e la Spianata del Tempio di Gerusalemme:

Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo,
dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni
(trad. A. Bausani, v. 1) .

recita il Libro Sacro dell'Islam.

In tale viaggio il profeta avrebbe traversato il baratro infernale e poi, ascendendo i sette Cieli, sarebbe arrivato al cospetto divino, "a due archi" di distanza, con ciò realizzando per volere insondabile di Dio un'impresa impossibile agli uomini che, con i loro occhi terreni, non possono contemplarne l'infinità.

Il racconto fu fatto da Maometto una mattina dopo aver trascorso la nottata, ospite nella casa di Mecca della cugina Umm Hāniʾ. L'ambiguità della straordinaria narrazione non fece capire ai testimoni presenti se il profeta si stesse riferendo a una sua esperienza reale o a una di tipo mistico. Per lungo tempo (due secoli quasi) l'ambiguità non si dissolse e non mancarono esimi studiosi di "scienze islamiche" (l'esegeta coranico e storico Tabari ad esempio, ma anche il tradizionista Bukhari) che pensarono che la narrazione avesse un significato prettamente esoterico e che fosse quindi una "visione" ( ruʾya ) da interpretare. Prevalse però l'opinione contraria e, a tutt'oggi, l'Islam si riferisce ad essa come a un fatto realmente accaduto che così è possibile sunteggiare:

Accostato di notte da Gabriele, Maometto viene fatto salire su Burāq, un quadrupede della stazza d'un mulo e col volto di donna. Con esso sorvola il baratro infernale, assistendo alle pene decisamente corporali (fiamme e dolori fisici) inflitti ai dannati in funzione del loro peccato commesso sulla terra, secondo un'anticipazione della tecnica del cosiddetto "contrappasso".
Quindi Maometto comincia la sua ascesa e in ognuno dei 7 Cieli egli incontra un profeta che l'ha preceduto nel mondo: in generale Adamo è il primo, seguito da Yahyà (Giovanni Battista) e da ʿĪsā (Gesù), da Yūsuf (Giuseppe) nel terzo Cielo, da Idrīs (Enoch ?), da Hārūn (Aronne) nel quinto, da Mūsā (Mosè) nel sesto Cielo e da Ibrāhīm (Abramo) nell'ultimo.
Infine ha luogo il suo ingresso nella Sidrat al-Muntahā, il Loto del Termine, "presso il quale è il Giardino di al-Maʾwa" (asilo) (Cor., LIII, 14 e 16) e la visione beatifica di Dio.

La narrazione si diffuse ovviamente in tutto il mondo islamico. In al-Andalus di essa vennero a conoscenza anche gli ambienti cristiani dei Mozarabi che ne riprodussero presto versioni nei volgari proto-spagnoli, chiamandoli libri "della Scala" (nel senso di "scalata" al Cielo).
Secondo l'insigne studioso dell'Islam, il sacerdote cattolico don Miguel Asín Palacios, da tali narrazioni avrebbe tratto un'ispirazione di massima e puramente topografica Dante Alighieri.
Non mancarono immediate, vibranti, scandalizzate e perfino violente proteste da parte di vari studiosi, espressi in margine ad alcuni convegni dantisti, quasi che si fosse perpetrata una sorta di crimine di "lesa maestà" nei confronti del Sommo Poeta, malgrado i limiti anzidetti della fascinazione letteraria subita da Dante.

Già il fatto che Brunetto Latini, maestro di Dante, si fosse recato per qualche mese nel 1260 presso la corte di Alfonso X el Sabio, re di Castiglia e di León, in rappresentanza della Repubblica fiorentina, avrebbe potuto ispirare cautela ai detrattori aprioristici dell'ipotesi di Miguel Asín Palacios ma una parola definitiva la si ebbe solo nel secondo dopoguerra, grazie agli studi ripresi e perfezionati dal grande etiopista e islamista Enrico Cerrulli (già Governatore d'Etiopia e in età più avanzata Presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei). Egli dimostrò infatti al di là di ogni ragionevole dubbio i numerosi tramiti percorsi dalle versioni romanze dei vari "Libri della Scala" in tutta Europa e attestò in particolare come esistesse, proprio all'epoca di Dante, una versione in volgare italiano approntata dal notaio Bonaventura da Siena: opera della quale un intellettuale acuto e curioso come Dante non poteva essere all'oscuro, anche se non fosse comparsa nella comune terra toscana.

[modifica] Bibliografia

  • Miguel Asín Palacios, La escatología musulmana en la Divina Comedia, Real Academia Española (26-1-1919), Madrid (tr. it. Dante e l’Islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia, Parma, Nuove Pratiche Editrice, 1994).
  • Idem, Historia y crítica de una polémica, Madrid-Grandada, 1943 (II edición).
  • Enrico Cerulli, Il 'Libro della Scala' e la questione delle fonti arabo-spagnole della Divina Commedia, Roma (Città del Vaticano), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949.
  • Idem, Nuove ricerche sul Libro della Scala e la conoscenza dell'Islam in Occidente, Roma (Città del Vaticano), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1972.
  • Carlo Saccone, Il Libro della Scala di Maometto, Milano, SE, 1991 (rist. Milano, Oscar Mondadori, 1999).
  • Il Corano, introduzione, traduzione e commento Alessandro Bausani, Firenze, Sansoni, 1961 (e successive ristampe).
  • C. G. Antoni (a cura di), Echi letterari della cultura araba nella lirica provenzale e nella Commedia di Dante, Ed. Campanotto, Pasian di Prato (UD) 2006

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