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Cheope

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Cheope
Khufu CEM.jpg
Statuetta di Cheope. Museo Egizio del Cairo
Re dell'Alto e Basso Egitto
Stemma
In carica 2589 a.C. –
2566 a.C.[1][2]
Predecessore Snefru
Successore Kheper
Morte 2566 a.C.[1][2]
Sepoltura Piramide di Cheope
Luogo di sepoltura Necropoli di Giza
Dinastia IV dinastia
Padre Snefru
Madre Hetepheres I
Coniugi Meritites I
Henutsen
Figli Dedefra, Chefren, Nefertiabet, Djedefhor, Meritites II, Kauab, Hetepheres II, Meresankh II, Baefra, Minkhaf I, Khufukhaf I, Babaef I, Horbaef, Nefermaat II?, Khamerernebti I?

Cheope, ellenizzazione (Χέοψ, Cheops) dell'originale Khufu; per intero: Khnum-Khufu (... – 2566 a.C.[1][2]), è stato un sovrano egizio della IV dinastia.

Regnò nella prima metà dell'Antico Regno (XXVI secolo a.C.), succedendo sul trono al possibile padre, re Snefru. È comunemente ritenuto il committente della Grande Piramide di Giza, una delle Sette meraviglie del mondo, ma molti altri aspetti del suo regno sono scarsamente documentati[3][4].

Unico ritratto certo di Cheope è una sua statuetta in avorio alta soltanto 7,5 centimetri, scoperta fra le rovine di un tempio molto più tardo, ad Abido, nel 1903. Ogni altro rilievo o statua di Cheope è stato rinvenuto in condizioni frammentarie, mentre gli altri edifici da lui commissionati durante il suo regno, eccetto la Grande Piramide, sono perduti. Tutte le notizie su di lui provengono da iscrizioni della Necropoli di Giza e da fonti successive anche molto fantasiose: per esempio, Cheope è il protagonista del Papiro Westcar, risalente alla XIII dinastia egizia[3][4]. La maggior parte dei documenti che menzionano re Cheope furono redatti da storici egizi e greci intorno al 300 a.C. La memoria storica ha caratterizzato il faraone in modi contrastanti: mentre le sue opere furono oggetto di cure e attenzioni durante l'Antico e il Nuovo Regno, gli antichi storiografi Manetone, Diodoro Siculo ed Erodoto tramandarono un'immagine completamente negativa di Cheope. A causa di queste antiche fonti, una caratterizzazione critica e oscura del personaggio di Cheope, seppure meno accentuata, persiste tuttora[3][4].

Nome[modifica | modifica wikitesto]

Il nomen completo di Cheope, Khnum-Khufu (che significa "Khnum Mi Protegge"), comprendeva quello del dio ctonio e creatore Khnum, il che potrebbe aver mirato a diffondere la popolarità e l'importanza religiosa di tale dio. Di fatto, numerosi titoli regali e religiosi furono introdotti al tempo di Cheope per accentuare la natura divina dei faraoni mediante cartigli "teofori", comprendenti cioè i nomi di determinate divinità.

I nomi e la titolatura reale di Cheope in un petroglifo allo Uadi Maghara. Copia di Karl Richard Lepsius.

Cheope potrebbe aver inteso sé stesso come un divino creatore - il ruolo teologico di Khnum, dio della terra, della creazione e della crescita: Cheope avrebbe stabilito il proprio nome in conseguenza a questa assimilazione[5]. Curiosamente, il faraone si servì di due differenti versioni del proprio nomen: Khnum-Khufu e Khufu. La prima versione, quella completa, mostra esplicitamente l'attaccamento di Cheope a Khnum; la seconda, abbreviata, no. Non si conoscono le ragioni dell'uso di quest'ultima versione abbreviata che tralascia il nome della divinità e la connessione di quest'ultima con il re. È possibile che il solo nome Khufu ("Mi Protegge") non si riferisse ad alcun dio in particolare[3][4]. Cheope è molto noto mediante la versione ellenizzata del suo nome: appunto Cheope, in greco Χέοψ (da Erodoto e Diodoro Siculo) e, in misura minore, come Suphis (Σοῦφις, da Manetone)[3][4]. Una rara versione del nome di Cheope, usata da Flavio Giuseppe, è Sofe (Σόφε)[6]. Gli storici arabi che redassero leggende mistiche su Cheope e sulle piramidi di Giza lo chiamarono Saurid oppure Salhuk[7].

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Origini di Cheope e dibattito sulla paternità[modifica | modifica wikitesto]

La famiglia reale di Cheope era assai estesa. Non vi è certezza che Cheope fosse figlio del faraone Snefru. Un'opionione molto diffusa vuole che Snefru fosse padre biologico di Cheope, ma solo a partire dalla evidenza che quest'ultimo gli successe sul trono e non per la presenza di prove sostanziali[8]. Nel 1925 fu scoperta la tomba della regina Hetepheres I, la G 7000x, a est della Piramide di Cheope[9]: il pozzo sepolcrale conteneva un prezioso corredo funerario, mentre varie iscrizioni le attribuivano il titolo di Mut-Nesut, che significa "Madre del re", accanto ad attestazioni del nome del faraone Snefru. Di conseguenza, parve subito evidente che Hetepheres I fosse stata consorte di Snefru e che i due fosseri genitori di Cheope. Più recentemente sono stati sollevati dubbi su tale teoria, dal momento che non si conoscono attestazioni del titolo di Hemet-Nesut ("Sposa del re") per Hetepheres I, indispensabile per determinare lo status regale di una possibile regina[8][10]. Al posto del titolo matrimoniale, sembra che Hetepheres I abbia portato esclusivamente quello filiale di Sat-Netjer-Khetef (letteralmente: "Figlia del corpo del re", cioè "Figlia carnale del re"): tale titolo era destinato a grande diffusione nella storia del cerimoniale di corte egizio[11], e che qui compare per la prima volta[10]. Alcuni studiosi hanno concluso, di conseguenza, che Cheope non fosse figlio biologico di Snefru, ma che piuttosto Snefru avrebbe legittimato mediante un matrimonio il rango di Cheope e la sua posizione nella famiglia reale: Cheope avrebbe rinsaldato il proprio prestigio divinizzando la propria madre come figlia di un dio vivente. Tale teoria potrebbe essere supportata evidenziando la sepoltura di Hetepheres I accanto a quella di Cheope e non nella necropoli del marito, come sarebbe stato invece normale[8][10][12].

Famigliari[modifica | modifica wikitesto]

Genitori[8][10][12]:

Statua doppia del principe Rahotep e della principessa Nofret. Museo egizio del Cairo.

Fratelli e sorella[8][10][12]:

Spose[8][10][12]:

La Statua di Chefren in trono in una fotografia d'epoca, di Ludwig Borchardt (1911).

Figli[8][10][12]:

  • Kauab: probabile primogenito e principe ereditario, premorì al padre senza divenire faraone.
  • Dedefra: noto anche come Radjedef e Ratoises, divenne il primo successore di Cheope.
  • Chefren: probabile secondo successore di Cheope.
  • Djedefhor: noto anche come Hordjedef; menzionato nel Papiro Westcar.
  • Baefra: possibile figlio di Cheope, benché assente dalle fonti contemporanee; noto soltanto grazie a due documenti assai più tardi.
  • Babaef I: noto anche come Khnum-Baef I.
  • Khufukhaf I: noto anche come Khaefkufu I.
  • Minkhaf I.
  • Horbaef.
Statua di Hemiunu, architetto della Grande Piramide e nipote di Cheope. Roemer-und Pelizaeus-Museum, Hildesheim.

Figlie[8][10][12][13]:

Nipoti abiatici[8][10][12]:

Altri[8][10][12]:

Regno[modifica | modifica wikitesto]

Lunghezza del regno[modifica | modifica wikitesto]

Non è chiaro quanto a lungo Cheope abbia regnato sull'Egitto, dal momento che le fonti tarde forniscono dati contraddittori e quelle contemporanee sono esigue e lacunose. Il Canone Reale di Torino, risalente alla XIX dinastia, successivo a Cheope di 1300 anni[15], gli attribuisce 23 anni di regno. L'antico storico greco Erodoto gli attribuisce 50 anni di regno, mentre il sacerdote egizio d'epoca ellenistica Manetone gliene attribuisce 63[3][16]. Queste ultime due cifre sono considerate esagerazioni o fraintendimenti di fonti più antiche[3].

Stele in granito recante il serekht con il "nome d'Horus" di Cheope: Mejedu. Scoperta a Bubasti, potrebbe essere stata originariamente collocata nel Tempio funerario del faraone adiacente la Grande Piramide.

Fonti contemporanee a Cheope forniscono tre informazioni di base: una è stata rinvenuta nell'oasi di Dakhla, nel deserto libico. Il "serekht" con il nome di Cheope compare inciso all'interno di un petroglifo con il resoconto del

« Viaggio mefat nell'anno dopo il 13° censimento del bestiame, sotto Hor-Mejedu [Cheope][17][18]. »

La seconda fonte è stata individuata nell'intercapedine che si trova sopra al soffitto della camera sepolcrale di Cheope all'interno della Grande Piramide: una delle iscrizioni all'interno di questo ambiente menziona una squadra di lavoratori chiamata "Amici di Khufu" e accanto vi è un riferimento all'anno del 17° censimento del bestiame - ma è dibattuto se tale cifra si riferisca al censimento biennale del bestiame o se sia da interpretare letteralmente[3][16]. Un ultimo indizio scoperto recentemente nello Uadi el-Jarf fornisce un terzo dato sulla esatta durata del regno di Cheope: vari frammenti di papiro riportano informazioni circa un porto regale nell'attuale Uadi el-Jarf. L'iscrizione descrive l'attracco di una flotta regale carica di minerali preziosi e di turchese

« [Nell'] anno dopo il 13° censimento del bestiame sotto Hor-Mejedu[19][20]. »
Stele funeraria della principessa Nefertiabet, figlia di Cheope[14]. Museo del Louvre, Parigi.

Di conseguenza, la data più alta e sicura del regno di Cheope è l'anno dopo il 13° censimento del bestiame[3][16]. Nel tentativo di fare chiarezza sulla questione, alcuni egittologi si sono concentrati sulla durata del regno del predecessore Snefru e sui censimenti del bestiame che avvenivano ogn due anni durante il regno di un faraone. Il censimento del bestiame era una procedura economica necessaria a fini fiscali nell'intero territorio egizio. Nuove valutazioni di documenti contemporanei e della Pietra di Palermo rafforzano la teoria che il censimento del bestiame avvenisse biennalmente, come in precedenza, e non annualmente, anche durante il regno di Cheope[3][16].

Egittologi come Thomas Schneider, Michael Haase e Rainer Stadelmann si sono chiesti se il compilatore del papiro del Canone Reale di Torino abbia tenuto conto del fatto che il censimento del bestiame avvenisse normalmente ogni due anni nel corso della prima metà dell'Antico Regno, mentre la tassazione era annuale durante il Nuovo Regno. Si evince da tali indizi che Cheope avrebbe regnato 26 o 27 anni, forse per oltre 34 anni (qualora l'iscrizione nell'intercapedine nella Grande Piramide si riferisse al censimento biennale). Ovviamente, qualora il compilatore del Canone Reale di Torino, che attribuisce a Cheope 23 anni di regno, abbia tenuto conto dell'occorrenza biennale del censimento, allora il faraone potrebbe aver regnato per 46 anni[3][19].

Politica[modifica | modifica wikitesto]

Si sono conservati pochi riferimenti all'attività politica di Cheope in Egitto e al di fuori dei suoi confini. Cheope è documentato, sul territorio, da alcune iscrizioni di edifici e statue; il suo nome compare in iscrizioni a Nekheb, sull'isola Elefantina e nelle cave di Hetnub[21] e dello Uadi Hammamat. A Saqqara sono state rinvenute due statuette della dea Bastet in terracotta con, alla base, l'incisione del "nome d'Horus" di re Cheope: sarebbero state recate a Saqqara durante il Medio Regno, ma la loro creazione potrebbe risalire all'epoca del sovrano stesso[22].

Uadi Maghara[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Uadi Maghara.
Rilievo raffigurante Cheope che abbatte un nemico al cospetto del dio Thot, allo Uadi Maghara. Copia di Karl Richard Lepsius[23].

Presso lo Uadi Maghara, nel Sinai, un petroglifo raffigura Cheope con la Doppia Corona dell'Alto e Basso Egitto[23]. Cheope vi inviò varie spedizioni minerarie alla ricerca di turchese e di miniere di rame. Faraoni anteriori e posteri come Sekhemkhet, Snefru e Sahura mandarono simili spedizioni, venendo ivi immortalati, come Cheope, in vivide incisioni su roccia[24]. Cheope intrattenne inoltre relazioni con Biblo, verso la quale organizzò altre spedizioni con l'intento di barattare utensili e armi in rame in cambio di prezioso legname in cedro del Libano. Questo tipo di legno era essenziale per la costruzione di grandi e stabili barche funerarie, come la Barca solare di Cheope scoperta accanto alla sua piramide[25].

Uadi el-Jarf[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Uadi el-Jarf.

Nuove testimonianze dell'attività politica del regno di Cheope sono state recentemente scoperte nel sito dell'antico porto di Uadi el-Jarf, sulla costa del Mar Rosso. Le prime tracce di un porto furono individuate già nel 1823 da John Gardner Wilkinson e James Burton; il sito fu però presto abbandonato e dimenticato. Nel 1954, gli studiosi francesi François Bissey e René Chabot-Morisseau ri-scavarono l'antico porto, ma il loro lavoro fu presto interrotto dalla Crisi di Suez. Nel giugno del 2011, un team di archeologi guidato dai francesi Pierre Tallet e Gregory Marouard e organizzato dall'Institut Français d'Archéologie Orientale (IFAO) ripresero gli scavi. Fra altri reperti fu trovata una collezione di centinaia di frammenti di papiri[19][26]. Dieci di questi papiri sono molto ben conservati. La maggioranza di tali documenti reca la data del 27° anno di regno di Cheope e descrive come l'amministrazione centrale avrebbe mandato cibo e beni ai marinai e ai lavoratori del molo. La datazione di tale documenti è resa certa da formulazioni tipiche dell'Antico Regno e dal fatto che il destinatario di parecchie lettere sia lo stesso re Cheope, chiamato con il suo "nome d'Horus" Mejedu: ciò era la norma quando il sovrano destinatario era vivente (se morto, il re era appellato mediante il cartiglio con il nomen). Documento di particolare interesse è il diario di un certo Mererer, un funzionario coinvolto nella costruzione della Grande Piramide. Servendosi di questo diario, i ricercatori sono stati in grado di ricostruire tre mesi della vita di Mererer, con nuove suggestioni sulla vita quotidiana durante la IV dinastia. Un'altra iscrizione, individuata sulle pareti calcaree dell'attracco, menziona il capo degli scribi, preposto al controllo degli scambi: Idu[19][26].

Il nome di Cheope compare inoltre su alcuni pesanti blocchi di calcare nel sito dello Uadi el-Jarf. Il porto aveva un'importanza strategica ed economica per l'Egitto di Cheope, dal momento che le imbarcazioni importavano materiali pregiati come il turchese, il rame e minerali dalla parte meridionale della penisola del Sinai. Si sono conservati vari elenchi di beni approdati allo Uadi el-Jarf, e si è conservato anche il nome di un porto opposto allo Uadi el-Jarf, sulla costa del Sinai, dove l'antica fortezza di Tell Ras Budran fu scavata ed esaminata nel 1960 da Gregory Mumford: si tratterebbe, implicitamente, della prima rotta della storia attraverso il Mar Rosso.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Una delle barche solari ritrovate a fianco della piramide di Cheope

Figlio di Snefru e della regina Hetepheres I, il suo nome è legato al più famoso dei monumenti rimastici dell'Antico Egitto: la Grande Piramide o Piramide di Cheope che si trova nella vasta necropoli di Giza.

Curiosamente, di questo sovrano non sappiamo quasi nulla e di lui, a parte il suo monumento funebre (nel quale non è comunque mai stato trovato alcun cartiglio con il suo nome), possediamo solo una piccola statua in avorio (alta circa 7,5 cm) attribuibile con sicurezza, che si trova al museo de Il Cairo.
La Pietra di Palermo riporta che durante il suo regno venne eretta una statua alta sette metri e venne realizzata un'altra statua interamente in oro.

Nel Papiro Westcar Cheope è descritto come un sovrano benevolo a differenza di quanto riporta lo storico greco Erodoto, che - scrivendo più di duemila anni dopo rispetto ai fatti storici narrati - lo descrive come un tiranno che avrebbe schiavizzato il popolo allo scopo di erigere il proprio monumento funebre (la piramide). Un'incisione con il suo nome si trova presso lo Uadi Maghara nella penisola del Sinai e una stele in una cava della Nubia ne attesta l'operato.[27]

Il suo culto è attestato a Menfi ancora durante la XVI dinastia.

Manetone gli attribuisce un regno di 66 anni, mentre il Canone Reale ne riporta solamente 23. Attualmente gli studiosi propendono per ritenere veritiera la cifra del Canone Reale. Allo stato attuale (anno 2008) si conoscono solamente due date riferite al regno di questo sovrano: una, citata già da Flinders Petrie, posta nella piramide di Giza, che riporta anno del 17-esimo conteggio di Medjedu; e un'altra rinvenuta nel 2003 presso l'oasi di Dakhla, nel deserto del Sahara, che riporta anno dopo il 13-esimo conteggio del bestiame[28]

Da ricordare il rinvenimento, a fianco della piramide stessa, di fosse contenenti le barche solari del sovrano.

Secondo recenti studi la Sfinge di Giza rappresenterebbe non Userib ma Medjedu stesso.
Alla morte di Cheope è possibile che vi siano stati problemi di successione essendo scomparso prematuramente Kauf, erede designato.

Oltre a Kheper ed Userib, figli del sovrano scomparso, e giunti al trono uno dopo l'altro, vi sono anche tracce del possibile regno di un altro figlio: Djedefhor.

Liste Reali[modifica | modifica wikitesto]

Lista di Abydos Lista di Saqqara Canone Reale Anni di regno
(Canone reale)
Sesto Africano Anni di regno
(Sesto Africano)
Eusebio di Cesarea Anni di regno
(Eusebio di Cesarea)
Altre fonti:
Erodoto
21
Hiero Ca1.png
Aa1
f
w
Hiero Ca2.svg

h f w - Khfu

17
Hiero Ca1.png
Aa1 f
w
f
Hiero Ca2.svg

h f w - Khfu

3.10
Hiero Ca1.png
HASH
Hiero Ca2.svg
23 Suphis 66 Suphis 66 Kheops

Titolatura[modifica | modifica wikitesto]

Titolo Traslitterazione Significato Nome Traslitterazione Lettura (italiano) Significato
G5
ḥr Horo
Aa24 w
Srxtail.jpg
mḏd w Medjedu Colui Che Colpisce
G16
nbty (nebti) Le due Signore
Aa24 r
mdd r Nebty-r-medjed Colui Che Colpisce in Nome delle Due Signore
G8
ḥr nbw Horo d'oro
G5 G5
S12
nbw (wj) Bikui-Nub I Due Falchi d'Oro
M23
X1
L2
X1
nsw bjty Colui che regna
sul giunco
e sull'ape
Hiero Ca1.svg
W23 E10 Aa1
f
w
Hiero Ca2.svg
ḫnmw ḫ f w Khnum-Khufu[29] Khnum Mi Protegge[30]
G39 N5
s3 Rˁ Figlio di Ra
Hiero Ca1.svg
inesistente
Hiero Ca2.svg

Datazioni alternative[modifica | modifica wikitesto]

Autore Anni di regno
von Beckerath 2579 a.C. - 2556 a.C.[31]
Malek 2549 a.C.- 2526 a.C.[32]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Peter A. Clayton, Chronicle of the Pharaohs, Londra, Thames and Hudson, 2006, p. 42, ISBN 978-0-500-28628-9.
  2. ^ a b c Jaromir Malek, The Old Kingdom, in Ian Shaw, The Oxford History of Ancient Egypt., Oxford University Press, 2000, p. 88, ISBN 978-0-19-280458-7.
  3. ^ a b c d e f g h i j k Thomas Schneider: Lexikon der Pharaonen. Albatros, Düsseldorf 2002, ISBN 3-491-96053-3, pp. 100-4.
  4. ^ a b c d e Aidan Dodson, Monarchs of the Nile. American Univ. in Cairo Press, 2000, ISBN 977-424-600-4, pp. 29-34.
  5. ^ Rosalie F. Baker, Charles F. Baker: Ancient Egyptians: People of the Pyramids (= Oxford Profiles Series). Oxford University Press, 2001, ISBN 0195122216, p. 33.
  6. ^ Flavius Josephus, Folker Siegert: Über Die Ursprünglichkeit des Judentums (Contra Apionem) (=Über die Ursprünglichkeit des Judentums, Volume 1, Flavius Josephus. From: Schriften Des Institutum Judaicum Delitzschianum, Westfalen Institutum Iudaicum Delitzschianum Münster). Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2008, ISBN 3-525-54206-2, p. 85.
  7. ^ Gerald Massey: The natural genesis, or, second part of A book of the beginnings: containing an attempt to recover and reconstitute the lost origins of the myths and mysteries, types and symbols, religion and language, with Egypt for the mouthpiece and Africa as the birthplace, vol. 1. Black Classic Press, 1998, ISBN 1574780107, pp. 224-8.
  8. ^ a b c d e f g h i j Aidan Dodson & Dyan Hilton: The Complete Royal Families of Ancient Egypt. Thames & Hudson, 2004, ISBN 0-500-05128-3 pp. 52-3.
  9. ^ Bollettino del Museum of Fine Arts. Numero speciale, supplemento al Volume XXV: The Tomb of Queen Hetep-heres, Boston, maggio 1927.
  10. ^ a b c d e f g h i j Silke Roth, Die Königsmütter des Alten Ägypten von der Frühzeit bis zum Ende der 12. Dynastie (= Ägypten und Altes Testament 46). Harrassowitz, Wiesbaden 2001, ISBN 3-447-04368-7, pp. 354-8, 388.
  11. ^ Dodson & Hilton (2004), p. 41.
  12. ^ a b c d e f g h Porter, Bertha & Moss, Rosalind: Topographical Bibliography of Ancient Egyptian Hieroglyphic Texts, Statues, Reliefs and Paintings, Volume III: Memphis, parte I: Abu Rawash to Abusir. II ed.
  13. ^ Wolfram Grajetzki: Ancient Egyptian Queens: A Hieroglyphic Dictionary. Golden House Publications, London, 2005, ISBN 978-0-9547218-9-3.
  14. ^ a b Regine Schulz e Matthias Seidel, Egitto: la terra dei faraoni, Gribaudo/Könemann, 2004, p. 419.
  15. ^ Alan Gardiner (a cura di), Royal Canon of Turin, Griffith Institute, 1959 (ristampa 1988), ISBN 0-900416-48-3.
  16. ^ a b c d Michael Haase: Eine Stätte für die Ewigkeit: der Pyramidenkomplex des Cheops aus baulicher, architektonischer und kulturgeschichtlicher Sicht. von Zabern, Mainz 2004, ISBN 3805331053, pp. 12-3.
  17. ^ R. Kuper and F. Forster: Khufu's 'mefat' expeditions into the Libyan Desert. In: Egyptian Archaeology, vol. 23, autunno 2003, pp. 25-8.
  18. ^ Fotografia dell'incisione (JPG), fjexpeditions.com.
  19. ^ a b c d Pierre Tallet, Gregory Marouard: Wadi al-Jarf - An early pharaonic harbour on the Red Sea coast. In: Egyptian Archaeology, vol. 40, Cairo 2012, p. 40-3.
  20. ^ Most Ancient Port, Hieroglyphic Papyri Found, seeker.com.
  21. ^ T.G.H. James, (1991), 'The discovery and identification of the Alabaster Quarries of Hatnub' in Melanges Jacques Jean Clere CRIPEL 13.
  22. ^ Sakuji Yoshimura: Sakuji Yoshimura's Excavating in Egypt for 40 Years: Waseda University Expedition 1966–2006 – Project in celebration of the 125th Anniversary of Waseda University. Waseda University, Tokyo 2006, pp. 134-7, 223.
  23. ^ a b ULB Halle: Lepsius - Tafelwerke, su edoc3.bibliothek.uni-halle.de. URL consultato il 28 aprile 2017.
  24. ^ James Henry Breasted: Ancient Records of Egypt: The first through the seventeenth dynasties. University of Illinois Press, New York 2001, ISBN 0-252-06990-0, pp. 83-4.
  25. ^ Toby A. H. Wilkinson: Early Dynastic Egypt: Strategies, Society and Security. Routledge, London 2001, ISBN 0-415-26011-6, pp. 160-1.
  26. ^ a b Rossella Lorenzi, Most Ancient Port, Hieroglyphic Papyri Found, in seeker, 12 aprile 2013. URL consultato il 28 aprile 2017.
  27. ^ Nicholas Grimal, Storia dell'antico Egitto, pag.90
  28. ^ R. Kuper and F. Forster, "Khufu's 'mefat' expeditions into the Libyan Desert", Egyptian Archaeology 23, Autumn 2003, pp 25-28
  29. ^ Iscrizioni della piramide di Giza
  30. ^ Rainer Hannig, Die Sprache der Pharaonen. Großes Handwörterbuch Ägyptisch-Deutsch. (= Kulturgeschichte der antiken Welt. Vol. 64), IV ed., von Zabern, Mainz 2006, ISBN 3-8053-1771-9, p. 113.
  31. ^ Chronologie des Pharaonischen Ägypten (Chronology of the Egyptian Pharaohs), Mainz am Rhein: Verlag Philipp von Zabern. (1997)
  32. ^ (con John Baines), Atlante dell'antico Egitto, ed. italiana a cura di Alessandro Roccati, Istituto geografico De Agostini, 1980 (ed. orig.: Atlas of Ancient Egypt, Facts on File, 1980)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cimmino, Franco - Dizionario delle dinastie faraoniche - Bompiani, Milano 2003 - ISBN 88-452-5531-X
  • Gardiner, Alan - La civiltà egizia - Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997) - ISBN 88-06-13913-4
  • Smith, W.S. - Il Regno Antico in Egitto e l'inizio del Primo Periodo Intermedio - Storia antica del Medio Oriente 1,3 parte seconda - Cambridge University 1971 (Il Saggiatore, Milano 1972)
  • Wilson, John A. - Egitto - I Propilei volume I -Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Grimal, Nicolas - Storia dell'antico Egitto - Editori Laterza, Bari 2008 - ISBN 978-88-420-5651-5

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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