Saggi (Montaigne)

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Frontespizio dell'edizione originale

Saggi (Essais) è il titolo di un'opera di Michel Eyquem de Montaigne, pubblicata in tre versioni nel 1580, 1582, 1588. Si tratta di un'ampia raccolta di brani di varia estensione, scritti senza seguire un progetto prestabilito, in cui tratta di molti argomenti da un punto di vista soggettivo e personale. Il termine francese Essai significa "esperimento", "tentativo" o "prova".

Stile[modifica | modifica sorgente]

Montaigne scrisse i Saggi con un'abile tecnica retorica che intendeva avvincere e coinvolgere il lettore, a volte dando l'impressione di lasciarsi trasportare in un flusso di idee da un argomento all'altro, altre volte utilizzando uno stile più strutturato che tende a portare in evidenza la natura didattica della sua opera. Le sue argomentazioni sono spesso sostenute con numerose citazioni di testi classici greci e latini.

I Saggi colpiscono per la varietà e per i contrasti che li animano. I più brevi (specialmente nel libro I) sono poco più che note di lettura, ma altri sono dei veri e propri saggi filosofici d'ispirazione stoica ("Filosofare è apprendere a morire", I, 20) o scettica ("Apologia di Raymond Sebond", II, 12), via via più pieni di confessioni personali ("Della vanità", III, 9; "Dell'esperienza", III, 13). A volte titoli ingannevoli mascherano i capitoli più audaci: "Usanza dell'isola di Ceo" (II, 3) discute della legittimità del suicidio; "Della rassomiglianza dei figli ai padri" (II, 37) critica i medici; "Su dei versi di Virgilio" (III, 5) nasconde le confessioni di Montaigne sulla sua esperienza dell'amore e della sessualità; "Delle carrozze" (III, 6) denuncia la barbarie dei conquistatori del Nuovo Mondo. Non meno diverse sono le fonti che Montaigne fa dialogare, da Plutarco e Seneca, suoi autori prediletti, a innumerevoli storici e poeti, con centinaia di citazioni, in prosa e in versi, in francese e in latino.

Contenuto[modifica | modifica sorgente]

« Voglio che mi si veda qui nel mio modo d'essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione né artificio: perché è me stesso che dipingo. Si leggeranno qui i miei difetti presi sul vivo e la mia immagine naturale, per quanto me l'ha permesso il rispetto pubblico. Ché se mi fossi trovato tra quei popoli che si dice vivano ancora nella dolce libertà delle primitive leggi della natura, ti assicuro che ben volentieri mi sarei qui dipinto per intero, e tutto nudo. Così, lettore, sono io stesso la materia del mio libro: non c'è ragione che tu spenda il tuo tempo su un argomento tanto frivolo e vano. »
(Michel de Montaigne, Saggi, "Al lettore")

L'obiettivo dichiarato di Montaigne è quello di descrivere l'uomo, e specialmente se stesso, con completa franchezza: "Sono io l'oggetto del mio pensiero". Qualunque sia l'argomento trattato, l'obiettivo è la conoscenza di sé, la valutazione della propria capacità di giudizio, l'approfondimento delle proprie inclinazioni.

Al di là di questo progetto senza precedenti, che ci svela i gusti e le opinioni di un gentiluomo perigordino del XVI secolo, come le sue abitudini e le sue manie più segrete, il genio di Montaigne consiste nel manifestare la dimensione universale di un tale autoritratto: nella misura in cui "ciascun uomo porta in sé l'intera forma dell'umana condizione" (III, 2), la messa in opera del precetto socratico "Conosci te stesso" sfocia in una vertiginosa esplorazione degli enigmi della nostra condizione, della sua miseria, vanità e incostanza, ma anche della sua dignità.

Secondo Montaigne, la varietà e la volatilità sono le caratteristiche fondamentali della natura umana. Ad esempio, egli scrive: "Non ho mai visto un mostro o un miracolo più grande di me stesso" (III, 11); descrive la sua debole memoria, la sua capacità di risolvere problemi e mediare conflitti senza un vero coinvolgimento emotivo, la sua disapprovazione per la ricerca di una fama duratura, e i suoi tentativi di staccarsi dalle cose terrene per prepararsi alla morte.

Umanista per la sua passione per le lettere antiche, Montaigne lo è ancora di più in senso filosofico, per la sua idea elevata della persona umana e per il rispetto che le è dovuto.

Manifestò un relativismo culturale alquanto moderno, riconoscendo che le leggi, i costumi e le religioni delle diverse culture umane, per quanto diverse, potevano essere egualmente valide. Giudicò negativamente la conquista del Nuovo Mondo da parte degli europei, criticando le sofferenze che essa provocò per i nativi di quelle terre. Fu disgustato dai violenti conflitti (che egli considerava barbarici) tra i cattolici e i protestanti suoi contemporanei. Credeva in Dio, ma evitava di speculare sulla sua natura.

Citando il caso di Martin Guerre come esempio, sostenne che gli esseri umani non possono avere conoscenze certe, e respinse le affermazioni di carattere generale e assoluto e ogni forma di dogma. Questo scetticismo è espresso al meglio nel lungo saggio "Apologia di Raymond Sebond" (II, 12), che spesso è stato pubblicato come opera a sé stante. Non possiamo fidarci delle nostre capacità di ragionamento perché i pensieri si formano spontaneamente in noi, e non ne abbiamo veramente il controllo. Non abbiamo buone ragioni per considerarci superiori agli animali. Montaigne dubita fortemente delle confessioni ottenute con la tortura, sottolineando che esse potrebbero essere inventate dal sospettato soltanto per il desiderio di sottrarsi alla tortura che gli è inflitta (è il primo utilizzo noto di questo argomento contro la tortura). Nel capitolo che di solito viene intitolato "La sapienza non può rendere l'uomo buono", scrisse che il suo motto era "Che cosa conosco?" Il saggio su Sebond in apparenza difendeva il cristianesimo, ma Montaigne vi utilizzò con eloquenza molte citazioni e richiami ad autori classici greci e latini (quindi, non cristiani), e specialmente all'atomista Lucrezio.

Montaigne considerava il matrimonio necessario per l'allevamento e l'educazione dei figli, ma disapprovava i forti sentimenti dell'amore romantico, che considerava nocivi alla libertà. Su di esso scrisse, ad esempio: "Il matrimonio è come una gabbia; si vedono gli uccelli chiusi fuori che tentano furiosamente di entrare, e quelli chiusi dentro che tentano furiosamente di uscirne" (III, 5).

Per quanto riguarda l'istruzione, egli preferiva l'esempio e l'esperienza concreta rispetto all'insegnamento di conoscenze astratte che ci si aspetta siano accettate acriticamente: "Per un figlio di buona famiglia... se si desidera farne un uomo avveduto piuttosto che dotto, vorrei anche che si avesse cura di scegliergli un precettore che avesse piuttosto la testa ben fatta che ben piena" (I, 26).

La notevole modernità delle idee evidente nei Saggi, insieme alla loro persistente popolarità, li rese probabilmente l'opera più cospicua della filosofia francese fino all'epoca dell'illuminismo. La loro influenza sulla cultura francese è forte ancora oggi. Il ritratto ufficiale del presidente François Mitterrand lo raffigura con una copia aperta dei Saggi in mano.

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Montaigne cominciò a dettare i Saggi intorno al 1572 e continuò a lavorarvi per il resto della sua vita, apportandovi continuamente ampie modifiche. A volte aggiungeva una singola parola, altre volte inseriva interi brani. L'analisi delle differenze e delle aggiunte mostra come le idee di Montaigne si siano evolute nel corso del tempo. Singolarmente, egli non sembra eliminare certi brani più antichi anche quando sono in contraddizione con altri più recenti.

La prima versione dei Saggi fu pubblicata in due libri a Bordeaux nel 1580, e fu ristampata due anni dopo con alcune aggiunte riguardanti il viaggio in Italia, dal quale Montaigne era da poco rientrato. Una seconda versione, ampliata e con l'aggiunta di un terzo libro, fu pubblicata a Parigi nel 1588. Anche dopo questa data, Montaigne continuò ad apportare aggiunte e correzioni, che annotò su una copia di questa edizione (di solito indicata come "esemplare di Bordeaux", che oggi si trova nella biblioteca municipale di quella città). Una terza versione fu pubblicata (postuma) a Parigi nel 1595, a cura di Marie de Gournay, che integrò il testo della seconda con le aggiunte copiate dall'esemplare di Bordeaux, ma non è del tutto fedele. Marie de Gournay curò la pubblicazione di altre due edizioni nel 1617 e nel 1635; quest'ultima fu ripresa da molti editori successivi.

La prima edizione effettivamente basata sull'esemplare del 1588 annotato da Montaigne fu quella curata da Jacques-André Naigeon nel 1802. Un'importante e accurata edizione basata sull'esemplare di Bordeaux (nota come édition municipale) fu quella curata da F. Strowski, F. Gebelin, Pierre Villey e Grace Norton, pubblicata in 5 volumi tra il 1906 e il 1933; tutte le edizioni successive si sono basate su questa.

Principali traduzioni italiane[modifica | modifica sorgente]

La prima traduzione italiana (parziale) dei Saggi fu quella di Girolamo Naselli, basata sulla versione del 1580 e pubblicata a Ferrara nel 1590. Tra quelle successive spiccano: quella di Girolamo Canini, basata sulla versione del 1595, pubblicata a Venezia nel 1633-34 da Marco Ginammi; quella di Giulio Perini, (Firenze, 1785); quella di Dionisio Leon Darakys, (Pisa, 1833-34); quella di Natale Contini (Milano, 1871); quella di Virginio Enrico (Roma, 1953, rist. a cura di Raffaele Crovi, Milano 1960); e quella di Fausta Garavini (Milano, Adelphi, 1966), interamente riveduta per la nuova edizione bilingue con testo a fronte a cura di André Tournon (Milano, 2012). Una scelta di undici saggi è quella a cura di Nicola Panichi, nel volume Michel de Montaigne, "L’immaginazione", (Firenze, 2000).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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