Ubi sunt

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In ictu oculi (In un colpo d'occhio) una vanitas di Juan de Valdés Leal

Ubi sunt (letteralmente "dove sono?") è un'espressione tratta dal latino Ubi sunt qui ante nos fuerunt?, ovvero "dove sono coloro che furono prima di noi?". Ubi nunc...? ("E ora, dove sono?") è una variante comune.[1]

Inteso a volte come un'espressione di nostalgia, il motivo dell'ubi sunt è piuttosto una meditazione sulla morte e sulla transitorietà della vita, che a seconda del contesto in cui è citata può condurre a conclusioni angosciose o anche a un invito all'amore e al godimento, per contrasto, secondo la logica del carpe diem .

Ubi sunt è la frase d'apertura di molte poesie medievali e si riscontra, per esempio, nella seconda stanza dell'inno studentesco De brevitate vitae, conosciuto per il suo incipit come Gaudeamus igitur: Ubi sunt qui ante nos / In mundo fuere?, "Dove sono coloro che furono al mondo prima di noi?" Questo tema è stato ampiamente visitato dai poeti latini medievali: se non avevano a disposizione Cicerone, conoscevano però molto bene il verso di Boezio: Ubi nunc fidelis ossa Fabricii manent?[2], "Dove sono ora le ossa del fedele Fabricius?".

Esempi[modifica | modifica wikitesto]

Tedesco[modifica | modifica wikitesto]

Il poeta medievale François Villon si ispira visibilmente al tema nella sua Ballade des dames du temps jadis, "Ballata delle dame del passato", con la domanda Mais où sont les neiges d'antan? ("Ma dove sono le nevi di un tempo?"), un ritornello ripreso nell'ironica, amara canzone di Berthold Brecht e Kurt Weill "Nannas Lied",[3], che esprime il ricordo labile e senza rimorsi di una vecchia prostituta con questi versi:

Wo sind die Tränen von gestern abend?
Wo ist der Schnee vom vergangenen Jahr?[4]

Francese[modifica | modifica wikitesto]

Un altro famoso autore medievale, Rutebeuf, scrisse dei "Poemi della sventura", Poèmes de l'infortune, che contengono questi versi:

Que sont mes amis devenus
Que j'avais de si près tenus
Et tant aimés ?

Ovvero, all'incirca: "Cosa è stato dei miei amici, che avevo tenuto tanto vicini e tanto amato?". Nella seconda metà del ventesimo secolo il cantautore monegasco Léo Ferré musicò questa poesia, rendendola famosa: la canzone si intitolava Pauvre Rutebeuf.

Spagnolo[modifica | modifica wikitesto]

In "Coplas por la muerte de su padre"[5], il poeta spagnolo Jorge Manrique scrisse strofe altrettanto famose sui suoi contemporanei che la morte aveva rapito:


¿Qué se fizo el rey don Juan?
Los infantes de Aragón
¿qué se fizieron?
¿Qué fue de tanto galán,
qué fue de tanta invención
como trujeron?
Las justas y los torneos,
paramentos, bordaduras
y cimeras,
¿fueron sino devaneos?
¿qué fueron sino verduras

de las eras?

Cosa ne stato del re don Juan?
I principi di Aragona,
Cosa ne è stato?
Cosa è stato di tanta nobiltà,
cosa è stato delle tante mode
che portavano con sé?
Le giostre e i tornei,
paramenti, ricami,
e cimieri,
sono stati nient'altro che vento?
Cosa sono stati, se non erbe
del campo?

Altri[modifica | modifica wikitesto]

Nella poesia persiana medievale, il tema dell'Ubi sunt? pervade tutto il Rubʿayyāt, ovvero le "Quartine" opera del matematico e poeta ʿUmar Khayyām:

Ogni mattino porta mille rose, lo sai:
Ma le rose d'ieri, dove son esse mai?
E se l'estate ci dà i fiori, prendere
Jamshid e Keikobad in cambio la vedrai.[6]

Inglese[modifica | modifica wikitesto]

Anglosassone[modifica | modifica wikitesto]

Un'atmosfera generale di "ubi sunt" emana dall'intero testo di Beowulf. La letteratura anglosassone, al tempo in cui Beowulf fu scritto, esprimeva il senso di inevitabile sventura tipico del lamento dell'"Ubi sunt": con la conquista dei Bretoni romanizzati gli Anglosassoni si ritrovarono a contemplare maestose costruzioni di pietra e raffinati decori celtici che suggerivano l'idea di un passato tanto glorioso quanto perduto (si parla di "opere di giganti" in The Ruin). Le maggiori opere anglosassoni in tema "ubi sunt" sono The wanderer ("Il viandante"), Il lamento di Deor, The Ruin e The Seafarer ("Il navigante"), tutte parte di una collezione nota come "Il libro di Exeter, la più importante collezione a noi pervenuta di letteratura in inglese antico. The Wanderer[7] è un ottimo esempio dell'uso frequente, nella letteratura "Ubi sunt", dell'interrogativa retorica. In anglosassone si legge il passaggio seguente (versi 92-96):

Hwær cwom mearg? Hwær cwom mago? Hwær cwom maþþumgyfa?
Hwær cwom symbla gesetu? Hwær sindon seledreamas?
[...]Hu seo þrag gewat,
genap under nihthelm, swa heo no wære.

Dov'e andato il cavallo? Dove il cavaliere? Dove colui che elargiva tesori?
Dove sono i sedili del banchetto? Dov'è la baldoria della sala grande?
[...]Come se n'è andato quel tempo,
scuro, coperto dalla notte, come se non fosse mai stato.[8]

Medio Inglese[modifica | modifica wikitesto]

La poesia del tredicesimo secolo "Ubi Sunt Qui Ante Nos Fuerunt" è un esempio in medio inglese che rispecchia la tradizione medievale:[9]

Uuere beþ þey biforen vs weren,
Houndes ladden and hauekes beren
And hadden feld and wode?
Þe riche leuedies in hoere bour,
Þat wereden gold in hoere tressour
Wiþ hoere briȝtte rode; ...[10]

William Dunbar[modifica | modifica wikitesto]

IlLament for the Makaris ("Lamento per i poeti", ca. 1505) del makar (poeta scozzese, bardo) William Dunbar consiste in una parte introduttiva (riportata qui di seguito) seguita da una lista di poeti scozzesi del passato con il ritornello latino Timor mortis conturbat me ("la paura della morte mi sconvolge") al termine di ciascuna delle 25 quartine:[11]

On to the ded gois all estatis,
Princis, prelotis, and potestatis,
Baith riche and pur of al degre;
Timor mortis conturbat me.

He takis the knychtis in to feild,
Anarmit under helme and scheild;
Victour he is at all mellie;
Timor mortis conturbat me.

(Lament for the Makaris, Lines 17-24)

Shakespeare[modifica | modifica wikitesto]

Hamlet and Horatio in the graveyard, by Eugène Delacroix.

La poesia dell'Ubi sunt figura anche in varie opere di Shakespeare. Quando Amleto trova i teschi al cimitero, si esprime così:

Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio, a fellow of infinite jest, of most excellent fancy. He hath bore me on his back a thousand times, and now how abhorr'd in my imagination it is! my gorge rises at it. Here hung those lips that I have kiss'd I know not how oft. Where be your gibes now, your gambols, your songs, your flashes of merriment, that were wont to set the table on a roar? Not one now to mock your own grinning – quite chap-fall'n. Now get you to my lady's chamber, and tell her, let her paint an inch thick, to this favor she must come; make her laugh at that.[12]

Ahimè, povero Yorik! Lo conoscvo, Horatio, un uomo d'infinita arguzia, di immaginazione sopraffina. Mi ha portato sulla sua schiena migliaia di volte, ed ora, come ne aborrisco nella mia immaginazione! Lo stomaco mi si rivolta. Qua erano attaccate quelle labbra che ho baciato chissà quante volte. Dove sono ora le tue beffe, le tue capriole, le tue canzoni, i tuoi sprazzi di allegria che facevano scrosciare dalle risa la tavola? Non un solo, ora, per farsi beffe del tuo ghigno - piuttosto sganasciato. Ora va' nella camera della Signora, e dille che può dipingersi anche per lo spessore di un pollice, ma dovrà anche lei ridursi in questo stato; falla ridere di questo.

Where is Bohun?[modifica | modifica wikitesto]

In un discorso di una causa legale del 1625 circa la Contea di Oxford, il Giudice Ranulph Crewe elenca le grandi dinastie nobiliari del Medioevo, estinte nella Guerra delle due rose e altri tafferugli, e parla così:

"I have laboured to make a covenant with myself, that affection may not press upon judgment; for I suppose there is no man that hath any apprehension of gentry or nobleness, but his affection stands to the continuance of a house so illustrious, and would take hold of a twig or twine-thread to support it. And yet time hath his revolutions; there must be a period and an end to all temporal things—finis rerum—an end of names and dignities, and whatsoever is terrene; and why not of de Vere? Where is Bohun, where's Mowbray, where's Mortimer? Nay, which is more and most of all, where is Plantagenet? They are entombed in the urns and sepulchres of mortality. And yet let the name and dignity of De Vere stand so long as it pleaseth God."[13]

Mi sono sforzato di stringere un patto con me stesso, ovvero che i miei sentimenti non interferiscano col mio giudizio; poiché ritengo che non vi sia uomo che abbia timore dell'aristocrazia o della nobiltà, ma piuttosto che i suoi sentimenti spingano per la sopravvivenza di una casata tanto illustre, e che si servirebbe di un ramoscello o anche di uno spago pur di sostenerla. Eppure, la Storia ha le sue rivoluzioni, dev'esserci un tempo e una fine per ogni cosa temporale - finis rerum, una fine per i nomi e le dignità e qualunque cosa sia di questa terra, e perché non dei De Vere? Dove sono i Bohun, dove i Mowbray, dove i Mortimer? Dite, il più grande, dov'è Plantageneto? Sono sepolti nelle urne e nei sepolcri della mortalità. Eppure, preghiamo che il nome e la dignità dei De Vere splendano finché a Dio piaccia.

Quando questo passaggio è stato citato nella Camera dei lord negli anni settanta, Charles Stourton, ventiseiesimo Barone di Mowbray (il titolo nel frattempo era stato ripristinato), esclamò in risposta "Mowbray è qui", tra fragorosi applausi.[14]

XVIII Secolo[modifica | modifica wikitesto]

L'interesse per il tema dell'Ubi sunt ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del Settecento, in seguito alla pubblicazione della "traduzione" dei Canti di Ossian da parte di James Macpherson. L'ottavo dei Frammenti di antica poesia raccolti nelle altopiani della Scozia vede Ossian piangere così:

Where is Fingal the King? where is Oscur my son? where are all my race? Alas! in the earth they lie. I feel their tombs with my hands. I hear the river below murmuring hoarsely over the stones. What dost thou, O river, to me? Thou bringest back the memory of the past.[15]

Dov'è Fingal, il re? Dov'è Oscur, mio figlio? Dov'è tutta la mia stirpe? Ahimè! Giacciono sottoterra. Sento le loro tombe con le mie mani. Sento il fiume qui sotto mormorare rauco sulle pietre. O fiume, cosa mi stai facendo? Riporti in me il ricordo del passato

Questo e i successivi testi ossianici di Macpherson, Fingal (1761) e Temora (1763), alimentarono il gusto dei romantici per la malinconia e il primitivo.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vedere alcuni esempi in James W. Bright, The 'ubi sunt' Formula, "Modern Language Notes" 8/3 (March 1893-94)
  2. ^ (EN) Robert Dennis Fulk, Christopher M. Cain, Rachel S. Anderson, A History of Old English Literature, 2003, ISBN 0-631-22397-5.
  3. ^ Nanna's Lied, sung by Tiziana Sojat
  4. ^ "Dove sono le lacrime di ieri sera?
    Dov'è la neve dell'anno passato?"
    Più precisamente,
    "Dove sono quelli che un tempo erano così vivi, così felici?" "Dove sono le lacrime di ieri sera"?
    "Dov'è la neve dell'anno passato?"
  5. ^ Canzone per la morte di suo padre
  6. ^ Traduzione di Mario Chini
  7. ^ Anglo-Saxons.net : The Wanderer. URL consultato il 6 novembre 2008.
    «Hwær cwom mearg? Hwær cwom mago? Hwær cwom maþþumgyfa? Hwær cwom symbla gesetu? Hwær sindon seledreamas?».
  8. ^ Research.uvu.edu
  9. ^ Margaret Ferguson, Mary Jo Salter, Jon Stallworthy ed., The Norton Anthology of Poetry, Fourth Edition, W. W. Norton & Company, New York – London, 1996, p. 13, ISBN 0-393-96820-0
  10. ^ Carleton Brown, ed., English Lyrics of the XIIIth Century (Oxford: Clarendon, 1932), pp. 85–87
  11. ^ Full text of Lament for the Makaris
  12. ^ William Shakespeare, The Riverside Shakespeare, 2nd Edition, 2nd, Heinle, 31 dicembre 1996, pp. 2057, ISBN 0-395-75490-9.
  13. ^ Chief Justice Crewe. S.A. Bent, comp. 1887. Familiar Short Sayings of Great Men
  14. ^ 1066 And Rather More, by Huon Mallalieu, p. 3
  15. ^ Gaskill, Howard, ed., The Poems of Ossian and Related Works, Edinburgh University Press, 1996, ISBN 0-7486-0707-2.
  • Judith N. Garde, Old English Poetry in Medieval Christian Perspective, 1991, p. 191, ISBN 978-0-85991-307-2.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]