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Anna Stepanovna Politkovskaja

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«L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.»
Anna Stepanovna Politkovskaja nel 2005

Anna Stepanovna Politkovskaja, nata Anna Mazepa (in russo А́нна Степа́новна Политко́вская?; New York, 30 agosto 1958Mosca, 7 ottobre 2006), è stata una giornalista russa con cittadinanza statunitense[2]. Particolarmente attiva nel campo dei diritti umani, Anna Politkovskaja è nota principalmente per i suoi reportage sulla seconda guerra cecena e per le sue critiche nei confronti delle forze armate e dei governi russi durante la presidenza di Vladimir Putin, accusati di violazioni dei diritti civili e dello stato di diritto. Il 7 ottobre 2006 è stata assassinata a Mosca mentre rientrava nella propria abitazione. Il suo omicidio suscitò una vasta mobilitazione internazionale volta a chiarire le circostanze della vicenda.[3][4][5] Nel giugno 2014 cinque uomini di etnia cecena sono stati condannati per l'omicidio, sebbene non siano mai stati individuati i mandanti.[6]

«Sensibile al dolore delle persone oppresse, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile.»

Anna Politkovskaja nacque da due diplomatici sovietici di origine ucraina, allora in servizio presso l’ONU. Il padre, Stepan Fëdorovič Mazepa (1927–2006), fu membro fondatore del Comitato speciale contro l’apartheid dell’ONU; sua madre, Raisa Aleksandrovna (nata Novikova; 1929–2021), era originaria della Crimea. Dal 1962 la famiglia si stabilì a Mosca, dove Politkovskaja trascorse la maggior parte della sua infanzia e giovinezza.[8]

In gioventù frequentò una scuola di musica e praticò pattinaggio artistico. Nel 1980 si laureò in giornalismo all’Università statale di Mosca con una tesi dedicata alla poetessa russa Marina Cvetaeva.[9] Pur possedendo la cittadinanza statunitense, Politkovskaja non rinunciò mai a quella russa e visse quasi esclusivamente in Russia per tutta la sua vita.

Anna Politkovskaja sposò con il giornalista televisivo Aleksandr Politkovskij nel 1978. La coppia ha avuto due figli: Il’ja, nato nel 1975, e Vera nata nel 1980.[9][10] Vera Politkovskija, giornalista e autrice televisiva,[11] ha partorito una bambina, Anna, cinque mesi dopo l'omicidio di sua madre. Nel 2023 ha pubblicato Una madre. La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaja.[12] Il’ja, co‑fondatore di un’agenzia di pubbliche relazioni, ha assunto un ruolo pubblico nel mantenere viva la memoria della madre e nel seguire le vicende legali e civili collegate al suo omicidio. La famiglia di Politkovskaja è rimasta attiva nella promozione della libertà di stampa e nella tutela dei diritti umani in Russia e a livello internazionale.[13]

Carriera giornalistica

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Giornalismo: da Izvestija a Novaja Gazeta

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Vladimir Putin, la cui condotta bellica fu oggetto di dure critiche giornalistiche da parte di Anna Politkovskaja

La sua carriera giornalistica di Politkovskaja iniziò nel 1982 presso il quotidiano moscovita Izvestija, che lasciò nel 1993. L'anno successivo iniziò a collaborare con l'Obščaja Gazeta, dove ricoprì l’incarico di responsabile della sezione emergenze e incidenti e di assistente del direttore Egor Jakovlev. Nel 1998 si recò in Cecenia come inviata del giornale per intervistare il neoeletto presidente Aslan Maschadov.[14] Nel giugno 1999 entrò a far parte della redazione della Novaja Gazeta, con la quale pubblicò numerosi articoli e alcuni libri fortemente critici nei confronti del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, in particolare per quanto riguarda la conduzione della seconda guerra cecena e dell'invasione del Daghestan e dell'Inguscezia. A causa della sua attività giornalistica, fu ripetutamente oggetto di minacce di morte.[15]

Rapporti dalla Cecenia

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Politkovskaja ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la propria attività giornalistica.[16] In tali occasioni ha spesso richiamato l’attenzione dei governi occidentali sulla situazione in Cecenia, sollecitando una maggiore assunzione di responsabilità politica, in particolare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, quando la Federazione Russa e il presidente Vladimir Putin furono considerati alleati nella cosiddetta "Guerra al Terrore". Nel corso del suo lavoro ha incontrato funzionari governativi, militari e membri delle forze di polizia, e ha visitato ripetutamente ospedali e campi profughi in Cecenia e nella vicina Inguscezia per raccogliere testimonianze di feriti e sfollati.[17]

In numerosi articoli dedicati alla guerra in Cecenia Politkovskaja ha documentato presunti abusi commessi dalle forze armate russe, dai gruppi ribelli ceceni e dalle autorità sostenute da Mosca, guidate da Achmat Kadyrov e successivamente dal figlio Ramzan Kadyrov. Ha documentato violazioni dei diritti umani e criticità politiche nel Caucaso settentrionale, tra cui la situazione di una casa di riposo etnicamente mista colpita dai bombardamenti a Groznyj; in tale occasione, anche grazie al sostegno della Novaja Gazeta e all’attenzione dell’opinione pubblica, fu possibile l’evacuazione dei residenti anziani.

Molti dei suoi articoli confluirono nei libri A Dirty War (2001) e A Small Corner of Hell (2003), nei quali il conflitto viene descritto come una guerra che ha coinvolto e colpito sia i combattenti ceceni sia i soldati di leva dell’esercito federale, con gravi conseguenze per la popolazione civile intrappolata tra le parti. Secondo le sue inchieste, l’ordine instaurato sotto la leadership dei Kadyrov si sarebbe trasformato in un sistema caratterizzato da torture, rapimenti e omicidi, attribuiti alle autorità cecene o alle forze federali presenti nella regione.

Tra le sue ultime indagini figura quella relativa al presunto avvelenamento di massa di scolari ceceni mediante una sostanza chimica non identificata, che avrebbe causato loro gravi problemi di salute per diversi mesi.[18]

Critiche a Vladimir Putin e FSB

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Dopo aver raggiunto un'ampia notorietà in Occidente, a Politkovskaja è stato commissionato il libro La Russia di Putin (in seguito sottotitolato Vita in una democrazia fallimentare). Nel volume, la giornalista racconta la propria esperienza dopo l’ascesa al potere dell'ex tenente colonnello del KGB Vladimir Putin, dapprima primo ministro di Boris El'cin e poi suo successore alla presidenza della Federazione Russa, in un contesto segnato anche dalla seconda guerra cecena. A tal proposito, Politkovskaja ha scritto:

«Siamo noi che siamo responsabili delle politiche di Putin... la società ha mostrato un'apatia illimitata... Se i Chekisti si sono trincerati nel potere, abbiamo lasciato che vedessero la nostra paura, e quindi abbiamo solo [19] intensificato il loro desiderio di trattarci come bestiame. Il KGB rispetta solo i forti. Il debole è divorato. Noi tutti dovremmo saperlo.»

Inoltre, ha osservato:

«Stiamo precipitando di nuovo in un abisso sovietico, in un vuoto di informazioni che significa morte dalla nostra ignoranza. Tutto ciò che ci rimane è Internet, dove le informazioni sono ancora liberamente disponibili. Per il resto, se vuoi continuare a lavorare come giornalista, è totale servilismo per Putin. Altrimenti, può essere la morte, il proiettile, il veleno o il processo – qualunque cosa i nostri servizi speciali, i cani da guardia di Putin - ritengano opportuno.»

Il saggio Ho paura? inizia con queste parole:

«La gente spesso mi dice che sono pessimista, che non credo nella forza del popolo russo, che sono ossessiva nella mia opposizione a Putin e non vedo nulla al di là di questo.»

e si conclude con:[20][21][22][23][24][25]

«Se qualcuno pensa di poter trarre conforto dalla previsione 'ottimistica', lasciateli fare. È certamente il modo più semplice, ma è la condanna a morte per i nostri nipoti.»

Minacce, indagini e pubblicazioni

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Nel 2001 Politkovskaja fu costretta a rifugiarsi a Vienna a seguito di ripetute minacce ricevute tramite posta elettronica da Sergei Lapin, un ufficiale dell’OMON da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin venne arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2002. Il processo riprese nel 2003 e si concluse nel 2005 con la condanna dell’ex poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti.[26]

Politkovskaja si recò frequentemente in Cecenia, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi sia civili ceceni.[14] Nei suoi articoli criticò aspramente l’operato delle forze russe in Cecenia, documentando abusi contro la popolazione civile e denunciando i presunti silenzi o connivenze di alcuni Primi Ministri ceceni, tra cui Achmat Kadyrov e suo figlio Ramzan, entrambi sostenuti da Mosca.

Anna Politkovskaja godeva anche di notevole considerazione in alcuni ambienti ceceni: il suo nome comparve tra i "negoziatori privilegiati" della guerriglia e tra le personalità impegnate nelle trattative durante crisi del Teatro Dubrovka. Nel 2003 pubblicò il terzo libro, A Small Corner of Hell: Dispatches from Chechnya, in cui denunciava la brutalità della guerra in Cecenia, durante la quale migliaia di cittadini civili furono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Per la stesura del volume Politkovskaja raccolse anche testimonianze di militari russi e fu protetta da alcuni ufficiali durante i mesi più critici del conflitto.[27]

Nel settembre 2004, mentre si stava recando in volo a Beslan durante la crisi degli ostaggi, Politkovskaja subì un malore dopo aver bevuto un a bordo. L’aereo fu costretto a tornare indietro per permettere il ricovero immediato della giornalista, e si ipotizzò un tentativo di avvelenamento.[28]

Nel dicembre 2005, durante una conferenza di Reporter senza frontiere a Vienna sulla libertà di stampa dichiarò:[29]

«Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare.»

In un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007, in una raccolta a cura del PEN American Center, Politkovskaja ha scritto:[27]

«Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci.»

Nel medesimo saggio Politkovskaja precisava di non considerarsi "un magistrato inquirente", ma piuttosto "una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo", osservando come in Russia "i servizi trasmessi in TV e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali siano quasi tutti di stampo ideologico".[27]

Lo stesso argomento in dettaglio: Omicidio di Anna Politkovskaja.
La tomba di Anna Politkovskaja nel cimitero Troekurovskij di Mosca

Anna Politkovskaja è stata ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Accanto al cadavere è stata rinvenuta una pistola Makarov con quattro bossoli, uno dei proiettili sparati l’aveva colpita alla testa. Le indagini iniziali hanno considerato l’omicidio un delitto premeditato commesso da un sicario. Sebbene non siano stati accertati i responsabili del delitto, alcune fonti hanno ipotizzato possibili collegamenti con ambienti vicini a Putin, il cui compleanno coincideva con la data del delitto.[30]

Il giorno successivo la polizia russa ha sequestrato il computer di Politkovskaja e il materiale relativo all’inchiesta che stava conducendo. Il 9 ottobre, l’editore della Novaja Gazeta, Dmitrij Muratov, dichiarò che la giornalista stava per pubblicare, proprio il giorno del suo omicidio, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramzan Kadyrov. Muratov segnalò inoltre la scomparsa di due fotografie; gli appunti non sequestrati furono pubblicati sul giornale lo stesso giorno.[31]

I funerali si svolsero il 10 ottobre presso il cimitero Troekurovskij di Mosca, con la partecipazione di oltre mille persone, tra colleghi e ammiratori della giornalista. Tra i presenti vi fu anche il leader politico del Radicali italiani Marco Pannella, amico personale di Politkovskaja.[32][33] Nessun rappresentante del governo russo partecipò alla cerimonia. La lapide della giornalista raffigura un giornale crivellato dai proiettili, in riferimento al suo impegno per la libertà di stampa.[34]

Le indagini sull'omicidio

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Il 9 ottobre 2006 il quotidiano austriaco Der Standard ha riportato che la polizia russa aveva identificato l’assassino di Politkovskaja, dal momento che era stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’ingresso del palazzo. Secondo il giornale, il comportamento dell’esecutore era stato definito “non professionale”, ed è stato ipotizzato che potesse essere già stato eliminato dai propri mandanti.[35]

Circa un mese dopo l'omicidio di Politkovskaya, l'organizzazione Reporter senza frontiere ha avviato una raccolta di firme per la costituzione di una commissione internazionale incaricata di indagare sull’assassinio. L'iniziativa è stata sostenuta da circa 6000 persone, tra cui ex dissidenti di spicco come Jelena Bonner, Vladimir Bukowski e Bronisław Geremek. È stato firmato anche dai giuristi Baltasar Garzón e Carla Del Ponte, da politici quali Bernard Kouchner e Daniel Cohn-Bendit, filosofi come André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, dagli scrittori Fernando Arrabal, Ismaïl Kadaré e Margaret Atwood e dagli attori Jeanne Moreau e Alain Souchon.[36]

Il 23 agosto 2007 il Comitato investigativo presso l'Ufficio del Procuratore Generale della Russia ha annunciato che l'omicidio era in via di risoluzione.[37] Quattro giorni dopo, il procuratore generale Yuri Chaika ha annunciato l'arresto di dieci sospetti, tra cui cittadini ceceni, ufficiali del ministero dell'Interno e dei servizi segreti dell'FSB. Le indagini hanno successivamente indicato membri dell’opposizione in esilio come possibili mandanti.[38][39] Tra gli arrestati figuravano il tenente colonnello dell’FSB Pavel Ryaguzov e l’ufficiale del ministero dell’Interno Sergei Khajikurbanov; cinque dei presunti colpevoli furono rilasciati dopo pochi giorni.[40][41] A metà settembre 2007, le autorità hanno arrestato un altro sospetto, Shamil Buraev, ex capo dell'amministrazione dei distretti di Achkhoy-Martan in Cecenia tra il 1995 e il 2003.[42]

Nel maggio 2008, le autorità investigative russe hanno identificato il ceceno Rustam Makhmudov come possibile omicida, ma grazie a una fuga di notizie sul quotidiano Komsomol'skaja Pravda a marzo, l'uomo è sfuggito all'arresto scappando all'estero.[43]

Il 3 ottobre 2008 l'Ufficio del Procuratore Generale della Russia ha trasmesso l’accusa a un tribunale militare di Mosca.[44] Nel novembre dello stesso anno è iniziato il processo a quattro presunti complici presso un tribunale di Mosca: Pavel Ryagusov, Sergei Khajikurbanov e i ceceni Ibrahim e Jabrail Makhmudov, fratelli del presunto esecutore Rustam Makhmudov. L'avvocato di Politkovskaya, Stanislav Markelov, è stato assassinato il 19 gennaio 2009. Il processo si è concluso il 19 febbraio 2009 con l'assoluzione di tutti gli imputati.[45][46] Il 25 giugno 2009, la Corte Suprema russa ha stabilito che erano stati commessi errori procedurali nel processo e ha annullato le assoluzioni.[47] Dal 5 agosto 2009 il processo è stato riaperto.[48]

A maggio 2011 Rustam Makhmudov è stato arrestato in Cecenia come presunto esecutore dell’omicidio.[49] Nell’agosto 2011 è stato arrestato Dmitry Pavlyuchenko, ex colonnello della polizia criminale, sospettato di aver organizzato il gruppo esecutivo.[50] All’inizio di settembre 2011 le autorità hanno indicato Lom-Ali Gaitukaev, ceceno, come principale organizzatore.[51] Nel dicembre 2012, Dmitry Pavlyuchenko è stato condannato a undici anni di detenzione da un tribunale di Mosca per favoreggiamento dell’omicidio di Politkovskaya e condannato a versare tre milioni di rubli (circa 75.000 euro) come risarcimento ai sopravvissuti. Il tribunale ha ridotto la pena di un anno rispetto alla richiesta del pubblico ministero, tenendo conto della collaborazione dell’imputato con le autorità. I familiari della giornalista, comparsi come querelanti, avevano richiesto la pena massima di 20 anni e hanno annunciato immediatamente l’intenzione di presentare appello.[52]

Alcuni osservatori stranieri hanno messo in dubbio la colpevolezza dei condannati. Un altro possibile complice è stato indicato nel ceceno Walid Lurakhmayev, affiliato alla mafia cecena di Mosca, sospettato di aver compiuto diversi omicidi su commissione su istigazione dei servizi segreti russi. Tuttavia, Lurakhmayev non fu mai interrogato dalla polizia e l’identità dei mandanti rimane tuttora sconosciuta.[53]

Nel giugno 2014 un tribunale di Mosca ha condannato cinque persone per l’omicidio di Anna Politkovskaja. Il ceceno Lom-Ali Gaitukaev, ritenuto l’organizzatore, e suo nipote Rustam Makhmudov, considerato l’esecutore materiale, sono stati condannati all’ergastolo. Ai fratelli di Rustam, Jabrail e Ibragim Makhmudov, sono stati inflitti 14 e 12 anni di carcere per concorso in omicidio, mentre l’ex poliziotto Sergei Khajikurbanov, ritenuto complice, è stato condannato a 20 anni di detenzione.[54] Amnesty International ha definito la sentenza un “piccolo passo” verso l’instaurazione della giustizia.[55]

Nel novembre 2023 è emerso che Khajikurbanov aveva partecipato alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina nel 2022 e ed è stato successivamente graziato dal presidente Vladimir Putin.[56][57][58][59]

La famiglia di Politkovskaja ha citato in giudizio la Russia davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, accusando i servizi segreti russi di aver ordinato l’omicidio della giornalista a causa delle sue inchieste. La Corte di Strasburgo ha stabilito che i querelanti erano legittimati a contestare l’operato della magistratura russa, ritenuta responsabile di indagini insufficienti. La sentenza ha rilevato che la Russia non aveva compiuto alcun tentativo concreto per identificare i mandanti dell’omicidio e che la durata delle indagini non era stata ragionevole. I familiari hanno ricevuto un risarcimento di 20.000 euro per il dolore e la sofferenza.[60][61]

Stile e tecnica di reportage

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Anna Politkovskaja si distingueva per la determinazione nel riportare testimonianze dirette e fatti osservati di persona, attribuendo maggiore importanza alla realtà dei fatti rispetto alle proprie opinioni personali o professionali. Il suo linguaggio era schietto, rigoroso e chiaro, permettendo ai lettori di percepire con immediatezza gli eventi descritti nelle sue inchieste. La giornalista dichiarava di aver elaborato i propri libri raccogliendo e organizzando “appunti disordinati ai margini della vita in Russia”.

Politkovskaja intendeva sottolineare il proprio ruolo di testimone: partecipe e non semplice osservatrice. Questo approccio si manifestava sia nella sua attività come inviata della Novaja Gazeta, sia nella partecipazione a procedimenti giudiziari, quando era necessario denunciare crimini di guerra o testimoniare contro autori di violenze precedentemente segnalati dalla giornalista stessa.[62]

I suoi scritti sono caratterizzati da uno stile incisivo, dettagliato e diretto, con attenzione alle storie dei singoli, esprimendo indignazione per gli eventi e compassione per le vittime. La sua prosa mira a rendere la realtà comprensibile senza abbellimenti letterari, con descrizioni precise che permettono ai lettori di visualizzare con chiarezza gli eventi narrati.[63]

Il suo stile è stato talvolta paragonato a un incrocio tra new journalism e advocacy journalism, per l’uso di dialoghi e descrizioni dettagliate e per l’attenzione alla verità e alla funzione informativa delle inchieste. Queste caratteristiche le hanno talvolta attirato critiche da parte di colleghi e opinione pubblica sia russa sia internazionale.

Politkovskaja firmava sempre i propri articoli e inchieste, sostenendo che “chi si sente nel giusto non ha bisogno dell'anonimato”. Tra i suoi lavori più rilevanti vi sono le inchieste sulle denunce delle madri dei soldati e dei giovani scomparsi, le segnalazioni di ingiustizie in Russia e in Cecenia e le indagini su casi di corruzione spesso insabbiati dalla magistratura russa. In particolare, i reportage denunciavano abusi commessi dai soldati federali russi contro i civili ceceni e la disorganizzazione tra le fila dell’esercito, frequentemente ignorata dal governo.[63]

Opere pubblicate in vita

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Opere postume

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  • Diario russo 2003-2005, trad. e cura di Claudia Zonghetti, La Collana dei casi n.70, Milano, Adelphi, 2007, ISBN 978-88-459-2163-6.
  • Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, a cura di Erika Casali, Martina Cocchini e Davide Girelli, Prefazione di Adriano Sofri, Collana Piccola Biblioteca Oscar n.535, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, ISBN 978-88-045-6780-6.
  • Nothing But the Truth: Selected Dispatches, Harvill Secker (UK), 2007, ISBN 9781846552397.
  • Is Journalism Worth Dying For?: Final Dispatches, Melville House, 2011, ISBN 9781935554400.

Articoli e raccolte di articoli

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  • Cecenia: la guerra degli altri, Carlo Spera editore, 2008. Raccolta di reportage e riflessioni sulla seconda guerra cecena della Russia, stampata in Russia il 24 ottobre 2002, in 1000 copie, per l'associazione Memorial di Mosca.
  • Per questo. Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006, traduzione di Claudia Zonghetti, La Collana dei casi n.82, Milano, Adelphi, 2009, ISBN 978-88-459-2439-2.
  • Anna Politkovskaja, su internazionale.it. gli articoli di Anna Politkovskaja pubblicati dalla rivista e tradotti in italiano.

Premi e riconoscimenti

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Il giardino dedicato ad Anna Politkovskaja a Milano.

Premi dedicati ad Anna Politkovskaja

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Nel corso degli anni, ad Anna Politkovskaja sono stati dedicati diversi premi in suo onore, volti a ricordare il suo coraggio e il suo impegno nel giornalismo e nella difesa dei diritti umani.

National Award “Tuning Fork”

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Si tratta di un premio giornalistico russo istituito il 30 agosto 2013 dall’Unione dei Giornalisti Russi (Russian Union of Journalists) in memoria di Anna Politkovskaja, per riconoscere il coraggio, l’indipendenza e l’impegno etico dei giornalisti. La prima assegnazione del premio avvenne l’8 settembre 2013, in occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà dei Giornalisti, e la vincitrice inaugurale fu Olga Allyonova, corrispondente speciale del Kommersant. Tra i premiati successivi figurano Andrea Rocchelli, fotoreporter italiano ucciso in Ucraina orientale nel 2014, e Ivan Golunov, giornalista investigativo russo noto per le sue inchieste anticorruzione. Il premio viene assegnato annualmente a giornalisti e professionisti dei media che si distinguono per il loro impegno nella libertà di stampa e nella difesa dei diritti umani.[71]

Premio giornalistico “Anna Politkovskaja” di Internazionale

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Il premio è stato istituito nel 2009 dalla rivista Internazionale e dal Comune di Ferrara per ricordare la giornalista russa e sostenere il lavoro di reporter che si distinguono per le inchieste di rilevanza internazionale. Il premio viene assegnato annualmente durante il festival Internazionale a Ferrara. Tra le vincitrici documentate figura la giornalista nigeriana Augustina Armstrong‑Ogbonna nel 2019.[72]

Premio Anna Politkovskaja Kamerton

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L’Anna Politkovskaja Kamerton Award è un premio istituito dalla testata russa Novaya Gazeta nel 2013 per valorizzare il lavoro di giornalisti e difensori dei diritti umani che si distinguono per coraggio, impegno professionale e difesa della libertà di espressione. Tra i premiati vi sono figure come Katerina Gordeeva, per il suo lavoro di diffusione di testimonianze dalla Russia e da zone di conflitto.[73]

Premio Anna Politkovskaya – Arman Soldin per il coraggio nel giornalismo

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Istituito nel 2023 dal Ministero francese per l'Europa e gli affari esteri in memoria di Anna Politkovskaja e del fotoreporter Arman Soldin, il premio viene assegnato annualmente a giornalisti e fotoreporter che dimostrano coraggio nel lavoro di inchiesta internazionale. La prima edizione è stata conferita alla giornalista Marcela Turati, mentre edizioni successive hanno visto come vincitori Yuval Abraham e Basel Adra.[74]

Anna Politkovskaya Award

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Lo stesso argomento in dettaglio: Premio Anna Politkovskaja.

L'organizzazione per i diritti umani Reach All Women in War (RAW in WAR), che si occupa della protezione dei diritti delle donne durante i conflitti bellici, ha istituito dal 2007 il Premio annuale in onore di Anna Politkovskaja, denominato "Anna Politkovskaya Award". Il premio viene attribuito "a una donna che difende i diritti umani in zone di conflitto nel mondo che, come Anna, si alza in piedi per le vittime di questo conflitto, spesso con grande rischio personale".[75]

Il premio è stato assegnato per la prima volta nell'ottobre 2007 a Natal'ja Ėstemirova, amica e collega di Anna Politkovskaja,[76] uccisa nel 2009.

Vincitrici dell'Anna Politkovskaya Award:

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Nella cultura di massa

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La vita e il lavoro di Anna Politkovskaja hanno ispirato diversi documentari e film biografici.

  • Nel 2008 è stato realizzato il documentario 211: Anna, diretto da Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti, che racconta la vita della giornalista attraverso filmati di repertorio e interviste a colleghi, amici e al marito Aleksandr Politkovsky.[78]
  • Nello stesso anno, il documentario Anna, Seven Years on the Frontline di Mascha Novikova ripercorre gli anni di lavoro di Politkovskaja come inviata in Cecenia, con interviste e testimonianze raccolte durante le sue inchieste sul conflitto.[79]
  • Sempre nel 2008 è stato distribuito Letter to Anna – The Story of Journalist Politkovskaya’s Death, un documentario internazionale che esplora le circostanze dell’omicidio e il contesto politico e sociale in cui operava.[80]
  • Nel 2025 è stato distribuito il film biografico Words of War, diretto da James Strong, incentrato sulla vita della giornalista e sul suo impegno come cronista indipendente. Nel film, Maxine Peake interpreta Anna Politkovskaja, mentre Jason Isaacs e Ciarán Hinds interpretano rispettivamente il marito Aleksandr Politkovsky e l’editore della Novaja Gazeta. La pellicola ricostruisce le inchieste della giornalista e il contesto che ha portato al suo assassinio.[81]
  1. Citata in Francesca Pansa, Donne che odiano gli uomini, Mondadori, 2011, p. 151, su books.google.it.. ISBN 9788852019623
  2. (EN) 11th Anniversary of the Murder of Anna Politkovskaya, su ru.usembassy.gov. URL consultato l'8 ottobre 2021.
  3. (EN) Martin Gilman, Russia Leads Europe In Reporter Killings, in The Moscow Times, 16 giugno 2009. URL consultato l'8 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 25 giugno 2009).
  4. (EN) The State of the World's Human Rights (PDF), in Amnesty International 2009, p. 272. URL consultato il 13 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 2 settembre 2009).
  5. (EN) Anna Politkovskaya: Putin's Russia, in BBC News, 9 ottobre 2006. URL consultato il 9 ottobre 2006 (archiviato dall'url originale il 7 novembre 2006).
  6. Omicidio Politkovskaja, due ergastoli e tre condanne dal Tribunale di Mosca, in il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2014. URL consultato il 13 aprile 2022.
  7. André Glucksmann, Il Petro-Zar, in Corriere della Sera, 3 dicembre 2006, pp. 1, 13. URL consultato il 23 dicembre 2011 (archiviato dall'url originale il 17 settembre 2014).
  8. Wayback Machine, su s3-ap-southeast-2.amazonaws.com. URL consultato il 14 gennaio 2026 (archiviato dall'url originale l'11 giugno 2024).
  9. 1 2 enciclopedia delle donne: Politkovskaja Anna Stepanovna Mazepa, su https://www.enciclopediadelledonne.it. URL consultato il 13 gennaio 2026.
  10. Not naming names. Ilya Politkovsky on Words of War, the first feature film about his mother, Anna Politkovskaya, su Novaya Gazeta Europe, 14 luglio 2196. URL consultato il 13 gennaio 2026.
  11. Vera Politkovskaja, su Festival Internazionale del Giornalismo. URL consultato il 13 gennaio 2026.
  12. Vera Politkovskaja: “Vi racconto chi era mia madre, Anna Politkovskaja”, su BookToBook Magazine - il Blog di Rizzoli Libri, 14 marzo 2023. URL consultato il 14 gennaio 2026.
  13. Masha Fogel, Russia Oggi, Un triste anniversario per i figli della Politkovskaya, su Russia Beyond IT, ott 25, 2010. URL consultato il 13 gennaio 2026.
  14. 1 2 (EN) Lettre Ulysses Award 2006 - Anna Politkovsaya, su lettre-ulysses-award.org., Lettre Ulysses Award.org, 2006.
  15. (EN) James Meek, Dispatches from a savage war, su guardian.co.uk, 15 ottobre 2004.
  16. (EN) Naming ceremony for the "Anna Politkovskaya", su europarl.europa.eu, 23 ottobre 2008. URL consultato il 13 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 5 ottobre 2008).
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