Polo petrolchimico di Gela

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Complesso petrolchimico ENI di Gela

Il polo petrolchimico di Gela, avviato nel 1963 su iniziativa di Enrico Mattei e realizzato dall'Anic, era un complesso industriale destinato alla raffinazione e trasformazione in prodotti finiti del petrolio. Gli ultimi impianti produttivi sono stati definitivamente dismessi nel 2014. Eni ha annunciato un progetto di riconversione dell'ormai ex raffineria petrolifera in bioraffineria.

La storia e l'impianto[modifica | modifica wikitesto]

L'ingegnere Enrico Mattei progettava di creare un grande polo industriale a Gela allo scopo di sfruttare il petrolio greggio scoperto nell'area gelese, nel vicino ragusano, quello proveniente da altri siti dell'area del Mediterraneo nonché le riserve di gas naturale scoperte nel territorio di Gagliano Castelferrato (Enna). Convinti di poter contribuire alla ripresa economica e sociale di una zona fortemente depressa come quella gelese, nel 1960 venne posta la prima pietra nelle vaste distese dunali lungo la costa ad est della cittadina.

I primi impianti entrarono in funzione nel 1963 e negli anni successivi ne furono avviati molti altri. In quegli anni fu promossa la costruzione di numerose ed importanti infrastrutture a servizio dell'area industriale tra le quali uno scalo portuale, una strada di collegamento rapido con Catania e il completamento della ferrovia per Caltagirone.

Tra le produzioni del sito si ricordano: fertilizzanti, materie plastiche. benzine, gasoli, oli lubrificanti, carbone, soda caustica, acido cloridrico, acido solforico e molti altri prodotti chimici. All'interno del sito hanno operato anche un grande centro di imbottigliamento e distribuzione di gas, una centrale termoelettrica e grandi impianti per la dissalazione e la depurazione delle acque. Il Petrolchimico era un enorme complesso diviso in isole di forma rettangolare, collegate da strade, sviluppate parallelamente alla linea di costa. Oltre a quest'ultima i confini della zona sono segnati dalla strada statale 115, dalla sponda orientale del fiume Gela e da terreni agricoli verso est. Ad ovest degli impianti si sviluppano il centro formazione del personale, una grande mensa, una palazzina per uffici detta "palazzo di vetro", la sala controllo, la sede sindacale nonché un grande parcheggio con area verde. L'area è raggiunta dalla linea ferrata che svolgeva sia servizio merci che passeggeri per i dipendenti. Considerato al momento della costruzione uno degli impianti più grandi d'Europa, costituiva un complesso produttivo integrato con un elevatissimo indice di conversione. La capacità di raffinazione del greggio era inizialmente di 3 milioni di tonnellate annue. Con la successiva implementazione degli impianti questa venne portata a 5 milioni di tonnellate.

Dopo la morte di Mattei i progetti per l'area gelese furono notevolmente ridimensionati e rivisti dai suoi successori.

II momenti di maggiore fervore produttivo e occupazionale furono quelli della costruzione e quello tra la fine degli anni sessanta e la prima metà del decennio successivo. Durante le manutenzioni ordinarie tra personale del diretto, dell'indotto e lavoratori assunti a tempo determinato si raggiungevano diverse migliaia di unità. A partire dalla metà degli anni settanta, periodo in cui il settore petrolifero subì una grave crisi a livello mondiale, il numero di addetti inizió a subire un progressivo decremento registrandosi, nel contempo, la dismissione di numerosi settori ed impianti. All'atto della fermata definitiva degli impianti (2014) i dipendenti del diretto erano circa 700. La raffineria di Gela si è sempre contraddistinta per l'elevatissimo numero di addetti rispetto alla capacità produttiva dell'impianto.

Nel 2002 il sito industriale rimase chiuso per qualche tempo a causa di un provvedimento di sequestro emanato dalla locale Procura a causa dell'accertamento di sversamenti di sostanze idrocarburiche nel sottosuolo, con conseguente inquinamento della falda, e dell'utilizzo per l'alimentazione della centrale termoelettrica di un combustibile consistente, sino ad allora, in un rifiuto altamente pericoloso: il petcoke. La questione fu risolta dal Governo tramite l'approvazione di un decreto legge che autorizzava l'utilizzo del combustibile in questione nel sito gelese e la sua commercializzazione.

Dopo aver marciato a regime ridotto (ossia producendo per non oltre il 60-70 % della propria capacità) per circa un decennio, tra 2012 e 2013 l'azienda ha disposto la fermata di due delle tre linee produttive della raffineria. Raffineria che, dopo la definitiva dismissione di tutti gli impianti di tipo chimico completatasi nel 2009, costituiva l'ultima sezione rimasta attiva nel sito industriale. Dopo una breve e limitata ripresa delle attività nella seconda metà del 2013, nell'aprile 2014 è stata decisa una nuova fermata del ciclo produttivo in seguito, fra l'altro, ad un grave incendio. La motivazione è da ricondurre alla crisi che ha colpito la produzione petrolifera in tutto l'Occidente e le copiose perdite finanziarie accusate dal sito gelese nell'ultimo triennio. Da allora gli impianti della raffineria gelese, ad esclusione di una caldaia della centrale termoelettrica utilizzata per la fornitura di energia elettrica del sito industriale, non sono mai più tornati in marcia.

Nel 2014 Eni ha comunicato l'avvio di un progetto di riconversione alla produzione di biocarburanti sul modello di quello portato avanti presso la propria raffineria di Venezia Porto Marghera. Il progetto si lega ad un accordo sottoscritto con la Regione Siciliana che prevede lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e gassosi presenti nel canale di Sicilia e, in parte, nel sottosuolo dell'isola. Ad oltre un anno dalla definitiva fermata degli impianti pare che per un ritardo negli iter autorizzativi giacenti presso la Regione e i competenti Ministeri non si sia potuto dare inizio ai lavori di conversione degli impianti. Nel frattempo sono stati avviati dei lavori di smantellamento, bonifica e messa in sicurezza di alcuni impianti ed attrezzature.

Centrale termoelettrica

Impatto locale[modifica | modifica wikitesto]

La realizzazione di questo enorme impianto industriale, grande più della stessa cittadina gelese al momento della costruzione, ha rappresentato un grandissimo stravolgimento e impatto di tipo ambientale, paesaggistico, economico e socio-culturale per la realtà locale. Sino ai primi anni sessanta Gela era una realtà prettamente agricola e, parzialmente, dedita alle attività pastorizie e pescherecce. Quasi impercettibile era l'impatto economico del turismo sulla realtà locale.

Per realizzare gli impianti vennero rasi al suolo la distesa di dune sabbiose ricoperte di macchia mediterranea stratificatesi nei secoli nonché l'area boschiva presente lungo il litorale ad est della foce del fiume Gela. Una zona di importanza archeologica oltre che ambientale. Dal punto di vista urbanistico la città soffriva in maniera cronica di un elevatissimo tasso di affollamento dovuto alla grave insufficienza di civili abitazioni. In pratica la città pur registrando una popolazione di circa cinquantamila anime evidenziava un numero di locali che, secondo i canoni legislativi in vigore, potevano degnamente ospitare poco più di metà della popolazione. Molte case non erano nemmeno provviste di finestre, servizi igienici ed energia elettrica. In vista dell'attivazione della grande area industriale si produsse una fortissima domanda di nuove abitazioni di fronte alla quale non vi fu un'adeguata risposta da parte delle amministrazioni pubbliche. L'unico, totalmente insufficiente, progetto portato avanti da un privato fu la realizzazione di una nuova zona residenziale per i dipendenti dell'azienda ad ovest della collina. Ma tale intervento soddisfaceva solo un decimo della domanda di locali presente in città. In breve cominció una febbrile corsa all'edificazione selvaggia e abusiva, alla speculazione edilizia incurante di leggi e stratificazioni storiche, di bellezza paesaggistica e di norme di sicurezza, dell'igiene oltre che del decoro. La città in circa quindici anni vide quintuplicare l'estensione della propria area urbana in maniera assolutamente disordinata.

Gli impianti visti da nord-est

Dal punto di vista ambientale molteplici sono state le conseguenze dell'esistenza di impianti del genere sul territorio. L'impatto su sottosuolo, atmosfera e ambiente marino è stato significativo. A partire soprattutto dalla prima metà degli anni novanta si è registrata una sempre maggiore attenzione nei confronti della limitazione dell'impatto ambientale. Già nel decennio precedente fu promossa la costruzione di un grande impianto di depurazione dei reflui industriali e civili in grado di abbattere il gravissimo inquinamento che sino ad allora caratterizzava il litorale. Fu, inoltre, costruita una grande ciminiera di 140 metri d'altezza in grado di disperdere i fumi della centrale su un'area più vasta e non direttamente sull'area circostante la fabbrica. Nel decennio successivo è stato costruito un impianto in grado di limitare la pericolosità dei fumi emessi dalla stessa centrale.e predisposte le attrezzature per evitare che le navi cisterna spurgassero i propri serbatoi scaricando le sostanze di rifiuto oleose in mare. In seguito al sequestro del 2002 è stato promosso il rifacimento dei fondi dei serbatoi, la costruzione di una barriera artificiale nella falda in corrispondenza del litorale, un impianto di depurazione delle acque di falda nonché la messa in sicurezza della discarica di fosfogessi ubicata a nord-est degli impianti.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

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