Lattanzio

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Icona raffigurante Lattanzio

Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio, in latino: Lucius Cæcilius (o Cælius) Firmianus Lactantius, meglio noto semplicemente come Lattanzio (Africa, 250 circa – Gallie, dopo il 317), è stato uno scrittore, retore e apologeta romano di fede cristiana, fra i più celebri del suo tempo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato da famiglia pagana, fu allievo di Arnobio a Sicca Veneria. Per la propria fama di retore fu chiamato da Diocleziano, su consiglio di Arnobio, a Nicomedia, in Bitinia, capitale della parte orientale dell'Impero e residenza ufficiale dell'imperatore, come insegnante di retorica (290 circa).

Fu costretto a lasciare il suo ufficio nel 303 a causa delle persecuzioni contro i cristiani, alla cui religione si era convertito. Lattanzio abbandonò quindi la Bitinia nel 306, per farvi ritorno cinque anni dopo, in seguito all'editto di tolleranza di Galerio. Nel 317 Costantino I lo chiamò a Treviri, in Gallia, come precettore del figlio Crispo. Probabilmente morì a Treviri qualche tempo dopo.

Per il suo stile elegante e il periodare articolato si guadagnò il soprannome di "Cicerone cristiano" da parte dei più importanti uomini del Rinascimento, come Angelo Poliziano e Pico della Mirandola.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Pittura murale raffigurante Lattanzio

Le opere pervenute sono:

  • De opificio Dei (L'opera di Dio), sulla Provvidenza divina in rapporto all'uomo;
  • De ira Dei (L'ira di Dio), contro la tesi dell'impassibilità di Dio;
  • De mortibus persecutorum (Le morti dei persecutori), sulla morte violenta degli imperatori persecutori del Cristianesimo, da Nerone a Massimino Daia: pone le condizioni per la nascita di una storiografia cristiana;
  • Divinarum institutionum Libri VII o Divinæ institutiones (Istituzioni divine), in sette libri, delle quali stese anche un'epitome (compendio): primo tentativo di sintesi dell'insegnamento cristiano, alla confutazione del paganesimo segue l'esposizione delle dottrine cristiane nel tentativo di delineare una continuità tra sapere antico e moderno.

Sono perdute le opere del periodo pagano e le lettere, è incerta l'attribuzione a Lattanzio del poemetto in ottantacinque distici De ave phœnice (L'uccello fenice), dove il mito della fenice è assimilato alla passione, morte e resurrezione di Cristo.

De opificio Dei[modifica | modifica wikitesto]

In quest'opera, composta negli anni 303-304 d.C., Lattanzio polemizza con le tesi delle filosofie ellenistiche e soprattutto con quelle degli epicurei, sostenendo la grandezza della Provvidenza divina e l'intervento di Dio anche nella costituzione fisiologica dell'uomo, che è sufficiente già di per sé a mostrare la perfezione del disegno di Dio.

De ira Dei[modifica | modifica wikitesto]

Questo scritto, affine ai due precedenti per tono e argomento, fu composto intorno al 313. In esso Lattanzio, contrapponendosi alla tesi degli stoici e degli epicurei, sostiene che è ammissibile la collera divina, come espressione di opposizione e rifiuto del male, e che Dio punisce l'uomo colpevole e peccatore dinanzi all'eterna giustizia divina, mirando attraverso ciò a ripristinare l'ordine compromesso dall'insorgere e dal prevalere del male[1].

De mortibus persecutorum[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: De mortibus persecutorum.

Di attribuzione incerta[2], scritto probabilmente tra il 316 e il 321, affronta il problema delle persecuzioni da parte degli imperatori contro i Cristiani. Gli imperatori si sono rivelati malvagi e poco onorevoli anche per la storia di Roma, ma prima o poi tutti sono stati colpiti dalla punizione divina e hanno concluso in modo tragico od inglorioso la propria vita, costituendo per i posteri un monito chiaro ed esemplare.

De Divinis institutionibus[modifica | modifica wikitesto]

Quest'opera, composta tra il 304 e il 313 in sette libri, da cui più tardi egli stesso ricavò un'epitome in un solo libro, polemizza con i pagani, confutando i fondamenti ed il culto della loro religione ed espone in maniera sistematica la dottrina cristiana. Al primo scopo Lattanzio dedica i primi tre libri del trattato (De falsa religione, De origine erroris, De falsa sapientia), all'altro suo intento i rimanenti quattro (De vera sapientia et religione, De justitia, De vero cultu, De vita beata). Lattanzio chiarisce esplicitamente la finalità dell'opera quando dice di scrivere:

« Ut docti ad veram sapientiam dirigantur et indocti ad veram religionem[2] »

Particolarmente apprezzabile è il suo tentativo di recuperare e inglobare i valori della cultura e della civiltà antica, le stesse speculazioni filosofiche, nella nuova verità cristiana.

Nell'ultimo libro Lattanzio adotta ed espone delle convinzioni escatologiche millenariste, non condivise né dai Padri della Chiesa né dall'odierna Chiesa Cattolica. Secondo Lattanzio la seconda venuta di Cristo coinciderebbe con l'inizio di un millennio in cui Cristo regnerebbe incontrastato sulla Terra e al cui termine il diavolo sarebbe slegato e avrebbe luogo la battaglia finale contro il male.

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista letterario, è stato osservato come Lattanzio sia essenzialmente un retore: convertitosi anche a lui, come Arnobio, in età adulta, al pari del suo maestro è ancora strettamente legato a schemi argomentativi e teorici della cultura classica, in particolare neoplatonica. Il suo stile è comunque fluente e l'argomentare è stringente e segue sempre un preciso filo logico, come vogliono i dettami della retorica. Il tentativo di assimilazione della cultura pagana in quella cristiana emerge anche nell'imitazione stilistica di Cicerone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giusto Monaco - Gaetano de Bernardis - Andrea Sorci, L'attività letteraria nell'Antica Roma, Palumbo, 1982, p. 502.
  2. ^ a b Ibidem.

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