Pantera Rosa (personaggio)

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Pantera Rosa
Pickled Pink.png
La Pantera Rosa nel corto Pickled Pink
Nome orig.Pink Panther
Lingua orig.Inglese
AutoreBlake Edwards
EditoreMGM
1ª app. inLa Pantera Rosa
Ultima app. inLa Pantera Rosa & Co
Voci orig.
Voci italiane

La Pantera Rosa (The Pink Panther) è un personaggio immaginario dell'animazione e dei fumetti, protagonista di numerosi cortometraggi e di diverse serie televisive d'animazione. Il personaggio venne ideato nel 1963 da Isadore "Friz" Freleng per i titoli di testa del omonimo film di Blake Edwards che inaugurò la fortunata serie di film dedicati all'Ispettore Clouseau. Il successo riscontrato dal personaggio porterà alla realizzazione di una serie a cartoni animati di 95 cortometraggi che proseguirà fino al 1981 e vincitrice di un premio Oscar, di diverse versioni televisive, a fumetti in comic book e a un vasto merchandising.[1] La rivista Time nel numero del 27 aprile 1964 si espresse con queste parole: «Le animazioni dei titoli sono meglio del film». La serie di cortometraggi riscosse successo in tutto il mondo anche grazie al tema musicale composto da Henry Mancini,[1] e Freleng, dello studio di animazione, affermo che: «Non credo che saremmo riusciti ad avere il successo che abbiamo avuto senza la colonna sonora». Il personaggio e la musica insieme hanno funzionato, e hanno dato ai film di Edwards un importante tocco in più.[senza fonte]

Genesi del personaggio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1963, Edwards nel dare gli ultimi ritocchi alla sua commedia, che vedeva protagonisti Peter Sellers e David Niven, pensò di aprire il film con una sequenza animata che avrebbe fatto da sfondo allo scorrere dei titoli di testa. Chiese così al team di animazione di David DePatie e Friz Freleng di inventare qualcosa di appropriato. Durante la fase di creazione, gli animatori vollero creare un personaggio con l'eleganza di Cary Grant e l'impertinenza di James Dean; non essendo previsto nessun dialogo per la scena di apertura, venne dato al personaggio anche la mimica di Buster Keaton, facendo muovere il felino sulle note del motivo scritto da Henry Mancini che diventerà un vero e proprio cult.[senza fonte]

Caratteristiche del personaggio[modifica | modifica wikitesto]

Il personaggio è una pantera antropizzata, filiforme, con un lungo muso, piccoli occhi gialli e il pelo rosa, possiede lunghi baffi e un naso rosso e, nella sigla di apertura della serie televisiva, fuma una sigaretta usando un lungo bocchino.

Serie animate[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cortometraggi della Pantera Rosa.

Nella prima serie di cortometraggi, le storie sono ambientate in un mondo stilizzato rappresentato con poche linee essenziali. Il personaggio compie azioni fuori dalla logica comune creando nello spettatore adulto un sorrisino divertito mentre anche i piccini ne apprezzano le situazioni buffe.[senza fonte] La vittima ricorrente nelle sue storie è un ometto buffo e basso, con un enorme naso e piccoli baffi, caricatura dell'ispettore Clouseau. Il cartone animato, grazie ancora al tema musicale, diventa subito popolare e apprezzato[1]: già il primo corto, The Pink Phink, si aggiudica un Academy Award[2]. Seguiranno nel tempo altri 123 cortometraggi di successo. [senza fonte] Spesso il titolo dei cortometraggi si ispira al nome di personaggi celebri, o al titolo di famose opere letterarie o cinematografiche, con l'immancabile introduzione della parola "Pink" (Sherlock Pink, Star Pink, ecc.).

Nel 1968 la rete televisiva NBC inizia a produrre negli Stati Uniti d'America le serie animate che verranno distribuite in tutto il mondo.

Con il procedere dei cortometraggi, il carattere della Pantera Rosa, dapprima semplicemente snob e tendenzialmente dispettosa, si arricchisce di nuove sfaccettature: la tenacia nel perseguire uno scopo o nel cercare un oggetto (per la qual cosa dispiega energie e mezzi assolutamente sproporzionati rispetto all'importanza - talvolta minima - del fine che si propone); la tendenza a sognare a occhi aperti e a immaginare se stessa in qualche ruolo eroico o prestigioso (con successivo - e spesso maldestro - tentativo di mettere in atto il suo sogno); l'abitudine di intrufolarsi in ambienti che non le sono propri oppure in alloggi che non le appartengono, con la conseguente serie di inconvenienti e incidenti; un sentimento di tenerezza protettiva e paterna nei confronti delle creature piccole e indifese. In alcuni episodi il personaggio rivela anche una sensibilità ecologica, vissuta però senza alcun aggancio polemico ma con la sua consueta serenità un po' snob e un po' surreale.

Nel 1985, col passaggio dei diritti del personaggio alla Hanna-Barbera Production, venne prodotta la serie Pink Panther & Sons (I figli della Pantera rosa), dove i protagonisti sono i figli della Pantera Rosa, Pinky e Panky, più il loro gruppo di amici.

Negli anni novanta venne co-prodotta da Metro-Goldwyn-Mayer Animation, Mirisch-Geoffrey DePatie-Freleng e United Artists una nuova serie dove il personaggio parla (in Italia il suo doppiatore è Pietro Ubaldi).

Le serie televisive d'animazione in cui è protagonista la Pantera Rosa sono:

Merchandising[modifica | modifica wikitesto]

La Metro Goldwyn Mayer, proprietaria del marchio, in occasione dell'uscita dell'ultima pellicola[senza fonte][quale?]ha prodotto una serie di nuovi gadget. Si tratta di una pantera elegantissima, con doppiopetto fucsia e papillon. È presente in capi di abbigliamento, accessori e prodotti di lusso.

Musica[modifica | modifica wikitesto]

La casa discografica EMI ha pubblicato il disco Pink Panther's Penthouse Party, raccolta di musiche pop e lounge, con nuove versioni del classico tema di Henry Mancini, riprese da St Germain e Fischerspooner, e brani originali di Fatboy Slim, Nicola Conte, Peggy Lee, Pizzicato Five e altri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Pantera Rosa, su www.guidafumettoitaliano.com. URL consultato il 06 giugno 2017.
  2. ^ Jerry Beck, Pink Panther: The Ultimate Guide to the Coolest Cat in Town!, London, England, DK Adult, 2006, pp. 20–23, ISBN 0-7566-1033-8.

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