Teofilo di Alessandria

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Teofilo trionfa sul Serapeo.

Teofilo di Alessandria (... – 15 ottobre 412) è stato un vescovo greco antico; fu il quattordicesimo Papa della Chiesa copta (massima carica del Patriarcato di Alessandria d'Egitto) dal 385 alla sua morte. È venerato come santo dalla Chiesa ortodossa copta e dalla Chiesa ortodossa siriaca[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Aderente al credo niceno, Teofilo divenne patriarca nel momento del conflitto tra cristiani e la società ancora pagana di Alessandria. Nel 391 distrusse vari templi pagani, tra cui il Mitreo e il tempio di Dioniso.[2] Egli ed i suoi seguaci sfilarono per le strade della città con gli oggetti sacri prelevati nei templi, compiendo atti di dileggio e provocando l'ira dei pagani, che aggredirono i cristiani. La reazione della fazione cristiana costrinse i pagani a rinchiudersi nel Serapeo. L'imperatore Teodosio inviò una lettera a Teofilo, in cui gli chiedeva di concedere il perdono ai pagani che avevano aggredito i cristiani. In risposta Teofilo fece abbattere il tempio del Serapeo. La distruzione del Serapeo è stata vista da molti autori sia antichi che moderni come rappresentativa del trionfo del cristianesimo sulle altre religioni; quando i cristiani linciarono Ipazia, essi acclamarono il successore di Teofilo, Cirillo, come un nuovo Teofilo per cui distruggere gli ultimi idoli della città.[3]

Teofilo fu dapprima un seguace delle idee di Origene e appoggiò i monaci origenisti del deserto di Nitria in opposizione agli antropomorfisti; tra i monaci origenisti che inizialmente godettero del suo favore erano anche i "fratelli lunghi" (così chiamati a motivo della loro altezza): Dioscoro, che Teofilo stesso consacrò vescovo di Ermopoli, Ammone, Eusebio ed Eutimio, che Teofilo ordinò presbiteri e incaricò di amministrare insieme a lui la chiesa di Alessandria.[4] Tuttavia a partire dal 399 Teofilo divenne avversario dell'origenismo e nel 401 convocò un sinodo ad Alessandria che lo condannò;[5] fece quindi perseguitare i monaci origenisti del deserto, tra cui i "fratelli lunghi", che scapparono dall'Egitto.[2][6] Quando seppe che i quattro fratelli si erano rifugiati a Costantinopoli presso il vescovo Giovanni Crisostomo, Teofilo iniziò a macchinare anche contro Giovanni, che egli stesso aveva consacrato nel 398.[5] L'imperatore Arcadio convocò a Costantinopoli un sinodo nel quale Teofilo era chiamato a discolparsi dalle accuse mossegli dagli origenisti, ma riuscì a coalizzare i vescovi nemici di Giovanni e in un successivo sinodo del 403, noto come sinodo della Quercia (tenutosi nei pressi di Calcedonia), riuscì a deporre Giovanni e lo costrinse all'esilio.[7] Giovanni si rivolse al vescovo di Roma, Innocenzo I, che scomunicò Teofilo.[1]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Della produzione letteraria di Teofilo, che dovette essere molto ampia, rimangono:[8]

  • Canone pasquale
  • Epistole a vescovi, a Girolamo e all'imperatore Teodosio
  • Lettere pasquali
  • Omelie sulla crocifissione, sulla penitenza, in mysticam coenam
  • un'opera contro Giovanni Crisostomo
  • un'opera contro Origene[9]

Sotto il nome di Teofilo sono stati tramandati alcuni apoftegmi[10] e varie opere apocrife, tra cui la Visione di Teofilo che parla della fuga in Egitto della Sacra Famiglia, un sermone che tratta della vita di Maria e il trattato Sulla visione di Isaia.[11]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b De Nicola, col. 5278.
  2. ^ a b Quasten, p. 102.
  3. ^ Giovanni di Nikiu, Cronaca, LXXXIV, 103.
  4. ^ Socrate, Storia ecclesiastica, VI, 7, secondo il quale sia Dioscoro che Eusebio ed Eutimio furono ordinati rispettivamente vescovo e presbiteri contro la loro volontà, poiché avrebbero voluto continuare a vivere ritirati nel deserto.
  5. ^ a b De Nicola, col. 5277.
  6. ^ Secondo Socrate, Storia ecclesiastica, VI, 7, Teofilo si irritò molto con i fratelli quando capì che abbandonarono Alessandria per tornare nel deserto a causa della sua condotta di vita, poiché era eccessivamente intento al guadagno e all'accumulo di ricchezze. Secondo Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, VII, Teofilo accusò i monaci anche di aver dato rifugio a Isidoro, un presbitero che il vescovo aveva scomunicato (ingiustamente secondo Palladio) a seguito di una questione sorta a proposito dell'eredità lasciata a Isidoro da una vedova di Alessandria (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, VI; cfr. Sozomeno, Storia ecclesiastica, VIII, 12).
  7. ^ Quasten, p. 103; De Nicola, coll. 5277-5278.
  8. ^ Quasten, pp. 103-106.
  9. ^ Forse una raccolta di lettere pasquali (Quasten, p. 106).
  10. ^ De Nicola, col. 5278.
  11. ^ Quasten, pp. 107-108.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Johannes Quasten, Patrologia, vol. 2, Marietti, 1969.
  • Angelo De Nicola, Teofilo, in Nuovo dizionario patristico e di antichità cristiane, vol. 3, Genova-Milano, Marietti 1820, 2008.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Patriarca di Alessandria Successore
Timoteo 385412 Cirillo
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