Indice dei libri proibiti

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Una edizione del 1564

L'Indice dei libri proibiti (in latino Index librorum prohibitorum) fu un elenco di pubblicazioni proibite dalla Chiesa cattolica, creato nel 1558 da Paolo IV. Ebbe diverse versioni e fu soppresso dalla Congregazione per la dottrina della fede il 14 giugno del 1966.[1] Dal 1571 al 1917 il compito della compilazione del catalogo dei libri proibiti fu di competenza della Congregazione dell'Indice.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I precedenti[modifica | modifica wikitesto]

Sin dalle sue origini le lotte della Chiesa contro le eresie comportarono la proibizione di leggere o conservare opere considerate eretiche: il primo concilio di Nicea (325) proibì le opere di Ario, papa Anastasio I (399-401) quelle di Origene, nel 405 Innocenzo I scrisse una lista di libri apocrifi, papa Leone I (440-461) proibì i testi manichei e Gelasio I nel 496 condannò i libri «pagani».

Il secondo concilio di Nicea (787) stabilì che i libri eretici dovessero essere consegnati al vescovo non tenuti di nascosto e il Concilio romano nell'868 condannò al rogo le opere di Fozio, nel 1140 quelle di Pietro Abelardo e Arnaldo da Brescia, nel 1239 il Talmud e nel 1327 quelle di Francesco Stabili. Il concilio di Tolosa del 1229 giunse a proibire ai laici il possesso di copie della Bibbia e nel 1234 quello di Tarragona ordinò il rogo delle traduzioni della Bibbia in volgare.

L'invenzione della stampa a caratteri mobili (metà XV secolo) moltiplicò la possibilità di diffondere opere contrarie ai dogmi cattolici. La Santa Sede prese dunque provvedimenti nel tentativo di controllare quanto veniva stampato. Nel 1515 fu emanata la prima bolla pontificia sulla censura dei testi a stampa (Inter Sollicitudines, Leone X, 4 maggio 1515). Oltre alla Chiesa, alcuni sovrani emanarono provvedimenti restrittivi della libertà di stampa. I primi monarchi ad emettere decreti sul controllo della stampa furono: re Enrico VIII d'Inghilterra e l'imperatore Carlo V d'Asburgo (nei confronti dei Paesi Bassi)[2]. La Facoltà di teologia dell'Università di Lovanio pubblicò gli Indici negli anni 1546, 1550 e 1552. Anche il re di Francia si mosse nella stessa direzione: l'Università della Sorbona (Parigi) pubblicò gli Indici della censura libraria negli anni 1544, 1545, 1547, 1549, 1551 e 1556[3].

Nel 1542 papa Paolo III istituì la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione (bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542), affidandole il compito di "mantenere e difendere l'integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine". Il primo presidente della congregazione fu il cardinale Giovanni Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV. La congregazione pubblicò il primo Indice dei libri proibiti. Nel 1543 il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia affidò agli Esecutori contro la Bestemmia il compito di sorvegliare l'editoria, con facoltà di multare chi stampava senza permesso: nel 1549, ad opera di monsignor Giovanni della Casa, fu pubblicato un Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia: l'elenco comprendeva 149 titoli e riguardava per lo più opere tacciate di eresia. Il testo proibiva la pubblicazione delle opere dei teologi protestanti, dei primi dissidenti italiani che avevano ormai scelto la via dell'esilio (Ochino, Vermigli, Curione, ecc.), dei testi più noti della produzione di area valdesiana (dal Beneficio di Cristo all'Alfabeto cristiano di Valdés), infine dei classici della polemistica antiecclesiastica (come i testi di Marsilio da Padova e le opere di autori coevi presenti in Italia, quali Bernardino Tomitano)[3]. La proibizione finì con il non essere applicata per l'opposizione dei librai e dei tipografi. In una lettera del 27 giugno 1557 diretta all'inquisitore di Genova, il commissario Michele Ghislieri espresse le sue impressioni sulle proibizioni:

« Di prohibire Orlando [Boiardo, Ariosto], Orlandino [Folengo], cento novelle [probabilmente Boccaccio] et simili altri libri più presto daressemo da ridere ch'altrimente, perché simili libri non si leggono come cose a qual si habbi da credere ma come fabule, et come si legono ancor molti libri de gentili come Luciano Lucretio et altri simili »

Il primo Indice (1559)[modifica | modifica wikitesto]

Tra i compiti della Santa Inquisizione era compresa la vigilanza e la soppressione dei libri contenenti proposizioni eretiche[4], compito affidato a una commissione di cardinali e collaboratori, finanziariamente indipendente dalla Curia romana. Nel 1557 Paolo IV (1555-1559) ordinò ai cardinali inquisitori di redigere un elenco, o indice, dei libri proibiti[2]. Il primo Indice, detto "Indice Paolino", fu promulgato con un decreto affisso a Roma il 30 dicembre 1558. Il decreto dell'Inquisizione romana prescriveva, pena la scomunica, «Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant'Uffizio»[4]. L'elenco dei libri proibiti (Cathalogus librorum Haereticorum) era diviso in tre parti: a) autori (di essi erano proibite tutte le loro opere); b) libri; c) opere anonime[2]. Il primo gruppo comprendeva l'intera opera degli scrittori non cattolici, compresi testi non di carattere religioso; il secondo conteneva 126 titoli di 117 autori, di cui non veniva tuttavia condannata l'intera opera; nel terzo erano elencate 332 opere anonime.

Vi erano inoltre elencate 45 edizioni proibite della Bibbia, oltre a tutte le Bibbie nelle lingue volgari, in particolare le traduzioni tedesche, francesi, spagnole, italiane, inglesi e fiamminghe. Veniva condannata l'intera produzione di 61 tipografi (prevalentemente svizzeri e tedeschi): erano proibiti tutti i libri che uscivano dai loro torchi, anche riguardanti argomenti non religiosi, in qualsiasi lingua e da qualsiasi autore fossero scritti; questa disposizione aveva l'obiettivo di scoraggiare gli editori di autori protestanti di lingua tedesca[4]. Infine si proibivano intere categorie di libri, come quelli di astrologia o di magia, mentre le traduzioni della Bibbia in volgare potevano essere lette solo su specifica licenza, concessa solo a chi conoscesse il latino e non alle donne.

Tra i libri proibiti c'erano: Dante Alighieri (De Monarchia), Agrippa di Nettesheim (Opera omnia), Talmud, Ortensio Lando (Opera omnia), Guglielmo di Ockham (Opera omnia), Luciano di Samosata (Opera omnia), Niccolò Machiavelli (Opera omnia), Giovanni Boccaccio (Decamerone) e Masuccio Salernitano (Il Novellino).

Il papa recepì il decreto dell'Inquisizione romana con la bolla Cum ex apostolatus officio, pubblicata il 15 marzo 1559. Giampiero Carafa, che da cardinale era stato il primo direttore della Santa Inquisizione, attribuì a quest'ultima e alla sua rete locale l'applicazione delle proibizioni. L'inquisizione, quindi, scavalcò il potere dei vescovi.

L'Indice Tridentino (1564)[modifica | modifica wikitesto]

Il secondo elenco ("Indice Tridentino" o "Index librorum prohibitorum a Summo Pontifice") venne pubblicato durante l'ultima sessione (la XXV) del Concilio di Trento. Recependo un'indicazione del Concilio, papa Pio IV (1559-1565) fece rivedere e aggiornale l'Indice e il 24 marzo 1564 pubblicò la costituzione Dominici gregis, con la quale approvò il nuovo Indice proibendo la lettura dei libri ivi contenuti.[5] Il nuovo Indice constava di due parti: nella prima erano elencati dieci principi generali che specificavano le categorie di cui si componeva l'Indice; la seconda parte conteneva l'elenco dei libri proscritti[2]. L'elenco fu un poco meno restrittivo del precedente ed era prevista la possibilità di "espurgare" i libri che comprendessero solo brevi passaggi proibiti. Restava valida la necessità di una licenza per la lettura della Bibbia in volgare, ma questa venne concessa senza le precedenti restrizioni.

A differenza dell'Indice Paolino, l'Indice Tridentino venne applicato in quasi tutta l'Italia e in gran parte dell'Europa fino al 1596. La Spagna applicò invece l'indice redatto dall'Inquisizione locale nel 1559. Papa Pio V istituì nel 1571 la "Congregazione dell'Indice", con lo scopo di provvedere a tenere aggiornato l'indice e ad inviarlo periodicamente alle sedi locali dell'Inquisizione, da dove veniva diffuso presso i librai.[6]

Nel 1580 a Parma venne redatto un indice locale. Vi comparivano, tra gli altri, i seguenti autori: Ludovico Ariosto, Thomas Erastus, Luigi Alamanni, Pietro Bembo, Domenico Burchiello, Matteo Bandello, Giovanni Sabadino degli Arienti, Giovanni Fiorentino, Giovanni Francesco Straparola, Agnolo Firenzuola, Francesco Sansovino, Arnaldo da Brescia, Arnaldo da Villanova, Gerolamo Cardano, Gasparo Contarini, Anton Francesco Doni, Erasmo da Rotterdam, Lattanzio Firmiano, Olimpia Fulvia Morata, Ortensio Lando, Simone Porzio.

Dal XVII al XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Nuovi indici vennero redatti anche dalla Santa Inquisizione sotto i pontefici successivi e le due congregazioni furono spesso in conflitto in merito alla giurisdizione sulla censura dei libri. Anche i vescovi si opposero al potere dato all'Inquisizione in questo campo. Nel 1596, sotto papa Clemente VIII venne redatta una versione aggiornata dell'indice ("Indice Clementino"), che aggiunse all'elenco precedente opere registrate in altri indici europei successivi al 1564.

La censura ecclesiastica ebbe pesanti conseguenze: le "espurgazioni", a volte neppure dichiarate, potevano arrivare a stravolgere il pensiero dell'autore originario e i testi scientifici non conformi all'interpretazione aristotelico-scolastica erano considerati eretici. Nel 1616 furono bandite le opere di Copernico. Gli scrittori si autocensuravano e l'attività dei librai diventò difficile per le richieste di permesso e i pericoli di confisca.

Le "patenti di lettura", tuttavia, che in teoria avrebbero dovuto essere rilasciate solo a studiosi di provata fiducia da parte del Santo Uffizio e durare solo per tre anni, si ottenevano invece in pratica abbastanza facilmente[7]. Dopo la metà del XVII secolo di fatto la Santa Inquisizione cessò di perseguire la semplice detenzione di libri proibiti [senza fonte]. Nel 1758 Benedetto XIV semplificò le norme da seguire per la condanna dei libri (costituzione Sollicita ac provida, 9 luglio 1753). Introdusse il principio del donec corrigatur secondo il quale la condanna veniva sospesa se l'autore stesso emendava l'opera dei passi indicati come eretici. Fu inoltre eliminato il divieto di lettura della Bibbia tradotta dal latino nelle lingue nazionali. L'edizione che uscì durante il suo pontificato fu l'ultima che comprendeva tutti i libri del passato. Le successive edizioni dell'Indice contennero solo gli aggiornamenti.

Leone XIII riscrisse i principi in base ai quali una proposizione era da ritenersi proibita (costituzione Officiorum ac munerum del 25 gennaio 1897); tali regole entrarono nel Codice di Diritto Canonico (Codex iuris canonici) dal canone 1385, nel Titolo XXIII: «Censura preliminare dei libri e il loro divieto». In esso veniva stabilita la pena della scomunica «per coloro che pubblicano libri di apostati, eretici e scismatici, che propugnano l'apostasia, l'eresia e lo scisma, e anche coloro che difendono o, senza permesso, leggono [...] tali libri o altri libri proibiti nominativamente»; tale provvedimento spettava alla Santa Sede. Incorrevano nella scomunica semplice «autori ed editori che, senza la dovuta licenza, fanno stampare i libri della Sacra Scrittura o note ovvero commenti a essi»[8].

A partire dal 1917 le competenze per la compilazione e l'aggiornamento dell'indice tornarono all'Inquisizione (rinominata nel 1908 Sant'Uffizio).

Nei suoi quattro secoli di vita, l'Indice venne aggiornato almeno venti volte (l'ultima nel 1948) e fu abolito in seguito alle riforme del Concilio Vaticano II, il 15 novembre 1966, sotto papa Paolo VI[9]. Solo l'Opus Dei, prelatura personale della Chiesa Cattolica, mantiene in vigore una sorta di Indice sotto forma di semplice guida bibliografica.[10]

Scopo dell'indice[modifica | modifica wikitesto]

Lo scopo dell'elenco era quello di ostacolare la possibile contaminazione della fede e la corruzione morale attraverso la lettura di scritti il cui contenuto veniva considerato dall'autorità ecclesiastica non corretto sul piano strettamente teologico, se non addirittura immorale.

Secondo la legge canonica, le forme di controllo sulla letteratura dovevano essere principalmente due: una prima, di censura preventiva, che poteva concedere il classico imprimatur ai libri redatti da cattolici su tematiche riguardanti la morale o la fede; una seconda, di aperta condanna, per volumi considerati offensivi: quest'ultima prevedeva l'inserimento nell'index dei libri incriminati. Secondo alcune stime [senza fonte], dopo il 1559 la detenzione di libri divenne il capo di imputazione più frequente nei processi per eresia.

Buona parte dei documenti relativi all'istruzione dei procedimenti fu trafugata a Parigi dalle truppe napoleoniche nel periodo che va dal 1809 al 1814 e durante il pur breve periodo della Repubblica Romana (1849)[senza fonte]. Tuttavia, l'archivio della Congregazione dell'Indice fu ricostruito ed è a tutt'oggi intatto; dal 1998, dietro richiesta motivata, è consultabile pubblicamente.

L'elenco comprendeva, fra gli altri, nomi della letteratura, della scienza e della filosofia come Francesco Bacone, Honoré de Balzac, Henri Bergson, George Berkeley, Cartesio, Colette, D'Alembert, Daniel Defoe, Denis Diderot, Alexandre Dumas (padre) e Alexandre Dumas (figlio), Gustave Flaubert, Thomas Hobbes, Victor Hugo, David Hume, Immanuel Kant, Jean de La Fontaine, John Locke, Karl Marx, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, George Sand, Spinoza, Stendhal, Voltaire, Émile Zola e il filosofo del nazionalsocialismo Alfred Rosenberg.

Tra gli italiani finiti all'indice - scienziati, filosofi, pensatori, scrittori, economisti - vi sono stati Vittorio Alfieri, Pietro Aretino, Cesare Beccaria, Boccaccio, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Dante, Gabriele D'Annunzio, Antonio Fogazzaro, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Giovanni Gentile, Giulio Cesare Vanini, Francesco Guicciardini, Giacomo Leopardi, Niccolò Machiavelli, Ada Negri, Petrarca, Enea Silvio Piccolomini (papa Pio II), Giovanni Pico della Mirandola, Adeodato Ressi, Girolamo Savonarola, Luigi Settembrini, Tommaso Stigliani, Niccolò Tommaseo, Pietro Siciliani, Pietro Verri e Antonio Rosmini. Tra gli ultimi ad entrare nella lista sono stati Simone de Beauvoir, André Gide, Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia, Aldo Capitini.

Edizioni dell'Indice dei libri proibiti[modifica | modifica wikitesto]

L'elenco fu pubblicato più di quaranta volte[8]. Le edizioni più note furono

  • 1559 (Paolo IV), la prima ufficiale
  • 1564 (Pio IV)
  • 1596 (Clemente VIII)
  • 1607 (Paolo V)
  • 1663 (Alessandro VII)
  • 1711 (Clemente XI)
  • 1758 (Benedetto XIV)
  • 1820 (Pio VII)
  • 1841 (Gregorio XVI)
  • 1851 (Pio IX)
  • 1881 e 1900 (Leone XIII)
  • 1930 (Pio XI)
  • 1948 (Pio XII), l'ultima ufficiale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Notificazione riguardante l'abolizione dell'Indice dei libri dal sito web della Santa Sede: « ... questa Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede ... comunica che l'Indice rimane moralmente impegnativo, in quanto ammonisce la coscienza dei cristiani a guardarsi, per una esigenza che scaturisce dallo stesso diritto naturale, da quegli scritti che possono mettere in pericolo la fede e i costumi; ma in pari tempo avverte che esso non ha più forza di legge ecclesiastica con le annesse censure».
  2. ^ a b c d Manuela Barbolla et alii, Rari e preziosi. Documenti dell'età moderna e contemporanea dall'archivio del Sant'Uffizio, Gangemi Editore, pp. 138-140.
  3. ^ a b Papa Paolo IV, treccani.it. URL consultato il 20/08/2015.
  4. ^ a b c Hubert Wolf, Storia dell'Indice, Donzelli, Roma, 2006
  5. ^ Costituzione Dominici gregis, in Bullarum diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, tomo VII, Torino, 1862, pp. 281-282.
  6. ^ Note sull'Inquisizione
  7. ^ Gigliola Fragnito, La Bibbia al Rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della scrittura, Il Mulino, Bologna, 1997.
  8. ^ a b Stefano La Colla e Luigi Giambene, Indice, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 27 maggio 2016.
  9. ^ Congregazione dell'Indice e la Chiesa in Italia, storiadellachiesa.it. URL consultato il 27 maggio 2016.
  10. ^ Beyond the threshold: a life in Opus Dei Continuum International Publishing Group, 1998 - 221 pagina (EN)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Nascita dell'Indice. La censura ecclesiastica dal Rinascimento alla Controriforma - Vittorio Frajese - 2006, Morcelliana, Brescia.
  • Storia dell'Indice. Il Vaticano e i libri proibiti. - Hubert Wolf - 2006, Donzelli, Roma.
  • Censura ecclesiastica in Italia tra Cinquecento e Seicento recensione a due volumi sull'argomento: M. Valente, "Review of Censura ecclesiastica e cultura politica in Italia tra Cinquecento e Seicento. Sesta Giornata Luigi Firpo: atti del Convegno, 5 marzo 1999, a cura di Cristina Stango, Firenze, Olschki, 2001; Church, Censorship and Culture in Early Modern Italy, edited by Gigliola Fragnito, Cambridge, Cambridge University Press, 2001», Cromohs 7 (2002): 1-6
  • M. Dissegna, Italiani all'Indice. Le opere messe all'Indice dei libri proibiti dall'Unità d'Italia in poi, in A. Melloni (a cura di), Cristiani d'Italia.Chiese, società, Stato, 1861-2011, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, vol. II, Roma 2011, 1514-1528.

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