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Storia di Catania

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Stemma del comune di Catania

Catania, città siciliana capoluogo dell'omonima provincia, ha una storia lunga ventotto secoli, nel corso dei quali ha vissuto sotto le dominazioni greca, romana, ostrogota, bizantina, araba, normanna, germanica, francese, aragonese e spagnola fino all'annessione al regno d'Italia nel 1860.

Il territorio urbano di Catania si articola su due altipiani, ovvero la collina di Monte Vergine (49 m s.l.m.), nata da un'eruzione preistorica, ed il terrazzo di Acquicella, separato da una vallata (poi colmata dalle lave dell'eruzione dell'Etna del 1669) nella quale scorreva il fiume Amenano, (che sfociava nei pressi dell'attuale Piazza del Duomo e ad oggi sfocia nel porto) e sulla maggiore pianura di Sicilia, la Piana di Catania, su cui si sviluppò un vasto abitato preistorico.

Nel monastero di San Nicolò l'Arena sono stati rinvenuti reperti che coprono il periodo compreso tra il Neolitico e la tarda Età del rame, come, ad esempio, una tomba a fossa polisoma dell’antica Età del rame. In via Teatro Greco[1] sono state individuate 2 fasi neolitiche: la prima, datata al radiocarbonio alla seconda metà del VI millennio a.C., è relativa alla probabile frequentazione di uno o più ripari sotto la roccia, la seconda fase, datata al radiocarbonio alla fine del V millennio a.C., appartiene ad un abitato di capanne. Sebbene ci siano stati rinvenimenti sporadici relativi all'Età del Bronzo e all'Età del ferro, l'area era probabilmente disabitata quando, nel 729 a.C., i greci euboici provenienti da Calcide, guidati da Tucle (nonostante poi gli abitanti riconosceranno come fondatore l’ecista Evarco), vi fondarono la colonia di Katane.

729 a.C.: la fondazione di Katane

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Moneta di Katane, del V secolo a.C.

La città di Katane[2], secondo il racconto di Tucidide nella sua narrazione della guerra del Peloponneso, fu fondata nel 729 a.C. dai greci calcidesi partiti dalla colonia di Naxos[3], che 5 anni prima avevano fondato la vicina Siracusa, estromettendo con le armi i Siculi e ampliando rapidamente la loro influenza politica ed economica nelle regioni dei fiumi Salso e Simeto.[3] Così vengono fondate, dapprima Leontini, e successivamente Katane.

La nuova città fu insediata in un area dove già esisteva una comunità sicula, ai piedi del Monte Etna.[3] Nonostante fosse stato Tucle a guidare i greci verso il sito della città e durante la fondazione di quest’ultima, i nuovi abitanti elessero come loro ecista Evarco (detto anche Euarco), militare siceliota che ricevette successivamente onori eroici, rimpiazzando simbolicamente il ruolo di Tucle quale fondatore della colonia.[3]

Il primo nucleo abitativo e l'acropoli si trovavano sulla collina di Monte Vergine, la quale oggi ospita la chiesa di San Nicolò l'Arena e il monastero dei Benedettini, nei pressi di piazza Dante Alighieri,[3] e i cui scavi archeologici ne confermano l'occupazione, come area protetta e difendibile, e dalla quale la città andrà a svilupparsi.[4][5] Com’era di norma per le poleis greche, anche Katane era munita di una cinta muraria, testimoniata dal ritrovamento di blocchi poligonali, la quale cingeva l’acropoli di Montevergine e che verrà rimaneggiata e modificata sotto il dominio siracusano.

Nel corso del tempo, Katane, crebbe rapidamente, affermandosi come una colonia di rilievo. Lo dimostra il fatto che la città divenne un importante centro culturale con poli di sviluppo che accolsero uomini illustri, come il legislatore Caronda, esiliato da Reggio Calabria[6], e gli intellettuali Senofane da Colofone, Ibico e Stesicoro. Quest'ultimo morì a Katane, e più tardi la porta principale a nord della città prenderà il suo nome, Porta Stesicorea. Fervente era anche l’attività teatrale, i greci, infatti, costruirono un teatro, poi modificato in epoca romana, a testimonianza del fervore culturale della colonia.

Si narra di un’eruzione violentissima, nel 693 a.C.,[7] la quale avrebbe quasi distrutto la città, tuttavia essa appartiene più alla tradizione popolare e letteraria che alla realtà dei fatti: in essa si celebra il gesto eroico dei cosiddetti "Fratelli Pii" Anfimono e Anapia, i quali, secondo la leggenda, salvarono i loro genitori attraversando una colata lavica che si aprì miracolosamente. Studi indicano come nel II secolo a.C. fossero state erette a Catania 2 statue, oggi perdute, dedicate ad Amphinomos e Anapias (o Anapis, o Anapi)[8]. Onorati come semidei, essi furono riprodotti sul conio delle monete catanesi e elogiati da poeti e musici[3]. Questa storia ha una funzione simbolica e culturale indubbiamente importante, ma l'esistenza di tale eruzione non è confermata da dati geologici o vulcanologici certi, e individuabili nel database Dante.

Nel VI secolo a.C., Caronda, legislatore storico di Catania, introdusse un codice di leggi noto per la sua precisione e severità, ispirato da modelli politici di equilibrio e giustizia sociale.[3]

La dominazione siracusana

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Negli anni 490 a.C. Catania venne conquistata da Ippocrate, tiranno di Gela. Nel 476 a.C. Gerone I, tiranno di Siracusa, deportò gli abitanti della città etnea a Leontinoi, e li sostituì con 10 000 nuovi abitanti, in parte siracusani e in parte peloponnesiaci, e la diede ad amministrare a suo figlio, Dinomene.[9] Il nome della città venne, inoltre, modificato in Aitna (Etna): con tale nome è celebrata nella Pitica I di Pindaro, scritta in onore di Gerone, e nella tragedia perduta di Eschilo, Le Etnee, rappresentata per l'occasione. Nel 461 a.C., dopo la morte di Gerone, avvenuta nel 466 a.C., Ducezio, re dei siculi, insieme ai siracusani, costrinse i nuovi abitanti a spostarsi a Inessa (che assunse allora, a sua volta, il nome di Aitna), centro forse corrispondente alla città di Paternò. Catania recuperò così il suo nome e i suoi antichi abitanti.[10]

Durante la guerra tra Sparta e Atene(v. spedizione ateniese in Sicilia), Catania, inizialmente neutrale, prese poi posizione a favore di Atene dopo un celebre discorso che Alcibiade avrebbe pronunciato davanti all'assemblea cittadina, riunita nel teatro della città,[11] subendo, per questo, un'offensiva di Siracusa. Dopo la sconfitta degli Ateniesi nel conflitto e il conseguente scoppio della seconda guerra greco-punica, Catania fu salvata dall'invasione cartaginese della Sicilia del 409 a.C. Ma poco dopo il 403 a.C., Dionisio I di Siracusa, riuscì a conquistarla e ne vendette parte degli abitanti come schiavi. I superstiti si rifugiarono in un primo tempo a Milazzo, ma da qui poi furono espulsi e si dispersero in varie località della Sicilia, Dionisio I ripopolò allora la città con i suoi mercenari campani.[12] Nel 345 a.C. fu tiranno di Catania il sabellico Mamerco, che in un primo tempo si alleò con Timoleonte, ma successivamente si schierò con i cartaginesi.[13] Sconfitto da Timoleonte nel 338 a.C., si rifugiò a Messina; caduto nelle mani dei siracusani, sarebbe stato crocifisso dopo aver subito un processo nel teatro di Siracusa.[14]

Catania romana

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Nel 263 a.C., all'inizio della prima guerra punica, Catania (lat. Catĭna o Catăna) venne conquistata dai romani, sotto il comando del console Manio Valerio Massimo Messalla.[15] Del bottino faceva parte un orologio solare che fu collocato nel Comitium, a Roma.[16] Da allora la città divenne civitas decumana, ovvero soggetta al pagamento di un'imposta a Roma.

È noto che nella seconda metà del III secolo a.C., il conquistatore di Siracusa Marco Claudio Marcello, a Catania fece costruire un ginnasio.[17]

Intorno al 135 a.C., nel corso della prima guerra servile, fu conquistata dagli schiavi ribelli.[18] Un'altra rivolta capeggiata dal gladiatore Seleuro, nel 35 a.C., fu domata probabilmente dopo la morte del condottiero.[19]

Nel 122 a.C., a seguito dell'attività vulcanica dell'Etna, fu fortemente danneggiata dalle ceneri vulcaniche piovute sui tetti della città che crollarono sotto il peso.[20] Il territorio di Catina, dopo essere stato interessato dalle intense attività eruttive del 50 a.C., del 44 a.C., del 36 a.C. e infine del 32 a.C. (quest’ultima particolarmente disastrosa in quanto danneggió campagne e abitati etnei), nonché dai fatti della disastrosa guerra civile che aveva visto la Sicilia terreno di scontro fra Ottaviano e Sesto Pompeo, tra il 39 ed il 36 a.C., si avviò sulla lunga e faticosa strada della ripresa socio-economica già in epoca augustea. Tutta la Sicilia, alla fine della guerra, viene descritta come gravemente danneggiata, impoverita e spopolata in diverse zone. Nel libro VI della Geografia di Strabone, in particolare, si accenna alle distruzioni subite dalle città di Syrakusæ, Katane e Kentoripai.

Dopo la guerra, nel 21 a.C., Augusto vi dedusse una colonia, forse sotto suggerimento del suo principale collaboratore, Marco Vipsanio Agrippa, grande proprietario terriero della zona. Plinio il Vecchio annovera la città che i romani chiamano Catina, fra quelle che Augusto, dal 21 a.C., elevò al rango di colonie romane assieme a Syracusæ e Thermæ. Solo nelle città che avevano ottenuto il nuovo status di colonia furono insediati gruppi di veterani dell'esercito romano. La nuova situazione politica certamente contribuì a cambiare quello che era stato, fino ad allora, lo stile di vita cittadino, a favore di una nuova "classe media", e comportò un notevole ampliamento del territorio urbano grazie all'acquisizione della fertile pianura a sud del Simeto, precedentemente controllata da Leontini. Tutto ciò, sommato ai vari privilegi connessi con lo status coloniale, favorì la crescita e lo sviluppo economico della città, durante l'epoca imperiale.

Dopo l'istituzione della colonia, era necessario dare un'impronta romana alla città, venne così realizzata l'area forense presso l'attuale cortile di San Pantaleone, un odeon ed un acquedotto. Allo stesso periodo inoltre sembra risalire una decisa azione di riordinamento del tessuto viario della città. Sulla base di recenti scavi condotti in via Crociferi e di una carta manoscritta del XVI secolo, la rete stradale della colonia risulta in qualche modo ancora rintracciabile nella zona che ruota intorno a via Vittorio Emanuele II, nel tratto compreso tra Piazza Duomo e via Plebiscito. Nei secoli dell'impero, il tracciato augusteo, fornì le direttrici per l'espansione dell'area urbana, in particolare verso sud, dove fu anche edificato il circo per le corse dei carri. Il limite nord della città imperiale, invece, fu rappresentato dall'anfiteatro: costruito nel II secolo d.C., l'edificio, nella sua grandiosità, può ritenersi il coronamento del processo di arricchimento iniziatosi a Catania con l'elevazione al rango di colonia. Esso, considerato insieme alle altre infrastrutture della città, come il teatro, l'odeon, i numerosi complessi termali e l'efficientissimo sistema di approvvigionamento idrico, è significativo dell'alto livello di qualità della vita che dovette caratterizzare Catania durante l'età imperiale.

Nonostante i continui disastri, naturali o meno, che costituiscono una delle costanti della sua storia, Catania conservò una notevole centralità e ricchezza nel corso della tarda repubblica e dell'impero: nel I secolo a.C., Cicerone la definisce «ricchissima»[21], nel IV secolo, il poeta gallico Ausonio, associandola a Siracusa, la collocò tra i primi centri dell'impero romano, e tale dovette restare anche nel corso del tardo impero e del successivo periodo bizantino, come si deduce dalle fonti letterarie e dai numerosi monumenti che ne fanno un caso quasi unico in Sicilia.

Le grandi città costiere come Catania, nel corso del medio impero, estesero il loro controllo (anche a fini esattoriali dello stipendium) su un vasto territorio nell'entroterra dell'isola, il quale si andava spopolando a causa della conduzione latifondistica della produzione agricola.

Non è possibile al momento definire esattamente i tempi e le modalità dell'introduzione e dell'affermazione del cristianesimo a Catania, anche se si può dedurre che numerosi fossero i fedeli della nuova religione alla metà del III secolo, quando, durante la persecuzione dell'imperatore Decio, la tradizione data il martirio di Sant'Agata, la patrona della città, per mano del proconsole Quinziano. Notizie più sicure sulla Catania cristiana si hanno invece a partire dal IV secolo, grazie ad un consistente numero di iscrizioni ed agli scavi condotti in aree sacre e cimiteriali. Altro martire della città fu Sant'Euplio, ucciso sotto Diocleziano. La diocesi di Catania è accertata fin dal VI secolo.

La vara (il fercolo) di Sant'Agata

Catania nel thema bizantino di Sikelia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Sikelia.

Le invasioni barbariche della seconda metà del V secolo, che portarono alla caduta dell'Impero romano d'Occidente, sconvolsero tutta la Sicilia e quindi anche Catania. Particolarmente critico sembra essere stato il passaggio dei Vandali di Genserico tra il 440 ed il 441, provenienti da Cartagine: causarono danni talmente gravi da indurre le autorità alla remissione del pagamento dei tributi. Nel 476 Genserico cede ad Odoacre, re degli Eruli, la Sicilia, in cambio di un tributo. Nel 493 Teodorico, re degli Ostrogoti, dopo aver sconfitto più volte Odoacre in Italia, lo uccise, restando così l'incontrastato padrone della penisola.

Nel 535, il generale bizantino Belisario, inviato dall’imperatore Giustiniano a riconquistare l’Italia, occupò con facilità la Sicilia, che nel 537 diverrà provincia romano orientale di Sicilia. Scontri tra i bizantini di Belisario e gli Ostrogoti di Totila si verificarono nuovamente fra il 542 e il 548, anno in cui il generale bizantino venne richiamato a Costantinopoli, Catania fu quindi di nuovo occupata dagli Ostrogoti nel 549. Tuttavia, dopo la sconfitta ostrogota in Umbria e la morte di Totila nel 552, tutta la Sicilia tornò sotto il controllo bizantino nel 555 grazie al generale Narsete. Fu proprio da Catania che ebbe inizio la riconquista bizantina dell'isola,[22] e in essa ebbe sede probabilmente il governatore civile bizantino, il praetor. Tra il 687 ed il 695, sotto Giustiniano II, la Sicilia divenne thema di Sikelia, con capitale Siracusa e divisa in Provincia Lilibetana e Provincia Siracusana (nella quale rientrava Catania), ed era guidata da uno strategos.

Della Catania bizantina ad oggi rimangono testimonianze prettamente in materia religiosa. La cultura bizantina introdusse la cultura cristiana orientale tramite il culto mariano (Theotókos) e il rito ortodosso costantinopolitano. La cultura cristiana bizantina, a Catania, é testimoniata dalle Tricore, piccoli luoghi di culto caratterizzati da una pianta circolare o rettangolare, 3 absidi poligonali e sporgenti, e tetto a volta o a vela. Tipiche dell’architettura bizantina e paleocristiana, esse vennero realizzate tra il VI ed il IX secolo. Purtroppo, nel corso dei secoli, esse sono state completamente inglobate e sommerse dallo sviluppo urbanistico della città, motivo per il quale solo 2 di esse sono state rinvenute. La prima, in via Dottor Consoli, fu scoperta nel 1951 durante lavori di rifacimento stradale e datata al VI secolo, gli scavi che si susseguirono, guidati da Giuseppe Rizza, fecero riemergere, insieme alla tricora, una necropoli di età romana, con tombe sia pagane che cristiane. Rizza sosteneva che tale luogo fosse anche un martyrion, in quanto luogo di sepoltura di Iulia Florentina. La seconda tricora, invece, in via Santa Barbara, fu scoperta nel 1955 durante lavori di sistemazione fognaria, é caratterizzata da una forma a trifoglio schiacciato e si suppone potesse appartenere al presbiterio di una basilica paleocristiana databile tra il V ed il VI secolo. Di epoca bizantina sono anche la chiesa di Santa Maria della Rotonda, edificata sull’omonimo complesso termale di età romana, e la cappella Bonajuto, sita nel quartiere della Civita.[23]

La città seguì le vicende del thema fino a quando, nel 902, con la caduta di Taormina, la Sicilia venne definitivamente conquistata dagli arabi Aghlabidi (fatta eccezione per Rometta), i quali avevano iniziato la conquista dell’isola nel 827.

Emirato della Sicilia a Catania

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Lo stesso argomento in dettaglio: Emirato di Sicilia (948-1091).

La città di Catania, conquistata a fasi alterne tra l’853 e il 900 in seguito a numerosi saccheggi e devastazioni delle sue campagne. Catania, come il resto della Sicilia, seppur governata dalla dinastia dei Fatimidi, godette di ampia autonomia, fino al 948, quando sotto i Kalbiti (per conto dei fatimidi) divenne parte dell'Emirato di Sicilia del Califfato abbaside.[senza fonte]

La dominazione araba a Catania ha lasciato tracce indelebili sia sul piano urbanistico che su quello rurale. Sotto gli arabi, infatti, Catania, che, come riportato dal geografo Al-Muqaddasi, veniva chiamata Madīnat Al-Fil o Balad Al-Fil (città dell’elefante), divenne un centro commerciale e agricolo di spicco. Vennero, infatti, introdotte nuove colture e metodi di irrigazione, nacque il quartiere della Civita, che mantenne per lungo tempo un impianto urbanistico islamico con stretti vicoli e cortili interni e, a testimonianza della grande conoscenza ingegneristica degli arabi, venne realizzato un sistema idraulico composto da canali sotterranei detti Qanat, visitabili tramite un percorso speleologico.

Del periodo islamico tuttavia non rimangono sufficienti tracce e l'unica descrizione abbastanza approfondita della Catania araba è del noto geografo Al-Idrisi, il quale tuttavia descrive una città già ormai pienamente normanna, essendo la sua opera del 1153:

«[…] Da Aci alla città di Catania si contano sei miglia. Questo bel paese, cui danno anche il nome di Balad-el-fil (città dell'elefante) è di grande importanza e di molta fama. Posta sulla spiaggia del mare, la città di Catania ha mercati molto frequentati, splendidi palazzi, delle moschee ordinarie e delle moschee cattedrali, bagni, alberghi, un fondaco e un bel porto. Da ogni parte dell'orizzonte muovono viaggiatori alla volta di Catania; vasti sono i giardini, buona e fertile la campagna, forti le mura della città, estesa la giurisdizione. L'elefante, dal quale Catania si denomina usualmente, è un talismano di pietra in forma di quell'animale […]»

Catania Normanna e Sveva

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Lo stesso argomento in dettaglio: Regno di Sicilia.

Nel 1060 misero piede in Sicilia la famiglia degli Altavilla (Hauteville), una dinastia normanna (discendenti dei vichinghi stabilitisi in Normandia) guidata da Ruggero I d'Altavilla e proveniente dal ducato di Normandia. Dopo aver conquistato Cerami, Troina, Palermo ed altre città, nel 1072 si impadronirono di Catania, la quale vide un periodo di rinnovato splendore sotto l’operato del vescovo benedettino Ansgerio (Ansgar), al quale venne affidata la guida della città, in qualità di vescovo-conte, dallo stesso Gran Conte Ruggero.

Sotto i normanni venne costruita, tra il 1086 ed il 1094, la Cattedrale di Sant'Agata, la quale andò a sostituire nel ruolo di cattedrale la Chiesa di Sant'Agata la Vetere. La cattedrale, concepita come chiesa fortificata, rientrava nel complesso difensivo della cinta muraria cittadina, fino ad allora decadente e inefficace, integrata con le varie torri e porte della città.

Nel 1194, dopo aver spodestato e incarcerato il giovane Guglielmo III in Germania, Enrico VI, della casata sveva degli Hohenstaufen e figlio di Federico Barbarossa, conquistò l'Italia meridionale e la Sicilia, diventando re di Sicilia. Gli Svevi sedettero sul trono di Sicilia, in maniera definitiva, grazie al matrimonio fra Costanza d'Altavilla, ultima regnante normanna e figlia di Ruggero II d'Altavilla, ed Enrico VI. Nel 1194 e nel 1197, Catania, che aveva sostenuto Tancredi di Sicilia prima e poi osato ribellarsi agli Svevi, fu saccheggiata dalle truppe imperiali germaniche.

Ad Enrico VI succedette il figlio Federico II, il quale era però ancora considerato non maggiorenne. Federico II, raggiunta la maggiore età, nel 1208, e ottenuta la possibilità di esercitare effettivamente il potere, (al tempo si era maggiorenne compiuti i 14 anni) rese Catania una città demaniale, la quale non fu più signoria del vescovo-conte ed ebbe in pratica la sede vescovile vacante dal 1221 fino al 1254, a causa del perenne contrasto fra l'autorità imperiale sveva e quella ecclesiastica del papato[25].

Lo storico Ernst Kantorowicz scrive [26] che: "Durante gli ultimi decenni di regno, Federico si recò una sola volta in Sicilia, a reprimervi la rivolta di Messina (1223)".

Nel 1239 Federico dà il via alla costruzione di una fortezza a Catania, a difesa del porto, che poi prese il nome di Castello Ursino; opera di fortificazione documentata dalle cosiddette lettere lodigiane di Federico, che venne realizzata sotto la direzione del praepositus aedificiorum Riccardo da Lentini. Il castello, che fu iniziato quando già quelli di Augusta e Siracusa erano quasi ultimati, faceva parte di un più generale progetto di fortificazione dei punti strategici dell'intera costa ionica[27].

Il Castello Ursino all'inizio del XX secolo

La popolazione catanese, secondo alcune leggende, pare avesse un rapporto poco felice con Federico II. Si narra, infatti, di una rivolta avvenuta a Catania, nel 1232, contro il re, di cui però non si ha traccia storica.

I noti rapporti burrascosi fra il papato e Federico II fecero nascere diverse leggende, tra le quali, quella che vuole che il Castello Ursino sia stato voluto da Federico per tenere sotto controllo la popolazione catanese[28].

La Dinastia degli angioini e il Vespro

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Nel 1266 Papa Clemente IV, che considerava la Sicilia patrimonio della Chiesa, affidò il Regno di Sicilia a Carlo I d'Angiò, dopo che quest’ultimo ebbe sconfitto Manfredi di Sicilia nella battaglia di Benevento.

Il dominio angioino fu una parentesi breve ma sofferta, caratterizzata dal malgoverno. Gli Angioini, infatti, aumentarono la pressione fiscale e chiusero i porti dell’isola, portando ad una stagnazione economica ed al decadimento sociale, la conseguenza fu un elevato malcontento popolare.

Tale malcontento si espresse nella rivolta dei vespri siciliani del 1282, che andò a coinvolgere l’intera isola e che portò al termine del dominio angioino. Catania fu uno dei centri della rivolta poiché, i catanesi, avevano subito ingiustizie, sfruttamenti ed erano stati danneggiati economicamente dalla chiusura dei porti della città, contribuirono quindi validamente al rovesciamento della “mala signoria”. I più importanti nomi che animarono la rivolta a Catania furono quelli di Palmiero, abate di Palermo, Gualtiero da Caltagirone, Alaimo da Lentini e Giovanni da Procida. Quest'ultimo, nel 1280, travestito da monaco, si recò dal papa Niccolò III, dall'imperatore di Bisanzio Michele VIII Paleologo e dal re Pietro III d'Aragona, per chiedere: al papa di non appoggiare Carlo d'Angiò in caso di rivolta; all'imperatore Michele l'appoggio esterno contro il nemico comune; e al re d'Aragona di far valere il suo diritto al trono di Sicilia in quanto marito di Costanza II figlia di Manfredi di Sicilia, l'ultimo degli Hohenstaufen in quanto figlio naturale di Federico II di Svevia.[senza fonte]

Il nuovo Regno di Sicilia aragonese, Catania come capitale

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Lo stesso argomento in dettaglio: Regno di Trinacria.

In seguito allo scoppio della rivolta dei vespri, iniziò la conquista della Sicilia da parte degli Aragona, sotto Pietro III, la quale, partita dall'occupazione di Palermo, dava inizio al dominio aragonese del Regno di Sicilia, adesso facente parte della Corona d'Aragona.

A Pietro III, in Aragona, successe il suo primogenito Alfonso III, mentre, in Sicilia, il suo secondogenito Giacomo I, che nel 1287 dovette respingere, con l'aiuto dell'ammiraglio Ruggero di Lauria, le rinnovate pretese degli angioini che avanzavano verso Catania da terra e dal mare. Alla morte del fratello Alfonso III, Giacomo prese il suo posto e lasciò in Sicilia suo fratello Federico III come vicario. Ma la politica di riavvicinamento, di accordi e di legami matrimoniali, con la casa d'Angiò, da parte di Giacomo, caldeggiata anche da papa Niccolò IV, non piacque ai siciliani, che, il 15 gennaio 1296, si riunirono in parlamento a Catania ed elessero come loro re il giovane Federico III, dando il via alla nascita di un regno indipendente, il Regno di Trinacria[29].

Aragonesi e Angioini, alleati per l'occasione, attaccarono le difese siciliane che, anche grazie al tradimento di due catanesi, furono superate, portando al conflitto noto come guerre del Vespro. A Catania, Roberto d'Angiò, prese possesso del Castello Ursino, dove poco tempo dopo nacque suo figlio Luigi. Nel 1302 la guerra sembrava essersi conclusa con la pace di Caltabellotta, che assegnava la Sicilia a Federico III con il titolo di re di Trinacria, finché, nel 1313, quest’ultimo, contravvenendo agli accordi, si confermò Re di Sicilia e proclamò suo erede il figlio Pietro II, che gli successe nel 1337. Il figlio di Pietro, Ludovico, grazie all'intermediazione dello zio Giovanni d'Aragona, riuscì a tenere testa sia alle lotte interne, fomentate dalle fazioni baronali, sia alle incursioni della regina di Napoli Giovanna I d’Angio. Nel Castello Ursino, l'8 novembre 1347, Giovanni d'Aragona, tutore di Ludovico di Sicilia e vicario del regno di Trinacria, firmava con Giovanna I la cosiddetta Pace di Catania, per cercare di porre soluzione alla guerra del Vespro[senza fonte].

Catania, sotto gli Aragona, acquistò una posizione di privilegio, in quanto, nel corso del XIV secolo, venne scelta spesso come sede del parlamento siciliano e dimora della famiglia reale.

Il re Federico IV, figlio di Pietro II, lasciò il regno alla figlia minorenne Maria, la quale fu affiancata da 4 vicari: Artale Alagona, Guglielmo Peralta, Francesco Ventimiglia e Manfredi Chiaramonte. Artale Alagona scelse per la giovane regina Maria la residenza del castello Ursino di Catania, progettando di darla in sposa a Galeazzo Visconti, duca di Milano. Ma i baroni Ventimiglia, d'origine catalana, volevano che sposasse Martino d’Aragona, figlio di Martino I, duca di Montblanc e presunto erede del trono aragonese. Il rapimento di Maria portato a compimento dai Ventimiglia, grazie a Guglielmo Raimondo Moncada, fece fallire i progetti del Gran Giustiziere del regno e permise il matrimonio della regina con Martino, divenuto adesso Martino I di Sicilia. Re Martino, dopo la morte di Maria nel 1402, sposò Bianca, erede del trono di Navarra, che scelse di stabilirsi a Catania assieme alla corte.[senza fonte] Tuttavia, Martino morì a Cagliari nel 1409, all'età di 33 anni, e a lui succedette il vecchio padre, che però morì anch’egli l'anno successivo.

Nel corso del XV secolo la città conosce un'espansione, che è anche quella di una élite che va progressivamente occupando tutte le funzioni pubbliche e le prebende, sia ecclesiastiche che civili. La più importante famiglia di tale patriziato è quella dei Paternò, seguita dai Riccioli, Rizzari, Monsone, Platamone, Ansalone, Castello, Traversa, Gioeni, Asmari, Pesce, Asmundo e La Valle.

Tra il 1410 ed il 1412 Catania fu teatro delle traversie avvenute tra la regina Bianca di Navarra ed il Gran Giustiziere Bernardo Cabrera, conte di Modica, a causa delle mire per la successione al trono da parte di quest’ultimo.

Nel 1412, con l'elezione di Ferdinando I come re di Aragona, Valencia e Catalogna, la Sicilia fu dichiarata parte del regno aragonese e la vedova regina Bianca fu confermata come vicaria. La Sicilia divenne quindi un regno al pari dei territori spagnoli e poi di Napoli, e fu governata da un reggente, alter ego del sovrano.

Nel 1412, il re Alfonso V d'Aragona, accrebbe i privilegi di cui la città godeva, e fu ufficialmente istituito il Senato di Catania, come avvenuto nelle altre città demaniali siciliane, e per decisione dei giurati del consiglio detti senatori, fu concesso ai cittadini lo scrutinio cioè il diritto di eleggere i senatori, sia pure scegliendo entro liste molto controllate. Osteggiato, sospeso e ripreso più volte, il sistema dello scrutinio rappresentava tuttavia il mezzo della decisione e della legittimazione collettiva del governo municipale.

Il successore di Ferdinando I, Alfonso V riunì, il 25 maggio 1416, nella sala del parlamento di Castello Ursino, tutti i baroni e i prelati dell'isola per il giuramento di fedeltà al sovrano. Sempre nel Castello Ursino si svolsero, fino al 30 agosto, gli ultimi atti della vita politica che videro Catania come città capitale del regno. Il 31 maggio 1421, invitato da Gualtiero Paternò e Andrea Castello, che il re aveva incontrato a Messina, il sovrano venne a Catania per riconfermare ufficialmente le “libertà” e gli “statuti” della città.[senza fonte] Fu lo stesso re Alfonso che permise la nascita a Catania dell'università più antica della Sicilia, il Siciliae Studium Generale, nel 1434. Nel 1435 il re concesse alle maestranze che i loro consoli potessero intervenire in Consiglio, concessione ritirata tuttavia qualche anno dopo. Tuttavia, col passare del tempo, gli organi periferici del governo viceregio, piuttosto che fungere da contrappeso centralistico finirono col cadere nelle mani dell'élite, che si avvantaggiava anche dell'università. La sconfitta della parte popolare segna l'adeguarsi di Catania al sistema politico spagnolo: ma la città mantenne un carattere più borghese, per esempio rispetto a Palermo, e produsse pensatori politici originali come i giuristi Blasco Lanza e Mario Cutelli. Nel 1438 venne costruito il primo vero e proprio porto della città da re Alfonso V, distrutto poi nel 1601 da una mareggiata.

Inoltre, sotto gli aragonesi, si ebbe la realizzazione di una robusta e definita fortificazione muraria che proteggesse la città.

Il Rinascimento

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Nel 1492 in seguito al Decreto dell'Alhambra, come in tutto il regno di Ferdinando il Cattolico, si ebbe l'espulsione o la conversione forzata degli ebrei anche a Catania, la quale comunità vi era particolarmente forte e numerosa, come testimoniato dall’esistenza del ghetto ebraico della Giudecca. Erano forse ebrei convertiti i portatori di opinioni luterane, come lo sfortunato Giovan Battista Rizzo, linciato dalla folla nel 1513 perché, sembra, avesse compiuto un gesto sacrilego in cattedrale, contro l'ostia consacrata. In rapporto col mutato clima religioso, si definisce meglio il culto della patrona, Sant'Agata, con importanti conseguenze sul patrimonio artistico: nel corso del secolo venne riedificata la chiesa del Santo Carcere, dove si pensa fosse stata rinchiusa la santa, chiesa nella quale, nel 1588, fu posta la splendida Tavola del martirio dipinta dal greco Bernardinus Niger.

Nel XVI secolo Catania risente, come il resto dell'isola, della complessiva riorganizzazione dello spazio mediterraneo. Ferdinando il Cattolico, insieme con Isabella di Castiglia, riunificando la Spagna, aveva posto le premesse che faranno del suo erede, Carlo V, l'imperatore sulle cui terre non tramonta mai il sole. Dopo la Caduta di Costantinopoli nel 1453, un analogo processo di sviluppo e centralizzazione si svolse ad oriente con l'impero ottomano. La Sicilia si trovava quindi ad essere frontiera tra un Islam e una Cristianità in guerra. Il commercio mediterraneo, di cui Catania era uno dei centri, patisce sia la chiusura del mercato africano sia il ruolo egemonico della Spagna: la produzione di zucchero siciliano, per esempio, viene condannata a morte dalla nascita delle piantagioni prima nelle Canariee poi in America meridionale.

Per la città, il segno tangibile della mutata situazione, sta nel rafforzamento e nella definitiva chiusura della cinta muraria tra gli anni 1540 e 1560. Ciò determinò lo svolgimento urbano, fin oltre il terremoto del 1693.

Con la salita al potere di Carlo V d'Asburgo la Sicilia divenne parte dell'enorme complesso territoriale degli Asburgo di Spagna (detti "Austrias"), uno stato multinazionale, multietnico e multilinguistico su cui "non tramonta mai il sole", venendo governata da un viceré (l'unico sovrano asburgico, che soggiornò per qualche mese nell'isola, fu proprio Carlo V nel 1535, durante il suo grandioso viaggio cerimoniale in seguito all'Impresa di Tunisi)[senza fonte].

Catania fu favorita dai sovrani spagnoli, anche se si segnalavano di tanto in tanto rivolte, le quali erano dirette più contro il governo locale, rappresentato dalla nobiltà cittadina, e i rappresentanti del sovrano, che contro la dinastia regnante in sé. Tali ribellioni andarono a costituire una sorta di guerra civile nella città, svoltasi tra fazioni diverse le quali si contendevano il governo municipale. Dopo la rivolta del 1516, in segno di pacificazione, il corpo dei Giurati adottò il "Cerimoniale" scritto da Alvaro Paternò nel 1522, che codificava le regole e l'ordine attraverso cui dovevano manifestarsi le gerarchie interne, dei soggetti e dei poteri urbani, in occasione delle grandi cerimonie, sia laiche che religiose. Fu l'esito conclusivo delle sanguinose lotte interne dei partiti e delle fazioni e l'inizio di una nuova fase della vita amministrativa locale. Gli anni 1530 mostrano una città vitale e dinamica, con tendenza all'incremento demografico e all'espansione agricola nell'area etnea, interventi pubblici nell'area urbana, restaurazione delle mura, costruzione di nuovi edifici di culto e nobiliari e diffusione della cultura del decoro; ma una serie di catastrofi naturali (tra 1536 e 1537, per esempio, si ebbero eruzioni, scosse sismiche, esplosioni e nubi sulfuree che scossero l'Etna e distrussero abitati, vigne e piantagioni dell'area collinare) e il peggioramento della congiuntura politico-militare nel Mediterraneo e in Europa, determinarono un clima diffuso di paure ed incertezze.

Nel 1542 un grande terremoto sconvolse il Val di Noto (la stessa area che sarebbe stata colpita nel 1693). A Catania una cronaca narra che tutta la cita si commossi a grande paura et timuri, credendosi ogni uno sumergiri et cum grandi planto et pagura gridando misericordia ogni uno andava verso la gloriusa sancta Agatha. Era grandi atterruri intendiri li gridati et planto di li donni et pichulilli, et per quistu quasi la mayuri parti di la cita, homini, donni et pichulilli, cum grandi devocioni et planto si congregaro in dicta mayuri ecclesia et incontinenti fu ordinata una processioni[senza fonte]. Nel 1541 il viceré Ferrante I Gonzaga venne a Catania e prese provvedimenti per l'università e per il rifacimento della cinta muraria, secondo i nuovi criteri dell'ingegneria militare, i quali lavori iniziarono nel 1553, andando ad inglobare il precedente tracciato medievale. Tommaso Fazello, in visita a Catania in quello stesso anno, segnalava lavori di sopraelevazione degli edifici e annotava che i resti del mausoleo di Stesicoro si trovavano al di fuori della Porta di Aci, precedentemente nota come Porta Stesicorea; nel secolo successivo Giovanni Battista Grossi descrisse in quegli stessi luoghi l'esistenza di un nuovo quartiere.

L'incremento edilizio accompagnò il costante aumento della popolazione registrato dalla metà del XV secolo alla metà del XVI secolo: i due primi censimenti generali diedero per Catania ed i suoi casali la cifra di 14 261 abitanti (1505) e di 24 592 abitanti (1548), di cui, circa la metà, residenti entro le mura cittadine. Catania aveva trovato sotto vari aspetti un carattere urbano e civico ben definito, un equilibrio ed una struttura che l'accompagnarono per lungo tempo senza alterazioni significative. L'abitato si compatta dentro la ricostruita cinta muraria, vengono edificati e realizzati nuovi edifici di culto, nobiliari e civili, nuovi spazi, vie, piazze, monumenti e, all'interno degli edifici, le decorazioni, i quadri e gli arazzi, conferiscono alla città quel decoro che le nuove nobiltà perseguono e che affidano alla nuova sensibilità artistica rinascimentale. Il ceto amministrativo, dopo un secolo di travagli, scontri e trasformazioni, ha elaborato un sistema che attutisce i conflitti e media tra gli interessi delle famiglie eminenti, che si consolidano e si chiudono all'interno delle rigide norme di accesso alla mastra.[senza fonte]

L'Università di Catania laureava parecchie decine di giovani ogni anno e riusciva a mantenere il suo monopolio nonostante i tentativi avversi delle università di Messina e Palermo. Fallisce il tentativo di costruire un molo capace di dare più sicurezza ai traffici e di accogliere navigli di maggior stazza, ma l'economia ha tratto spinta ed equilibrio dall'integrazione di piana, città e casali circostanti, sistema che sostiene lo sviluppo alimentare, commerciale e produttivo dell'intera area[30].

Nel 1558 venne iniziata la costruzione del Monastero dei Benedettini, da parte dei monaci fuggiti dal vecchio monastero benedettino di Nicolosi, minacciati dalle eruzioni dell’Etna e dai briganti. A causa delle catastrofi naturali e dei ritardi nella costruzione, l'edificio fu completato solo nel 1866.

La facciata dell'ex-monastero dei Benedettini, che ospita il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Catania

Nel 1563 venne rifatto il fercolo agatino, detto "vara" (bara), per la processione del reliquiario in argento e pietre preziose che contiene il corpo di Sant’Agata. Si consolidò, inoltre, il rito del portare in processione il velo della santa, popolarmente chiamato "grimpia", come strumento in extremis per fermare le colate laviche. Altre manifestazioni di religiosità popolare, fervente e fastosa, si ebbero anche in omaggio al Sacro Chiodo della Croce, posseduto dai benedettini: questo, negli anni 1540, venne prestato temporaneamente ai siracusani come protezione contro i terremoti.

Nello stesso periodo nasce il fenomeno della controriforma imposta dal Concilio di Trento, che però non ebbe piena attuazione sul territorio. Il suo protagonista catanese, il vescovo Nicola Maria Caracciolo, sciolse il legame tra la funzione di vescovo e la carica di abate di Sant’Agata e migliorò l’istruzione del clero, non gli riuscì però di dividere in parrocchie il territorio ecclesiastico, secondo i dettami del Concilio. Fino quasi ai giorni nostri, a Catania, il vescovo fu anche l'unico parroco titolare dell'intera città, delegando in varie forme l’amministrazione dei sacramenti. In origine era un modo di mantenere indivise le rendite istituite dai Normanni, le quali, attraverso i membri del capitolo della cattedrale, erano appannaggio delle famiglie patrizie.

Il decadimento economico-sociale

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Nel XVII secolo la città sembra non trovare più un'immagine dinamica di se stessa. Di fronte a Palermo, divenuta ormai capitale amministrativa e sede privilegiata della grande nobiltà, poco conta la parificazione, nel 1622, del senato catanese a quelli di Palermo e di Messina. Carestie e pestilenze segnano la crescente impotenza amministrativa del regime spagnolo e politicamente la città è lacerata dai tumulti popolari, che corrispondono ad un periodo di crisi generale per il governo spagnolo comprendente la rivoluzione siciliana del 1647 e la rivolta di Messina del 1674-1678.

L'aria culturale della città sembra adeguarsi al livello più basso della devozione popolare, col suo frequentissimo ricorso alla speranza del miracolo: il velo di Sant'Agata venne portato in processione contro la peste nel 1592 e ancora nel 1624, e contro la lava dell'Etna nel 1536, nel 1579, nel 1636 e nel 1654.

Catastrofi naturali e crollo definitivo

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L'eruzione del 1669 che investì la città (di Giacinto Platania, nella sagrestia della Cattedrale di Catania)

Una grande colata lavica, le cui bocche effusive si aprirono a bassa quota, nel territorio di Nicolosi, investì nel 1669 il lato nord-occidentale della città, proseguendo fino a lambirla dal lato sud. I danni alle campagne, alle strade e alle infrastrutture difensive furono molto gravi, ma le stesse mura della città riuscirono a contenere in massima parte la lava, prima che fluisse nel centro abitato. Il lago di Nicito, sito al di fuori della cinta muraria cittadina, fu sommerso dalla lava e cancellato da essa, l'Amenano invece fu seppellito per poi risalire di livello (attuale punto della Fontana dell’Amenano), mentre il Castello Ursino fu circondato dalla lava e allontanato dal mare, ed i suoi fossati e bastioni furono seppelliti. Sulle lave venne tracciata la nuova via della Vittoria o del Gallazzo (oggi via Plebiscito) per collegare le porte a sud e a nord e per permettere il circuito della processione di Sant'Agata, si assegnarono le aree della Consolazione e del Borgo ai profughi dei casali devastati dalla lava che avevano invaso la città, ed una nuova catena di fortini venne approntata da Claude Lamoral II, principe di Ligne. Gli anni che seguirono furono però funestati dagli scontri tra francesi e spagnoli, innescati dalla rivolta di Messina.

Ma la catastrofe peggiore doveva ancora arrivare, il terremoto del 1693 che distrusse gran parte della Sicilia sudorientale, cancellò buona parte del tessuto urbanistico antico e medievale e segnò profondamente anche l'assetto socio-economico della città, distruggendo quasi la totalità della produzione artistica precedente. Scomparvero quasi del tutto le tracce della città greca, mentre una sorte migliore ebbero i monumenti di età romana, in generale non rimasero in piedi che poche cose: il teatro greco-romano, l’anfiteatro romano, l’odeon, l’acquedotto romano, il Castello Ursino, le absidi della Cattedrale, qualche porzione delle mura e la cappella dei Paternò. Il numero delle vittime si contò tra le 12000 e le 16000, su una popolazione di 18000-20000 abitanti.

Se per la Sicilia l'epoca del dominio spagnolo si chiudeva con un bilancio di declino e crisi, per Catania vi era una tragica alternativa fra lo scomparire per sempre o ricominciare tutto da capo.

Catania appare oggi al visitatore come una città relativamente “nuova”, poiché dal punto dì vista urbanistico e architettonico il 1694 è il suo anno di nascita. Le strade larghe e dritte dalla maglia ad angoli retti, i palazzi e le chiese uniformi per stile, decorazioni e materiali, l'impiego coerente della pietra lavica nera e della pietra calcarea chiara, l'impianto scenografico di luoghi come la piazza del duomo, danno una perfetta definizione di barocco catanese.

Il fatto cruciale fu la decisione di intervenire immediatamente con un progetto complessivo. Il viceré Giovan Francesco Paceco, duca di Uzeda, uomo di cultura e di interessi scientifici, si trovò di fronte al compito di ricostruire ben 77 città colpite dal terremoto, alcune delle quali di importanza militare preminente, come Augusta, in virtù del suo porto. Affidò, quindi, l'incarico di vicario generale per il Val di Noto, a Giuseppe Lanza, duca di Camastra.

Catania, dopo il terremoto, appariva totalmente distrutta e, a far pendere la bilancia verso la decisione di ricostruire sullo stesso luogo, fu l'esigenza di non abbandonare le fortificazioni. Il duca di Camastra si servì di tecnici e ingegneri militari per sgomberare le macerie, prendere iniziative contro i predoni e nutrire la popolazione. Nel giugno del 1694, col concorso delle rappresentanze di tutti gli ordini cittadini, egli approntò il piano generale. Una linea divideva la città in 2 parti, assegnando ai terreni due diversi tipi di prezzi: la parte ovest, in cui il prezzo dei terreni veniva scontato di circa un terzo, fu destinata ad accogliere, come in precedenza, i quartieri popolari; nella parte est si concentravano, invece, gli edifici della nobiltà laica ed ecclesiastica. Le strade larghe, interrotte da piazze frequenti e regolari, costituivano una precauzione antisismica. Furono definiti gli assi viari principali, sovrapponendo delle linee rette all'antico corso tortuoso delle vie e sottolineando l'antico impianto della città romana.

Il fervore della ricostruzione dà il tono alla vita della Catania settecentesca: per decenni essa è tutto un cantiere, che attrae popolazione e maestranze, che mette in moto l'economia, che apprende nuove tecniche e le dissemina a sua volta. Una esperienza preziosa per molti architetti, come i catanesi Alonzo di Benedetto e Francesco Battaglia, il messinese Girolamo Palazzotto, il palermitano Giovan Battista Vaccarini e poi il toscano Stefano Ittar e tanti altri. Tra tutti, il Vaccarini, è forse quello che ha lasciato il segno più netto, sia per il gran numero di edifici da lui curati che per il lungo periodo del suo operare nella città.

Certamente, il grande sforzo di ricostruzione, si dovette ai cospicui investimenti edilizi resi possibili dalle rendite feudali accumulate dalle grandi famiglie nobiliari, dalla chiesa e dagli ordini religiosi (particolarmente impressionante l'impegno dei benedettini nel riedificare il monastero di San Nicolò l'Arena col tono di una vera e propria reggia). Fu così che la città poté superare la crisi della prima metà del secolo, che vide la Sicilia passare dal dominio spagnolo a quello dei Savoia, come stabilito dalla Trattato di Utrecht del 1713, che pose fine alla Guerra di successione spagnola, poi a quello austriaco, nel 1720, con il Trattato dell'Aia, che terminò la Guerra della Quadruplice Alleanza, e infine a quello borbonico, in seguito alla riconquista, nel 1735, da parte delle truppe spagnole di Carlo III di Spagna.

Il segno più certo di tale vitalità, oltre all'espansione stessa del tessuto urbano, è il ritorno della cultura: vi è innanzitutto l'accrescimento dell'importanza dell'università, che, sotto il prevalente impulso di medici e giuristi, già, fin da prima del terremoto, aveva posto le basi per una nuova sede ed una espansione, il suo palazzo è ora tra i primi a dare nuovo prestigio alla riorientata via Uzeda (oggi via Etnea), collocandosi a metà tra il municipio e la chiesa della élite dirigente, quella di Santa Maria dell'Elemosina, ricostruita sullo stesso luogo ma riorientata in modo da affacciarsi sulla nuova strada principale. L'università, tuttavia, è terreno di conflitto tra la direzione ecclesiastica e quella laica, in un'epoca in cui i governi cominciano ad affidare a sé il controllo della cultura. Proliferano perciò i centri privati di studio, le biblioteche private, le associazioni e le accademie.

La terribile esperienza del terremoto e l'incombere del vulcano, indirizzano il dibattito culturale verso un progresso concreto delle scienze geologiche, mineralogiche e vulcanologiche, si supera così la disputa tra scienza e fede, e, con l'opera del canonico Giuseppe Recupero, si pongono i fondamenti di un ricco patrimonio nelle scienze naturali che fu continuato nel secolo successivo.

Personalità dominante in questo frangente storico è quella del principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello, figura conosciuta a livello europeo, archeologo e antiquario, che predispose una biblioteca e un museo, i quali riscossero l'ammirazione di tutti i visitatori e divennero centro di studio e ricerca. Gareggiava con questa collezione privata la biblioteca ed il museo dei Benedettini, anch'essi centro di discussione e di studi classici, filosofici, storici e naturalistici. Lo storico Vito Maria Amico, e più tardi il naturalista Emiliano Guttadauro, sono tra i nomi più rappresentativi della centro culturale benedettino. Né è da sottovalutare l'attività del vescovo Salvatore Ventimiglia, fondatore di una ricca biblioteca, poi lasciata all'università, come meritano un ricordo anche figure quali il filosofo Nicola Spedalieri, l'ingegnere Giuseppe Zahra Buda, che riuscì a risolvere il problema della costruzione di un nuovo e più ampio molo nel porto, il naturalista Giuseppe Gioeni d'Angiò, cui si intitolò una celebre accademia, o il musicista Giuseppe Geremia, amico di Paisiello, che rappresentava la continuità di una cultura musicale che avrebbe dato i suoi frutti nel secolo successivo. Si viene così formando un ambiente culturale vivace, che, soprattutto verso la fine del secolo, fu percorso dai fermenti innovatori, laici e democratici, espressi nel periodo del grande riformatore, Giovanni Agostino De Cosmi. Grazie a questi ambienti Catania viene definendosi come la città giacobina, borghese e democratica che si manifestò nel secolo successivo.

La significativa espansione demografica (nel 1798 contava già 45000 abitanti), la concentrazione di importanti attività economiche, soprattutto nel settore tessile, e il controllo della campagna circostante, fanno del XVIII secolo il periodo in cui Catania supera definitivamente gli altri centri rilevanti del suo hinterland: Acireale, Paternò, Lentini, Caltagirone.

Inoltre, all'inizio del secolo, venne costruito, sotto i Borbone, l'attuale porto cittadino, che verrà ampliato e modificato nei secoli fino ad assumere l’attuale forma.

Il secondo declino

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Dopo il 1760, tuttavia, la città si riavvia verso il declino economico: l'attività edilizia, infatti, rallenta di molto (per esempio, resta incompiuto il monumentale Monastero di San Nicolò l'Arena), fatto dovuto al concludersi dei cantieri intrapresi, alla crisi agraria ed alle difficoltà relative al commercio internazionale. Il 1764 ha visto la città devastata, come il resto dell'isola, da una terribile carestia.

I privilegi della nobiltà, che le consentono di controllare la produzione e l'esportazione agricola, tendono a rafforzare le posizioni dell'aristocrazia e a stabilizzare l'economia del latifondo, ciò significa un aumento di potere per chi, come i principi di Biscari, domina la piana di Catania. Si apre, come per il resto della Sicilia, una questione feudale, che si scatena, in seguito alle riforme tentate, sotto il viceregno di Bernardo Tanucci e, successivamente, di Domenico Caracciolo.

Nel 1798 e nel 1799 Catania è scossa da rivolte popolari a causa del prezzo del pane, si profila, appunto, lo sviluppo di uno strato popolare ribelle, anche se ciò non dà luogo ad alcun movimento rivoluzionario sul modello francese, anzi tutto l'opposto considerando che, nel 1799 a Caltagirone, ebbe luogo un massacro di giacobini. La cultura cittadina percepisce questo disagio e se ne fa interprete in figure come il poeta e filosofo Domenico Tempio o nella fitta schiera di filo-giacobini cresciuti alla scuola di De Cosmi: Giovanni Nepomuceno Gambino, che dovette fuggire in Svizzera dove fu vicino a Filippo Buonarroti, Francesco ed Emanuele Rossi, Vincenzo e Carlo Gagliani e Giuseppe Rizzari. Da questi gruppi, escono i deputati catanesi al Parlamento siciliano, i quali, tra il 1810 e il 1815, si schierano con l'ala più radicale.

Sviluppo pre-unitario

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Gli anni delle guerre napoleoniche, tra il 1803 ed il 1815, sono per la Sicilia gli anni dell'occupazione inglese e della trasformazione costituzionale, che segna la fine giuridica del feudalesimo. Catania non sembra riuscire a sfruttare la sua posizione commerciale, che nel suo stesso territorio permette, invece, all'area del vigneto, tra Mascali ed Acireale, di accumulare ingenti ricchezze, trafficando i vini etnei con l'esercito britannico.

La riforma amministrativa borbonica del 1817 istituì, in Sicilia, 7 province sostanzialmente paritarie tra loro. La gerarchia tra le città siciliane fu ridefinita, mentre si alterò l'antica rivalità tra Palermo e Messina. Catania si ritrovò capoluogo di un vasto territorio, sede di tribunali, dell'intendenza provinciale e di vari uffici amministrativi.

La popolazione, che in quel momento era scesa a 40.000 abitanti, risalì a 52.000 nel 1834, iniziando una straordinaria galoppata secolare: 70.000 nel 1861, 100.000 nel 1880, 146.000 nel 1900, 225.000 nel 1931, 363.000 nel 1961, fino ai 400.000 del 1971. Ragione primaria di questa crescita continua, che non ha riscontri nel resto dell'isola, è lo scambio commerciale tra la campagna, i centri minori dell’hinterland e il centro urbano. Quest’ultimo si pone sempre più come polo d'attrazione per i commerci, le industrie, i consumi, e infine - specialmente nel XXI secolo - per il settore terziario. Nella prima metà del XIX secolo la principale attività industriale catanese è relativa al settore tessile. Tessitori e artigiani, insieme ai pescatori e alla gente che vive del porto, formano il nerbo del proletariato, dando un tomo allo strato popolare; c'è però, accanto a questi, anche una plebe di lavoratori marginali, di diseredati, di servitori o manovali generici, caratterizzata dalla mancanza di istruzione e di interessi tecnici, che si affolla nei vecchi quartieri della Civita e dell'Antico Corso.

Nel 1820 la città non aderì al moto indipendentista scoppiato a Palerrmo, sorto nell’ambito dei moti del 1820-1821, e appoggiò la causa dei costituzionali napoletani.

Nella prima metà del XIX secolo la ricchezza della città era ancora dovuta all'agricoltura, grazie alle famiglie provinciali, agiate o nobili, che si trasferiscono in città e alla partecipazione dei cittadini ad investimenti terrieri. La città si costruisce così il ruolo di mercato, di centro di distribuzione e di polo culturale: teatri, gabinetti di lettura, l'Università, accademie (come quella Gioenia) e periodici culturali e politici (come "Lo Stesicoro", del 1835).

Fino a prima dell'unità d'Italia la città era ancora relativamente povera di alberghi, strade lastricate e locali pubblici. Fin quando, nel 1837, arrivò la rottura tra la città e il regime borbonico con lo scoppio dei moti rivoluzionari del colera, con epicentro nel siracusano, che accusavano la monarchia di aver sparso il morbo in odio al popolo. Questo avvenimento rinsaldò l'alleanza tra i nobili costituzionalisti moderati ed i capipopolo, a causa della repressione borbonica che mirava a colpire indiscriminatamente dal ceto sociale.

Nel 1848-1849 fu all'avanguardia del movimento autonomista movimento autonomista.

Unità d'Italia

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Catania, nel 1848, nel 1860 con Garibaldi, e ancora nel 1862, con la fallita impresa garibaldina dell’Aspromonte, Catania fornì al Risorgimento cospiratori massonici, carbonari, mazziniani e moderati, consolidando l'immagine di città democratica.

Lo schema politico avvenuto nel 1837 si ripeté più volte, per esempio in occasione della repressione di Nino Bixio, a Bronte, nel 1860: la si può definire come una timidezza da parte dei liberali moderati ad assumersi responsabilità di potere, per il timore di rimanere schiacciati tra la repressione dall'alto e le rivolte popolari dal basso.

Nell'agosto 1862, Giuseppe Garibaldi, vi stabilì, a Catania, il centro organizzativo della spedizione conclusasi in Aspromonte.

Nel 1865 vi è fondata la società "I figli del lavoro", con Mazzini come presidente onorario; sciolta di lì a poco, venne ricostituita, nel 1876, dal radicale Edoardo Pantano. Si andava così formando uno strato di intellettuali radicali presso i quali, il democratismo, si sposa con il potere rinnovatore della scienza. Il vate di questi ambienti è Mario Rapisardi, poeta che sull'anticlericalismo e sul rifiuto del presente fonda una visione palingenetica, riguardante un'umanità rinnovata.

Dopo l'assassinio del presidente statunitense Abraham Lincoln, nel 1865, fu intitolata a lui via Lanza (oggi Di Sangiuliano), intitolazione che fu poi spostata ad una piazza.

Sviluppo post-unitario

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Dopo il 1866, con le leggi di eversione dell'asse ecclesiastico, la città ottiene gran parte di quei conventi, monasteri ed altri beni immobili ecclesiastici, di cui la ricostruzione settecentesca aveva riempito il centro urbano. Essi diventeranno scuole, caserme ed uffici pubblici: una concentrazione eccessiva di istituzioni in un perimetro ristretto, che ad oggi, a distanza di più di un secolo, è divenuta insopportabile, ma che funse da grande occasione per acquistare, speculare ed investire. Ed è su queste opere che la città inizia la sua crescita: si sistema la via Stesicorea (Etnea) abbassandone il livello, si imbrigliano le acque dell'Amenano (al 1867 risale la fontana omonima in piazza del Duomo), si tracciano e aprono nuove strade e nel 1866 si installa l'illuminazione a gas. Purtuttavia, la città viene colpita da epidemie di colera nel 1866-67 e ancora nel 1887.

Con la seconda metà del secolo arriva anche la ferrovia, con l’inaugurazione della stazione di Catania Centrale nel 1866, e con essa il commercio delle due merci che staranno a fondamento di una grande espansione economica: lo zolfo, dell'interno della Sicilia, e gli agrumi. Catania diventa il polo centrale dove i prodotti vengono lavorati, imballati, commerciati e spediti, ciò apre nuovi rami dell’attività industriale e inizia a differenziare le classi proletarie. Si sviluppano, inoltre, le raffinerie di zolfo, che, insieme con la ferrovia, rappresentano una cintura di ferro che taglia la città fuori dal mare, delle quali un esempio é costituito dal Centro fieristico le Ciminiere.

Gli anni dopo il 1880 inaugurano la stagione di una Catania espansiva, portatrice di un modello commerciale e industriale che addirittura sarà possibile proporre all'intera Sicilia. Attivissimo il giovane sindaco e futuro ministro degli esteri, Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, che inaugura una stagione di investimenti e imprese, non senza contraddizioni: di fronte alla trasformazione sociale rapida e tumultuosa, maturano le amare considerazioni sui vinti, che Giovanni Verga espresse ne I Malavoglia e in Mastro Don Gesualdo. Il sindaco ebbe però anche molti sostenitori, come Federico De Roberto che, ne I Viceré, ritrarrà il marchese di Sangiuliano come emblema del trasformismodi un'aristocrazia che non intende cedere le leve del potere. Questi scrittori, che con Luigi Capuana danno un grande contributo nazionale al verismo europeo, si interessano profondamente della questione sociale, con la quale si misura tutte le figure centrali della cultura catanese, come lo studioso e politico Angelo Majorana Calatabiano, ministro delle finanze sotto Giolitti. La questione sociale diviene, quindi, perno della vita politica catanese, come si può notare dal lungo apostolato del cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, vescovo di Catania dal 1866, che infonde energie nei quartieri più poveri per costruire un movimento di cattolicesimo sociale.

Il 7 ottobre 1884 un catastrofico tornado originatosi nella Piana di Catania, poi classificato IF5, colpì la zona settentrionale della città, compresa tra le allora borgate di Nesima, Cibali, Borgo, Picanello e Ognina, provocando danni ingenti e causando 28 morti e 500 feriti. Altri tornado notevoli, responsabili di danni, hanno colpito la città nel 1964, 2009, 2014, 2020 e 2026.

Nel 1891 venne fondato il Fascio di Catania, da Giuseppe de Felice Giuffrida, ciò rappresenta l'inizio ufficiale dei Fasci Siciliani, un movimento di ispirazione socialista e anarchica che si riproponeva di tutelare i diritti dei contadini. In particolare, Giuffrida, si adoperò per la costituzione di forni municipali e magazzini cooperativi, per poter così calmierare il prezzo del grano.

Liberali, cattolici e socialisti, erano diverse visioni che rispondevano tutte all'immagine di un centro urbano vivo e attivo. Dal 1890, dopo 20 anni di sforzi, Catania ha anche il suo Teatro Massimo, intitolato al compositore catanese Vincenzo Bellini; qualche tempo prima, trasportando in patria la salma di Bellini, morto in Francia nel 1835, la città ha iniziato a riconoscere se stessa nei propri eroi. Essa si popola di commercianti stranieri, sono esportatori di agrumi, imprenditori e negozianti svizzeri, cui si deve la fondazione della chiesa valdese e di quella evangelica, e che ben presto si guadagnano un posto nei ranghi dell'élite.

Tra il 1895 ed il 1898, viene realizzata la Ferrovia Circumetnea, che collega Catania con Riposto, girando attorno all'Etna e rappresentando un'arteria vitale per il trasporto di merci e di lavoratori agricoli.

Modernizzazione

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Panorama dal Parco Gioeni (primi del XX secolo)
Via Etnea (primi del XX secolo)

Nel 1902, la vittoria della lista popolare alle elezioni, con il 56% dei voti, diede inizio al mandato di sindacatura di Giuseppe de Felice Giuffrida. Sotto Giuffrida, furono avviate la modernizzazione dei servizi e un vasto piano di aggiornamento urbanistico e abbellimento della città, che farà guadagnare, alla città, il soprannome di "Milano del Sud". Figura dominante del periodo fu l’ingegnere Filadelfo Fichera, al quale si devono gli scavi che portarono alla luce l'anfiteatro romano di piazza Stesicoro, tra il 1903 ed il 1907, ed altri progetti edilizi e sanitari.

Progresso economico e progresso democratico identificavano la città e la proponevano come modello. Nel 1905 venne inaugurato il servizio tranviario cittadino con 3 linee, partenti da Piazza Duomo e dirette a Picanello, a Cibali e alla Guardia. Furono sistemate un centinaio di strade prima a fondo naturale, venne prolungato il viale Regina Margherita, promossa la costruzione di ville in stile liberty, fu sistemata la Piazza d'Armi (oggi Piazza Giovanni Verga), che avrebbe ospitato, nel 1907, la II Esposizione Agricola Regionale e per questo chiamata in seguito Piazza dell'Esposizione, e venne inaugurato, nel 1911, alla presenza della famiglia reale, il monumento a Umberto I.

Nel 1906, lo scrittore Edmondo De Amicis, visitò Catania e la trovò splendidamente moderna.[senza fonte] Nello stesso anno, l'Assessore ai Lavori Pubblici, Luigi Macchi, assieme al Fichera, approntò il "Piano regolatore" per il risanamento della città: fu acquisita la casa di Vincenzo Bellini e si preparò l’acquisizione del Castello Ursino per adibirlo a grande museo civico nazionale, venne costruita la passeggiata a mare (in dialetto "Passiaturi") che da Piazza dei Martiri arrivava a Piazza Stazione Centrale (oggi Piazza Papa Giovanni XXIII) lungo via VI Aprile, invece, in ambito sanitario, furono costruiti l'Ospedale Giuseppe Garibaldi e l'Ospizio dei Ciechi, al Borgo. Nel 1908 la città dovette affrontare il problema dell'immigrazione forzata di quasi 25.000 superstiti del terremoto di Messina, con una conseguente grande crisi di alloggi.

Gli storici Archi della marina, che caratterizzano la parte sud della città, in una foto del 1910

Una immaginario diverso, ma pur sempre forte, era quello popolare, che faceva perno sul dialetto e sulle caratteristiche, vere o presunte, del mondo dei cortili delle abitazioni: a rappresentare tale mondo, sono le satire e i versi di Nino Martoglio, l’arte teatrale istintiva, che incantò Mejerchol'd e D'Annunzio, di Giovanni Grasso e della sua compagnia, e l'esordio teatrale di Angelo Musco.

Tuttavia, la base economica e sociale di questa grande stagione, non era solidissima. Nel corso del mandato, l'alleanza popolare garantita da Giuffrida, convince sempre meno; astro nascente della grande borghesia catanese è Gabriello Carnazza, di grande famiglia risorgimentale, legato agli interessi finanziari dei nuovi gruppi elettrici ed interessato a grandi progetti di bonifica agraria. La città, che ha esitato a lungo tra la vocazione industriale e quella commerciale, ha finito col far prevalere quest'ultima.

Nel 1912 fu approntato un grande progetto di risanamento e costruzione di larghi viali, che prevedeva: un viale retto dalla Stazione Centrale a Piazza Stesicoro, costruito oltre mezzo secolo dopo (Corso Sicilia), il Viale della Libertà, largo 50 metri, dal porto ad Ognina ed un altro ancora, largo 40 metri, dal Borgo a Cibali. Ciò avrebbe permesso il risanamento dei malsani quartieri, attraversati da tali viali, di Santa Maria della Grotta e del Santissimo Crocifisso della Buona Morte, considerati, essendo contigui, un tutt'uno con San Berillo, dove l'anno prima era scoppiata l'ennesima epidemia di colera a causa delle paurose condizioni igieniche delle case fatiscenti. Nonostante gli entusiasmi, De Felice non riuscì a reperire i finanziamenti necessari, la guerra ormai incalzava e l'interventismo cresceva. Con la grande guerra, e con la successiva crisi del fascismo, si spezzarono i circuiti commerciali, perse d'importanza il commercio dello zolfo siciliano, diminuì l'attività portuale e la città entrò in una profonda crisi, non solo economica. Il periodo d'oro era finito e i grandi progetti di risanamento urbano furono procrastinati.

Il Fascismo e la Seconda guerra mondiale

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Gli anni 1920 videro l'ascesa, a Catania, di Gabriello Carnazza, divenuto, con l’avvento del fascismo, Ministro dei Lavori Pubblici nella prima parte del governo Mussolini. Nel periodo fascista, Catania visse un periodo di stagnazione, con l'industria zolfifera in profonda crisi, il che comportò la progressiva chiusura delle raffinerie della zona della Stazione Centrale, l’Armisi. Era in forte difficoltà anche l'industria conciaria e quella del legno. A partire dal 1922, sotto la pressione del Carnazza, vennero costituite, col finanziamento dello Stato al 70%, delle società per la bonifica del Lago di Lentini, del Pantano d'Arci e di Passo Martino. Lo scopo prefisso era quello di creare aziende agricole moderne e industrie indotte, ma le iniziative si sarebbero rivelate col tempo solo fonte di speculazione[senza fonte] e avrebbero prodotto poco utile a fronte dei grandi investimenti pubblici.

Catania si andava trasformando da città commerciale e mercantile in città di servizi. In questo periodo scomparvero tutti i vecchi protagonisti della scena politica catanese e l'atmosfera cittadina entrò in una fase di totale grigiore. Unico evento degno di nota del periodo è l'inaugurazione dell'Aeroporto di Fontanarossa, nel 1924. Segno dell'impoverimento, é una statistica dei consumi della famiglia tipo cittadina al tempo: nel 1927 la spesa annua era di lire 11.472; nel 1930 era scesa a lire 9.715.

Alla fine degli anni 1920, vennero ripresi i vecchi propositi di risanamento dei centrali quartieri di Antico Corso e San Berillo. Tra il 1928 e il 1935 si ebbe la risistemazione delle strade centrali e la pavimentazione di quelle ancora a fondo naturale, l’installazione della nuova rete d'illuminazione (la maggior parte era ancora a gas), l'inizio della costruzione del Palazzo di Giustizia in piazza Giovanni Verga e la realizzazione del campo sportivo comunale e del tiro a segno. Il risanamento dei vecchi quartieri e delle fognature, e la realizzazione di edifici per ospedali, scuole e case popolari avrebbero dovuto attendere una seconda fase di lavori, tra il 1936 e 1943. L'approssimarsi della guerra, però, mandò tutto a monte.

Verso il 1931 venne bandito un concorso per un piano di fabbricazione della futura "grande Catania", che considerava come "zone di ampliamento" della città quelle di Nesima, Cibali, Barriera del Bosco, Picanello ed Ognina, compresa la zona di Santa Sofia a villini, e comprendente lo sventramento dei quartieri storici insalubri della Civita, San Berillo, Pracchio, Antico Corso e Consolazione, per il loro risanamento.[senza fonte] Si iniziò a valorizzare i monumenti antichi e medioevali e la zona industriale a sud, a ciò si aggiunse la nascita di una serie di servizi comuni e sociali. Sarebbero stati premiati alcuni progetti, ma nel 1935 si raffazzonò un Regolamento Edilizio del tutto differente[non enciclopedico, troppo vago]. Rimasta senza un piano regolatore la città avrebbe continuato ad espandersi a nord in maniera disordinata e caotica, e a sud con vere e proprie bidonville a ridosso dell’ex-cementificio Italcementi.

L'entrata in guerra non sortì alcun fermento, neanche per approntare i rifugi, così, il bombardamento dell'aeroporto del 5 luglio 1940, fu un vero e proprio brusco risveglio. Nel contempo si era invece organizzato in "maniera industriale" il mercato nero.[analisi inadeguata e soggettiva] Dall'aprile 1943 iniziarono le incursioni aeree americane pesanti, con oltre 400 vittime civili e lo sfollamento caotico, verso i paesini dell’hinterland, di oltre 100.000 persone. Dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia, il 9 luglio 1943, il comando italo-tedesco approntò una linea di difesa per bloccare l'avanzata del generale Bernard Law Montgomery, al ponte Primosole, sul fiume Simeto. I tedeschi, in particolare, sostennero a lungo la difesa della città per sottrarsi alla manovra aggirante degli anglo-americani, fin quando evacuarono il 5 agosto. Con la Liberazione da parte degli anglo-americani, non venne lo stimolo a riconoscere se stessi e a ricostruire una personalità collettiva, venne invece il contrabbando, il brigantaggio, l'affarismo e l'accettazione passiva del caos, in un totale contesto di anarchia. Il picco si raggiunse il 14 dicembre 1944, quando la folla diede fuoco al Palazzo degli Elefanti, il municipio, perdendo così l'archivio comunale contenente documenti risalenti al XVI secolo. I rivoltosi non militavano sotto le insegne del separatismo, essi erano solo una massa stanca della guerra e della fame, tant'è che la stessa morte di Antonio Canepa,nel 1945, fondatore dell'EVIS e animatore della guerriglia separatista, non fece eccessivo scalpore.

Gli anni della ricostruzione mostrarono che tuttavia non si era del tutto spento il senso della coscienza civica: è significativo, per esempio, che il settecentesco palazzo Massa di San Demetrio, ai Quattro Canti, distrutto dalle bombe, venne ricostruito esattamente come in precedenza.

Il secondo dopoguerra, il boom economico e la fine della guerra fredda

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La fontana dell'Elefante e il duomo sullo sfondo

Negli anni 1950 iniziò la ripresa della città. La nuova Catania non si fermò alla ricostruzione delle strutture civili e pubbliche ma ripartì in tutti i settori dell'economia, raggiungendo vertici incredibili e inaspettati, grazie alle sue capacità imprenditoriali e ad una rete commerciale che monopolizzò la Sicilia orientale, ponendosi all'attenzione e al rispetto di tutta l'Italia. E con l'economia, anche la classe politica, pur divisa in aree tra loro nettamente contrapposte, fu capace di gareggiare con i migliori in campo nazionale, imponendo i suoi esponenti ai vertici della politica e dei sindacati. L'Università, forte di una tradizione centenaria, non fu soltanto una palestra di cultura ma divenne un istituzione potente ed accogliente, traendo forza dalle capacità dei suoi docenti, offrendo agli studenti, provenienti fin dalle aree più lontane del Mediterraneo, non solo opportunità di studi proficui in ambienti moderni, ma anche prospettive lavorative concrete nelle nuove realtà imprenditoriali. Catania non rifiorì soltanto in questo settore ma anche in nell'ambito culturale: musica, arte, teatro, televisione e cinema, furono gli orizzonti su cui spaziarono gli artisti catanesi, che diedero alla città legittimi motivi d'orgoglio e di vanto.

Nel 1950, l'Aeroporto di Fontanarossa, fu riaperto dopo una lunga ristrutturazione e venne inaugurata la linea dei filobus di via Etnea, che sostituirono la vecchia linea tranviaria. Su impulso delle amministrazioni comunali dei vari sindaci, tra cui spiccarono Domenico Magrì e Luigi La Ferlita, venne progettata e costruita la zona industriale di Pantano d'Arci. L'Istituto nazionale di fisica nucleare aprì un centro regionale in città ed ebbe inizio la, a lungo tempo attesa, ristrutturazione del quartiere di San Berillo, una delle zone più degradate del centro storico; l'operazione tuttavia fu più che altro speculativa, attuando solamente i progetti risalenti al 1931, ma spezzando in due tronconi il lungo viale verso la stazione, il Corso Sicilia. Gli abitanti sfollati del quartiere furono concentrati così nelle nuove aree di edilizia popolare di Nesima, San Leone e Curìa. Venne aperta la prima parte della circonvallazione e iniziò la costruzione dell'odierno viale John Fitzgerald Kennedy, che costeggia la Plaia, ovvero l'esteso litorale a sud del centro abitato.

Dalla nascita della Repubblica, i sindaci di Catania sono stati in gran parte democristiani.

Dopo la "ricostruzione" vi fu il cosiddetto boom degli anni 1960, periodo in cui Catania venne definita nuovamente la Milano del Sud per la dinamicità nell'economia e l'incremento della popolazione[Da chi? Il termine venne usato per la Catania defeliciana. Chi lo rispolverò?].

Nel 1960, i disordini che seguirono ai fatti di Genova del 30 giugno 1960[31] si propagarono in tutta Italia. A Catania, durante uno sciopero sindacale proclamato l'8 luglio, in risposta alla strage di Reggio Emilia, le forze dell'ordine aprirono il fuoco contro i manifestanti, uccidendo Salvatore Novembre, un giovane operaio edile.[32]

Nel 1964 fu reso noto il Piano Regolatore Generale di Luigi Piccinato, che puntava alla creazione di una grande viabilità urbana e al recupero delle zone più degradate. Tuttavia, ben poco di esso fu applicato, lasciando che costruzioni semi-abusive o in deroga ne stravolgessero l'esecuzione. Nel 1970, il famoso architetto giapponese Kenzō Tange, venne incaricato della realizzazione di una città satellite ricca di servizi, che era stata progettata nel piano regolatore di Piccinato,Librino. Ne venne iniziata la costruzione ma di fatto ne venne stravolta la finalità, trasformandosi da città satellite moderna a quartiere tra i più degradati d’Italia.

Nel 1971 la popolazione toccò i 400 000 abitanti, quasi 200.000 in più rispetto a 30 anni prima. In quest'ambiente proliferava la malavita, che iniziava ad assumere le caratteristiche di una mafia vera e propria. Grandi appalti resi possibili per l'assenza di un piano regolatore approvato e complicità con gli ambienti dell'amministrazione cittadina, vennero controllati dal clan di Benedetto Santapaola, detto Nitto. La rete mafiosa strangolava le iniziative sane promuovendo quelle lucrose e deviate. Tra i tanti che denunciarono la situazione spicca Giuseppe Fava, della rivista I Siciliani, martire della lotta antimafia, ucciso nel 1984.

Gli anni 1990 vedono un'economia commerciale in espansione e una contrazione di quella industriale.

Negli anni 2000 sorgono numerosi centri commerciali sempre più grandi, saturando il territorio e nel contempo impoverendo tutta la preesistente struttura cittadina e provinciale. L'economia catanese, entrata in fase di stagnazione, fatica a trovare occasioni di crescita, in mancanza di investimenti e di innovazione, con le infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, rimaste quasi del tutto nelle condizioni precedenti.

Catania sembrò fermarsi, e nonostante un tentativo di ripartenza, la "Primavera Catanese", non fu più in grado di ricoprire un ruolo di riferimento né sul piano politico, né sul piano economico, né su quello culturale.

Dal 1993 i sindaci sono eletti direttamente dai cittadini; il primo di essi è stato Enzo Bianco, al suo secondo mandato (1993-2000), uomo politico dal passato repubblicano, che nel 1998 aderì all'associazione di sindaci di sinistra, Centocittà, e che fu anche Ministro dell'Interno dal 1999 al 2001. Egli attuò una politica con la quale si facilitò la concessione di licenze per l'apertura di ristoranti, caffè e pub, e le strade di alcune aree del centro storico si popolarono di giovani provenienti anche dai centri limitrofi.

Negli anni a venire, a Catania, sono iniziate alcune fasi, della grande ristrutturazione architettonica, promossa dal più volte sindaco Bianco[33], progetto che ha subito un interruzione a causa del dissesto delle finanze comunali durante la gestione del sindaco Umberto Scapagnini (2000-2008), di Forza Italia, avente un passato socialista. Il grave dissesto finanziario ha comportato per la città innumerevoli disservizi, con miliardi di debiti verso società bancarie e verso altri enti, tra cui l'Enel, comportando la sospensione della pubblica illuminazione[34].

Dal 2008 al 2013 è stato sindaco Raffaele Stancanelli, che da posizioni conservatrici, attraverso Il Popolo della Libertà, è confluito in Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale. Nel 2013 è stato rieletto per la terza volta Enzo Bianco, ormai confluito nel Partito Democratico, tramite La Margherita. Bianco nel 2018 si è candidato nuovamente ma è stato sconfitto da Salvo Pogliese, politico forzista a capo di una coalizione di centro-destra.

Nel 2023, a seguito dei commissari straordinari, Federico Portoghese prima e Piero Mattei dopo, viene eletto a mandato Enrico Trantino, di Fratelli d'Italia.

  1. Nicoletti 2015
  2. In greco diventa Kατάvη, sebbene secondo Gesualdo Iatrino invece l'etimologia avrebbe un'origine egizia; cfr. G. Iatrino, «Katana - ovvero dell'archeologia della cultura dei vinti» Archiviato il 5 marzo 2016 in Internet Archive., in Agorà n. 25-26, 2006, p. 43
  3. 1 2 3 4 5 6 7 Enciclopedia di Catania, p. 233.
  4. Frasca, pp. 163-178.
  5. Nicoletti, pp. 33-98.
  6. Aristotele, Politica, II 1274a.
  7. Giuseppe De Lorenzo, L'Etna, Istituto italiano d'Arti grafiche, 1907, p. 93.
  8. Claudio Franzoni, Amphìnomos e Anapìas a Catania. Per la storia di due statue ellenistiche perdute, in Kokalos: studi pubblicati dall'Istituto di Storia antica dell'Università di Palermo, 41 (XLI), Palermo, 1995, pp. 209-227.
  9. Diodoro Siculo, XI 49, 1 sgg.
  10. Diodoro, XI 76, 3; Strabone, VI 2, 3.
  11. Tucidide, VI 50, 3 sgg.; Sesto Giulio Frontino, Strateg. III 2, 6.
  12. Diodoro, XIV 15, 1 sgg.; 58, 2; 87, 1-3.
  13. Diodoro, XVI 69, 4.
  14. Plutarco, Vita di Timoleonte, 30; 31; 34.
  15. Eutropio, II 19.
  16. Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VII 214.
  17. Plutarco, Vita di Marcello, 30.
  18. Strabone, VI 2, 6
  19. Strabone, Geografia.
  20. Paolo Orosio, V 13, 3.
  21. Verrine, II 3, 10.
  22. Procopio, Bellum Gothicum, III 40.
  23. Tricora a Catania, un patrimonio bizantino dimenticato, su catania.italiani.it. URL consultato il 1º luglio 2021.
  24. Idrisi, Il libro di Ruggero: il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo, a cura di Umbero Rizzitano, Palermo, Flaccovio, 1994, ISBN 978-88-7804-101-1.
  25. Hans Niese, Il Vescovado di Catania e gli Hoenstaufen in Sicilia, ASSO XII, 1915, p. 74: “Probabilmente Federico nel 1221 oltre il dominio di Calatabiano revocò anche il terzo del dazio su Catania appartenente al vescovo e la custodia porti, fatti che si ripeterono nel 1267. Perché, lasciare la guardia del porto in mano ai feudatari, come dimostrò appunto l'esperienza, era pericoloso.”. Inoltre Kantorowicz, Federico II imperatore, Garzanti Ed., Milano 1988, p. 517 : "ancora il 10 ottobre 1239 Catania risulta tra le sedi vescovili vacanti"
  26. nell'opera citata in nota p.289
  27. Federico e la Sicilia, dalla terra alla corona, a cura di Carmela Angela Di Stefano e Antonio Cadei, II Ed. Palermo 2000, p. 465 e ss.
  28. Legata ad una presunta ribellione del 1232 ed un'altra, notissima, che racconta l'episodio in cui Federico, intenzionato a radere al suolo la città per punizione, durante una messa trova scritto sul proprio libro di preghiere la locuzione Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est. Tale ammonimento lo fece desistere da qualsiasi proposito; Carmelo Coco, Cani, elefanti, dee e santi. La storia dello stemma e del gonfalone di Catania, Giovane Holden edizioni, 2011, pp. 20-24. ISBN 978-88-6396-145-4
  29. Vedi ad esempio Vito Amico, Catania capitale - Storia della città di Catania nel Basso Medioevo traduzione dal latino, avvertenza, indicazione delle fonti ed indici, a cura di Enzo Sipione, C. Tringale Editore, Catania 1982. Come ricorda Enzo Sipione nell'avvertenza al libro, "da feudo ecclesiastico la città viene evolvendosi fino a diventare capitale, per ricadere, morti i Martini ed estintisi gli Alagona, nell'orbita di altre egemonie, dovendosi contentare del ruolo di terza sorella dietro Palermo e Messina."; cfr. Ibidem pp. 5-6.
  30. D. Ligresti, Catania dalla conquista dell'autonomia alla fine del regno di Carlo V, in Scalisi, pp. 133-186
  31. I morti di Reggio Emilia - I morti del luglio 1960, su Reti-invisibili. URL consultato il 21 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre 2013).
  32. Si spara ancora su Salvatore Novembre, su Insorgenze d'alta quota. URL consultato il 23 settembre 2020.
  33. "Storia di Catania - Progetto culturale per Catania - Oggi" dal sito del comune, su comune.catania.it. URL consultato il 30 marzo 2011 (archiviato dall'url originale il 1º maggio 2010).
  34. Il 15 marzo 2009 il programma Report di Rai 3 trasmette un servizio in cui vengono denunciate le condizioni in cui versa Catania a causa della pessima amministrazione sotto l'ex sindaco Scapagnini

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