Il deserto dei Tartari (romanzo)
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| Il deserto dei Tartari | |
| Titolo originale | Il deserto dei Tartari |
| Autore: | Dino Buzzati |
| Anno (1ª pubblicazione): |
1940 |
| Genere: | romanzo |
| Sottogenere: | |
| Ambientazione: | Fortezza Bastiani |
| EDIZIONE RECENSITA | |
| Anno: | 1940 |
| Editore: | Mondadori Milano 2000 |
| Progetto Letteratura | |
Pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari fu il romanzo che segnò la consacrazione di Dino Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano.
Lo scrittore bellunese in un’intervista affermò che lo spunto per il romanzo, era nato “dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva”.
Indice |
[modifica] Trama
Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questi, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la recente nomina a tenente.
La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano gli organismi militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di malia che impedisce loro di lasciarla. I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un’unica, inconfessata speranza: vedere apparire all’orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare eroi: sarebbe l’unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore e, in ultima analisi, per dare un senso agli anni spesi in quel luogo.
Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.
Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.
Nell'attesa della "grande occasione" si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi. Fino alla beffa finale: proprio nei giorni in cui i nemici, finalmente, avanzano verso il confine, Drogo dovrà lasciare la Fortezza, minato da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione.
Drogo, infatti, crederà di riconoscere, nei suoi ultimi istanti di vita, la sua personale missione, l’occasione per provare il suo valore che aveva atteso per tutta la vita: affrontare la Morte con dignità, "mangiato dal male, esiliato tra ignota gente".
Lo scrittore sudafricano J. M. Coetzee, premio Nobel nel 2003, ha utilizzato la trama del Deserto dei Tartari per scrivere uno dei suoi capolavori, Aspettando i barbari, pubblicato nel 1980.
[modifica] Riassunto per capitoli
Capitolo I - LA PARTENZA
Preparazione. Giovanni Drogo veste la divisa da ufficiale e si guarda allo specchio con tristezza, in quanto, nonostante ora possa uscire dall’Accademia per andare alla Fortezza Bastiani, si rende conto che gli anni della sua giovinezza sono ormai conclusi.
Viaggio. Viene accompagnato dall’amico Francesco Vescovi fino ad un certo punto. L’amico gli indica la Fortezza e a Drogo non pare molto lontana; tuttavia non riesce a raggiungerla prima di sera e solo grazie all’aiuto di un vagabondo che gli mostra il profilo della Fortezza.
Capitolo II – INCONTRO CON LA FORTEZZA
L’incontro con Ortiz. Giunto in una valle, Giovanni distingue un uomo a cavallo in divisa. Tenta di chiamarlo (“Signor capitano!”) e dopo un’imbarazzante conversazione da un lato all’altro della valle in cui viene chiesto a Giovanni di dichiarare il suo nome, i due si incontrano su un ponte. L’uomo si presenta come il capitano Ortiz; anch’egli viaggia in direzione della Fortezza.
Conversazione. I due cominciano a conversare della Fortezza e Ortiz pare sorpreso di sapere che Giovanni non ha fatto domanda per la Fortezza. Il capitano gli domanda poi riguardo ad alcuni nomi che ricorda dell’Accademia. Parlano poi della Fortezza, che a dire di Ortiz è una piccola struttura, vecchia e di seconda categoria – ne parla tuttavia con affetto. Nomina il deserto dei Tartari, una landa che si trova a nord della Fortezza e di cui una leggenda dice che fosse abitata dai Tartari; tuttavia i Tartari non erano mai arrivati.
Arrivo alla Fortezza. Dopo una macchia di ghiaia Giovanni vede la Fortezza. Gli appare nuda, dai muri giallastri, silenziosa e cupa, ma nel contempo affascinante. Il primo pensiero di Giovanni è quello di tornare indietro. Si volta a guardare Ortiz e lo vede ammaliato, in un misto di gioia e tristezza, ad osservare la Fortezza, nonostante la conoscesse da diciott’anni.
Capitolo III – IL DESERTO DEL NORD
Il maggiore Matti e la conversazione. Appena arrivato, Giovanni viene accompagnato da “un giovane disinvolto e cordiale”, Carlo Morel, verso il cuore della Fortezza, che a Giovanni pare isolato dal resto del mondo, per recarsi presso il maggiore Matti. È un uomo grassoccio, bonario, sorridente, che parla come se avesse imparato a memoria formule di cortesia. Matti esorta Drogo a fare onore a suo padre, presidente dell’Alta Corte, ma Drogo gli risponde che suo padre era medico. Giovanni esprime dunque il desiderio di tornare a casa e Matti gli propone di rimanere quattro mesi, fino alla visita medica, quando con un falso certificato potrà andarsene. Giovanni pare contrariato in quanto preferirebbe andarsene subito, ma a trattenerlo è la curiosità che suscita in lui l’immagine di una parete rocciosa oltre la finestra. Chiede allora se sia possibile vedere il nord, ed il maggiore gli risponde che per salire sulle mura è necessaria una parola d’ordine e che l’unica feritoia rivolta verso quel povero paesaggio è nello studio del colonnello.
Sulle mura. A dispetto del regolamento, Giovanni riesce a salire sulle mura con l’aiuto di Morel. Giovanni è affascinato e preso da grande curiosità. Morel spiega che dalla Ridotta Nuova è possibile vedere più in fondo, ma che comunque il deserto è formato solo da sassi bianchi, e l’orizzonte sfuma nella nebbia. C’è qualcuno che dice di “aver visto” qualche cosa nel deserto; in realtà mai nulla c’è stato.
Capitolo IV - INSOFFERENZA
Solitudine. Seduto sul bordo del letto nella sua stanza, Giovanni si sente solo come mai prima. Probabilmente, riflette, nessuno in quel momento pensa a lui. Guarda fuori dalla finestra che si rivolge a sud, scruta le colline, si stende per addormentarsi perché si sente stanco. Tuttavia non riesce a prendere sonno: c’è un rumore, “ploc”, che lo assilla. Perciò tira il cordone di emergenza e giunge un soldato; questi gli spiega che il rumore è la cisterna e non si può fare niente.
Timore. Giovanni è assalito dal timore che non lo lasceranno più tornare alla sua “onesta casa”. Poi pensa che in realtà al maggiore Matti e a tutti gli altri non interessa se lui rimane o meno. Tuttavia una “forza sconosciuta” lavora contro la sua volontà di ritorno e modifica il suo animo.
Capitolo V – MAGGIORE TRONK
Il sergente maggiore Tronk. Due giorni dopo Drogo ha il comando della terza ridotta, quella delle mura settentrionali. Il cambio delle sentinelle avviene sotto gli occhi del maggiore Tronk. Questi è alla Fortezza da ventidue anni ed è lo specialista dei regolamenti, conosce ogni angolo della Fortezza. È piccolo, magro, parla pochissimo, studia musica. Tronk parla con Giovanni indicandogli il cambio alla Ridotta Nuova e spiegandogli come il sistema sia poco sicuro. Giovanni rimane impressionato dalla freddezza militare di Tronk, sempre volto a guardare il settentrione nell’attesa del nemico, e non vede l’ora di scappare dalla Fortezza.
Capitolo VI – FUGA DEL TEMPO
La lettera alla mamma. Giovanni pensa di trovare sollievo nel raccontare alla madre il disagio che prova nella Fortezza; tuttavia gli pare poco delicato farla preoccupare e alla fine scrive che non c’è nessun problema e che si trova bene.
Riflessione. Segue la riflessione chiave del significato allegorico del libro. “Proprio quella notte iniziava per lui l’irreparabile fuga del tempo”. Mentre durante la giovinezza si avanza con calma, sotto gli sguardi incoraggianti e gioiosi degli adulti che indicano la strada per “arrivare”, giunge un momento un cui ci si domanda se per caso non si è già arrivati. All’improvviso qualcuno chiude un cancello alle nostre spalle e non si può più tornare indietro. Giovanni non lo sa e dorme con il sorriso di un bambino.
Capitolo VII – LA “MALATTIA” DELLA FORTEZZA
Il sarto Prosdocimo. Un giorno arrivano gli abiti di Drogo dalla città; tra questi un bel mantello che egli indossa. Si sente particolarmente bello con quel mantello, tuttavia man mano che scende le scale gli sembra sempre più fuori luogo. Giunge dunque nei sotterranei e domanda al sarto Prosdocimo un nuovo mantello. Il sarto critica il mantello che indossa Giovanni e sostiene di essere alla Fortezza in via “assolutamente eccezionale”. I tre aiutanti del sarto ridono all’affermazione: infatti Prosdocimo è alla fortezza da quindici anni.
Il vecchietto. Uno dei tre, un vecchietto (fratello del sarto, una volta militare e poi ferito) mette in guardia Giovanni da quella specie di “malattia” che colpisce quelli che giungono alla Fortezza: tutti, credendo che debba arrivare qualcosa o qualcuno, finiscono col rimanerci, perché credono che sia dal deserto del nord che giungerà la loro fortuna.
Capitolo VIII – LAGORIO E ANGUSTINA
Lagorio e Angustina. Il conte Lagorio, dopo due anni di Fortezza, sta per partire per la città. Cerca di convincere l’amico Angustina a fare lo stesso, ma questi vuole rimanere alla Fortezza. Lagorio fa leva sulla sua salute, sulla mancanza della madre, sul ricordo di una donna, Claudina, ma Angustina con sguardo assorto si proclama deciso a restare. Probabilmente tutti i compagni in quel momento pensano che sarà l’unico che resterà. Lagorio rievoca la vita e la bellezza della città. Nonostante la nostalgia, c’è sempre qualcosa alla Fortezza che trattiene gli animi.
Capitolo IX – CAMBIAMENTO DI DECISIONE
Il medico. Il giorno in cui Drogo si reca dal medico per farsi rilasciare un certificato che gli permetta di tornare a casa, sono passati tre mesi e tre o quattro nevicate. Il 10 gennaio si reca presso il medico Ferdinando Rovina: viene descritto come un uomo con più di cinquant’anni, dal volto stanco ed intelligente, con una lunga giacca scura da magistrato.
Cambio di programma. Rovina propone a Drogo di scrivere nel certificato che soffre di problemi cardiaci e non può sopportare l’altezza; mentre questi rievoca i nomi di coloro che se ne vanno, coloro che restano, ed esprime la propria volontà di andarsene ormai remota a causa della vecchiaia, Drogo guarda fuori dalla finestra e vede un lato della Fortezza a cui non aveva mai fatto caso. Si rende conto di non conoscere molte persone di quel luogo, e potrebbe farsi degli amici; inoltre ripensa alla noia della città, contrapposta al fascino di quelle mura e del settentrione. Decide dunque di rimanere alla fortezza.
Capitolo X – L’ABITUDINE
Abitudine. Drogo pensa che forse restare alla Fortezza era il suo destino fin da quando aveva incontrato Ortiz. In realtà egli si è soltanto abituato alla vita comoda della Fortezza, dove i giorni trascorrono tutti uguali: il turno di guardia, i modi di dire, i luoghi, i suoni, i colleghi, la mensa, le saltuarie gite, le partite a scacchi, la camera, il gocciolio della cisterna erano diventati per Drogo abitudine.
“Al monotono ritmo del servizio, quattro mesi erano bastati per invischiarlo”.
“Così si svolgeva a sua insaputa la fuga del tempo”.
La guardia alla quarta ridotta. Giovanni Drogo monta la guardia alla quarta ridotta. Si sente felice con il suo mantello e l’aria da soldato, e considera nobile la sua permanenza alla Fortezza. Riflette sullo scorrere del tempo e sente davanti a sé una serie interminabile di anni, e pensa che potrà fare qualunque cosa. Si chiede come sia possibile che ad un certo punto alcuni si fermino e aspettino la morte.
La nenia della montagna ostile. Drogo sente una nenia di cui non distingue le parole. Pensando che si tratti di un soldato, e non volendolo punire per la compassione della sua solitudine, gli passa di fianco e si schiarisce la voce. Tuttavia vede che non è quel soldato che canta: è il suono prodotto dallo scorrere dell’acqua della montagna ostile. “Parole della nostra vita, che si era sempre a un filo dal capire e invece mai”.
Capitolo XI – IL SOGNO
Il “fiume del tempo”. Dopo ventidue mesi, periodo in cui possono succedere molte cose in una città, Giovanni è ancora alla Fortezza e per lui il tempo si è fermato.
Il sogno dei fantasmi e della portantina. Giovanni sogna di essere bambino e di trovarsi presso il davanzale di una finestra; attraverso la finestra del palazzo di fronte vede che la luce della luna, entrando, illumina un tavolo su cui ci sono un tappeto, un vaso, alcune statuette d’avorio. Fuori dalla finestra Giovanni vede delle parvenze simili a fate che trascinano veli, e prova il desiderio di avvicinarle. Nella finestra del palazzo di fronte nota la presenza di Angustina, anch’egli tornato piccolo. Questi indica fuori dalla finestra, e Giovanni vede un corteo di quei fantasmini con una portantina, che si ferma davanti ad Angustina. I fantasmini si dispongono a forma di corona, invitando Angustina a salire nella portantina: egli scavalca dunque il davanzale e, con atteggiamento da signore, si corica nella portantina. Giovanni si accorge che i fantasmi provengono dall’abisso e pensa che Angustina non tornerà più. La portantina si alza verso il cielo, e lo sguardo di Angustina è curioso, divertito.
“Sembrava che esperimentasse per la prima volta un giocattolo a cui non teneva affatto ma che per convenienza non aveva potuto rifiutare.”
Capitolo XII – IL CAVALLO E LA MORTE DI LAZZARI
Il puntolino nero. Giovanni Drogo deve comandare la Ridotta Nuova per una notte. Ovviamente il suo sguardo è attirato dal deserto del nord; egli immagina una battaglia faticosa contro migliaia di Tartari, alla fine della quale il re in persona viene a complimentarsi. Ad un certo punto si accorge che c’è un punto nero che si muove nel deserto, e anche Tronk lo vede. Indecisi sul da farsi, aspettano che si avvicini di più.
L’enigma del cavallo. All’alba Tronk sveglia Drogo e gli mostra che l’oggetto misterioso è un cavallo di colore nero, non selvatico, con una sella. Il primo pensiero è che sia un cavallo dei Tartari, scappato durante la notte per tradire la loro presenza; poteva però essere anche di proprietà di un cacciatore solitario: per cui Drogo decide di non dare l’allarme.
Il passaggio attraverso le rupi. Un ragazzo da poco entrato nella Fortezza, Giuseppe Lazzari, sostiene di riconoscere il cavallo come il suo, di nome Fiocco; dice che c’è un modo per arrivare al deserto senza valicare le montagne: un passaggio tra le rupi. In poco tempo, sfidando lo scetticismo degli altri soldati e il regolamento che impedisce di abbandonare la Fortezza, recupera il cavallo per constatare che in realtà non è il suo.
L’uccisione di Lazzari. Per coprire Lazzari, all’appello di Tronk qualcuno risponde “presente” al suo posto. Tuttavia Tronk sospetta, a posteriori, un’irregolarità. Egli si trova sulle mura quando vede arrivare Lazzari con il cavallo; guarda severamente la sentinella per vedere in quale modo si sarebbe comportata. Dopo due “chi va là?” Lazzari risponde chiedendo di entrare. Troppo tardi si rende conto del guaio di aver violato le dure leggi della Fortezza; lascia il cavallo e chiamando per nome la sentinella (Moretto) implora pietà. Moretto è però una sentinella e deve compiere il proprio dovere: spara, lo colpisce, lo uccide.
Capitolo XIII – MORALITA’
Moralità. Lo sparo ha scosso la Fortezza. Il maggiore Matti considera la sentinella che ha ucciso Lazzari in modo assai positivo: considerando che era buio, la mira del Moretto è stata ottima. Tronk è disgustato: anche lui sperava, come il Moretto stesso, che sbagliasse a tirare.
Capitolo XIV - ILLUSIONE
Striscia nera all’orizzonte. All’alba, dalla Ridotta Nuova, si vede all’orizzonte una striscia nera che si muove e lentamente si avvicina. Viene sottolineata la reazione del sarto Prosdocimo che alla visione crede di essere morto; cominciano a girare le voci che siano i Tartari; alcuni vedono i nemici portare bandiere. Viene sparato un colpo di cannone come avvertimento.
“…già incombeva un sentimento acuto e solenne, un’immensa sospensione di animi, come se l’ora grande fosse giunta e nulla più la potesse fermare.”
Il colonnello Filimore. Il colonnello Filimore è anziano e ha trascorso tutta la vita alla Fortezza nell’attesa del nemico, per cui non vuole credere né ai propri occhi, né alle considerazioni altrui. Si comporta come se la cosa non lo riguardasse. Si domanda per quale motivo qualcuno dovrebbe assaltare la Fortezza; comunque, non osa credere, perché troppe volte si è ingannato, pensa che sicuramente ci deve essere qualche sbaglio.
La lettera e la fine dell’illusione. Il maggiore Matti mostra al colonnello Filimore che le file di uomini sono diventate tre; è ora che il colonnello parli ai soldati. Guardandoli negli occhi, egli sembra quasi cedere alla tentazione di credere che finalmente il nemico è arrivato. Tuttavia prima che si decida ad aprire bocca, gli viene consegnata una lettera dove il capo di Stato Maggiore lo informa che quegli uomini sono venuti per stabilire la linea di confine.
Capitolo XV – LA MORTE DI ANGUSTINA
La marcia di Angustina. Il capitano Monti e il tenente Angustina partono con una quarantina di uomini per la questione del confine. Monti è maldisposto nei confronti di Angustina; quest’ultimo indossa, per la marcia, degli stivali, e Monti sa che gli faranno male. Con cattiveria aumenta sempre di più il passo, pur accorgendosi che Angustina è molto pallido e stanco.
La scalata. Dopo una pausa durante la quale Monti riesce a strappare ad Angustina la confessione che gli stivali gli “danno noia”, il gruppo intraprende la scalata della parete rocciosa, per conquistare la cima prima di “quelli del nord”. Ad un certo punto un soldato avverte che gli avversari sono già sulla cresta, e Monti decide di procedere con alcuni soldati, dicendo ad Angustina di rimanere giù. Tuttavia Angustina procede, pur essendo tormentato dal freddo e dal dolore.
Troppo tardi. Sul ciglio si affacciano due uomini che sorridendo, annunciano di aver conquistato la vetta. Ha cominciato a nevicare ma, su proposta di Angustina, i soldati rimangono sulla parete rocciosa per dimostrare la loro audacia. Gli uomini della vetta lasciano comunque delle corde per permettere loro di salire, se vogliono.
Sfinimento. Angustina propone di fingere una partita a carte per rendersi coraggiosi ed indifferenti agli occhi degli uomini che li sbeffeggiano. Anche dopo che Monti si è alzato e si è spostato al riparo, guardando Angustina con una sempre minore ira, che lascia il posto all’apprensione, il tenente continua la sua finta partita a carte nonostante i richiami di Monti a ripararsi.
Il Principe Sebastiano. Angustina viene paragonato per nobiltà al ritratto del Principe Sebastiano, ferito mortalmente, appoggiato con la schiena ad un tronco.
“Bisognerebbe domani…”. Monti chiama per l’ultima volta Angustina, questi risponde che sta arrivando. Tenta di alzarsi, pronuncia due parole, la testa gli ricade in avanti, un lieve sorriso sulle labbra. Monti lo scuote, ma è morto.
Capitolo XVI – TORNA IN CITTA’!
Eroe “senza pallottole”. Si svolge sulla tomba di Angustina un breve dialogo tra Drogo e Ortiz. La prima parte è rivolta al pensiero di Angustina, che è diventato un eroe non in guerra, ma per una missione molto semplice. Era soltanto più cagionevole degli altri.
Esortazione: torna in città. Nella seconda parte Ortiz esorta Giovanni a tornare in città, poiché in quattro anni avrebbe potuto fare molte cose; e pensandoci, alla Fortezza non è ancora successo nulla; ma Drogo sa che c’è qualche cosa che lo trattiene. L’immagine finale è quella di Ortiz che guarda con orgoglio il nord.
Capitolo XVII – “CORRI, CAVALLINO”
Primavera. Giunge la primavera, l’acqua scorre, il legno scricchiola, i prati si riempiono di fiori, le donne portano i cappelli, sorridono dai balconi. La Fortezza è sempre la stessa, le mura, quelle mura che l’ufficiale (Giovanni Drogo) aveva guardato con ammirazione tempo prima, sono brutte e stonano.
Addio. Il tempo è trascorso per tutti, ma Giovanni è ancora in tempo, ha deciso di tornare. Conosce ogni pietra della Fortezza, non sopporta più le stesse cose, gli stessi volti. Saluta la Fortezza, la tomba di Angustina, alla sua camera, al cortile, alla pianura del nord.
“Corri, allora, cavallino, per la strada della pianura, corri prima che sia tardi, non fermarti, anche se stanco, prima di vedere i prati verdi, gli alberi familiari, le abitazioni degli uomini, le chiese e i campanili.”
Capitolo XVIII – RITORNO ALLA CITTA’
Ritorno a casa. Entrato in casa, Giovanni ne riconosce l’odore, che gli ricorda cose belle e brutte. Chiacchiera un poco con la madre; in casa è rimasta solo lei, i fratelli sono andati via. Quando questa esce per andare in chiesa, Giovanni si aggira per la casa come un estraneo, rilegge i vecchi quaderni.
Nottata triste. “Straniero, girò per la città”, ma non trova i vecchi amici, sono distanti e non riesce a parlare con loro come un tempo. Una sera si reca ad una festa da ballo, determinato a divertirsi, è interessato ad una ragazza vestita di viola; ma dopo che il proprietario del palazzo gli fa visitare ogni stanza, è troppo tardi e lei se n’è andata. Intanto sorge l’alba.
La mamma non si sveglia. Rientrato a casa, Giovanni dice buonanotte alla mamma che sta dormendo, e gli pare che gli risponda; invece ha scambiato per la sua voce il rotolio di una carrozza. Una volta la mamma si svegliava al suono dei suoi passi, perché era il suo figlioletto. Ora non più.
Capitolo XIX - MARIA
Conversazione con Maria. Maria è la sorella dell’amico Francesco Vescovi. Quando Giovanni arriva, indossa un vestito azzurro che deve ricordargli uno che tempo prima gli era piaciuto. Si siedono in salotto, Giovanni si accorge che, nonostante né lei né lui siano cambiati, c’è un muro tra di loro. Lei è molto formale, e lui vorrebbe scherzare con lei come una volta, ma non ci riesce, gli pare di essere fuori luogo. Lei gli chiede, con speranza, se lui ha intenzione di restare. Lui risponde che ha solo una licenza. Un pianoforte al piano di sopra suona, ricorda loro il loro amore. Lei sta per partire per l’Olanda, gli fa capire che le dispiace andarsene ora che lui è giunto. Si spostano in giardino, parlano del tempo, si accorgono di essere lontani. Lei gli stringe forte la mano e lo guarda negli occhi. Ma non c’è nulla da fare.
Capitolo XX – INCASTRATO
Colloquio col generale. Dopo quattro anni Drogo pensa di poter essere trasferito dalla Fortezza. Il generale domanda come va alla Fortezza, chiede di alcune persone. Poi esprime la propria disapprovazione per quelli che chiedono il trasferimento in città. Drogo viene a conoscenza del fatto che la Fortezza ha un nuovo regolamento. Il difetto della Fortezza, secondo il generale, è che c’è “troppa gente”; infatti la nuova regola impone uno sfoltimento dei soldati. Per cui Drogo dovrà rimanere lì, poiché a quanto pare si chiede il trasferimento a seconda degli anni di servizio, e già una ventina di compagni di Drogo l’hanno chiesto, mentre lui era ignaro di tutto.
Capitolo XXI – LA FORTEZZA SI SVUOTA
La “ridicola bicocca”. Giovanni Drogo torna dunque alla Fortezza, da una parte speranzoso che prima o poi anche lui se ne andrà, dall’altra tranquillo perché il ritorno alla Fortezza gli permette di continuare le sue vecchie abitudini. La Fortezza ora è solo un formale sbarramento di confine, una “ridicola bicocca”.
Le partenze. I suoi compagni, gli stessi che hanno visto bene di non informarlo, gli fanno coraggio, gli dicono che prima o poi anche lui se ne andrà. Tra tutti, solo il capitano Ortiz pare non aver fatto richiesta di andarsene. Giovanni vede partire Morel, uno dei pochi amici che gli erano rimasti, e la ferita gli brucia.
Discussione con Ortiz. Giovanni allora confessa a Ortiz il suo risentimento per le bugie che gli erano state dette, che poteva andarsene quando voleva, che solo i volontari restavano, ed invece hanno incastrato tutti. Ortiz dice che anche lui probabilmente è rimasto lì soltanto perché è stato incastrato, e non per scelta.
Capitolo XXII – LA STRADA DEL DESERTO
La strada. Simeoni, un giovane alla Fortezza da tre anni, durante le partenze del giorno successivo va a chiamare Giovanni e lo invita, con emozione, a salire sulle mura e a guardare il deserto con il suo cannocchiale. Da cinque giorni, dice, c’è un puntolino nero che si muove: suppone che qualcuno stia costruendo una strada militare. Ovviamente Drogo non ci crede, dice al ragazzo che sicuramente allo Stato Maggiore lo saprebbero se fosse una strada, e gli dice di non parlarne con nessuno perché sono solo sciocchezze. Qualche giorno dopo Simeoni sveglia Giovanni e gli mostra che ora con il cannocchiale si vede anche una luce, dice, la luce del cantiere.
Il palazzo marino. Drogo si ritrova ad immaginare, a volte, un palazzo sulla riva del mare, dove regna la pace, quella pace che ha perduto: un’ansia infatti lo tormenta, “l’impressione di non fare in tempo”. Si dice dunque che deve prendere in fretta una decisione, che non può restare alla Fortezza tutta la vita. Poi invece, pensando che i suoi venticinque anni siano pochi, si tranquillizza. E poi Simeoni potrebbe avere ragione.
Ipotesi sulla strada. Drogo passa dunque molto tempo con Simeoni nonostante non gli sia particolarmente simpatico, e Giovanni ascolta le ipotesi del ragazzo, vede i puntini che si spostano, entro sei mesi forse la strada arriverà ad un tiro di cannone dalla Fortezza.
La rassegnazione di Ortiz. Il generale Ortiz spiega a Giovanni come lì alla Fortezza ogni anno le sue aspettative siano sempre minori. Il suo futuro è quello di un pensionato, tra circa dieci anni, con il grado di colonnello.
Capitolo XXIII – “DEPLOREVOLI ALLARMI”
“Deplorevoli allarmi e false voci”. Un giorno d’inverno compare tale ordine del giorno, che invita a lasciar perdere ipotesi che potrebbero nuocere al buon rapporto con lo Stato del Nord. Impone dunque di non utilizzare cannocchiali troppo potenti che distorcano la realtà delle cose.
Il rinnegamento di Simeoni. Una sera Giovanni aspetta che Simeoni, il quale pare evitarlo, abbia finito di giocare a carte, e inizia il discorso sull’ordine del giorno. Simeoni lo prende in giro dicendogli che è stato un bambino a credere alla storia della strada e che in realtà era solo un modo per passare il tempo.
Capitolo XXIV – GUERRA?
Nuove speranze. A luglio Giovanni comincia ad avvistare di nuovo la luce; finché anche una sentinella la vede ad occhio nudo. Di giorno si vedono puntini neri. Ricomincia nella Fortezza quell’idea di guerra che così a lungo era stata assopita.
Capitolo XXV - VECCHIAIA
Quindici anni sono passati. Per costruire la strada ci sono voluti quindici anni. Nessuno, ora che la strada è vicina, se ne preoccupa ancora. Nulla in quindici anni è cambiato: le stesse abitudini. Solo i volti dei soldati sono più vecchi e la Fortezza è stata ridotta ancora.
I gradini. Giovanni torna alla Fortezza dopo qualche mese alla città. Questa gli è diventata estranea, la madre è morta, nessuno lo saluta come un amico, e lui non si trova bene lì. È ancora convinto che qualcosa di straordinario debba succedere prima o poi. Fisicamente non si sente cambiato: solo non fa più i gradini a due a due, non va più tanto spesso a cavallo per i prati. Quel giorno in cui non ha avuto più voglia di salire a due a due i gradini, è iniziata la sua vecchiaia.
L’incontro. Tornando per l’ennesima volta alla Fortezza, si sente chiamare (“Signor capitano!”) e chiede di chi si tratta. La conversazione con il ragazzo a cavallo deve risultare imbarazzante per quest’ultimo. Dice di essere il tenente Moro. Dopo mezz’ora le loro strade si sarebbero incontrate. Allora Giovanni capisce che un’intera generazione è passata, che lui ha sprecato la sua vita, e prova pena per il giovane tenente che ancora si aspetta successo e amore. Sente il suo destino che gli piomba pesantemente addosso.
Capitolo XXVI - ADDIO
La pianura immobile. Finita la strada, tutti gli uomini se ne sono andati. I capelli di Giovanni diventano bianchi e il suo viso si ricopre di segni della vecchiaia. E Giovanni ha compassione del giovane Moro che guarda con interesse e speranza la pianura.
Addio Ortiz. Ortiz se ne va dunque in pensione, torna alla città; Giovanni lo accompagna fino ad un certo punto. Ortiz gli dice che è giovane, che lui farà ancora in tempo, sperando in cuor suo che non sia vero perché se la guerra arriva quando lui non c’è più non sarebbe giusto. Con sofferenza Ortiz guarda le mura, e un nodo gli stringe la gola mentre pensa a quanto tempo è passato da quando è giunto.
Capitolo XXVII – ARRIVANO!
Malattia. Drogo ora ha cinquantaquattro anni e ha disturbi al fegato. È amico del dottor Rovina, che gli consiglia di andare in un luogo di mare, ma lui ha paura di andarsene, paura di perdere l’occasione che aspetta da tutta la vita. Giovanni si alza dal letto, barcollante, per guardare la primavera fuori dalla finestra, e ne gioisce perché tutti sembrano felici, e gli pare di sentirsi meglio.
La guerra!. Ad un certo punto sente bussare alla porta: è Prosdocimo che, eccitato, lo informa che stanno arrivando soldati a battaglioni, e che verranno mandati rinforzi alla Fortezza. Mentre aspetta che arrivi il suo attendente, prega di stare meglio almeno qualche giorno, il tempo di fare la guerra.
Tristezza. Arrivato faticosamente sulle mura, si accorge che nessuno si sarebbe curato di lui se non fosse stato per Prosdocimo. Si sente solo. Legge la lettera che prevede il rinforzo completo della Fortezza, prende il cannocchiale e guarda all’orizzonte, sperando quasi di non vedere nulla, che i nemici aspettassero almeno che si fosse ripreso un po’. Distingue file di nemici, e sviene, sorretto da Simeoni.
Capitolo XXVIII - ESCLUSO
Inutilità. Simeoni va a trovare Giovanni nella sua stanza e gli chiede come sta. Gli dice che una carrozza lo verrà a prendere per riportarlo a casa così avrà migliori cure. Ovviamente Giovanni non vuole tornare, prova a spiegargli che dopo trent’anni che aspetta non se la sente di tornare; dice che l’indomani si alzerà e andrà sulle mura. Ma Simeoni, irritato, gli dice che non capisce e che ormai lui lì è inutile. A questo punto gli ordina di andarsene, così avrà quella stanza libera per i nuovi soldati di rinforzo che stanno arrivando.
Capitolo XXIX - PARTENZA
“Lacrime amarissime”. Alcuni vengono a salutarlo, come Moro, che gli si è affezionato. Parte con la carrozza, guarda le mura della Fortezza con angoscia e un senso d’ira lo pervade, di invidia e disprezzo verso coloro che rimangono a prendersi la gloria.
Il bambino dormiente. Decide di passare la notte in una locanda, perché ha paura di tornare a casa, da solo. In quella locanda vede una donna con un bambino che dorme e si stupisce di aver anch’egli dormito così serenamente un giorno. Prova pietà per se stesso.
“Povero Drogo, si disse, e capiva come ciò fosse debole, ma dopo tutto egli era solo al mondo, e fuor che lui stesso nessun altro lo amava.”
Capitolo XXX - MORTE
“Il maggiore Drogo sentì che il duro carico dell’animo suo stava per rompere in pianto. Proprio allora dai fondi recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte.”
“Gli parve che la fuga del tempo si fosse fermata, come per rotto incanto.”
“La vita dunque si era risolta in una specie di scherzo, per un’orgogliosa scommessa tutto era stato perduto.”
“… perché forse era davvero giunta la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita.”
“Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci.”
“E dall’amaro pozzo delle cose passate, dai desideri rotti, dalle cattiverie patite, veniva su una forza che mai lui avrebbe osato sperare.”
“La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.”
[modifica] Bibliografia
- Vittorio Caratozzolo, La finestra sul deserto. A oriente di Buzzati, Acireale-Roma, Bonanno
[modifica] Voci correlate
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[modifica] Collegamenti esterni
- Il deserto dei Tartari Approfondimento del romanzo
- Il deserto dei Tartari Approfondimento del film
- Il deserto dei Tartari, riduzione radiofonica di Radio 3 Rai (Il Terzo Anello - Ad alta voce): 23 puntate, formato .ram
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