State buoni se potete

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State buoni se potete
State buoni se potete Dorelli.jpg
Paese di produzione Italia
Anno 1983
Durata 149 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere Biografico, Commedia, Storico
Regia Luigi Magni
Soggetto Luigi Magni, Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Luigi Magni, Bernardino Zapponi
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Angelo Branduardi
Scenografia Lucia Mirisola
Costumi Lucia Mirisola
Interpreti e personaggi
Premi

State buoni se potete è un film italiano del 1983, diretto da Luigi Magni, con Johnny Dorelli e Philippe Leroy. Colonna sonora di Angelo Branduardi premiata con il David di Donatello.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Roma, seconda metà del cinquecento. In una ricca chiesa della capitale, un piccolo ladruncolo, Cirifischio, ruba la preziosa pisside d'oro e per questo, sgridato dal parroco, viene inseguito dalle guardie di sicurezza. Entra dunque all'interno della bottega di un fabbro, un tale di nome mastro Iacomo, che gli indica una chiesa nelle vicinanze, in cui il piccolo può rifugiarsi chiedendo asilo.

Lì Cirifischio incontra un giovane prete fiorentino, Filippo Neri che, in quella piccola chiesa tutta ruderi e polvere (la porta è perfino finta), dà vitto e alloggio ai pellegrini giunti a Roma dopo tanti giorni di viaggio (La comunità della Trinità, fondata da lui stesso e il cui unico membro è proprio lui). Il prete inoltre alleva e nutre un gruppo considerevole di bambini, orfanelli, figli di prostitute, abbandonati a se stessi per la strada, e accolti nella chiesa dal sacerdote fiorentino.

Quando infatti le guardie, guidate dallo stesso mastro Iacomo, entrano all'interno della chiesa per arrestare il ladruncolo, ecco arrivare don Filippo, con la pisside in mano, in abiti liturgici che, sfruttando la demenza senile del parroco derubato dell'oggetto, gli fa credere che lui stesso voleva prestargli la pisside, dunque non era stato il bambino a derubarlo.

Grato al prete per il salvataggio, Cirifischio decide di unirsi a lui nella sua opera di raccolta dei piccoli orfanelli della città, radunati nel suo Oratorio, luogo nel quale si onora Dio facendo raccontare ai bambini le vite dei santi (spesso in modo esilarante), cantando inni liturgici in maniera divertente (da ricordare il "Vanità di vanità" scritto e musicato da Angelo Branduardi), con l'allegria insomma.

Per sfamare però tante bocche don Filippo è costretto a elemosinare qualche tozzo di pane per i suoi "figlioletti", ricevendo a volte qualcosa di totalmente indiscreto (come per esempio un vasetto pieno di escrementi). Una sera la sua strada s'incrocia con quella del Duca di Caprarola, giovanissimo cardinale, accompagnato dal suo seguito e dal suo paggetto. Di fronte alle richieste di elemosina del parroco, il ricco prelato risponde ordinando ai suoi sgherri di malmenarlo. Il poveretto si becca inoltre una pedata dall'asino del paggetto che, sorridendo, va via, suscitando la rabbia di Cirifischio che giura vendetta contro di lui.

Il giorno dopo infatti, Cirifischio, insieme agli altri orfanelli di don Filippo, fermano il paggetto e decidono di malmenarlo per punirlo del suo comportamento. Scoprono però che quest'ultimo è in realtà una ragazzina e la conducono da Filippo, il quale scopre dalla stessa bambina, il cui nome è Leonetta, che il duca di Caprarola la tiene con sé per le sue brame sessuali. Don Filippo decide dunque di aiutarla e si mette alla ricerca della madre della piccola, madama Lucrezia, una prostituta. Arriva quindi in una strada di prostitute procaci e che gli dicono che Lucrezia è però morta di "mal francese". Cirifischio, affezionatosi a Leonetta, decide di soccorrerla e ferisce alla testa il Duca con una pietrata, finendo così in prigione, condannato all'impiccagione. Don Filippo si reca dunque nel palazzo del Duca di Caprarola per chiedere la sua scarcerazione, minacciando il prelato di confessare i suoi vizi al Papa stesso. Il cardinale, spaventato, decide di liberare Cirifischio e di mandar via Leonetta.

Per garantire alla ragazzina una buona educazione, don Filippo decide di condurla nelle scuole dei gesuiti, dirette da Padre Ignazio di Loyola. Quest'ultimo, ex soldato di Carlo V, ferito in battaglia, ha radunato i suoi scolari come un vero e proprio esercito. Leonetta, intimorita dai metodi dei gesuiti, chiede a Cirifischio di aiutarla e quest'ultimo, in combutta con mastro Iacomo (che in realtà è il diavolo) cerca di farla evadere, ma viene inseguito da Padre Ignazio e don Filippo, che nel frattempo sistema con un secchio d'acqua benedetta mastro Iacomo, incenerendolo. Cirifischio e Leonetta vengono acciuffati dai gesuiti e condotti di fronte a Padre Ignazio, che decide di lasciarli liberi. Passano gli anni, Cirifischio e Leonetta, ora adulti e fidanzati, decidono di sposarsi e don Filippo prepara per loro un pranzo di fidanzamento nel quale invita alte personalità religiose, quali Teresa d'Avila, Giovanni della Croce, Carlo Borromeo, Francesco Saverio, Ignazio di Loyola. La strada di Cirifischio s'incrocia però ancora una volta con quella del Duca di Caprarola che, infastidendolo ancora una volta, viene ucciso dal giovane con una coltellata. Il pranzo viene dunque interrotto perché Cirifischio è costretto a scappare. La causa del suo incontro con il Duca? Una vecchia venditrice di scope (personificazione del diavolo) ha chiesto al giovane di portare un sacco di carboni presso uno stalliere. Don Filippo intuisce che tutto è nato perché il diavolo ci ha messo il suo zampino e, infuocando una scopa, riesce a scacciarlo. Cirifischio è però costretto a nascondersi perché ricercato.

Passano gli anni. Don Filippo invecchia, i bambini crescono e altri orfanelli si uniscono all'oratorio. Ma il diavolo, questa volta sotto le forme ammalianti della "bella mora", cerca di tentare i bambini con dolci e cibi prelibati. Maggiormente attratto dalle malie diaboliche è il piccolo Ricciardetto che, benché principe, si unisce spesso agli orfanelli di don Filippo, che finisce spesso per litigare col padre del ragazzino, più avvezzo alle maniere forti che alle parole. Quando c'è don Filippo il diavolo è però costretto a fuggire e anche questa volta, benché la sfida sia più ardua (il diavolo, sotto le forme avvenenti della mora riesce quasi ad avere la meglio sul sacerdote), riesce a scacciarlo.

Dopo aver svolto un incarico da parte del Papa (riconoscere se il miracolo di una monaca sia stato vero o falso) incontra Leonetta, diventata suora, e insieme a lei prega per la redenzione di Cirifischio, diventato brigante rinomato. Intanto Ricciardetto, attratto dal diavolo (ancora sotto le forme della bella mora) muore improvvisamente. Don Filippo si reca dunque nella camera funeraria dove giace il corpo del piccolo che, resuscitato momentaneamente, chiede perdono al parroco per essersi fatto tentare dal demonio, addormentandosi poi fra le braccia di Dio. Insieme ai suoi piccoli orfanelli, il sacerdote fa irruzione nella bottega della "bella mora" e spegne il fuoco infernale acceso all'interno del forno (forno utilizzato sia da Mastro Iacomo che dalla vecchia venditrice di scope).

Qualche tempo dopo, un brigante entra all'interno dell'oratorio e chiede a don Filippo di recarsi ai ruderi della chiesa di Santa Maria per battezzare il figlio di un bandito. Al battesimo è presente anche Cirifischio, il capo della banda criminale. Intende incontrare Don Filippo perché è stanco di vivere come un malfattore. Nuovamente il diavolo, ora nei panni di uno scultore, propizia l'incontro di don Filippo con un frate e, durante il tragitto per giungere ai ruderi, don Filippo incontra questo vecchio frate "cercatore" ("...e quanno cerco, cerco bbene"), decidendo di proseguire il cammino con lui, discutendo sulla situazione del tempo. Don Filippo critica infatti le esagerate riforme effettuate dal nuovo Papa, Sisto V, senza sapere che lo stesso frate cercatore è in realtà il pontefice sotto mentite spoglie. Quest'ultimo benché criticato, ammira molto gli insegnamenti del vecchio sacerdote fiorentino. Durante il battesimo, don Filippo incontra Cirifischio e felice lo abbraccia. Ma le guardie del Papa entrano di soppiatto e lo arrestano. Cirifischio è condannato a morte. L'unico modo per salvarlo è dirigersi da Papa Sisto V.

Al cospetto del pontefice, don Filippo si sbalordisce riconoscendo in lui il frate cercatore incontrato qualche giorno prima. Sisto V, incantato dall'operato di "Pippo buono", decide di farlo cardinale, affinché possa diventare suo consigliere spirituale, nella sua ricerca di rimodernizzazione e ingrandimento della città santa. Don Filippo però non accetta l'incarico e chiede al pontefice la scarcerazione di Cirifischio. Per lui però non c'è più nulla da fare. Qualche giorno dopo viene impiccato, non prima di avere saputo da don Filippo di essere stato ingannato per tutta la vita dal demonio, sebbene sia riuscito a rivedere per l'ultima volta l'amata Leonetta, ormai divenuta suora.

Tornato al suo Oratorio, vecchio e stanco, don Filippo continua a dedicarsi ai suoi piccoli orfanelli, nella gioia di seguire Dio. Ecco però arrivare un tale mastro Elia, sarto del Vaticano, mandato dal pontefice per preparare il vestito cardinalizio per don Filippo che, di fronte al giudizio negativo dei bambini, che non lo riconoscono più come il loro vecchio "padre" in quei panni troppo dignitari, decide di mandare via mastro Elia (in realtà, ancora una volta, il demonio sotto false sembianze) e di finire i suoi giorni vivendo nella gioia di questa sua piccola "oasi" beata, composta dalla gioia dei bambini e dall'amore di Dio.

San Filippo Neri[modifica | modifica wikitesto]

Fiorentino d'origine, si trasferì ancora molto giovane a Roma dove decise di dedicarsi alla propria missione evangelica in una città corrotta e pericolosa, tanto da ricevere l'appellativo di "secondo apostolo di Roma". Radunava attorno a sé un nutrito gruppo di ragazzi di strada, avvicinandoli alle celebrazioni liturgiche e facendoli divertire, cantando e giocando, in quello che sarebbe in seguito divenuto l'oratorio.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]