I fratelli Karamazov

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I fratelli Karamazov
Titolo originale Братья Карамазовы
Dostoevsky-Brothers Karamazov.jpg
La prima pagina della prima edizione di I fratelli Karamazov
Autore Fëdor Dostoevskij
1ª ed. originale 1879
Genere Romanzo
Sottogenere filosofico
Lingua originale russo
« Un solo filo d'erba, un solo scarabeo, una sola formica, un'ape dai riflessi d'oro... testimoniano d'istinto il mistero divino[1] »

I fratelli Karamazov (in russo: Братья Карамазовы?, Brat'ja Karamazovy) è l'ultimo romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij, spesso ritenuto il vertice della sua produzione letteraria.

Pubblicato a puntate su il Messaggero russo a partire dal gennaio 1879[2], lo scrittore riuscì a completare l'ultimo capitolo solo pochi mesi prima di morire. La trama del romanzo si sviluppa attorno alle vicende dei membri della famiglia Karamazov, al contesto in cui matura l'assassinio di Fëdor, il capofamiglia e al conseguente processo nei confronti di Dmitrij, il figlio primogenito accusato di parricidio; ad un livello più profondo è il dramma spirituale scaturito dal conflitto morale tra fede, dubbio, ragione e libero arbitrio.

Secondo l'originale progetto dell'autore, la storia dei fratelli Karamazov doveva essere la prima parte di una complessa e vasta biografia di Aleksej (Alëša), uno dei fratelli: l'opera, dopo cinque anni, due di studio e tre di lavoro, rimase quindi incompiuta. Il primo progetto, L'Ateo, risaliva alla fase precedente agli studi e l'idea di personaggio era più simile a quella del padre che di Ivan. Il libro è considerato uno dei più importanti dell'Ottocento e di ogni tempo[3].

Trama e personaggi del romanzo[modifica | modifica wikitesto]

Alcune note ai Fratelli Karamazov scritte di pugno dallo stesso Dostoevskij
« ... Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra[4] »

Nei primi capitoli l'autore presenta i personaggi, iniziando dal vecchio padre Fëdor Pavlovič, proprietario terriero in un distretto di provincia, uomo volgare e dissoluto, capace soltanto di volgere a suo vantaggio gli avvenimenti.

Questi si era sposato dapprima con Adelaida Ivanovna Mjusova, una fanciulla di temperamento romantico che aveva accettato di diventare sua moglie per potersi liberare da un ambiente familiare dispotico, non per vero amore. Ella in seguito aveva abbandonato il marito e il figlioletto Dmitrij, che viene allevato in casa dal servo Grigorij (solo in seguito se ne interessano alcuni parenti), sviluppando sentimenti contrastanti nei confronti dei genitori.

Da un secondo matrimonio di Fëdor, con Sofia Ivanovna (soprannominata l'"urlona"), sono nati Ivàn e Aleksej. La donna, dolce e bella, soffre per il comportamento rozzo e insensibile del marito, fino ad ammalarsi e morire precocemente. Ivàn cresce chiuso in sé stesso, intelligente, scettico seppur assetato di fede. Aleksej è diverso dal fratello: di carattere leale, egli cerca la verità nella fede, per la quale è disposto a sacrificare ogni cosa, ed entra in un monastero per sfuggire alla malizia umana.

« ...Aleksej aveva scelto la vita contraria a quella di tutti gli altri, ma con lo stesso ardente desiderio di compiere un atto eroico immediato. Non appena, dopo serie meditazioni, fu persuaso dell'immortalità e dell'esistenza di Dio, disse naturalmente a sé stesso: "Voglio vivere per l'immortalità e non accetto nessun compromesso intermedio"... Ora sembrava persino strano ad Alëša continuare la vita di prima. »

Il fratello maggiore Dmitrij, che odia il padre per varie ragioni, a partire dagli interessi materiali, è il primo a confessarsi con Aleksej. Dmitrij ha conosciuto, quando era nell'esercito, Katerina Ivanovna, una ragazza molto bella che ha bisogno di un prestito per aiutare suo padre. Dmitrij la invita a casa sua pensando di ricattarla, ma quando si trova alla presenza della giovane, le consegna la somma e la congeda. Dopo poco tempo, Katerina restituisce la somma e confessa a Dmijtri il suo amore. I due si fidanzano, ma poco tempo dopo Dmijtri si innamora, di un amore tutto passionale, di Grušenka, donna bellissima ma piena di rancore verso tutti gli uomini che le hanno fatto del male. In questo suo torbido amore Dimijtri incontra un rivale proprio in suo padre, il vecchio Fëdor, che sostiene di voler sposare Grušenka. Intanto Katerina Ivanovna è attratta da Ivàn, che la ricambia.

Un terribile scontro verbale esplode tra Dmitrij e il padre nel monastero dello starec Zosima, (uno Jurodivye), dove è stato organizzato un incontro chiarificatore alla presenza di tutti i fratelli, del padre e dello stesso starec, a cui Aleksej era devoto. Improvvisamente lo starec Zosima si alza e si prostra dinanzi a Dmitrij; in seguito rivelerà ad Aleksej di averlo fatto perché aveva compreso che il giovane avrebbe dovuto affrontare un grande sacrificio. Alëša conosce Iljuša, il figlio d'un vecchio capitano che Dmitrij ha profondamente offeso e che è molto abbattuto per l'umiliazione subita dal genitore. Iljuša, malato e dall'animo generoso e fiero, commuove Alëša, che ha pietà del piccolo e vorrebbe che l'offesa recata dal fratello venisse perdonata. Alëša conosce anche Lisa, che si innamora di lui e glielo svela con una lettera. Il giovane novizio, sorpreso, si lascia andare alle nuove sensazioni.

Un giorno Ivàn, a pranzo in una trattoria, si confida con Alëša che lo ha raggiunto per discorrere insieme: nascono le pagine più tormentate del romanzo, che riflettono le idee di Dostoevskij sulla natura umana e sul destino degli uomini. Ivan non accetta l'ingiustizia della sofferenza degli innocenti, dei bambini in particolare: restituisce "il biglietto d'ingresso" a un Dio che permette le sofferenze anche di un solo bambino. Alle domande sull'esistenza di Dio, sul senso del dolore e sull'essenza della libertà, Ivàn propone al fratello la trama di un suo poemetto (mai scritto, solo immaginato), in cui appaiono le linee d'una definizione di quei difficili problemi. A ciò è dedicato il capitolo de "Il Grande Inquisitore", considerato una delle massime vette del romanzo.

Segue una fitta narrazione della vita precedente dello starec Zosima, ascoltata e trascritta direttamente dalla sua voce da Alëša; si parla del giovane fratello dello starec, morto precocemente, poi del "visitatore misterioso", infine di colloqui e sermoni dello stesso starec, "sulla preghiera, sull'amore e sul contatto con altri mondi". Gli eventi maturano e Ivàn, che si è costruito una sua personale filosofia sul destino dei Karamàzov, e che crede nella teoria secondo cui "tutto è permesso", irretisce con le sue idee Smerdjakov, figlio naturale di Fëdor tenuto in casa come un servo, che in certo modo è indotto a condividere l'avversione per il padre. Dmitrij, che sa che il padre vuole sposare Grušenka e vorrebbe fuggire lontano con lei, prima di realizzare il suo progetto vuole restituire a Katerina Ivanovna una somma di tremila rubli, ma non sa dove trovare il denaro. Non esita a rivolgersi a molte persone che lo respingono e lo gettano nella disperazione.

Si arma quindi di un pestello di bronzo e corre alla casa del padre, deciso ad ucciderlo se lo scoprisse insieme a Grušenka. Attraverso la finestra illuminata, però, vede il padre da solo, si allontana stravolto e colpisce con il pestello il servitore, Grigorij, che aveva cercato di fermarlo. Dmitrij corre da Grušenka, ma viene a sapere che la donna è partita per Mokroje insieme ad un altro uomo. Dmitrij pensa che sia meglio uccidersi: con i soldi che avrebbe dovuto restituire a Katerina compra liquori e dolci, poi si fa condurre in carrozza a Mokroje, dove intende trascorrere la notte nei bagordi per poi uccidersi. Ma a Mokroje trova Grušenka insieme ad un vecchio amante, che vuole solo sottrarre alla giovane del denaro. Dmitrij riesce a smascherare il vecchio e trascorre la notte con Grušenka, bevendo al suono della musica zigana. All'alba, però, la polizia fa irruzione nella camera e arresta Dmitrij con l'accusa di omicidio. Infatti, il vecchio padre Fëdor è stato ucciso, e si sospetta proprio di Dmitrij. Nessuno, tranne Ivàn, sospetta di Smerdjakov, che è il vero colpevole.

Da questo momento il racconto si impernia sul processo a cui è sottoposto Dmitrij e sull'analisi psicologica dei vari personaggi colpiti dal dramma. A predominare è il tormento interiore di Ivàn che, attraverso lunghi e snervanti soliloqui (culminanti nella visione allucinatoria del diavolo, seppur in suadenti modi affabili e in abiti borghesi), si convince delle proprie gravi responsabilità ideologiche. A Smerdjakov, che gli svela di essere l'assassino e gli mostra i denari sottratti a Fëdor, Ivàn manifesta con violenza tutta la perplessità legata alla concretizzazione materiale di una sua idea: l'animo già molto fragile di Smerdjakov ne resta colpito e l'uomo si uccide. Ivàn al processo, descritto con minuzia in un variare continuo di prospettive, confessa la verità, ma non viene creduto: Dmitrij viene condannato ai lavori forzati. Dmitrij sente però, ancor prima della condanna, incominciare a maturare in sé un "uomo nuovo", che può "risorgere" anche attraverso la punizione, perché "tutti sono colpevoli per tutti", e può così accettare il suo destino anche se non ha ucciso suo padre:

« E allora noi, uomini del sottosuolo, intoneremo dalle viscere della terra un tragico inno a Dio che dà la gioia! »

Nell'epilogo viene descritta una situazione dai contorni sfumati, in cui l'autore lascia intravedere una speranza. Ivàn, in preda ad un grave attacco di febbre cerebrale, si trova a casa di Katerina Ivanovna; avendo previsto la malattia, egli ha predisposto per iscritto un piano di fuga per Dmitrij, da mettere in atto nel momento in cui trasferiranno il condannato in Siberia. Katerina ha un commovente incontro con Dmitrij in cui si giustifica per aver testimoniato contro di lui, pur non credendo nella sua colpevolezza. Intanto Grušenka, ora fortemente innamorata di Dmitrij, è pronta a seguirlo ovunque.

L'ultimo capitolo racconta i funerali del povero Iljuša, in un piccolo dramma di ragazzi che riflette il torbido dramma degli adulti, e che mostra ad Aleksej la prospettiva di fede in una vita futura che superi le tragedie del passato. Il padre Snegirëv, tramortito dal dolore, porta alla sepoltura una crosta di pane da sbriciolare sulla fossa, per esaudire il desiderio del figlio moribondo, che lo aveva chiesto "... perché i passeri ci volino sopra: sentirò che sono venuti e sarò contento di non essere da solo".

« "Karamàzov!" gridò Kòlja. "È vero quello che dice la religione che resusciteremo dai morti e tornati in vita ci vedremo di nuovo tutti, anche Iljùšečka?"
"Resusciteremo senz'altro, e ci vedremo e ci racconteremo l'un l'altro allegramente e gioiosamente tutto quello che è stato" rispose Alëša a metà tra il riso e l'entusiasmo[5] »

Approfondimento delle figure principali[modifica | modifica wikitesto]

Dmitrij[modifica | modifica wikitesto]

Il primogenito dei Karamazov, Dmitrij o Mitja, nasce dalla prima moglie di Fedor Pavlovic, Adelajda Ivanova, la quale, sposatasi soltanto per un riflesso di suggestioni romantiche, si rende presto conto della depravazione del marito e lo abbandona con il figlio appena nato. Fedor Pavlovic, assorbito nel vortice dei suoi bagordi, si dimentica completamente di Dmitrij, che vive da orfano, sballottato da un tutore all'altro, prima nell'isba del servo Grigorij, poi dal cugino di Adelajda Petr Aleksandrovic Mjusov, infine a Mosca presso parenti. Dmitrij incontra il padre per la prima volta quando, ormai maggiorenne, vuole risolvere con lui la controversia sul denaro dovutogli. La catastrofe sarà poi innescata proprio da tale disputa economica. Dmitrij viene liquidato dal padre come un giovane leggero, sfrenato, incline alle passioni, irruente e amante delle gozzoviglie, a cui basta avere qualcosa da sgranocchiare per accontentarsi, seppur momentaneamente.

I detrattori di Dmitrij lo sviliscono al piano di un invasato, di cui tutta la personalità si esaurirebbe nella schizofrenia di un'anima meschina che spazia incontrollata da un campo all'altro, dal bene al male, senza cercare nulla se non appunto il brivido di questo perenne scambio di estremi. La sua scala dei valori sarebbe tarata non tanto sulla nobiltà dell'atto, né sull'abiezione, quanto piuttosto sull'intensità dell'emozione conseguente, carica di uno sfrenato senso di vita. È forse questa la suggestione che irradia ai loro occhi un uomo che prima corre in aiuto di una nobildonna quale Katerina Ivanova, poi la tradisce, poi sperpera il suo denaro con la frivola Grusenka, sembra aver ucciso il padre, ferisce il servo che l'ha accudito da piccolo e infine vuole gettarsi nell'oblio del suicidio.

Questa immagine di vile edonista non fa altro che inchiodare senza pietà un uomo ai suoi errori. Perché Dmitrij è proprio uomo, nelle ossa, nelle carni e nello spirito: è impastato di umanità fino al midollo, in maniera diretta, a nervi scoperti. Con le sue stesse parole:

« Io sono un Karamazov! Perché, se precipito in un abisso, è a capofitto, con la testa in giù e i piedi in su, e sono anzi contento di esservi caduto in maniera così degradante: lo considero bello! E quando sono al fondo della vergogna innalzo un inno. [...] Che segua pure il diavolo purché rimanga tuo figlio, Signore, io ti amo e conosco la gioia senza la quale il mondo non potrebbe esistere. »

Dmitrij è l'eroe che vive in intima unione con gli elementi primordiali dell'esistenza. Seppur misero e peccatore, rappresenta comunque l'umanità autentica perché inserito nel tessuto fondamentale dell'universo. In Dmitrij batte un cuore buono, ma disorientato e passionale, che ancora non conosce, o meglio, ancora non ha sperimentato il versetto giovanneo dell'epigrafe del romanzo, "se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo; ma se morrà darà molti frutti".

Fino alla conversione finale, Dmitrij si dibatte per la libertà ricercandola nell'idea del parricidio, ma alla fine il vero riscatto e la nuova consapevolezza si riversano nel cuore di Dmitrij con esuberanza:

« E sente anche che nel cuore gli cresce una commozione mai provata prima, che ha voglia di piangere, che vuole far qualcosa per tutti, perché il piccino non pianga più, perché non pianga mai la sua nera madre emaciata, perché nessuno pianga più da quel momento, e lo vorrebbe fare subito, senza rimandare e senza tenere conto di niente, con tutto l'impeto dei Karamazov. Fratello, in questi due mesi io ho sentito dentro di me un uomo nuovo, è risorto in me un uomo nuovo! Era prigioniero dentro di me, ma non sarebbe mai comparso senza questo fulmine. Cosa mi importa se starò per vent' anni a scavare minerale col martello nelle miniere? non ne ho affatto paura. Anche là nelle miniere, sottoterra, ci si può trovare accanto un cuore umano. No, la vita è completa anche sotto terra! [...] E cos'è poi la sofferenza? Non la temo, anche se fosse senza fine. Ora non la temo. E mi sembra che in me ci sia tanta forza da vincere tutto, tutte le sofferenza, pur di potermi dire: io sono! »

Dmitrij ha scoperto il piacere di schiudersi all'umiltà, di farsi balsamo per ogni ferita: la repulsione per la miseria del mondo è sbocciata nell'impulso di profondersi in carità e amore. Dove lui riesce a scavalcare la barriera dell'odio, suo fratello Ivan, il ribelle, il negatore razionale, vi incespica, si ossessiona, vi "sbatte la testa contro" fino alla febbre cerebrale.

Ivan[modifica | modifica wikitesto]

La madre di Ivan Karamazov (e di Alëša) è Sofì'ja Ivanova, la seconda moglie di Fedor Pavlovic, pia donna che il vecchio dissennato aveva soprannominato "l'urlona", perché preda di crisi isteriche causate da un matrimonio disonorato. Alla sua morte Ivan e il fratello Alëša finiscono prima nell'isba di Grigorij, poi sotto la tutela di una generalessa benefattrice di Sonja e infine presso il premuroso Efim Petrovic, che si occupa di loro fino alla maggiore età. Ivan giunge nella cittadina del racconto su richiesta del fratellastro Dmitrij, in qualità di paciere tra lui e il padre nella disputa per i tremila rubli.

« Un adolescente cupo e chiuso in sé, tutt'altro che timido, ma come penetrato, fin dai dieci anni, della consapevolezza... che il padre loro era uno così e così, di cui c'era da vergognarsi anche a parlarne. Con certe inconsuete e spiccate attitudini allo studio. »

L'arguzia intellettuale di Ivan si manifesta particolarmente nel suo articolo riguardo ai tribunali ecclesiastici, talmente sottile e concettualmente accurato da sembrare sostenere ogni parte della disputa. Solo alla fine esso si svela come una burla e una derisione sfrontata. Già da questo scherno, da questo autoproclamarsi ente super partes, si intuisce la pretesa del superuomo, dell'essere superiore: traspare tra quelle righe di motteggio un certo indiscutibile orgoglio.

Ivan si sobbarca al peso esagerato di ideologie rigidissime, che richiedono una volontà di ferro e spalle larghe per essere portate, che della vita fanno una continua guerriglia intestina tra il sentimento e la ragione. Ivan intraprende questa crociata per orgoglio e per il piacere della ribellione in sé stessa. Entrando nel dettaglio, riportiamo innanzitutto il dialogo tremendo con lo Starec Zosima durante la riunione di famiglia:

« Sareste voi davvero convinti che l'inaridirsi negli uomini della fede nell'immortalità dell'anima debba avere loro tali conseguenze?

- Sì, non c'è virtù se non c'è immortalità. - Beato voi, se così credete, oppure ben disgraziato! [...] Perché, con tutta probabilità, voi stesso non credete nell'immortalità della vostra anima e nemmeno in ciò che avete scritto intorno alla Chiesa e alla questione ecclesiastica. »

Chi già rinnega l'immortalità asserisce che senza di essa non può esserci virtù. Ivan accetta così con audacia di abitare in un mondo senza alcuna scala assiologica, randagio, autosufficiente nell'amoralità. Ivan ragiona in preda a una crisi di onnipotenza. Più avanti, nel grande incontro tra lui e Alëša dove i due fratelli imparano a conoscersi, si manifesta tutta la sua compassione per il creato e in particolare per le sofferenze dei bambini, di cui egli narra anche un paio di aneddoti grotteschi. Ivan non è ateo, ma rifiuta il mondo perché malvagio, "non euclideo", negando di conseguenza il disegno di Dio. Si oppone categoricamente alla speranza nella redenzione finale che avverrà nella nuova venuta, esige che sia fatta giustizia qui, sulla terra, all'istante, e ritorce contro Dio questa ingiustizia del mondo sbagliato. Tutto il sapere del mondo non vale le lacrime di quella bambina che invoca il "Buon Dio".

Tutta l'attenzione di Ivan è convogliata in un tormentoso canale di violenze che inonda tutta la creazione con il sangue degli innocenti, e come un filtro è permeabile solo alla sofferenza, ottunde la visione, si fissa su un particolare. Ivan contrappone a questo mondo malvagio un mondo magico, predestinato e telecomandabile, e tuttavia entrambi sono i due estremi dello stesso campo diabolico. Ivan però cancellare ogni significazione nella sofferenza, ignora la possibilità di redenzione che è connaturata in ogni traviamento. non può tornare sui suoi passi e persevera sul suo cammino di autodistruzione. Crea la leggenda del Grande Inquisitore, dove il messaggio di Cristo, troppo esigente per la maggior parte degli uomini, è stato rettificato, o meglio, storpiato, in un accanito ecclesialismo che ha definitivamente trasformato gli individui in massa e ha posto come assoluti, a dispetto della libertà predicata da Cristo, l'autorità, il mistero e il miracolo. Ora, nell'oppressione, le persone vivono felici.

Si ripresenta il motivo del libero arbitrio e il perenne rifiuto della vocazione nell'uomo a una sofferente consapevolezza. L'intorpidimento non è una fede, ma una dipendenza. Fra l'altro, l'arrovellarsi intellettualistico di Ivan produce una caricatura di Cristo, che sarebbe disceso dal cielo non tanto per inserire il mondo nella nuova creazione, ma piuttosto per porgli dei traguardi irraggiungibili, per scuoterlo e basta, come un maestro troppo severo. La dannazione di Ivan si consuma per gradi, in un inesorabile climax, tramite l'affinità con Smerdjakov e Lisa Chochlakov, la visione del Diavolo e infine l'ultimo, lacerante grido: "Chi non desidera la morte di suo padre?".

La salvezza, quell'accorato sospiro di fronte al diavolo:

« D'altronde io vorrei credere in te, vorrei credere d'essere buono e che tu fossi una visione »

Questo sospiro si scontra con il muro impenetrabile del suo orgoglio, e si spegne in una velleità di redenzione. Sembra fisiologico che della forza primitiva dei Karamazov sopravviva solamente quella cieca forza elementare, quella forza terrestre che si scatena nell'uomo. Ciò appare progressivamente nel dialogo sopra citato tra lui e Alëša; esordisce Ivan:

« Qui non c' entra l' intelligenza, né la logica, qui tu ami con le viscere, col ventre, ami le tue prime forze giovanili [...] Amar la vita più del senso della vita?

- Proprio così, amarla più della logica, come tu dici, proprio più della logica, e allora soltanto ne afferrerai anche il senso. -Come vivrai tu?... È mai possibile con un tale inferno nel cuore e nella testa? -C'è una forza che resiste a tutto!- disse Ivan con un freddo sogghigno. -Che forza? -Quella dei Karamazov... La forza dell'abiezione dei Karamazov. »

La figura di Ivan viene tratteggiata anche da Gesualdo Bufalino:

« “Ivan è una sfinge, e tace, tace sempre” afferma Dmitrij. Sì, ma scrive tanto: un Candido russo, un Libro su Cristo, un Dialogo con il diavolo. Come dire che cerca attraverso la scrittura di disarmare le più dolorose aporie etiche e metafisiche, e con ciò fare il callo alla vita. Senza riuscirci, peraltro, ché anzi lo vediamo attraversare il romanzo fra sogni, parabole, misteriose chiaroveggenze, finché precipita nell’isteria. Parricida putativo, accigliato sofista, lacerato dallo spettacolo della sofferenza innocente, egli sembra credere a volte che Dio esista, sembra pensare che, inetto o malvagio, un capocomico ci sia. E allora “ rispettosamente gli restituisce il biglietto”. Altre volte cerca nella negazione una licenza di libera e selvaggia caccia sulla terra. Col cherubico Alesa ed il lussurioso Dmitrij una delle tre facce dell’autore, il bersaglio e la controfigura delle sue più nascoste ossessioni »
(Gesualdo Bufalino[6])

Alëša[modifica | modifica wikitesto]

Lo status d'eccezione di Alëša, è insito in lui da sempre come un talento naturale; è istintivamente proiettato nella dimensione spirituale, e profondo conoscitore dell'animo umano. Fin da piccolo, è un "enfant prodige" della morale:

« Il dono di destare una speciale simpatia egli l'aveva in sé, per così dire, dalla natura stessa, senza artifici e immediato. La stessa cosa gli accadeva anche a scuola [...] I ragazzi capirono che egli non s'inorgogliva per nulla della sua intrepidità, ma sembrava non accorgersi nemmeno di essere ardito e impavido [...] Non serbava mai memoria delle offese [...] aveva una selvaggia, esaltata pudicizia e castità [...] Un altro suo tratto era quello di non darsi mai pensiero a spese di chi vivesse [...] se gli fosse capitato per le mani anche tutto un capitale, non avrebbe esitato a darlo via alla prima richiesta per un'opera buona. »

La genialità di Alëša consiste nel prorompere spontaneo di tutte queste buone attitudini, assolutamente naturale, senza la pratica di un allenamento spirituale. Proprio questo carattere autentico, genuino, lo eleva sulla massa degli uomini, coi loro risentimenti, rivalità e secondi fini. Alëša è immacolato, un emissario della Verità in terra, estraneo alla menzogna, come nell'episodio da Katerina Ivanova dove d'un tratto scopre tutte le carte in tavola fra lei e Ivan:

« Ho visto come in un lampo che mio fratello Dmitrij voi forse non l'amate affatto... fin dal principio... e anche Dmitrij non vi ama punto... ma vi stima soltanto [...] fate subito venire qui Dmitrij, che venga qui a prendere la vostra mano e poi prenda quella di mio fratello Ivan, e unisca le vostre due mani. Voi tormentate Ivan solo perché lo amate... e lo tormentate perché il vostro amore per Dmitrij è uno strazio... un inganno... perché avete voluto persuadervi che sia così... »

Alëša parla come mosso da una volontà divina, lo ammette lui stesso quando cerca di convincere Ivan della sua innocenza morale:

« È Dio che mi ha suggerito di dirti tutto questo. »

Alëša rappresenta la forma positiva dell'impetuosità karamazoviana: si getta a capofitto, ma a fin di bene; così lascia l'università e diventa monaco e seguace dello Starec Zosima:

« Era una natura onesta che anelava alla verità, la cercava e credeva in essa, e una volta che vi aveva creduto esigeva di aderirvi subito con tutta la forza della sua anima, e agognava una grande impresa immediata. [...] Persuaso che Dio e l'immortalità esistono, subito, come logica conseguenza si disse "voglio vivere per l'immortalità e non accetto compromessi di sorta". »

L'apice di questa figura illuminata giunge quando, addormentatosi per lo sfinimento presso la tomba dello Starec Zosima, vede in sogno il compimento della redenzione nelle nozze eterne, le nozze di Cana. Risvegliatosi, trabocca di un'indescrivibile estasi religiosa:

« La sua anima piena di estasi aveva sete di libertà, di spazio, d'immensità. Sopra di lui si aprì vasta, a perdita d'occhio, la volta celeste, piena di placide stelle scintillanti. [...] Il silenzio della terra pareva fondersi con quello del cielo, il mistero terrestre si congiungeva con quello stellare... Alëša, come falciato, si prosternò a terra. [...] Non si dava ragione del suo desiderio di baciarla, di baciarla tutta. [...] Era caduto a terra debole adolescente, ma si alzò lottatore temprato per tutta la vita. »

Nella figura di Alëša irrompe stupendamente la potenza salvifica del perdono. Lo stesso accade, seppur in maniera molto più ridotta, per Dmitrij. Entrambi hanno come denominatore comune l'abbandono dell'insolubile scontro generazionale tra padri e figli, e il suo rinnovamento tramite la promessa giovannea. All'altro capo estremo si lacerano invece i ribelli, Ivan e Smerdjakov, presi nella lotta per l'affermazione dell'"io" che li condurrà proprio al risultato opposto, alla sua definitiva perdita. L'uno, Ivan, ipnotizzatosi con l'ideologia del "tutto è permesso", ha indottrinato quasi involontariamente l'altro, il suggestionabile Smerdjakov.

Smerdjakov[modifica | modifica wikitesto]

Smerdjakov è il quarto Karamazov, il figlio illegittimo nato dall'unione vergognosa tra Fedor Pavlovic e la jurodivaja demente Lizaveta Smerdjaskaja. Ha sempre vissuto presso il padre in qualità di servo e si ritrova coinvolto nella lotta per Grušenka tra lui e Dmitrij in qualità di mezzano e spia. Sfrutta l'epilessia per farsi scagionare dall'omicidio di Fedor Pavlovic e, dopo l'ultimo colloquio con Ivan, si suicida.

La personalità disturbata di Smerdjakov traspare dalla seguente descrizione antropologica:

« Non si poteva in nessun modo raccapezzare che cosa, per suo conto, volesse. C'era anche di che stupirsi dell'illogicità e della confusione di certi suoi desideri, che involontariamente venivano a galla, ma che però erano sempre poco chiari. Non faceva che interrogare, rivolgeva certe domande tortuose, evidentemente premeditate, ma senza spiegarne il perché. »

La relazione con Ivan è la miccia necessaria alla sua natura per innescarsi con l'impeto di un incubo represso. Smerdjakov trasporta dalla teoria alla prassi il motto del "tutto è permesso": uccide il vecchio, fa incriminare Dmitrij e si impossessa dei tremila rubli. Sfocia infine nell'esito più logico per una natura emancipata: si suicida.

Smerdjakov affronta, seppur distruttivamente, il vecchio io paterno. Ogni Figlio ha il suo punto di origine dal Padre, e solamente da qui, o nell'odio o nel perdono, gli è permesso di tracciare il suo percorso. Ogni Karamazov condivide questo destino del confronto con il vecchio Fedor Pavlovic, il padre indegno di esserlo, l'Edipo. Smerdjakòv è l'uomo del sottosuolo, il “diverso” dagli altri. La malattia neurologica è la sua via d'evasione, il suo rifugio davanti ai grandi eventi al centro della narrazione. Tutti i principi morali che prendono voce con ciascuno dei fratelli e con il grottesco Fëdor Pavlovič vengono prima o poi screditati dalla loro commistione con le più primitive passioni dell'uomo, infine riconosciute come comuni a tutti. Celebre il saggio di Sigmund Freud "Dostoevskij e il parricidio" (1927), che analizza il romanzo dal punto di vista psicanalitico.

Fedor Pavlovic (il padre)[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio del libro il narratore lo presenta così:

« Era un tipo strano, come se ne incontrano alquanto spesso: non solo il tipo d'uomo abietto e dissoluto, ma anche dissennato; di quei dissennati, però, che sanno sbrigare brillantemente i loro affarucci, ma a quanto sembra soltanto questi. »

Con le furiose parole del figlio Dmitrij: un lussurioso debosciato e un abietto commediante; secondo la più attenta analisi psicologica dello Starec Zosima: un uomo che prova piacere nel venire offeso e per questo agisce da buffone, che mente a sé stesso per convincersi di essere un martire dello scherno altrui, quando lui stesso si infligge questo supplizio con voluttà.

« Di quando in quando la natura bussa inutilmente alle porte di quest'animo malato: egli percepiva in sé a volte, nei momenti di ebbrezza, quasi un terrore spirituale, un sussulto morale che gli si rifletteva, per così dire, nell'animo quasi fisicamente. "È come se in quei momenti l'anima mi palpitasse in gola" »

Fedor Pavlovic è il centro d'attrazione di una dozzina di figure colossali, chiuse ad anello intorno a lui, dalla prima compagine familiare al resto dei personaggi satelliti, non meno tragici, non meno carichi di pathos di quanto non siano le vaste nature dei Karamazov; ciascuno un drammatico affresco di sempre nuovi orizzonti personali, ciascuno svolto nel temporalesco avvicendarsi di ragione e sentimento peculiare dell'irrequietezza dell'animo umano.

I fratelli Karamazov e Tolstoj[modifica | modifica wikitesto]

Riferendosi a I fratelli Karamazov, Lev Tolstoj affermò: «Non sono riuscito ad arrivare fino in fondo»[7]. Ma nel 1910, poco prima di morire, tornò a leggere questo romanzo. A tal proposito, Victor Lebrun scrisse che l'«incubo di essere minacciato con la violenza per ottenere da lui il testamento e per simulare il suo ritorno alla fede ortodossa, ossessionava a tal punto il vecchio, che egli sentì in quei giorni il desiderio di rileggere I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Nella notte fra il 27 e il 28 ottobre[8] questo libro restò spalancato nel punto in cui il figlio si abbandona a vie di fatto contro suo padre. Il libro restò così aperto per sempre sulla tavola di Tolstoj»[9]. Quella stessa notte Tolstoj fuggì di casa e l'indomani inviò dal monastero di Optina una lettera, destinata alla figlia Aleksandra, in cui chiedeva di avere, oltre ai Saggi di Montaigne e Una vita di Maupassant, anche I fratelli Karamazov.[10]

Edizioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

Fra le traduzioni italiane si segnalano:

  • Paola Cotta, ed. Mondadori
  • Maria Rosaria Fasanelli, ed. Garzanti
  • Pina Maiani, ed. BUR e ed. Bompiani
  • Alfredo Polledro, ed. Newton Compton
  • Agostino Villa, ed. Einaudi
  • Serena Prina, ed. Feltrinelli

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ F. Dostoevskij, Les Frères Karamasoff, Ed. Bossard, Paris 1930, t.I, p. 353.
  2. ^ I fratelli Karamazov - Oilproject
  3. ^ I fratelli Karamazov, ondacinema.it
  4. ^ F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov (vol.I), Oscar Mondadori (trad. di Nadia Cicognini e Paola Cotta), Milano 1994, p.230
  5. ^ ibidem, vol II, p.1071
  6. ^ Gesualdo Bufalino, Dizionario dei personaggi di romanzo, Bompiani, 2000
  7. ^ Lev Tolstoj, citato in Enzo Biagi, Russia, Rizzoli, Milano, 1977, pp. 47-48.
  8. ^ Data del calendario giuliano.
  9. ^ Victor Lebrun, Devoto a Tolstoj, traduzione di Dino Naldini, Lerici Editori, Milano, 1963, p. 163.
  10. ^ Alberto Cavallari, La fuga di Tolstoj, Einaudi, Torino, 1986, p. 35. ISBN 88-06-59385-4.

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