L'ultimo metrò

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
L'ultimo metrò
L'ultimo metrò.png
Catherine Deneuve in una scena del film
Titolo originale Le dernier métro
Paese di produzione Francia
Anno 1980
Durata 128 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia François Truffaut
Soggetto François Truffaut e Suzanne Schiffman
Sceneggiatura François Truffaut, Suzanne Schiffman e Jean-Claude Grumberg
Produttore Les Films du Carrosse, Sedif, Tf1, Sfp
Fotografia Néstor Almendros
Montaggio Martine Barraqué, Marie-Aimée Debril (assistente)
Musiche Georges Delerue
Scenografia Jean-Pierre Kohut-Svelko
Costumi Lisèle Roos
Trucco Didier Lavergne, Thi-Loan Nguyen e Françoise Ben Soussan
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
« - L'amore fa male, forse? -

- Sì, l'amore fa male. Come un grande avvoltoio plana sopra di noi, si immobilizza e ci minaccia.
Ma la minaccia può essere anche promessa di gioia.-
 »

(battute del dramma, recitate da Marion e Bernard)

L'ultimo metrò (Le dernier métro) è un film del 1980 diretto da François Truffaut.

Titolo[modifica | modifica sorgente]

Parigi è occupata dalle truppe naziste. L’ultimo metrò è l’ultima corsa prima del coprifuoco, il divieto di circolare per le strade notturne dopo le 23.00, ultima possibilità di ritornare a casa per gli amanti del cinema e del teatro.

In quei difficili giorni di angoscia e di guerra, per evadere dalla dolorosa realtà e anche per la necessità di riscaldarsi, i parigini correvano numerosi ad affollare cinema e teatri.

Una trilogia sul mondo dello spettacolo[modifica | modifica sorgente]

Il film costituisce il secondo capitolo della filmografia del regista dedicata al tema dello spettacolo. Il primo, Effetto notte, riguardava il cinema; il terzo, che doveva riguardare il music-hall, non fu mai realizzato.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Parigi. Settembre 1942. Teatro Montmartre.

Marion Steiner, una celebre attrice passata dal cinema al teatro, dirige la compagnia in assenza del marito, Lucas Steiner, regista e impresario ebreo, che per sfuggire all'arresto si finge partito ed espatriato all'estero mentre in realtà si nasconde nello scantinato del teatro. Da lì segue le prove, ascoltando attraverso le condotte d'aria, voci e rumori provenienti dal palcoscenico. Durante le visite serali della moglie, può dare suggerimenti per la regia e per la recitazione. La compagnia sta mettendo in scena La scomparsa, dramma immaginario di una scrittrice norvegese.

Marion scrittura, nel ruolo del protagonista maschile, il giovane attore del Grand Guignol, Bernard Granger, un giovane estroverso, corteggiatore della scenografa Arlette, ma dotato di un vero talento e impegnato nella Resistenza. Le prove sono dirette da Jean Loup Cottins che si attiene agli appunti lasciati da Lucas.

Mentre Marion cerca di organizzare la fuga di suo marito, improvvisa giunge la notizia dell'invasione tedesca della zona libera. Il progetto è ormai impraticabile.

La prima dello spettacolo è un vero successo.

Bernard odia i tedeschi e i giornalisti collaborazionisti. Ma è anche una ragione di galanteria, quella di difendere l'interpretazione di Marion dai giudizi negativi, che lo porterà a prendere a pugni Daxiat, critico cinematografico della rivista "Je suis partout". Marion redarguisce severamente il giovane per la sua imprudenza con cui rischia di far chiudere il teatro e lo punisce togliendogli la parola.

Gli eventi sembrano precipitare con l’arrivo della Gestapo per la perquisizione dei locali, in particolare dello scantinato. Grazie al sangue freddo di Marion e alla collaborazione di Bernard, Lucas sfugge di nuovo all'arresto.

Tra Marion e Bernard sta crescendo un sentimento d'amore molto intenso, e Lucas lo intuisce. Bernard decide di interrompere le repliche e di passare alla Resistenza clandestina.

Epilogo: Marion si reca all'ospedale a far visita a Bernard gravemente ferito e gli parla del loro amore. Si alza il sipario. Il pubblico applaude. Marion appare tenendo per mano da un lato Lucas, ritornato a dirigere il suo teatro, dall'altro Bernard, primattore. Tutti e tre si inchinano e ringraziano.

Produzione[modifica | modifica sorgente]

Riprese[modifica | modifica sorgente]

Le riprese furono effettuate dal 28 gennaio al 16 aprile 1980.

Set cinematografico[modifica | modifica sorgente]

La maggior parte della pellicola fu girata a Parigi nel teatro Saint-Georges, e all'interno di una ex fabbrica di cioccolato situata poco distante dalla capitale francese.

Colonna sonora[modifica | modifica sorgente]

Oltre alle musiche di Georges Delerue, Truffaut utilizza parecchie canzoni [1]:

  • due canzoni interpretate da Lucienne Delyle: Mon amant de Saint-Jean, parole scritte da Léon Angel e accompagnamento musicale, un valzer, di Emile Carrara, e Prière à Zumba di Agustín Lara e Jacques Larue;
  • Bei Mir Bist du Schein, musica di Sholom Secunda, parole di Cahn-Chaplin, Jacob Jacobs, Jacques Larue;
  • Sombreros et Mantilles, cantata da Rina Ketty, musica di Jean Vaissade, parole di Chanty;
  • Pitié, Mon Dieu!, cantico di Pierre Kunc, fratello di Aymé Kunc [2], coro dei bambini in chiesa.

Prima[modifica | modifica sorgente]

Il film fu proiettato per la prima volta il 17 settembre 1980.

Accoglienza[modifica | modifica sorgente]

Il film ebbe successo di pubblico e di critica.

Vinse dieci César ed ebbe una nomination all'Oscar.

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Tecnica cinematografica[modifica | modifica sorgente]

Truffaut su Truffaut[modifica | modifica sorgente]

“…un film sulla occupazione dovrebbe svolgersi tutto di notte e in ambienti chiusi, dovrebbe restituire l’epoca attraverso l’oscurità, la segregazione, la frustrazione, la precarietà e, come unico elemento luminoso, dovrebbe includere, nelle registrazioni originali, qualcuna delle canzoni che ascoltavano allora per le strade…”[3]

Ambientazione storica e elementi autobiografici[modifica | modifica sorgente]

"Truffaut resuscita la Parigi 1942 quasi senza uscire dalle mura di un teatro. Non solo i vestiti e le canzoni, ma anche i colori e perfino la fame e il freddo sembrano d'epoca."[4]

Il periodo dell'occupazione tedesca è stato anche il periodo dell'infanzia del regista. Truffaut e la sceneggiatrice Suzanne Schiffman nella ricostruzione storica fanno riferimento alle memorie personali e ai ricordi degli amici. Durante la guerra i genitori della Schiffman si erano nascosti e la madre non era tornata dal campo di concentramento. Uno zio di Truffaut, partigiano, era stato arrestato a la Gare de l'Est come l'amico di Bernard e poi deportato. Il regista ragazzino appena poteva si infilava in una sala cinematografica e nascosto nel buio imparava a memoria i dialoghi dei film.

" ...non è la ricostruzione ambientale ciò che interessa al regista, bensì la ricostruzione emotiva."[5]

Materiali documentaristici[modifica | modifica sorgente]

Truffaut utilizza brani tratti da La première nuit di Georges Franju, inserti radiofonici da una trasmissione intitolata La vie des français sous l'occupation, i cruciverba antisemiti, gli articoli di giornali, le canzoni dell'epoca.[6]

La micro-storia[modifica | modifica sorgente]

Piccole storie animate da personaggi minori si incrociano per tutto il film e raccontano la lotta della gente comune per la sopravvivenza quotidiana alle ristrettezze, alla fame, al freddo, alla guerra.

Il tuttofare Raymond procura un prosciutto al mercato nero; il piccolo Jacquot coltiva illegalmente piante di tabacco e interpreta una particina nello spettacolo; Marion nella cantina di Lucas apparecchia, cucina, lava i piatti, gli fa la barba; le donne del teatro non indossano calze di seta ma le colorano e le disegnano sulle gambe.

Altri gesti quotidiani non sono eroici ma raccontano i sentimenti antinazisti dei personaggi, la loro personale resistenza alla paura e all'umiliazione dell'occupazione straniera: la portinaia lava i capelli al figlio a cui un soldato tedesco ha accarezzato la testa; Bernard si fa dare un grammofono da Marion e lo trasforma in un ordigno esplosivo; per non stringere la mano al critico filonazista, Jean Loup si finge impegnato a scrivere e Bernard fa il buffone; nel guardaroba del cabaret, dove la compagnia si è riunita per una serata di evasione, i troppi cappelli degli ufficiali tedeschi mettono in fuga Bernard; Rosette nasconde la stella gialla per correre a sentire cantare Edith Piaf e non manca alla prima dello spettacolo al Montmartre.

Temi[modifica | modifica sorgente]

Ebrei e Omossessuali[modifica | modifica sorgente]

La difficile condizione degli ebrei è rappresentata dalla impossibilità di Lucas di continuare a dirigere il proprio teatro, dalla piccola Rosette costretta a esibire la stella gialla; Arlette le procura il lavoro di confezione dei costumi, lei li ritira e li cuce insieme al padre sarto, nascosto nella soffitta di casa. L'omosessualità maschile, suggerita nel caso di Jean-Loup Cottins, e femminile, scoperta nella relazione fra Arlette e Nadine, sono presentate nel film con tolleranza.

Truffaut ricorda che i filonazisti riunivano nello stesso odio ebrei e omosessuali, un doppio nazismo, come sosteneva Jean Paul Sartre nel suo saggio Riflessione sulla questione ebraica.

Il triangolo amoroso[modifica | modifica sorgente]

Il film è una storia d'amore, anzi di due grandi amori che vive la protagonista: quello per il marito e quello per il giovane attore Bernard Granger.

Il triangolo amoroso, una donna e due uomini (come in Jules e Jim), si salva grazie all'intelligenza e alla creatività: "L'ultimo metrò è la passione a cui è stata tolta la buccia della malattia. E ciò che ha consentito la guarigione è il teatro, che è gioco di vita e finzione mescolate, intrecciate, scambiate, ma non confuse."[7]

Cinema e teatro[modifica | modifica sorgente]

Argomento[modifica | modifica sorgente]

Il film è la cronaca dell'allestimento di uno spettacolo teatrale: tutti i personaggi sono accomunati da questo obiettivo e il teatro offre loro una ragione di lavoro e di sopravvivenza.

Truffaut celebra la magia del teatro, il potere dell'arte, fonte di forza e di speranza per gli esseri umani.

Spazio[modifica | modifica sorgente]

Lo spazio del film è costituito dagli ambienti del teatro, la sala, il palcoscenico, i camerini e gli uffici, la cantina in cui Lucas vive nascosto. La macchina da presa si sposta orizzontalmente e verticalmente all'interno di questi luoghi. All'inizio del film ci conduce nel teatro seguendo Bernard che corteggiando Arlette si sta recando all'appuntamento per il provino.

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Ma più profondamente il film ha una struttura teatrale perché tutti in qualche modo recitano cioè fingono, hanno qualcosa da nascondere:

  • Marion all'inizio del film rifiuta un aspirante attore perché ebreo e nasconde il marito ebreo nella cantina del teatro
  • Bernard si presenta come uno spensierato donnaiolo mentre è impegnato nella resistenza, ha incontri con i partigiani e prepara attentati.
  • Arlette, invitante agli occhi maschili come "un bel bignè", per usare le parole di Bernard, è in realtà lesbica
  • Raymond finge di avere una relazione con Martine, la bella ragazza che procura le derrate al mercato nero
  • Martine approfitta della fiducia accordatale per rubare nei camerini e negli uffici.

Finale[modifica | modifica sorgente]

Il finale è la conclusione perfetta di un film dedicato al teatro, ma è anche una citazione del finale di Omicidio!, uno dei primi film sonori di Hitchcock, un omaggio di Truffaut al maestro tanto ammirato.

50 anni prima, nel 1930, Hitchcock aveva inventato per il suo film un finale che era contemporaneamente un gioco illusionistico e un ironico ammonimento allo spettatore a non dimenticare che quello che vede è pur sempre e soltanto uno spettacolo, una messa in scena.

Note bibliografiche[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Oreste De Fornari, I film di François Truffaut, Gremese Editore, Roma, 1986, pag. 108.
  2. ^ Pierre Kunc
  3. ^ Anne Gillain, Tutte le interviste di François Truffaut sul cinema, Gremese Editore, Roma 1990 (prima edizione francese 1988), pp. 250-256
  4. ^ Oreste De Fornari, I film di François Truffaut, Gremese Editore, 1986, pag.110.
  5. ^ Paola Malanga, Tutto il cinema di Truffaut, Baldini e Castoldi, 1996, pgg.454- 466.
  6. ^ Paola Malanga, op. cit., Baldini e Castoldi, 1996, pag .458.
  7. ^ Paola Malanga, op. cit., pag.464.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Sceneggiatura pubblicata su "l'Avant-Scène du Cinéma", n. 303-304, 1983.
  • Paola Malanga, Tutto il cinema di Truffaut, Baldini & Castoldi, Milano 1996, pp. 454–466
  • Anne Gillain (a cura di), Tutte le interviste di François Truffaut sul cinema, Gremese Editore, Roma 1990 (prima edizione francese 1988), pp. 250–256
  • Alberto Barbera - Umberto Mosca, François Truffaut, Il Castoro, Milano, pp. 141–145

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema