Gustáv Husák
| Gustáv Husák | |
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Husák (con il mazzo di fiori) a Berlino con E. Honecker (a Sinistra) e W. Ulbricht (a destra) |
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| Presidente della Cecoslovacchia | |
| Durata mandato | 29 maggio 1975 – 10 dicembre 1989 |
| Predecessore | Ludvík Svoboda |
| Successore | Václav Havel |
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| Dati generali | |
| Partito politico | Partito Comunista Cecoslovacco |
Gustáv Husák (Bratislava, 10 gennaio 1913 – Bratislava, 18 novembre 1991) è stato un politico cecoslovacco.
Presidente della Cecoslovacchia e leader comunista della nazione e del Partito Comunista Cecoslovacco per un lungo periodo negli anni settanta e ottanta.
Il periodo del suo governo è noto con il nome di Normalizzazione.
[modifica] Biografia
Gustáv Husák nacque nell'allora impero Austro-Ungarico in una famiglia molto povera (il padre infatti era disoccupato); entrò a far parte dell'Unione della Gioventù Comunista all'età di sedici anni, durante gli studi presso la scuola di grammatica a Bratislava. Nel 1933, l'anno in cui si iscrisse nella facoltà di giurisprudenza dell'Università Comenio di Bratislava, divenne membro del Partito Comunista della Cecoslovacchia (KSC), che fu vietato dal 1938 al 1945.
Durante la seconda guerra mondiale fu imprigionato dal governo di Jozef Tiso per attività sovversiva. Fu uno dei protagonisti dell'insurrezione nazionale slovacca contro i nazisti e a partire dal 5 settembre 1944 divenne membro del Presidium del Consiglio nazionale slovacco.
Nel dopoguerra ha iniziato la carriera come un funzionario del governo in Slovacchia e del partito in Cecoslovacchia. Dal 1946 al 1950 ricoprì nell'esecutivo slovacco un ruolo paragonabile a quello del Primo Ministro, e in questa veste ha fortemente contribuito alla sconfitta del Partito Democratico di Slovacchia, che alle elezioni del 1946 aveva ottenuto il 62% dei voti impedendo temporeanamente ai comunisti di prendere il potere.
Nel 1950 fu vittima di una purga stalinista e venne condannato all'ergastolo ma anche nel carcere Leopoldov, dove rimase rinchiuso dal 1954 al 1960, non abbandonò la sua fede nel comunismo e continuò a scrivere ai vertici del partito definendo la sua condanna "un malinteso". A chi gli chiedeva di graziarlo, Antonín Novotný rispondeva "Voi non sapete cos'è capace di fare se prendesse il potere", ma in realtà egli era animato da un sentimento anti-slovacco.
Con la destalinizzazione, Husák venne riabilitato e nel 1963 tornò a far parte del KSC. Quando nel 1967 sembrò che la corrente neo-stalinista potesse riprendere le redini del movimento, egli vi si oppose e nel 1968 fu nominato vicepresidente della Cecoslovacchia, nel periodo delle riforme promesse dal presidente Alexander Dubček.
Quando scoppiò la cosiddetta primavera di Praga Husák divenne più cauto e successivamente, a seguito di un colloquio con Leonid Brezhnev, sostenne coloro che chiesero a Dubček di dimettersi. Il suo pragmatismo si evinse da un discorso in cui pose agli "avversari" (vale a dire i sostenitori dell'opposizione anti-sovietica) una domanda retorica: dove troverete "alleati" (sottinteso: i paesi capitalisti d'Europa) per sostenere il vostro paese (contro le truppe sovietiche)?
Nell'agosto del 1968 divenne primo segretario (in seguito, dal 1971, segretario generale) del Partito Comunista della Slovacchia (succedendo a Dubcek) mentre nell'aprile del 1969 cumulò questa carica con quella di segretario del KSC. Nel 1975 Husák venne eletto presidente della Cecoslovacchia: durante i suoi quindici anni di leadership la Cecoslovacchia fu una delle più fedeli alleate dell'URSS e lui stesso ricevette nel 1983 il titolo di Eroe dell'Unione Sovietica.
Negli anni immediatamente successivi all'invasione, egli riuscì a placare gli animi della popolazione civile contribuendo al miglioramento del loro tenore di vita. Meno repressivo rispetto ai suoi predecessori e a molti altri capi di stato dell'est, Husák non si può tuttavia definire un liberale perché durante il suo mandato la polizia segreta STB continuò a operare scagliandosi contro l'iniziativa di dissenso denominata Charta 77.
Nel 1987 si dimise dagli incarichi di partito lasciando il potere a Milouš Jakes e Ladislav Adamec, leader più giovani che stavano emergendo in quegli anni. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e il conseguente disfacimento dell'URSS, rinunciò anche alla presidenza della Cecoslovacchia. Espulso dal KSC nel febbraio del 1990, venne successivamente ignorato dai vertici e morì l'anno seguente.
[modifica] Onorificenze
| Eroe dell'Unione Sovietica | |
| Ordine di José Martí | |
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