Storia di Gela

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Storia della Sicilia

Gela è una delle più antiche città siciliane e i primi insediamenti nel territorio risalgono al V millennio a.C. Il nome della città è storicamente legato a quello della colonia dorica fondata nel VII secolo a.C. che giunse ad estendere il proprio dominio sull'intera Sicilia greca. Di non minore importanza è anche il periodo federiciano che vide la fondazione di una nuova città sui ruderi della metropoli ellenica: Terranova. Tra XVII e XIX secolo la città attraversò vicende alterne lontana dai fasti di un tempo. Col primo sbarco alleato nel 1943, la memorabile scoperta archeologica delle fortificazioni greche di Capo Soprano nel 1948 e con la scoperta dei giacimenti petroliferi nel 1956, pare che i riflettori si riaccesero sulla città restituendole fama e notorietà a livello nazionale. I fatti più recenti, quelli degli ultimi decenni, hanno contribuito in modo fortemente negativo a contrassegnare l'immagine di Gela.

L'antichità[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Tiranni di Gela e Acropoli di Gela.

Gela venne fondata come colonia rodio-cretese su un precedente insediamento indigeno siculo, secondo la tradizione nel 689 a.C. e ad opera di Antifemo ed Entimo[1]. Si tratterebbe dunque di uno fra i primi insediamenti greci in Sicilia.

Nel corso del VI secolo a.C. grazie alla politica espansionistica dei tiranni (in particolare Cleandro e soprattutto Ippocrate) la città ebbe una serie di colonie satelliti, fra cui Akragas (Agrigento) e riuscì inoltre a sottomettere diverse città: Kallipolis (secondo alcuni l'odierna Giarre), Leontini (Lentini), Naxos (Giardini-Naxos), Ergezio e Zancle (Messina). Ippocrate perì durante la guerra condotta contro Siracusa, a causa della successiva ribellione dei Siculi sottomessi. Siracusa venne tuttavia conquistata dal successore di Ippocrate: il tiranno Gelone, che vi stabilì la propria corte, lasciando Gela al fratello Gerone I che proseguì l'ambiziosa politica espansionistica.

Tetradracma di Gela
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Auriga su biga. CELAS, protrome di toro androprosopo. Rappresenta il fiume Gela.

Nel 480 a.C. Gela e Siracusa parteciparono con un esercito di 5.000 uomini alla battaglia di Imera contro i Cartaginesi, in aiuto a Terone, tiranno di Agrigento. Scomparso Gelone (478 a.C.), il fratello Gerone si stabilì a sua volta a Siracusa ed a Gela il potere passò nelle mani del tiranno Polizelo, che forse fu presto deposto e sostituito da un governo democratico, sotto il quale la città accolse diversi profughi espulsi da Siracusa.

Nel 406 a.C. un'armata cartaginese conquistò Agrigento e distrusse Gela, costringendone gli abitanti a riparare a Siracusa. Nel 397 a.C., grazie alla protezione siracusana, la città venne ricostruita. Nel 311 a.C. venne nuovamente devastata dai Cartaginesi e nel 282 a.C. distrutta definitivamente da Finzia, tiranno di Agrigento, che ne spostò gli abitanti nella nuova città di "Finziade" (l'odierna Licata).

Agrigento, Il Tempio della Concordia (440-430 a.C.)

A proposito di quest'ultimo evento, gli storiografi moderni propendono per una lettura maggiormente critica delle fonti[2], mostrando più attenzione ai presumibili condizionamenti ideologici degli storici dell'epoca. La versione di un Finzia così spietato nei confronti della madrepatria Gela, sarà stata certamente viziata dalla storiografia siracusana (detentrice, allora, del monopolio dell'informazione isolana), per puri interessi di propaganda bellica[3]. A quel tempo Siracusa era in guerra contro Agrigento, e, come sempre accade in ogni conflitto, le parti si screditavano reciprocamente per isolare l'avversario.[4] Le evidenti incongruenze riscontrabili nel racconto della vicenda[5], tenderebbero a rappresentare Finzia alla stregua di uno sprovveduto generale: da abile stratega quale, invece, il suo "status" imponeva, si sarà certamente reso conto che la decisione di cancellare geograficamente l'antica colonia rodio-cretese gli sarebbe costata la perdita di un eccezionale "avamposto", oltre che parecchi chilometri di territorio in direzione del nemico, a lui favorevoli dal punto di vista tattico. Oltretutto, è impensabile che il sovrano agrigentino non temesse di pregiudicare gli esiti della guerra indebolendo le sue falangi con l'apertura di un secondo fronte, quello gelese. Ciò induce al sospetto che la cronaca siracusana abbia alterato la verità dei fatti, per attribuire a Finzia un crimine esecrabile che lo avrebbe dovuto rendere impopolare agli occhi della comunità siceliota ma che, al contrario, era stato consumato da altri: dai Mamertini[6] per esempio, già protagonisti di una vicenda simile ai danni della stessa Gela, intorno al 287 a.C.[7].

In epoca romana, Gela si era oramai ridotta ad un modesto villaggio, sebbene gli scrittori antichi ne ricordassero ancora il glorioso passato: Virgilio, nell'Eneide, cita i "Campi Ghelòi", e la città, inoltre, è ricordata da Cicerone, Strabone e Plinio.

I conquistatori musulmani la chiamarono «la Città delle colonne» ed il fiume Gela «il fiume delle colonne» per i resti delle antiche vestigia classiche sparse lungo tutto il suo territorio.

La rifondazione federiciana[modifica | modifica wikitesto]

Stemma di Gela

Nel 1233 Federico Il di Svevia la fece ricostruire chiamandola Terranova e fortificandola con un'ampia cerchia muraria. Non si sa di preciso se la città sia stata dotata di un castello dato che le fonti, a questo proposito risalgono al XVI secolo. Alla seconda metà del XII secolo si attribuisce a difesa dell'abitato, la costruzione del "Castelluccio" (a circa 7 km dal centro). Il Castelluccio, compare in alcuni documenti dell'epoca, come limite di un immenso feudo appartenente a un nobile dell'epoca che avrebbe donato alcune terre in comodato ai monaci benedettini della città di Catania, come penitenza per alcuni peccati. Secondo alcuni la città venne anche chiamata Heraclea perché leggendariamente fondata da Ercole.

La città fu demaniale fino al 1369, quando il re Federico IV d'Aragona. Dopo l'assedio e la conquista di Artale II Alagona tornò alla famiglia johannes de ferula che la mantenne sino al 1396 avendo partecipato alla congiura dei baroni siciliani contro re Martino I. La città confiscata venne affidata a Pietro de Planellis quindi a questo seguirono diversi signori feudali. Nel XV secolo venne assegnata alla famiglia Aragona-Tagliavia che ne tramandò il possesso a Ettore Pignatelli la cui famiglia la tenne fino all'abolizione della feudalità in Sicilia (1812).

La storia più recente[modifica | modifica wikitesto]

il Duomo (foto inizi Novecento)

Nel 1799, a Terranova scoppiò un tumulto passato alla storia sotto il nome di "Ribello", nel corso del quale vennero trucidati esponenti della nobiltà locale. Subito dopo l'Unità d'Italia, la città assunse il nome di Terranova "di Sicilia", per distinguersi dalle tante altre con lo stesso nome esistenti sulla penisola, partecipando, verso la fine del secolo, ai moti organizzati dal Movimento dei Fasci Siciliani (1893). Nei primi anni del XX secolo vi abitò giovanissimo Salvatore Quasimodo, al seguito del padre, ferroviere. Nel 1911 venne realizzato un "pontile sbarcatoio", che, oltre a rappresentare in assoluto la prima costruzione in cemento armato realizzata in città, fu un'opera essenziale per la marineria locale. Ultimato nel 1915 e fatto brillare in parte dai guastatori italiani nell'estate del 1943, per ostacolare lo sbarco degli alleati, il pontile attualmente è inagibile. Nel 1927 la città riprese il suo antico nome di Gela.

La costa sabbiosa dove avvenne l'Sbarco in Sicilia nel 1943 (sullo sfondo la città)

Le sue coste furono teatro, durante la seconda guerra mondiale, nel luglio del 1943, dell'imponente sbarco (chiamato in codice sbarco in Sicilia) della VII Armata americana. Tremila paracadutisti furono lanciati nell'entroterra. Complessivamente, tenuto conto degli altri punti di sbarco, in 24 ore 160 000 uomini presero terra.

Tra il 10 e l'11 luglio la divisione tedesca "Hermann Goering" e quella italiana "Livorno" contrattaccarono gli americani nella piana di Gela, dove fu combattuta una terribile battaglia: i contrattacchi dei "gruppi mobili" italiani, reparti di formazione motocorazzati costituiti ciascuno da circa 1.500-2.000 uomini, una dozzina di carri o semoventi ed una batteria d'artiglieria misero in seria crisi le posizioni alleate; epica la carica dei circa 20-30 carri Renault R-35 di preda bellica del 131º reggimento carri, che da soli attraversarono quasi tutta la testa di ponte americana mettendo, insieme ai vigorosi contrattacchi della "Livorno" (l'unica fra le divisioni italiane parzialmente motorizzata) e della "Hermann Goering", a serissimo rischio tutto il piano d'invasione della 5ª Armata USA; tutta l'operazione di sbarco fu salvata solo dall'imprevista efficacia del tiro navale, che si abbatteva inesorabile sugli italotedeschi. Anche gli assalti di un raccogliticcio ma coraggioso CCCCXXIX battaglione costiero, male armato, poco addestrato e addirittura deficiente nelle dotazioni di base (ad esempio, non tutti avevano scarpe, che si passavano a chi doveva fare i turni di guardia) furono così energici da arrestare l'impeto americano.

Gela fu la prima città d'Europa ad essere liberata.[senza fonte]

In contrada Ponte Olivo sorse il cimitero di guerra di Ponte Olivo, ove furono sepolti i caduti della cruenta battaglia di Gela, poi traslati.

Nel secondo dopoguerra, in un momento di particolare fervore si avviarono i lavori per la realizzazione dell'impianto petrolchimico dell'Eni auspicato da Enrico Mattei. La raffineria, che ha sicuramente aiutato l'economia locale ed in parte l'urbanistica (la costruzione del villaggio di Macchitella) ha prodotto deturpazioni e seri danni all'ambiente ed ha precluso lo sviluppo di altri settori, come quello turistico. Il caotico sviluppo edilizio negli anni successivi, dovuto ad interessi speculativi ed in parte ad una mancanza di controllo delle autorità, ha stravolto l'impianto urbano. Alcune zone, sorte abusivamente senza strade e servizi, hanno prodotto un diffuso senso di sfiducia nei confronti dello stato. In questo contesto la città visse i suoi momenti più bui negli anni ottanta ed in parte novanta del XX secolo, quando si sviluppò nel suo territorio un'associazione di tipo mafioso, chiamata la Stidda. La città che ebbe così assegnato il triste titolo di capitale della Stidda, subì una lunga serie di violenze e di omicidi.

Solo recentemente Gela, messa al centro di alcuni programmi statali di aiuto al ripristino della legalità ed incentivi allo sviluppo, ha mostrato segni di risveglio. Bloccata (ma non cancellata) la piaga dell'abusivismo con una maggiore attenzione delle autorità competenti, ed alcune zone rivalorizzate, come il centro storico, gli scavi archeologici, il Castelluccio ed il lungomare. Il comune in prima linea è impegnato, insieme a diverse associazioni civiche, in diversi progetti per la educazione alla legalità e soprattutto, nella lotta anti-racket.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tucidide, VI, 4, 3
  2. ^ Emanuele Zuppardo-Salvatore Piccolo, Terra Mater. Sulle sponde del Gela greco, Betania Editrice, Caltanissetta 2005, pp. 162-163.
  3. ^ Emanuele Zuppardo-Salvatore Piccolo, ivi.
  4. ^ Il passo di Diodoro, XXII, 2,6, sembra avallare questa tesi: ma poiché [Finzia, ndr] s'era dimostrato tanto sanguinario, tutte le città che erano sotto di lui si ribellarono e cacciarono le guarnigioni che vi aveva poste; e la prima delle città che si ribellarono fu Agirio.
  5. ^ Prima fra tutte, l'incomprensibile donazione da parte del tiranno di Akragas di una nuova città alla comunità ghelóa, che non poteva non essersi comportata in maniera ostile verso lo stesso “donatore” se questi alla fine si era risolto a radere al suolo la loro antica pόlis.
  6. ^ I Mamertini, di origine italica, erano soldati mercenari di indubbia ferocia, scesi in Sicilia per mettersi al soldo di Agatocle, re di Siracusa. Morto questi, erano passati al servizio di Finzia, giungendo a rivoltarglisi contro e tentando, senza riuscirvi, di impadronirsi della stessa Agrigento. Costretti a rientrare a Siracusa privi di bottino, si erano trovati a transitare per la città di Gela.
  7. ^ Sempre Diodoro, in XXIII,I, ricorda che verso quell'anno, Gela, aveva patito una devastazione proprio da parte dei Mamertini. Lo storico di Agira, vissuto duecento anni dopo questo episodio, aveva ripreso la notizia dagli Annali siracusani, i quali avrebbero sminuito le conseguenze di quell'evento per attribuire a Finzia la responsabilità conclusiva, ben consci di comprometterlo dal punto di vista etico e, a seguire, anche militare. Infatti, la notizia che il tiranno aveva distrutto la propria madrepatria (ritenuta sacrilega in tutto il mondo greco), lo rese inviso alle città a lui federate (parecchie di queste lo abbandoneranno), finendo per fargli mancare la forza necessaria per vincere la guerra contro i Siracusani.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV: Omaggio a Gela. AGIP, Milano, 1997.
  • Augello Andrea: Uccidi gli italiani. Gela 1943. La battaglia dimenticata. Ugo Mursia ed., Milano 2009.
  • Carloni Fabrizio: Gela 1943. Le verità nascoste dello sbarco americano in Sicilia, Ugo Mursia ed., Milano 2011.
  • Dufour Liliane, Nigrelli Ignazio: Terranova. Il destino della città federiciana. Tecnografica Ed. Vaccaro, Caltanissetta 1997.
  • Nigrelli Ignazio: La storia onesta. Saggi di storia medievale su Augusta, Gela e Piazza. Dip. Astra Università di Catania, collana Icosaedro, n 6, Lombardi ed., Siracusa, 2010, ISBN 978-88-7260-228-7
  • Panvini Rosalba: Gelas. Storia e archeologia dell'antica Gela. Soc. Ed. Internazionale, Torino 1996, ISBN 88-05-05501-8.
  • Raccuia Carmela: Gela antica. Storia, economia, istituzioni. Le origini. Società Messinese di Storia Patria, Messina 2000, ISBN 88-87617-40-6.
  • Zuppardo Emanuele-Piccolo Salvatore: Terra Mater. Sulle sponde del Gela greco. Betania Ed., Caltanissetta 2005.