Riforma delle pensioni Fornero

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Diritto della previdenza sociale in Italia





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Categoria:Diritto della previdenza sociale
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La riforma delle pensioni Fornero, è una legge dello Stato Italiano, che prende il nome dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero che insieme ad altre norme implementate durante il governo Monti attuò la riforma Monti del sistema pensionistico obbligatorio italiano.

La riforma Fornero consistette nell'attuazione di un default dei sistemi pensionistici obbligatori per ridurre la spesa pubblica legata alle prestazioni pensionistiche in un momento di crisi finanziaria in quanto, nel sistema pensionistico obbligatorio, le pensioni si pagano con le imposte.

È una legge di diritto pubblico di modifica dei rapporti giuridici tra i soggetti di diritto, previsti dall'art. 38 della Costituzione Italiana ossia tra i cittadini lavoratori nella condizione di bisogno e gli enti previdenziali in qualità di pubbliche amministrazioni istituite per la gestione dei sistemi pensionistici obbligatori.

È quindi una riforma previdenziale del sistema pensionistico obbligatorio e delle assicurazioni sociali obbligatorie. È stata emanata ai sensi dell'art. 24 del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201 (detto "decreto salva Italia") - convertito successivamente in legge 22 dicembre 2011 n. 214.

La riforma è stata votata dalla coalizione di partiti che sostenevano il governo Monti, composta da PD, PDL, Unione di Centro e Futuro e Libertà per l'Italia e altre liste minori.

La riforma del sistema pensionistico obbligatorio si rese necessaria in un momento di grave crisi finanziaria dello Stato italiano in quanto, come in tutti i paesi OCSE, lo schema pensionistico adottato dagli enti previdenziali è quello del sistema pensionistico senza copertura patrimoniale del debito pensionistico latente e pertanto, per garantire la sostenibilità fiscale dei sistemi pensionistici obbligatori si interveniva sia diminuendo i costi correnti dello Stato con una modifica delle norme per il conseguimento e la determinazione delle prestazioni previdenziali, sia aumentando le aliquote dei contributi previdenziali (metodo PAYG).

La riforma ha quindi interessato gli iscritti a tutti gli enti previdenziali, quindi a tutti i fondi gestiti dall'INPS e alle casse di previdenza dei liberi professionisti.

La riforma è stata redatta in 20 giorni essendo il governo Monti iniziato il 16 novembre 2011.

Il testo di legge della riforma delle pensioni Fornero

Indice

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

La riforma del sistema pensionistico obbligatorio viene realizzata in un momento di grave crisi finanziaria dello Stato Italiano culminata nell'estate del 2011 con la crisi di credibilità sulla sostenibilità del debito pubblico quando si ebbe l'impennata dei tassi di interesse con un differenziale rispetto ai titoli tedeschi di oltre 550 punti base. La risposta del governo Monti con la riforma del sistema pensionistico obbligatorio comportò una significativa correzione della spesa pensionistica e delle entrate nel bilancio statale. In quel momento, furono a rischio il pagamento degli stipendi e delle pensioni, mentre le pubbliche amministrazioni arrivarono a non pagare i fornitori per un importo stimato in 70 miliardi di euro nel 2011,[1] aumentati a 100 miliardi di euro nel 2014 (tempo medio di pagamento delle fatture 165 gg.). Il sistema pensionistico pubblico è un sistema pensionistico senza copertura patrimoniale del debito pensionistico latente (unfunded), ossia delle obbligazioni derivanti dalle prestazioni previdenziali promesse pertanto deve essere mantenuto l'equilibrio finanziario del bilancio dello Stato su cui grava la spesa pensionistica corrente.

La concomitanza di una crisi che si trascinava dal 2007 con una caduta del PIL e l'aumento della pressione fiscale non erano sufficienti a compensare l'aumento dell'incidenza della spesa pensionistica sul PIL in base alle norme previgenti (Riforma Dini e s.m.)e quindi alle promesse pensionistiche fatte dalla politica. Inoltre il sistema pensionistico obbligatorio, per mezzo delle pensioni di anzianità, ha svolto per lungo tempo anche la funzione di ammortizzatore sociale per le aziende in crisi.

La riforma delle pensioni Fornero ha eliminato le pensioni di anzianità e introdotto la pensione anticipata. Il governo italiano decise quindi di intervenire sulla spesa pensionistica sia nel breve che nel lungo periodo aggiornando la legge speciale sulle assicurazioni sociali obbligatorie visto che il sistema pensionistico obbligatorio adotta il metodo PAYG.

Essendo il sistema pensionistico obbligatorio finanziato con l'imposizione fiscale comprendente i contributi previdenziali e i trasferimenti dello Stato, ed essendo il sistema pensionistico senza copertura patrimoniale con la gestione finanziaria a ripartizione, in un periodo di grave crisi finanziarie dello Stato Italiano, la riforma delle pensioni Fornero operava una correzione dei conti pubblici sia nel breve periodo che nel lungo periodo con una riforma strutturale del sistema pensionistico obbligatorio. Interventi che dal lato delle entrate hanno previsto anche l'aumento delle aliquote contributive pensionistiche di finanziamento con conseguente aumento del cuneo fiscale per le categorie interessate di commercianti, artigiani e agricoltori.

Interventi che dal lato delle uscite hanno previsto la riduzione dell'importo delle nuove pensioni con l'introduzione per tutti a partire dal 2012 del metodo di calcolo misto o metodo di calcolo pro-rata per la pensione di vecchiaia ossia il calcolo della quota di pensione per i contributi versati dal 2012 con il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata. Altri interventi per ridurre le uscite hanno riguardato l'aumento dell'età per il pensionamento di vecchiaia con l'aumento immediato per le donne da 60 anni a 65 anni e 6 mesi e per gli uomini da 65 anni a 66 anni.

Ciò ha determinato un numero elevato di esodati, ossia di lavoratori prossimi all'età di conseguimento della pensione di vecchiaia, espulsi dalle aziende in crisi che non hanno potuto accedere al pensionamento in base ad accordi tra le parti sociali, secondo le leggi previgenti alla riforma Fornero. Ma in quella situazione di crisi economica, lo Stato Italiano non aveva le risorse economiche per far assorbire al sistema pensionistico obbligatorio i costi di queste ristrutturazioni, e ancora nel 2013 venivano fatte leggi ad hoc per riassorbire tali gruppi.

Nel 2013, l'ISTAT ha rilevato che il rapporto tra le spesa pensionistica ed il PIL era comunque aumentato nel 2012, al 17,28[2] dal 16,85% nel 2011 a sua volta aumentato di circa due punti percentuali rispetto al periodo del 2007 ove era al 15,03%, livello che la Riforma Fornero si prefiggeva di stabilizzare.[3]

Nel rapporto annuale 2013 dell'INPS, si rilevava che il rapporto tra la spesa pensionistica ed il PIL a fine 2013 era al 16,2%, ma senza la riforma sarebbe stato al 18%.

I numeri della crisi economica all'origine della riforma pensionistica[modifica | modifica sorgente]

Quadro normativo di riferimento[modifica | modifica sorgente]

La normativa che riforma il sistema pensionistico obbligatorio italiano, si inserisce in un corpus legislativo abnorme frutto di 70 anni di attività legislativa ed in assenza di un testo unico del tipo di quello esistente in Svizzera dal 1946.

L'esigenza di addivenire ad un testo unico della materia è già stata normata con la L. 4 aprile 1952 art. 37 ove si specificava al p.to 2 " raccogliere in un unico testo le disposizioni che regolano la materia."[4]

Invero, il precedente intervento di coordinamento in materia di previdenza sociale, risaliva, in Italia, al R.D.L. 04-10-1935, n. 1827 (convertito) in merito di "Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale."[5]

Elemento distintivo della riforma che comporta risparmi nel periodo 2012-2021 per circa 80 miliardi di euro è quello di essere contenuta in un unico articolo di legge, ancorché contenente oltre 30 punti riconducibili ai classici articoli di legge. D'altra parte, anche la precedente riforma Dini (anch'essa emanata da un governo "tecnico") era compresa in tre articoli di legge contenenti oltre 100 punti.

Le leggi più importanti degli ultimi venti anni, a partire dalle leggi finanziarie, vengono molte volte scritte in un unico articolo di centinaia e centinaia di commi.

Ciò evidenziava la concomitanza alla crisi economica, di una crisi politico-istituzionale con un parlamento incapace di discutere ed approfondire i contenuti delle leggi, anche quelle più importanti, considerato che l'approvazione della legge di conversione, avveniva con il solito "voto di fiducia".[6]

L'avvio della transizione dal modello previdenziale corporativo al modello previdenziale universale[modifica | modifica sorgente]

L'introduzione a tutti i cittadini del metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata per i contributi previdenziali versati dal primo gennaio 2012, introduce per la prima volta in Italia l'equità di trattamento tra tutti i cittadini, con l'eccezione delle casse di previdenza dei liberi professionisti che mantengono delle specificità, rispetto al precedente metodo di calcolo retributivo che presentava tra le varie gestioni forti differenze tra le categorie di lavoratori. Anche se da un punto di vista pratico, la transizione al modello previdenziale universale, come previsto dalla riforma Fornero avrà una durata di molti decenni, da un punto di vista socio-politico, si tratta per l'Italia di iniziare l'abbandono del modello previdenziale corporativo che ha segnato oltre un secolo di storia della previdenza sociale. Fino ad ora infatti era stato introdotto per i lavoratori che si erano iscritti all'INPS dopo il 1 gennaio 1996, creando una evidente disparità di trattamento tra i cittadini che versavano gli stessi contributi al quale lo Stato garantiva tassi di rendimento implicito molto diversi, ponendo le basi per la nascita del conflitto intergenerazionale.

Il passaggio dal conflitto intergenerazionale freddo al conflitto intergenerazionale caldo[modifica | modifica sorgente]

La riforma introduce elementi di universalità, affiancati ad una impostazione di equità attuariale delle prestazioni previdenziali maturate dal 1 gennaio 2012. La definizione di regole ritenute universalmente eque dal punto di vista attuariale, che comunque sarebbero entrate a regime nel lungo periodo[7] del sistema pensionistico obbligatorio, poneva in evidenza la disparità di trattamento tra le pensioni in essere o quelle prossime di essere liquidate,[8] ma che comunque sarebbero state pagate per almeno un ventennio, rispetto alle prestazioni attese dai nuovi entrati nel mondo del lavoro con le regole della riforma Dini. Per la prima volta, la politica, rinunciava a fare promesse pensionistiche sicuramente insostenibili, ma al contempo evidenziava l'estrema onerosità di quelle che non rinunciava di voler mantenere come esplicitato nel c. 3 della riforma. La riforma apriva quindi per la prima volta la strada alla rivendicazione da parte delle giovani generazioni, di rivedere quelli che venivano erroneamente chiamati "diritti acquisiti" pur non essendo assolutamente previsti da nessuna norma di legge. Già nel 2014 alcune regioni iniziavano a ridimensionare i vitalizi dei consiglieri regionali aprendo la strada a ulteriori richieste di ricalcolo delle baby pensioni, delle pensioni d'oro, ed in genere delle pensioni determinate con il metodo di calcolo retributivo. Il conflitto intergenerazionale passava dalla contrapposizione "fredda" a quella "calda".

I punti salienti della riforma in sintesi[modifica | modifica sorgente]

Assicurazione sociale obbligatoria per la vecchiaia[modifica | modifica sorgente]

Il primo effetto della Riforma delle pensioni Fornero è quello di far entrare definitivamente in vigore a 17 anni dalla sua introduzione con la riforma Dini, il calcolo della pensione di vecchiaia con il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata, in forma pro-rata. Quindi dal 1/1/2012 si ha:

In conclusione, fino alla riforma Fornero, e per molti anni ancora, la sostenibilità fiscale del sistema pensionistico italiano sarà condizionata da generose prestazioni previste dalla normativa vigente nonostante la riforma Dini.[10]

La stabilizzazione dei conti pubblici nel medio lungo periodo[modifica | modifica sorgente]

Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario-Rapporto n.13

Così come la Riforma Dini ha introdotto il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata nel 1995, per alcune categorie di lavoratori, iniziando la correzione della crescita del debito pensionistico latente, ma non essendo ancora entrato a regime non ha avuto alcun effetto sulla sostenibilità fiscale degli enti previdenziali. La riforma delle pensioni Fornero, ha posto fine alla crescita del debito pensionistico latente con l'estensione a tutti i lavoratori, siano essi dipendenti o autonomi o liberi professionisti, del metodo di calcolo contributivo per l'anzianità contributiva maturata a partire dal 1/1/2012 (v. c. 2 art. 24). Ciò è dovuto al fatto che a differenza del metodo di calcolo retributivo che restituiva una riserva matematica maggiore rispetto a quanto versato dal singolo iscritto essendo tale metodo svincolato dai contributi, ma legato al reddito, il metodo di calcolo contributivo tende a restituire quanto versato e quindi tende a non ingenerare negli iscritti esagerate aspettative pensionistiche o a credere ad insostenibili promesse pensionistiche. Quindi in futuro, le manovre economiche che dovranno eseguire gli enti previdenziali, a meno di squilibri economici o demografici, saranno dovuti tendenzialmente allo smaltimento del debito previdenziale latente pregresso.[11]

In particolare, la riforma sfrutta l'allungamento dell'età per il pensionamento di vecchiaia quale elemento fondamentale per la riduzione dei costi sia fissando a 67 anni l'età pensionabile dal 2021 sia con l'adeguamento della stessa alla speranza di vita con cadenza biennale dal 2019.[12]

L'OCSE prevede con tale normativa che nel 2060 l'età pensionabile in Italia sarà tra le più elevate arrivando a 69 anni.[13]

Un altro intervento significativo nella realizzazione della stabilizzazione della spesa pensionistica nel lungo periodo è quello dell'adeguamento prima triennale poi biennale a partire dal 2019 dei coefficienti di trasformazione in rendita previsti dal metodo di calcolo contributivo.

La stabilizzazione dei conti pubblici nei bilanci correnti[modifica | modifica sorgente]

Il blocco della perequazione per gli anni 2012-2013, previsto al comma 25, insieme all'innalzamento dell'età pensionabile, previsto al comma 6, hanno determinato un risparmio della spesa previdenziale e quindi un riequilibrio del bilancio dello Stato.[14]

È stato inoltre introdotto al comma 21 un contributo di solidarietà con l'intento di penalizzare le prestazioni pensionistiche corrisposte con il metodo di calcolo retributivo.

Un importante contributo nella diminuzione della spesa pensionistica deriva dalla diminuzione del numero di pensioni erogate nel 2012 nonostante l'aumento dell'importo medio delle stesse.[15]

Ciò dipende dalla definitiva eliminazione della pensione di anzianità e dalla introduzione della pensione anticipata che innalzando i requisiti anagrafici ha drasticamente diminuito le uscite anticipate. Altri stringenti requisiti anagrafici introdotti sono l'innalzamento a 66 anni dell'età per il pensionamento di vecchiaia con aumento di un anno per i lavoratori e di 6 anni per le lavoratrici allineandole alla media dei paesi OCSE.

La sostenibilità fiscale dei sistemi pensionistici obbligatori[modifica | modifica sorgente]

Lo scopo della riforma Fornero era la stabilizzazione della spesa pensionistica in rapporto al PIL. Tale risultato dovrebbe essere valutato nell'ipotesi di crescita o almeno in presenza di un PIL stabile. Ciò non si è verificato nel 2012 e nel 2013 in quanto l'Italia ha avuto un decremento del PIL. Nella legge di stabilità 2014 ci sono stati ulteriori interventi di blocco della perequazione.

L'esplosione del fenomeno degli esodati[modifica | modifica sorgente]

Il repentino innalzamento dell'età pensionabile, soprattutto per le lavoratrici, l'eliminazione della pensione di anzianità e l'introduzione della nuova pensione anticipata ha determinato la moltiplicazione del fenomeno degli esodati ossia di quei lavoratori, vicini al raggiungimento dei requisiti per avere la pensione che sono stati espulsi dal mondo del lavoro con accordi che prevedevano l'accompagnamento alla pensione. Ma una volta esaurito il rapporto di lavoro, la modifica dei requisiti per ottenere le auspicate prestazioni previdenziali pensionistiche, ha lasciato questi lavoratori senza reddito.

Mentre nel primo periodo successivo alla riforma si è additato il fenomeno ad un errore dei "tecnici", si comincia a manifestare anche l'opinione che, nell'ottica generale della legge di operare una brusca correzione dei conti pubblici, si sia deliberatamente colpita una platea relativamente ristretta ma che consentiva consistenti riduzioni di spesa pubblica.[16][17]

In questo modo i politici che avevano votato la riforma, addossavano quindi la responsabilità del fenomeno degli esodati al governo tecnico nonostante il loro voto favorevole alla riforma, mentre in realtà riuscivano ad effettuare la correzione dei conti pubblici senza colpire una vasta platea di potenziali elettori, ma concentrando il sacrificio in modo insostenibile su un consistente, ma sempre limitato, gruppo di lavoratori.

Come tutte le altre pensioni del sistema pensionistico obbligatorio, anche quelle degli esodati sono infatti pagate con le imposte e fin quando non venivano reperite le opportune coperture finanziarie fiscali, in aggiunta a quelle già previste dalla riforma Fornero, tali lavoratori privi di stipendio e pensione costituivano di fatto i risparmi più significativi sui bilanci correnti dello Stato.[18]


D'altra parte non si comprende come si possa pensare che degli specifici e complessi commi della legge quali il comma 14 e il comma 15 dell'art. 24 della legge Salva Italia siano il frutto di un errore di esperti di previdenza, ma non una volontà specifica del Parlamento Italiano. Che poi, innanzi ai numeri del problema, è stato costretto ad approvare diversi provvedimenti di salvaguardia che attualmente hanno consentito il ripristino delle vecchie regole di pensionamento in favore di poco più di 160mila lavoratori (cd. salvaguardati).[19]


La stabilizzazione del modello previdenziale corporativo fascista[modifica | modifica sorgente]

Una delle eredità più pesanti del sistema pensionistico obbligatorio italiano deriva dalla implementazione nel periodo repubblicano del modello previdenziale corporativo fascista, che ha preso forma nella istituzione di numerose casse previdenziali dei liberi professionisti in aggiunta a quelle di diverse categorie di lavoratori dipendenti.

Nel tempo, le casse dei lavoratori dipendenti, sono via via confluite in INPS, in virtù della scarsa sostenibilità fiscale del modello previdenziale corporativo, arrivando a creare, con l'incorporazione della cassa dei dipendenti pubblici INPDAP, un ente che dal punto di vista finanziario gestisce tutta la previdenza pubblica con il modello previdenziale universale.

Mentre quindi più del 90% dei lavoratori in Italia è stato accorpato in una unica gestione, per i liberi professionisti, a partire dal 2007, si è iniziata una operazione di trasparenza con l'allungamento del limite di sostenibilità da 15, a 30 anni fino a 50 con il comma 24 della riforma Fornero in termini di saldo previdenziale, che ha avuto l'effetto evidenziare il conflitto intergenerazionale insito nei sistemi pensionistici senza copertura patrimoniale in fase di avvio.

Ciò in quanto per molte casse ha comportato l'obbligo di passare alla determinazione della pensione di vecchiaia con il metodo di calcolo misto ossia con una parte di anzianità contributiva conteggiata con il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata.

Se l'intenzione era quella di voler porre fine alla spoliazione legale a vantaggio di alcune elite, gli effetti erano quelli di evidenziare il sistema senza trovare soluzioni eque se non nel lunghissimo periodo, ma difficilmente realizzabili per l'enorme trasferimento di risorse che si veniva a istituire tra generazioni.

Mentre la Fornero rivendicava di aver portato equità tra generazioni, se ciò poteva essere vero all'interno delle casse gestite con il modello previdenziale universale ovvero l'INPS, sistema che già aveva elevato le aliquote contributieve vicino al livello di equilibrio e scontava i costi delle promesse pensionistiche del passato, nel caso di alcune casse di previdenza dei liberi professionisti che secondo il D.Lgs. 509/1994 non devono utilizzare trasferimenti dalla fiscalità generale, si evidenziavano insormontabili ostacoli delle stesse alla corresponsione di prestazioni previdenziali che rispettassero livelli minimi di adeguatezza.

Mentre quindi le casse dei lavoratori dipendenti, anch'esse gestite senza copertura patrimoniale, venivano fatte confluire in un unico ente proprio in virtù dell'assenza di patrimonio, in situazioni di deficit di cassa, per i liberi professionisti, l'obbligo di accumulare patrimoni su sistemi pensionistici obbligatori con metodi di calcolo PAYG aveva l'effetto di creare lo strumento per gestire per un lungo periodo di tempo il trasferimento di risorse tra generazioni.

La scelta di patrimonializzare casse gestite con i criteri dei sistemi pensionistici senza copertura patrimoniale era una eredità dei governi di centro-sinistra che avevano istituzionalizzato il modello con la legge Treu del D.Lgs. 103/1996, successivamente confermata nel 2007.

L'Italia aumenta il deficit pubblico per giocare in borsa con le imposte[modifica | modifica sorgente]

L'effetto più paradossale evidenziato in modo eclatante dalla riforma delle pensioni Fornero riguardante le casse di previdenza dei liberi professionisti, collegato ad importanti riforme costituzionali e ad altre leggi concomitanti è stata di evidenziare un paradosso dei sistemi pensionistici obbligatori gestiti a ripartizione con una elevata patrimonializzazione.

L'art. 24 c. 24 del decreto Salva Italia imponeva di verificare il limite di sostenibilità a 50 anni con il parametro del saldo previdenziale sempre positivo, quindi senza l'utilizzo del patrimonio.

Ad una generale sollevazione di tutte le casse di previdenza, si interveniva con una circolare che prevedeva l'utilizzo del patrimonio con un rendimento reale dell'1%.

Ma la stessa circolare considerava il costo del debito pubblico reale al 3%. L'effetto è quello che lo Stato Italiano, nella sua legge istituzionalizza una gestione delle imposte raccolte da una pubblica amministrazione che prevede una perdita del 2%, nel caso di gestione secondo il buon padre di famiglia.

Si evidenziava quindi la totale antieconomicità di questo tipo di previdenza, infatti il patrimonio ha senso per esigenze di cassa e di stabilità nel breve periodo, mentre nel caso di uno Stato con un debito pubblico come nel caso italiano, far gestire a delle pubbliche amministrazioni un patrimonio complessivo di oltre 61 miliardi di euro nel 2014, quando lo stesso Stato si deve rivolgere al mercato per finanziare il suo debito per centinaia di miliardi di euro ogni anno, rappresentava una situazione inspiegabile se non fosse legata al solito schema della spoliazione legale.

Tale schema, nato nel centro sinistra, sviluppato nel centro sinistra, trovava uno dei più strenui difensori in Cesare Damiano.

I risparmi della manovra economica[modifica | modifica sorgente]

Come ogni riforma previdenziale dei sistemi previdenziali con gestione a ripartizione, la variazione delle norme serve per mantenere l'equilibrio tra le entrate fiscali che finanziano il sistema pensionistico e le uscite costituite dalle prestazioni previdenziali ed assistenziali. La riforma delle pensioni Fornero, è previsto che porterà ad una correzione dei conti per 20 miliardi di euro.[20]

Analisi della riforma delle pensioni Fornero[modifica | modifica sorgente]

La tutela politica delle promesse pensionistiche[modifica | modifica sorgente]

La scelta politica fondamentale della riforma delle pensioni Fornero, quindi di tutti i partiti che hanno votato la legge, ha riguardato la tutela delle promesse pensionistiche per chi entro il 31 dicembre 2011 raggiungeva i requisiti per conseguire la pensione di vecchiaia ( v. art. 24 c. 3 "Salva Italia"). Tale scelta significa quindi che i costi delle promesse pensionistiche derivanti dalla normativa vigente, che prevedeva pensioni di vecchiaia determinate con il metodo di calcolo retributivo che restituiva di più delle imposte pagate (contributi previdenziali) e quindi un debito previdenziale latente, lasciava indenni i lavoratori che avevano maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2011, accollando i costi della riforma sia agli esodati, sia alle lavoratrici che vedevano innalzata l'età per il pensionamento di vecchiaia di 5 anni in un colpo, e solo parzialmente ai pensionati intervenendo sulla perequazione delle prestazioni pensionistiche esistenti. Tale tutela è particolarmente evidente nell'introduzione del metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata nelle casse di previdenza dei liberi professionisti, ove gli squilibri demografici dell'ultimo ventennio erano particolarmente favorevole per le pensioni in essere e quelle prossime. Ciò determinava per le categorie dei liberi professionisti, soggetti ad un cuneo fiscale più elevato rispetto ai lavoratori dipendenti pensioni future con tassi di sostituzione che non arrivano a garantire neanche la pensione minima INPS.

Errate valutazioni della riforma degli organismi internazionali, degli esperti e della Fornero[modifica | modifica sorgente]

Le prime valutazioni dopo un anno della riforma, sia degli organismi internazionali (OCSE, Commissione Europea) erano che la riforma aveva reso sostenibile il sistema pensionistico obbligatorio italiano, ignorando o sottovalutando completamente i costi derivanti dalle scellerate scelte pensionistiche precedenti[21] (pensioni baby, pensioni di anzianità, pensioni d'oro, vitalizi dei parlamentari, pensioni retributive, casse di previdenza dei liberi professionisti D.Lgs.509/1994[22][23] (1). Anche la redattrice della riforma Elsa Fornero rivendicava tale risultato nel dicembre del 2013 salvo essere smentita immediatamente dagli interventi sulla perequazione previsti nella legge di stabilità 2014. Pertanto tale riforma veniva presto giudicata come insufficiente.[24] La spesa pensionistica in rapporto al PIL era quindi nel 2013 arrivata al 17,28%.[25]

In definitiva, la valutazione della sostenibilità di un sistema pensionistico senza copertura patrimoniale, deve avere come condizione necessaria, per la verifica della sostenibilità, un metodo PAYG equamente calibrato, ed è quello che ha fatto la riforma Fornero, ma a tale condizione non è assolutamente sufficiente in quanto debbono naturalmente essere rispettate le ipotesi di sviluppo demografico della popolazione coinvolta, sia dal lato dei percettori che dal lato dei finanziatori del sistema e soprattutto la crescita economica attesa deve essere rispettata.

Nel caso del sistema italiano, la crescita attesa, scontata nelle previsioni e nel metodo PAYG era dell'1,5% reale, cosa ben distante dal verificarsi negli anni successivi alla riforma.

Questa evoluzione confermava che la sostenibilità fiscale dei sistemi pensionistici obbligatori non va rispettata nei confronti del singolo ente previdenziale, bensì nei confronti dell'intero bilancio dello Stato, come si prefiggeva giustamente la riforma Fornero.

Da cui discende che l'eccessiva concentrazione di una quota elevata di PIL per la spesa pensionistica, creando elevato cuneo fiscale, conflitto intergenerazionale, stagnazione fino anche alla deflazione, creava un pericoloso avvitamento dell'economia nazionale, su se stessa.

Stabilizzazione della sostenibilità fiscale della spesa pensionistica[modifica | modifica sorgente]

Come tutte le riforme previdenziali di sistemi pensionistici senza copertura patrimoniale, la riforma voleva garantire nel medio periodo la stabilizzazione della spesa pensionistica in rapporto al PIL. Nonostante alcuni interventi strutturali quali: a) l'entrata in vigore del metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata; b) l'innalzamento dell'età per il conseguimento della pensione di vecchiaia molto brusco per le donne lavoratrici; c) gli aumenti delle [aliquota contributiva pensionistica di finanziamento|aliquote contributive pensionistiche di finanziamento]]; gli interventi sulla perequazione avevano solo carattere temporaneo (2012-13), senza che essa venisse effettivamente legata all'andamento del PIL, conseguentemente continuava la corsa della spesa pensionistica in rapporto al PIL, complice anche la caduta di questo ultimo nel 2013. Infatti, i regali concessi dal metodo di calcolo retributivo sia alle pensioni correnti che alle nuove pensioni, non riuscivano ad essere compensate dai pesanti interventi. Permaneva il forte squilibrio tra le entrate contributive e la spesa pensionistica da cui il costante ricorso al finanziamento con la fiscalità generale.

Adeguatezza delle prestazioni pensionistiche[modifica | modifica sorgente]

Una critica riguarda la scarsa adeguatezza delle prestazioni previdenziali pensionistiche per i redditi bassi in quanto non è prevista una gradualità del tasso di sostituzione che effettui una solidarietà intragenerazionale tra i lavoratori, come avviene in tutti gli altri sistemi pensionistici obbligatori degli altri paesi OCSE.

Prospettive oltre la riforma[modifica | modifica sorgente]

La riforma cambiava strutturalmente il sistema pensionistico obbligatorio rendendolo più sostenibile per la parte successiva al 2012, ma interveniva in modo insufficiente su quanto maturato e vigente. Non potendosi in futuro intervenire con ulteriori strette fiscali, per la elevata pressione fiscale e l'elevato cuneo fiscale, si andava a delineare un ambito ben definito ove vi sono ulteriori ampi margini per intervenire nella stabilizzazione della spesa pensionistica ossia sulle aspettative pensionistiche e sulle quote di pensioni calcolate con il metodo retributivo ove si andava ad intervenire con la legge di stabilità 2014 con un contributo di solidarietà.

I sindacati italiani e la Confindustria per la riduzione del cuneo fiscale[modifica | modifica sorgente]

I conti dello Stato a fine 2012 mostravano il forte squilibrio tra le entrate contributive e la spesa pensionistica che necessitava di un forte apporto dalla fiscalità generale. I sindacati e la Confindustria ritenevano che il cuneo fiscale dovesse essere ridotto per migliorare l'occupazione, trasferendo quindi una ulteriore quota dei costi della previdenza sociale dai lavoratori attivi al bilancio dello Stato centrale ovvero alla collettività.

Il paradosso della rappresentanza sindacale dei lavoratori e dei pensionati dopo la Riforma Fornero[modifica | modifica sorgente]

L'avvio con la riforma Fornero del modello previdenziale universale con lo schema NDC e le prime simulazioni dei tassi di sostituzione con le nuove regole, unito al fatto che le pensioni si pagano con le imposte, hanno evidenziato la disparità di trattamento con i pensionati attuali, gratificati dal metodo di calcolo retributivo ponendo il problema della sostenibilità del sistema pensionistico senza copertura patrimoniale attuale, in contrapposizione con l'adeguatezza della prestazione pensionistica dei futuri pensionati nonché il problema della competitività e crescita dell'economia con situazioni di elevato cuneo fiscale.

Intervenivano quindi nel dibattito politico il sindacato dei pensionati ed il sindacato dei lavoratori, magari anche come sigle federate ad un unico sindacato generale es. CGIL. Si evidenziava a quel punto, grazie al principio dell'equità attuariale introdotto nella erogazione delle future pensioni, il paradosso che lo stesso sindacato è costretto a difendere interessi contrapposti tra lavoratori e pensionati. Infatti la richiesta di aumento delle pensioni o di diminuzione della tassazione[26] (e quindi la necessità alzare la quota di imposte ad esse destinate) andava in conflitto con la richiesta dei lavoratori attivi di diminuzione del cuneo fiscale. Oppure la richiesta di anticipazione dell'età pensionabile (con necessità di ulteriori imposte) si scontrava con il blocco della perequazione (per risparmiare sulla spesa pensionistica).[27] In realtà i sindacati venivano criticati dal non aver ostacolato l'approvazione della riforma Fornero, quando invece, ben consapevoli del meccanismo di finanziamento e gestione dei sistemi pensionistici obbligatori, dovevano fare buon viso a cattivo gioco derivante dall'allegra gestione del metodo di calcolo retributivo attuato nel modello previdenziale corporativo italiano, del quale erano parte attiva con infinite sigle sindacali di categoria, ed ingoiare il boccone amaro per non scontentare la platea dei pensionati altrimenti costretti a vedersi diminuite le prestazioni d'un colpo anziché con manovre ripetute su più anni pur di evitare il default dello Stato Italiano.

La riforma scaricava i costi del riequilibrio dei conti i larga misura sui lavoratori attivi che si vedevano proporre una politica ventennale di rientro sia del debito pubblico arrivato nel 2014 al 133% in rapporto al PIL sia del debito previdenziale latente o debito implicito subendo l'esplosione della pressione fiscale legale e per le imprese l'aumento del total tax rate deteriorando quindi la crisi economica in atto dal 2007 e ponendo le basi per l'esplosione del conflitto intergenerazionale.

Le proposte di riforma della riforma delle pensioni Fornero[modifica | modifica sorgente]

Molte sono le proposte di riforma che si sono succedute più per motivi propagandistici elettorali che di effettiva volontà di correggere i nuovi meccanismi introdotti.

Abolizione per referendum da parte della Lega Nord[modifica | modifica sorgente]

La Lega Nord lanciava nella primavera del 2014 una campagna referendaria che tra i quesiti proponeva l'abolizione della Riforma Fornero. Nel caso di vittoria del referendum, si avrebbe il ritorno della normativa precedente. Il testo del quesito referendario: Volete Voi che sia abrogato: il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici", convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive, limitatamente all'articolo 24?. Dal 29 maggio 2014 anche Forza Italia aderiva alla raccolta di firme, per far ritornare in vigore la precedente riforma previdenziale del 2011 del governo Berlusconi IV.[28]

Critiche alla riforma Fornero da parte dei promotori del referendum[modifica | modifica sorgente]

Le principali critiche alla riforma riguardavano:[1]

  • aumento della disoccupazione giovanile per il blocco del turn-over;
  • allungamento dell'età lavorativa per le lavoratrici;
  • fenomeno degli esodati lasciando senza stipendio o pensione decine di migliaia di lavoratori;
  • politica del rigore in fase di recessione con amplificazione della stessa;

Critiche al quesito referendario[modifica | modifica sorgente]

  • Poiché l'articolo 24 del decreto Salva Italia che comprende tutta la riforma delle pensioni Fornero, contempla anche la variazione delle aliquote contributive (v. es. comma 22), configurandosi i contributi previdenziali come tributi, imposte dirette e indirette, risulterebbe il quesito in contrasto con l'art. 75 della Costituzione Italiana che vieta i referendum su norme tributarie.[29][30]
  • Il fatto che venga riesumata la pensione di anzianità, fa pensare ad una scelta elettorale con voto di scambio, in quanto tale istituto è affermato soprattutto nelle regioni del nord Italia, aree in cui la Lega Nord è più radicata.

Situazione in caso di approvazione del quesito referendario[modifica | modifica sorgente]

Nel caso in cui il referendum venisse svolto e venisse approvato, con l'abolizione della riforma si avrebbe:

  • ritorno ad una disciplina più favorevole per le lavoratrici autonome per quanto riguarda l'età di pensionamento (per le dipendenti del settore pubblico, l'innalzamento a 65 anni di età era già in vigore);
  • ritorno al metodo di calcolo retributivo per i lavoratori che avevano più di 18 anni di anzianità contributiva al 1/1/1996;
  • eliminazione del contributo di solidarietà per i pensionati delle categorie particolarmente agevolate da prestazioni generose calcolate interamente con il metodo retributivo;
  • riduzione degli aumenti delle aliquote contributive per artigiani, commercianti ed agricoltori, con riduzione delle future prestazioni previdenziali attese con il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata;
  • ritorno alla procedura di infrazione per la discriminazione uomo donna sull'età di pensionamento di vecchiaia per le lavoratrici private;
  • ripristino delle pensioni di anzianità.

Considerato che secondo la Ragioneria Generale dello Stato i risparmi attesi per la riforma Fornero, nel periodo 2012-2021, erano di 80 miliardi di euro, l'abolizione della riforma richiederà almeno una manovra stimata in circa mezzo punto di PIL per i prossimi anni. Quindi il ripristino delle tutele previste dal previgente modello previdenziale corporativo originario del periodo fascista, oltre ai costi economici, avrà ulteriori costi sociali dovuti al mancato avvio del modello previdenziale universale, con l'ovvia estensione del conflitto intergenerazionale.

Curiosità in merito alla posizione della Lega Nord[modifica | modifica sorgente]

Nel caso del sistema pensionistico italiano che sconta gli squilibri derivanti da un cosiddetto peccato originale ossia il fatto di essere basato sul modello previdenziale corporativo fascista che scarica gli squilibri intrinseci e la comune insostenibilità delle singole casse corporative sul bilancio dello Stato, nel momento in cui la riforma delle pensioni Fornero avvia la transizione verso il modello previdenziale universale del genere vigente in Svizzera da 70 anni, ebbene, nel caso del sistema pensionistico italiano la Lega Nord che guarda alla Svizzera come modello di organizzazione dello Stato, preferisce l'Italia e il ripristino della tradizione della pensione di anzianità, a prescindere dai costi.

Aumento delle pensioni minime a 800 € da parte di Forza Italia[modifica | modifica sorgente]

In occasione delle elezioni per il parlamento europeo del 2014, Berlusconi, leader di Forza Italia, prometteva, in caso di vittoria delle elezioni politiche, di aumentare le pensioni minime a €800, riducendo le spese di acquisto di beni intermedi delle amministrazioni statali. [2] [3]

Critiche alla proposta[modifica | modifica sorgente]

In questo modo, si proponeva di aumentare l'incidenza della spesa pensionistica sul PIL già tra le più alte al mondo e di 4 punti superiore a quella della Germania aggravando quindi la sostenibilità fiscale dei sistemi pensionistici obbligatori, ed andando quindi in direzione opposta a quanto previsto dalla Riforma Fornero, votata dal PDL poi trasformato in Forza Italia. La proposta confermava la linea politica del leader Berlusconi tenuta negli ultimi 10 anni con continui cambi di direzione che aveva già portato il paese sull'orlo del default, al quale era scampato appunto con la riforma Fornero.

Abolizione delle pensioni d'oro da parte di Fratelli d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Il partito Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale ha presentato un disegno di legge per abolire le pensioni d'oro.[31] Il testo prevede il cumulo di tutte le pensioni, comprese quelle integrative e complementari, un tetto di 5.000 euro lordi (circa 3.300 euro netti), nonché il loro ricalcolo secondo il sistema contributivo per la verifica della differenza qualora siano state liquidate con il sistema retributivo.

Critiche alla proposta[modifica | modifica sorgente]

Si sono levate critiche al fatto che si prevede di cumulare la pensione derivante dal sistema pensionistico obbligatorio con gestione senza copertura patrimoniale da parte di pubbliche amministrazioni o enti previdenziali e generalmente calcolata con il generoso metodo di calcolo retributivo e quindi causa dei problemi di sostenibilità fiscale dei sistemi pensionistici obbligatori con la pensione complementare che deriva dall'accantonamento volontario in fondi complementari "fully funded" ossia totalmente capitalizzati, di una quota di reddito aggiuntiva sotto forma di premio assicurativo e restituite secondo calcoli di equità attuariale del montante individuale maturato, rispetto ai contributi previdenziali che sono un'imposta, facendo insorgere il dubbio che la proposta abbia solo valenza propagandistica-elettorale. Con tale metodologia, si andrebbero a ridurre le pensioni retributive di chi ha scelto di accantonare una quota aggiuntiva di reddito rispetto a chi usufruisce solamente della pensione pubblica. Inoltre la quota di 5.000€ mensili riguarda una platea di pensionati abbastanza ridotta e tale da non incidere in modo significativo sugli squilibri finanziari che caratterizzano il sistema pensionistico obbligatorio italiano.

Risoluzione del problema degli esodati da parte di Cesare Damiano del PD[modifica | modifica sorgente]

Per risolvere il problema degli esodati, il deputato Cesare Damiano del PD ha elaborato una proposta sulla flessibilità in uscita prevedendo quindi il pensionamento anticipato.[32]

Nel maggio del 2014 non era ancora arrivata all'esame della Camera.

Critiche alla proposta[modifica | modifica sorgente]

La Fornero criticava i cambiamenti proposti in quanto i costi non avrebbero copertura finanziaria.[33]

Infatti, essendo il sistema pensionistico senza copertura patrimoniale ed essendo gestito per cassa con le entrate tributarie, qualsiasi meccanismo che anticipi l'età per il pensionamento di vecchiaia, deve trovare comunque le coperture finanziarie.

In realtà la proposta di legge, indicava all'art. 1 c. 2 "Alla quota calcolata con il sistema retributivo si applica la diminuzione o la maggiorazione di cui alla tabella A allegata alla presente legge, in relazione all'età di pensionamento effettivo e agli anni di contributi versati, al fine di conseguire l'invarianza dei costi tra i due sistemi." In realtà i coefficienti previsti dalla nuova norma erano sviluppati nell'ipotesi assurda di una vita media dopo il pensionamento superiore ad altri 100 anni.

Le proposte di Cesare Damiano, on. del PD, presidente della Commissione Lavoro al Senato, si configuravano quindi come l'ennesima proposta propagandistica per cercare di dimostrare di non essere responsabile del problema degli esodati, nonostante egli stesso avesse votato la riforma Fornero.

Qualora tale proposta potesse addivenire ad una approvazione, essa si configura come l'ennesimo meccanismo della spoliazione legale in quanto oltre a prevedere costi aggiuntivi per lo Stato, valutati in 40 miliardi di euro per il periodo dal 2014 al 2025, i coefficienti proposti sono redistributivi della ricchezza in senso regressivo.

Le proposte delle RSU sindacali[modifica | modifica sorgente]

Le proposte ci sono: [34]

1) l'introduzione dell'«accesso volontario alla pensione con 60 anni di età o 40 anni di contributi senza penalizzazioni»;

2) la messa a punto di criteri di calcolo che «consentano la salvaguardia del potere d'acquisto delle pensioni attuali e future»;[35]

3) il superamento delle sperequazioni ai danni delle donne («non si tiene conto né del lavoro di cura che svolgono a casa né delle discontinue carriere lavorative»)

Critiche alle proposte delle RSU sindacali[modifica | modifica sorgente]

1) Essendo il sistema pensionistico senza copertura patrimoniale, chi ha pagato anche per 40 o più anni, non ha un suo patrimonio accumulato in un conto, ma può avere la pensione se gli enti previdenziali hanno abbastanza fondi dalle entrate fiscali correnti ad essi destinati dallo Stato e che comprendono i contributi previdenziali integrati da altri trasferimenti dalla fiscalità generale. In Italia, la spesa pensionistica per pensioni IVS in rapporto al PIL è la più alta tra i paesi OCSE, nel 2014 è di 4 punti di PIL superiore alla Germania e per mantenere tale squilibrio vengono già tagliati altri servizi pubblici nel campo del welfare. La sostenibilità fiscale del sistema pensionistico obbligatorio è già compromessa dalla mancata crescita dell'economia italiana rispetto alle altre economie concorrenti, sia per le inefficienze della spesa pubblica che degrada la qualità della spesa stessa, sia, nel caso della spesa pensionistica, da azzardate promesse pensionistiche ereditate dal passato come le baby pensioni, le pensioni di anzianità o le pensioni con il metodo di calcolo retributivo che restituiscono, rispetto ai sistemi pensionistici obbligatori di altri paesi, tassi di sostituzione più elevati, senza considerare i casi di vera e propria spoliazione legale come nel caso dei pensionati INPGI. In definitiva, i costi delle promesse pensionistiche del passato, ricadono sui lavoratori attivi di oggi, anche se hanno lavorato molti più anni rispetto agli attuali pensionati. Una soluzione potrebbe essere la riduzione delle prestazioni previdenziali in essere, anche per attenuare il conflitto intergenerazionale, ma i sindacati dei pensionati si oppongono a tale scenario rivendicando dei diritti acquisiti che nel campo previdenziale non esistono.

2) Il potere d'acquisto delle pensioni attuali e future, nei sistemi pensionistici senza copertura patrimoniale, può essere garantito solo dalla crescita del PIL. Se le risorse prodotte da una economia sono dissipate dalla macchina dello Stato attraverso una spesa pubblica di scarsa qualità, si distruggono le risorse e si creano i presupposti per una decrescita. Non esistono quindi formule magiche che possono permettere la salvaguardia del potere d'acquisto delle pensioni attuali e future se non un'economia sana, che investe sui giovani i quali sono i produttori delle risorse da destinare ai pensionati correnti.

3) Le penalizzazioni subite dalle donne con la Riforma delle pensioni Fornero, rientrano nella necessità di contenere la spesa pensionistica già alta in rapporto al PIL per evitare il default dello Stato Italiano.

Abolizione delle pensioni d'oro da parte del Movimento Cinque Stelle[modifica | modifica sorgente]

Flessibilità in uscita da parte del Ministro del Lavoro Poletti[modifica | modifica sorgente]

Abolizione della Gestione Separata Inps da parte della CGIL[modifica | modifica sorgente]

Al Congresso Nazionale CGIL la segretaria Camusso proponeva la abolizione della Gestione Separata INPS e portare tutti sotto lo stesso tetto, utilizzando tutti i contributi per pagare tutte le pensioni.[36]

Critiche alla proposta[modifica | modifica sorgente]

Già ora i contributi della Gestione Separata INPS sono utilizzati dall'INPS per pagare le pensioni delle gestioni in deficit, mentre il calcolo della pensione, per gli iscritti alla Gestione Separata, già avviene con il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata. La riforma Fornero del lavoro ha inoltre previsto il graduale innalzamento delle aliquote contributive pensionistiche di finanziamento per allinearle a quelle dei lavoratori dipendenti.

Introduzione di elementi di flessibilità secondo l'on. Sacconi[modifica | modifica sorgente]

L'on. Maurizio Sacconi ritiene che la riforma Fornero vada riformata "introducendo elementi di flessibilità e agevolando quando più l’afflusso di risparmio al sistema previdenziale obbligatorio."[37]

Critiche alla proposta[modifica | modifica sorgente]

Il sistema pensionistico obbligatorio italiano, ha la gestione finanziaria tipica dei sistemi pensionistici senza copertura patrimoniale, pertanto le pensioni derivanti dalle assicurazioni obbligatorie gestite da enti pubblici, sono pagate con le imposte.

Il finanziamento avviene attraverso i contributi obbligatori per le assicurazioni obbligatorie e nel caso di disavanzo, con i trasferimenti dalla fiscalità generale.

Non si comprende quindi come un risparmio possa essere fatto affluire e confluire nel bilancio di enti pubblici.

Riforma richiesta dalle RSU contro la riforma Fornero[modifica | modifica sorgente]

A fine 2013, inizi 2014 si è creato un movimento delle RSU che in forma unitaria sollecitavano da parte delle rappresentanze nazionali dei sindacati, il rigetto della riforma Fornero, facendo queste richieste:[38]

  • salvaguardia del potere d'acquisto delle pensioni;
  • flessibilità in uscita;
  • accesso volontario alla pensione con 60 anni di età o con 40 anni di contributi senza penalizzazioni. Con una riduzione dei 40 anni di contributi per i lavori usuranti;
  • garanzia di una pensione dignitosa per i giovani, i precari, migranti;
  • va superata l'attuale giungla dei fondi integrativi;
  • deve essere realizzata la separazione tra assistenza, previdenza e politiche rivolte al mercato del lavoro.

Nell'appello si specifica inoltre che le risorse devono essere ricercate nei grandi patrimoni finanziari ed immobiliari ed in una effettiva tassazione dei redditi come prevede l'art. 53 della Costituzione e nella parità di contributi e prestazioni di tutte le categorie sociali.

L'Italia dopo la riforma delle pensioni Fornero[modifica | modifica sorgente]

L'illusione della sostenibilità del sistema pensionistico obbligatorio italiano raggiungibile con una riforma[modifica | modifica sorgente]

Dopo due anni di annunci di vari esponenti politici, organismi internazionali, giornalisti, la riforma Fornero, vista nell'ottica allargata della riforma Monti del sistema pensionistico obbligatorio ha finalmente aperto gli occhi su quella che è l'illusione di poter raggiungere la sostenibilità del sistema pensionistico obbligatorio in modo indefinito, con una riforma previdenziale.[39] Infatti fin da subito con la manovra di bilancio del 2014 sono stati attuati altri blocchi della perequazione delle pensioni e sono stati fatti nel corso del 2013 e inizio 2014 altre salvaguardie degli esodati.

Nonostante ciò, con i risultati del bilancio consuntivo 2013 dell'INPS, che ormai raccoglie il 95% della spesa pensionistica in Italia sono emersi da parametri indiscutibili: crescita dei contributi raccolti 0,9%,[40] crescita della spesa pensionistica 2,1%,[41] copertura della spesa pensionistica con i contributi raccolti 78%,[42] variazione PIL 2013 -2,9%, rapporto debito/PIL 2013 132,6%.

Tutto ciò con la riforma che dal lato delle entrate ha portato ad un aumento dell'aliquota contributiva pensionistica di finanziamento e dal lato delle uscite ha determinato un drastico crollo del numero di nuove pensioni con effetti ancora insufficienti per l'equilibrio dei conti.

Un sistema pensionistico obbligatorio che ha solo stabilizzato la spesa pensionistica al 16,3% del PIL nel 2013 ossia 5 punti di PIL in più rispetto alla Germania,[43] che ha un debito pubblico implicito legato ai soli pensionati del 50% superiore a quello della Germania (v. materiali del convegno rel. Mauro Marè [4]) che ha una popolazione più grande ed un PIL per abitante superiore, non può dirsi sostenibile quando i risultati economici dello Stato italiano sono quelli innanzi detti.

La riforma delle pensioni Fornero, togliendo di mezzo l'ipocrisia del metodo di calcolo retributivo a partire dal 1/1/2012, aveva il merito di evidenziare che la spesa più alta del mondo in rapporto al PIL di un paese quale l'Italia è tutta da ascriversi alle promesse pensionistiche della politica fatte negli ultimi decenni a partire dalla riforma previdenziale Brodolini del 1969.

Queste promesse venivano intaccate minimamente con il blocco della perequazione e dal blocco delle uscite che non aveva effetti significativi nella riduzione della spesa pensionistica in Italia se non quello di evitarne l'esplosione al 18% del PIL.[44]

Con la riforma si andava delineando che per ritornare a livelli di spesa pensionistica realmente sostenibili dall'economia Italiana, ormai in retromarcia da 6 anni,[45] non rimaneva che intervenire sulle pensioni già in essere, quale ultimo tentativo per evitare il default dello Stato Italiano e l'esplosione del conflitto intergenerazionale.[46]

Evoluzione degli indici macroeconomici[modifica | modifica sorgente]

Parametro 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014
Variazioni PIL % -1,2 -5,5 1,7 0,5 -2,5 -2,9
Indebitamento netto / PIL -5,5 -4,5 -3,7 -3 -3
Debito / PIL 116,4 119,3 120,7 127,0 132,6
Pressione fiscale / PIL 43,0 42,6 42,5 44,0 43,8


Il mercato del lavoro[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Elsa Fornero 2013, op. cit., even pensions and civil service salaries were at risk. Central and local administrations were already unable to pay suppliers, whose claims exceeded 70 billion Euros.
  2. ^ pim.it 3/4/2014, op. cit., ... per un valore pari al 17,28% del prodotto interno lordo (PIL)
  3. ^ Bliz20131115, op. cit., Così tante eccezioni che, dell’oltre mezzo punto percentuale di Pil che si doveva risparmiare se ne è persa traccia, 16.3% costava la spesa previdenziale, e 16.3 costerà.
  4. ^ L.218/1952, op. cit., raccogliere in un unico testo le disposizioni che regolano la materia
  5. ^ R.D. - Legge 4 ottobre 1935, n. 1827 2, op. cit., Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale
  6. ^ Il Sole 24 Ore 16/12/2011, op. cit., Il Governo Monti ha incassato il via libera della Camera al decreto legge salva-Italia con 402 sì, 75 no e 22 astenuti. Stamani il governo aveva ottenuto la fiducia con 495 sì, 88 no e 4 astenuti.
  7. ^ Elsa Fornero 2013, op. cit., a significant re-balancing, in favor of the young, of generational relationships .... Generational fairness ... Taking the long view, ....
  8. ^ Elsa Fornero 2013, op. cit., Indeed the reform came after twenty years of pensions restructuring that, for political reasons, had made the young pay a high price to the advantage of current and elderly generations, in terms of a frustratingly slow transition towards the new regime.
  9. ^ Sbilanciamoci20131206, op. cit., ... sia perché iniziano ad andare in pensione sempre più lavoratori che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi, e che perciò si ritrovano, a differenza di quelli andati in pensione finora, già con più di metà della loro pensione calcolata con il sistema contributivo.
  10. ^ S2420120803, op. cit., «Il pensionato in causa – spiega – ha versato 102.396 euro di contributo soggettivo e, considerando anche quello integrativo, ha versato in tutto 175.018 euro di contributi, attualizzati al 2006. Finora ha riscosso 339.962 euro di pensione, il doppio di quanto ha versato. In base alla sua speranza di vita riscuoterà altri 963.967 euro per un totale di 1.303.929 euro: ossia 7,45 volte i contributi versati»
  11. ^ MilanoFinanza20130823, op. cit., ... resta comunque il conto da pagare per tutti gli anni di ritardo nel dire addio al generoso metodo retributivo. Oggi il 90% delle pensioni che vengono erogate è calcolata con il metodo retributivo, ma secondo le stime dell’Inps queste saranno ancora il 66% del totale nel 2025 e il 36% nel 2035.
  12. ^ MF20131209, op. cit., Con la riforma previdenziale varata a inizio 2012 dall'ex ministro Fornero l'Italia, come afferma l'Ocse, sarà uno dei Paesi che manderà più tardi in pensione i suoi lavoratori.
  13. ^ OCSE20131126Italia, op. cit., I paesi con l'età pensionistica più elevata tra i paesi OCSE sono Danimarca e Italia
  14. ^ Panorama20130607, op. cit., La colpa non è soltanto della Riforma Fornero ma anche di altri analoghi provvedimenti adottati in precedenza, negli anni '90 e dal 2000 in poi. Si tratta di misure che, in certi periodi, hanno interrotto o attenuato la rivalutazione automatica degli assegni Inps, che avviene ogni anno in base al tasso di inflazione (la cosiddetta perequazione).
  15. ^ MilanoFinanza20131205, op. cit., La riforma Fornero in vigore dal 2012, che ha allungato l'età di pensionamento introducendo il metodo di calcolo contributivo per tutti, inizia a mostrare i primi effetti sui conti pubblici. Secondo i dati del bilancio sociale Inps del 2012 in totale nell'ambito previdenziale si registrano 629.774 nuovi trattamenti, considerando anche le nuove pensioni ex Inpdap ed ex Enpals (confluite nell'Inps a inizio 2012), con un calo complessivo del 7,4% rispetto al 2011.
  16. ^ Libero 15/01/2014, op. cit., Se poi ci si mettono anche i ministri (come madame Fornero), che dimentica qualche centinaio di migliaia di lavoratori nel limbo degli esodati, la frittata è bella e fatta. Dimenticanza o furbizia da esperta di conti, visto che il bilancio Italia portato all’esame di Bruxelles ha ricevuto il consenso di Ue e Bce solo perché taroccato da una variabile che oggi viene valutata in 11 miliardi, ovvero il costo della “dimenticanza” degli esodati. Se la riforma ne avesse effettivamente tenuto conto né a Bruxelles, né a Francoforte ci avrebbero tenuto a galla ma imposto misure modello Grecia.
  17. ^ L'Unità 18/09/2012, op. cit., «Voglio però ricostruire la vicenda - ha precisato - dobbiamo salvaguardare le persone che sono uscite. Domanda: quante sono? Risposta: 50mila. Mettiamo 65mila per essere più larghi. E poi troviamo che gli accordi sono tanti, registrati e non registrati. Quando il Governo ha visto che la situazione era questa, un problema che secondo me poteva essere gestibile è diventato un problema che è stato sommerso da un'onda esagerata»
  18. ^ INPS report maggio 2014, op. cit.
  19. ^ PensioniOggi, op. cit., PensioniOggi.it 2/5/2014 ....In totale, quindi, sino ad oggi è stata prevista una salvaguardia in favore di 162.130 persone.
  20. ^ Teleborsa, op. cit., La riforma del sistema previdenziale varata dal Governo Monti farà risparmiare allo Stato 2,76 miliardi di euro quest'anno e fino a 22 miliardi di euro entro il 2020.
  21. ^ Corriere della Sera 13/05/2014, op. cit., Potrebbe essere necessario intaccare parte dello stock delle pensioni in essere e di quelle in via di maturazione?
  22. ^ DirittoeGiustizia20130308, op. cit., In Cassa Forense, come è noto, il debito latente non è inferiore a 25 miliardi di euro a fronte di un patrimonio di 5 miliardi di euro e quindi...
  23. ^ PrimoRapportoAdEPP2011, op. cit., La legge n. 290/1990 aumenta i coefficienti di calcolo delle pensioni, nonostante le previsioni non favorevoli del Bilancio Tecnico dell’epoca.
  24. ^ Il Sole 16/01/2014, op. cit., ... ha strigliato l'Italia e il suo sistema politico cui «manca coraggio» nell'affrontare il debito pubblico. E ha fatto «riforme scarse» a confronto dei sacrifici degli altri paesi in difficoltà.
  25. ^ pim.it 3/4/2014, op. cit., ... per un valore pari al 17,28% del prodotto interno lordo (PIL)
  26. ^ Spi-Cgil 26/05/2014, op. cit.
  27. ^ Rassegna.it 26/05/2014, op. cit.
  28. ^ SINPA marzo 2012, op. cit., In questo documento analizzeremo cosa prevedeva il nostro sistema pensionistico fino alla riforma Sacconi del 2011 e, di seguito, quali sono state le principali modifiche apportate dalla riforma Fornero - Monti.
  29. ^ Stradeonline.it 26/6/2014, op. cit., L'articolo 75 della Costituzione prevede infatti che non possano tenersi referendum, tra l'altro, sulle "leggi tributarie e di bilancio". La cosiddetta "riforma Fornero" non era contenuta stricto sensu in una "legge di bilancio", ma in un provvedimento - il cosiddetto "decreto Salva-Italia" - che realizzava, anche per effetto delle disposizioni in materia previdenziale, una manovra correttiva dei conti pubblici, sostanzialmente recepita, quanto agli effetti contabili, nella legge di bilancio.
  30. ^ IPE magazine luglio 2014, op. cit., On the other hand, political parties like Lega Nord – which won 6.2% of votes at the European elections – would like to repeal the Fornero reform. Lega Nord has started collecting signatures to launch a referendum, although this will probably be deemed unconstitutional because it would concern fiscal issues.
  31. ^ Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale#Revoca delle pensioni d.27oro
  32. ^ Proposta di legge n.857 30/4/2013, op. cit.
  33. ^ Blasting News 2/4/2014, op. cit., Per la Fornero dunque chi intende abolire la sua legge dovrà poi spiegare agli italiani "come finanzierebbe i risparmi di spesa da esse derivanti già contabilizzati nei conti pubblici", ed inoltre "ha il dovere di spiegare in particolare ai giovani perché si deve cancellare una riforma delle pensioni che ha alleggerito il loro debito pensionistico".
  34. ^ Il Tirreno 18/5/2014, op. cit., Fra le proposte ci sono: 1) l'introduzione dell'«accesso volontario alla pensione con 60 anni di età o 40 anni di contributi senza penalizzazioni»; 2) la messa a punto di criteri di calcolo che «consentano la salvaguardia del potere d'acquisto delle pensioni attuali e future»; 3) il superamento delle sperequazioni ai danni delle donne («non si tiene conto né del lavoro di cura che svolgono a casa né delle discontinue carriere lavorative»).
  35. ^ Il Fatto Quotidiano 6/5/2014, op. cit., La questione del meccanismo di rivalutazione, inoltre, è particolarmente delicata perché, nel sistema contributivo per tutti, in vigore con la legge Fornero, il calcolo di quanto cresce nel tempo l’ammontare dei contributi versati risulta decisivo. Il coefficiente è agganciato alla crescita del Pil ma, sostiene Camusso, “in questo modo, con la crisi, noi siamo a -9 punti percentuali”. Rivedere quel coefficiente sarà una battaglia durissima perché grazie a quel numerino si sono redatte le previsioni della spesa pensionistica per i prossimi trenta-quaranta anni.
  36. ^ Il Fatto Quotidiano 6/5/2014, op. cit., La proposta della Cgil è di portare tutti sotto lo stesso tetto e di utilizzare tutti i contributi per pagare tutte le pensioni, ripristinando il criterio solidaristico originario della previdenza pubblica. Una proposta che non dispiace al responsabile economico del Pd, Federico Taddei, seduto in prima fila ad ascoltare la relazione, che la giudica coerente con le proposte finora elaborate dal partito democratico.
  37. ^ Maurizio Sacconi 27/6/2014, op. cit., La legge Fornero va riformata, è evidente, introducendo elementi di flessibilità e agevolando quando più l’afflusso di risparmio al sistema previdenziale obbligatorio. C’è un problema più generale che riguarda tutte le persone in età avanzata per le quali a certe condizioni occorre rendere più flessibile il regime previdenziale prodotto dalla legge Fornero che ha sbagliato nel non prevedere la possibilità di una fase di transizione.
  38. ^ ProgettoLavoro 17/07/2014, op. cit.
  39. ^ IPE 10/07/2014, op. cit., Panellists at the MEFOP conference, which focused on the sustainability of the pension system and its role within the economy, warned that demographic and economic forces in Italy were making the old grow older and richer, while young people struggled to find economic stability and faced the prospect of not having a public pension.
  40. ^ Quotidiano.net 08/07/2014, op. cit., Al netto del trasferimento dal bilancio dello Stato, le sole entrate contributive rappresentano il 67% del totale, pari a 209.995 milioni di euro (208.076 nel 2012: +0,9%)
  41. ^ Quotidiano.net 08/07/2014, op. cit., La principale voce di uscita è rappresentata dalla spesa per le pensioni: 266.887 mln di euro (261.487 mln nel 2012 con un incremento del 2,1%).
  42. ^ Leoni Blog 09/07/2014, op. cit., Se andiamo a vedere le diverse fonti di entrata rispetto alle poste di spesa, al netto dei trasferimenti dal bilancio dello Stato i contributi raccolti nel 2013 dall’INPS sono pari a 209,9 miliardi euro (153 dai privati, 55 dal settore pubblico, 1 dai lavoratori dello spettacolo), mentre la spesa diretta in pensioni è pari a 266,8 miliardi.
  43. ^ L'Opinione 15/07/2014, op. cit., un Paese che non cresce (le stime per il 2014 si stanno attestando in uno striminzito + 0,2 per cento, contro il + 0,8 per cento previsto dal Governo), affetto da una progressiva perdita di competitività, non possa permettersi di spendere in pensioni qualcosa come 5 punti di Pil in più rispetto alla tanto demonizzata Germania.
  44. ^ Leoni Blog 09/07/2014, op. cit., Nel 2013 la spesa previdenziale è stata pari al 16,3% del PIl e sarebbe andata al 18%, senza riforma Fornero.
  45. ^ Il Sole 24 Ore 14/07/2014, op. cit., Il tasso di disoccupazione è raddoppiato salendo al 12,2% e i depositi in banca sono saliti anche come scelta di risparmio. Ma la crisi non ha colpito tutti i territori nello stesso modo: alcune province più di altre hanno sofferto, registrando nel 2013 vistosi arretramenti rispetto al 2007.
  46. ^ IPE 10/07/2014, op. cit., They said Italy should think about comprehensive welfare reform to avoid “intergenerational conflict”, which would include further changes in the first pillar system and stimulate growth in the second pillar.

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