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Sadhu

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Un anziano uomo Sadhu con la barba bianca e le jaṭā[1], foto scattata in Nepal.

Col vocabolo sanscrito sādhus (sādhus: «un uomo buono o onesto, un santo, saggio; un Jina o un santo Jaina deificato» ma anche «un mercante; un presta-soldi, usuraio», per alcuni esso è un sostantivo derivato o flesso; mentre साधु, sādhu,: «perfetto, [...] buono[2], virtuoso, onorabile, [...] puro, [...] appropriato, [...] piacevole, [...] nobile, di discendenza onorabile e rispettabile»[3]) è un vocabolo con cui è stata categorizzata una tipologia[4] di asceti induisti, che dedicano la propria vita all'abbandono, alla rinuncia della società.

Gli induisti considerano che l'obiettivo della vita sia la moksha, la liberazione dall'illusione (Māyā), la fine del ciclo delle reincarnazioni e la dissoluzione nel divino, la fusione con la coscienza cosmica. Tale obiettivo è raggiunto raramente nel corso della vita presente.

Il sādhu sceglie, per accelerare questo processo e realizzarlo in questa vita, di vivere una vita di santità.

Cenni storici e generalità[modifica | modifica wikitesto]

Stampa del XVIII secolo.
Sadhu a Ujjain.

I sādhu sono presenti in India da migliaia di anni, forse dalla preistoria, quando il loro ruolo sarebbe stato simile a quello dello sciamano. Nel V secolo a.C. il Buddha si unisce a loro per un certo tempo, durante la sua ricerca dell'illuminazione.[senza fonte] Si tratta dei gimnosofisti, i filosofi nudi che l'esercito di Alessandro Magno incrociò nella sua spedizione in India; nominati anche da Giordano Bruno nel'introduzione del De Magia[5]. Sembra che il loro numero sia fortemente aumentato nel XIII secolo.

Si considera generalmente che essi formino lo 0,5 % della popolazione indiana, cioè quattro-cinque milioni di persone.

I sādhu sono dei rinuncianti, troncano ogni legame con la loro famiglia, non possiedono nulla o poche cose, si vestono con un longhi, una tunica, di color zafferano per gli shivaiti, gialla o bianca per i Viṣṇuiti, che simboleggia la santità, e talvolta con qualche collana. Non possiedono nulla e passano la loro vita a spostarsi sulle strade dell'India e del Nepal, nutrendosi dei doni dei devoti.

Nella loro ricerca dell'assoluto, i sādhu praticano dei tapas, recitazione di mantra, rituali magici, controllo del respiro, yoga, unificando il corpo e l'anima. Praticano astinenza sessuale, voto di silenzio, meditazione o mortificazioni, quelle mortificazioni che Buddha rifiuterà come illusorie per definire la sua vita terrena. La pratica dei tapas tende ad aumentare la loro energia spirituale permettendogli di raggiungere uno stato di semi-divinità. Essendo l'energia sessuale una fonte primaria di tale energia spirituale, l'astinenza permette di aumentarla.

Tra di essi, un gran numero consuma ritualmente dell'hashish, come Shiva è solito fare, per strappare il velo della maya, cosa che pur proibita dalla legge indiana è tuttavia tollerata dallo stato. Altri tuttavia rifiutano tale consumo che giudicano in contrapposizione ai loro ideali.

I sādhu shivaïti cospargono il loro corpo con la cenere, simbolo di morte e di rinascita. A immagine e somiglianza di Shiva, portano i capelli estremamente lunghi.

La devozione dei sādhu a Shiva o a Vishnu si riconosce dai segni tradizionali che portano sulla fronte e talvolta dal colore dei loro vestiti. In occasione del loro arrivo al Kumbh Mela si creano numerosi problemi, dato che ciascuno di loro pretende di raggiungere per primo le acque sante.

Accanto al desiderio di ricerca spirituale, le ragioni primarie che spingono a scegliere la vita di sādhu possono essere molto diverse: sfuggire dalla propria casta, poiché i santi uomini non le riconoscono, scappare da una situazione familiare insostenibile, da una situazione economica disperata, ma anche, per una donna, dalla vedovanza, per cui esiste un numero ben minore (10% della popolazione sādhu), dei sādhu donna o sādhvi (साध्वी sādhvī). È la ragione per cui si incontrano poche sādhvi di giovane età, al contrario dei chela maschi, gli allievi dei sādhu, che possono essere ragazzi giovanissimi.

Le più importanti sette di Sadhu[modifica | modifica wikitesto]

Due sadhu vicino al Tempio di Pashupatinath a Kathmandu

I Naga Baba[modifica | modifica wikitesto]

I Naga (che significa «nudo») Baba formano una setta shivaïta di guerrieri asceti. La loro esistenza è probabilmente molto antica e, contrariamente agli altri sādhu, essi sono vendicativi, organizzati in sette akhara, vale a dire in reggimenti e entrano facilmente in conflitto con le altre sette. Si contrappongono anche militarmente ai musulmani ed agli Inglesi. Si ornano spesso di armi, ora piuttosto simboliche, come le spade, i bastoni, le lance e soprattutto il tridente, simbolo di Shiva.

Come indica il loro nome, si spogliano spesso di ogni abito, come i monaci jaina Digambar, che però sono non-violenti. Sono specialisti nella mortificazione del loro pene, con cui sollevano dei massi molto pesanti, allo scopo di desensibilizzarlo, pratica attestata dall'abate Jean-Antoine Dubois, uno dei primi indianisti.

I Gorakhnathi[modifica | modifica wikitesto]

I Gorakhnathi, o Nath babas, seguono gli insegnamenti tantrici di Gorakhnath, fondatore della loro setta (forse intorno all'anno mille), che essi considerano come un'incarnazione di Shiva e che è l'autore originale del primo trattato, ora perduto, di Hatha Yoga. Si suppone che la loro setta sia antica come il mondo e che Brahma, Vishnu e Shiva siano stati i primi discepoli di Gorakhnath subito dopo la creazione. I Gorakhnathi portano il kundala, un anello all'orecchio, che viene forato nel corso di una cerimonia fortemente ritualizzata. Essi pregano anche Hanuman e Dattatreya. Il loro centro principale è Gorakhpur nell'Uttar Pradesh.

Gli Udasin[modifica | modifica wikitesto]

Gli asceti Udasin, o figli di Nanak, non sono né adepti di Shiva, né di origine induista, poiché appartengono alla religione Sikh. La setta è stata fondata da Shrichandra, figlio del Guru Nanak, fondatore del Sikhismo, e i suoi membri lo venerano così come venerano il panchayatana, un gruppo di 5 divinità: Shiva, Vishnu, Surya, Durga e Ganesh. Si sono infatti rivolti verso l'induismo quando il secondo guru sikh li ha scomunicati. In caso di conflitto tra sette, si schierano al fianco degli shivaïti.

I Ramanandi[modifica | modifica wikitesto]

I Ramanandi formano una setta creata in seguito agli insegnamenti del filosofo Ramananda (XV secolo). Sono chiamati anche Vairâgî, quelli che sono indifferenti al mondo, o Avadhûta, quelli che hanno rinunciato a tutto. Praticano la bhakti di Rama e Sita.

Gli Aghori[modifica | modifica wikitesto]

Un sādhu e il suo chela o allievo.

La più estrema delle sette di sādhu è quella degli Aghori, fondata da Kina Ram, un asceta del XVIII secolo. Ricercano l'illuminazione seguendo, tra i comportamenti di Shiva, quelli che sono considerati come i più fuori dalla norma. Poco numerosi ai giorni nostri (una ventina che vivono a Varanasi, presso la tomba del loro guru), sembra siano stati più numerosi in passato, probabilmente 200-300 alla fine del XIX secolo.

Contrariamente agli altri asceti, e anche alla grande maggioranza degli indù, non sono vegetariani e consumano alcool. Come Shiva, vivono nei campi di cremazione, vivono nudi o coperti da un semplice panno di lino. Gli si attribuiscono delle abitudini di impurità assoluta, come il consumo di carne in decomposizione, dei loro stessi escrementi e della loro urina, la meditazione seduti su un cadavere, l'unione sessuale con delle prostitute nel corso del periodo mestruale. In quest'ultimo caso, si tratterebbe di un rito tantrico attraverso il quale essi si incarnerebbero con la loro partner in Shiva e Kali. In effetti, gli Aghori pensano che gli estremi siano identici e che la distinzione tradizionale indù tra puro e impuro sia solo il risultato di Māyā, l'illusione da cui si vogliono liberare.

Amano circondarsi di simboli di morte, in particolare di crani umani che utilizzano sia come recipienti per bere che come strumenti rituali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Monier Monier-Williams जट jaṭa, as, ā, am, p. 336
    (EN) Thomas William Rhys Davids, William Stede, jaṭā in Pali-English Dictionary, Delhi, Motilal Banarsidass, 1872, p. 277, ISBN 81-208-1144-5. URL consultato il 24 dicembre 2014.
    (EN) Hair. Its Power and Meaning in Asian Cultures, postfazione di Gananath Obeyesekere, Chicago-Londra, SUNY Press, 1998, p. 23, ISBN 1-4384-0673-8. URL consultato il 24 dicembre 2014.
    (EN) Gananath Obeyesekere, Medusa's Hair. An Essay on Personal Symbols and Religious Experience, Chicago-Londra, University of Chicago Press [1981], 08/02/2014, p. 51, 204, ISBN 0-226-18921-X. URL consultato il 24 dicembre 2014.
    (EN) Kama Maclean, Pilgrimage and Power. The Kumbh Mela in Allahabad, 1765-1954, New York, Oxford University Press, 2008, p. 48, 232, ISBN 0-19-533894-4. URL consultato il 24 dicembre 2014.
    (EN) Fabrizio M. Ferrari, Health and Religious Rituals in South Asia. Disease, Possession and Healing, Oxon-New York, Routledge, 07/03/2011, p. 106, ISBN 1-136-84629-8. URL consultato il 24 dicembre 2014.
    (EN) M. G. Bhagat, Ancient Indian asceticism, Delhi, Munshiram Manoharlal Publishers, 1976, p. 112, ISBN 81-215-0281-0.
  2. ^ (EN) Monier Monier-Williams, An Elementary Grammar of the Sanscrit Language. Partly in the Roman Character, Arranged According to a New Theory, in Reference Especially to the Classical Languages; with Short Extracts in Easy Prose. To which is Added, a Selection from the Institutes of Manu, with Copious References to the Grammar, and an English Translation, Londra, W. H. Allen & Company., 1846, p. 46. URL consultato il 24 dicembre 2014.
  3. ^ Monier Monier-Williams Sādhu, us, in साध sādh, pp. 1104-1105
  4. ^ (EN) Monier Monier-Williams, Brāhmanism and Hindūism, Or, Religious Thought and Life in India. As Based on the Veda and Other Sacred Books of the Hindūs, 4ª ed., Londra, John Murray, 1891, p. 113. URL consultato il 24 dicembre 2014.
  5. ^
    « Magus primo sumitur pro sapiente, cuiusmodi erant Trimegisti apud Aegyptios, Druidae apud Gallos, Gymnosophistae apud Indos, Cabalistae apud Hebraeos, Magi apud Persas (qui a Zoroastre), Sophi apud Graecos, Sapientes apud Latinos »
    ((EN) Iordani Bruni Nolani, De magia in F. Tocco, H. Vitelli (a cura di), Vol. III, Opera latine conscripta, publicis sumptibus edita, recensebat F. Fiorentino [V. Imbriani, C. M. Tallarigo], 3 volumi (in 8 parti), Neapoli-Florentiae, (in http://bibliotecaideale.filosofia.sns.it) [1589-1590], 1879-1891, p. 397, ISBN 0-226-18921-X. URL consultato il 24 dicembre 2014. )

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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