Crociata del 1101

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La cosiddetta crociata del 1101 fu in realtà l'insieme di tre diverse imprese, organizzate in seguito al successo della prima crociata, alla fine della quale si era levata la richiesta di rafforzare il neonato regno di Gerusalemme, cosicché papa Urbano II lanciò l'appello per una nuova crociata. Urbano II morì prima di poter vedere i risultati della sua iniziativa, che però venne ripresa, con rinnovata energia, dal suo successore, Pasquale II. Egli si rivolse in particolare a chi aveva fatto voto di partecipare alla crociata senza avervi potuto poi partecipare, e a quelli che avevano fatto ritorno in patria prima di raggiungere Gerusalemme. Alcuni di costoro erano già tornati a casa, e si videro esposti al disprezzo e ad un'enorme pressione perché si recassero nuovamente in Terra santa. Adela di Blois, moglie di Stefano II di Blois, fu tanto umiliata dalla fuga del marito durante l'assedio di Antiochia del 1098, che non gli permise di rimanere a casa.

La crociata viene organizzata in Lombardia, in Provenza, in Aquitania e in Germania. Tra i personaggi che vi pareteciparono vanno ricordati il duca Guglielmo di Aquitania, i conti Guglielmo di Nevers e Ottone di Borgogna, il visconte Arpino di Bourges, il duca Guelfo di Baviera. Il comando venne affidatato al legato pontificio Ugo di Die.

I lombardi[modifica | modifica wikitesto]

I percorsi degli eserciti cristiani della Crociata del 1101.

Nel settembre del 1100 un folto gruppo di lombardi, in gran parte piccoli proprietari, poco avvezzi all'uso delle armi, lasciò Milano, guidati dall'arcivescovo Anselmo IV da Bovisio e sotto il comando di Alberto, conte di Briandate. Raggiunti i confini dell'Impero bizantino si diedero al saccheggio, tanto che l'imperatore Alessio I Comneno li fece scortare in un accampamento fuori le mura di Costantinopoli. I lombardi riuscirono egualmente ad entrare in città, dove saccheggiarono il Palazzo delle Blacherne. L'imperatore allora fece in modo di trasbordarli il prima possibile sull'altra riva del Bosforo, da dove si trasferirono a Nicomedia, in attesa di rinforzi.

In maggio raggiunse Nicomedia un gruppo più piccolo, ma meglio armato, di francesi, borgognoni e tedeschi, guidati da Stefano di Blois, Stefano I di Borgogna, Otto di Borgogna e Corrado, connestabile dell'imperatore Enrico IV. Ad essi si aggiunse Raimondo di Tolosa, uno dei capi della prima crociata, ora al servizio dell'imperatore bizantino, che venne nominato capo supremo della spedizione. Alessio inviò inoltre una truppa di Peceneghi, comandati dal generale Zita.

A fine maggio le truppe si misero in marcia in direzione di Dorylaeum, seguendo lo stesso itinerario scelto da Stefano e Raimondo nel 1097. Si proponevano di proseguire verso Iconio, ma i lombardi, il cui contingente era il più numeroso, erano decisi a deviare verso Niksar, dove Boemondo di Taranto era assediato dai Danishmendidi. Dopo la conquista di Ankara, il 23 giugno, e la restituzione della città ad Alessio, i crociati si volsero verso nord, e, quasi subito, vennero attaccati dai turchi selgiuchidi, che li tormentarono per settimane. In luglio, nei pressi di Kastamonu, venne annientato un gruppo di crociati che si era recato alla ricerca di vettovaglie.

La battaglia di Merisvan[modifica | modifica wikitesto]

I lombardi riconobbero il loro errore, e l'intera armata si rivolse nuovamente verso est, tornando nei territori dei Danishmendidi. Il sovrano dei Selgiuchidi, Qilij Arslan I, che aveva capito che il successo della prima crociata era stato dovuto, in primo luogo, alla disunione nel campo musulmano, si alleò con i Danishmendidi e con Ridwan d'Aleppo. All'inizio di agosto i crociati incontrarono le truppe musulmane a Merisvan. I crociati erano divisi in cinque gruppi: Burgundi, Raimondo e i bizantini, i tedeschi, i francesi e i lombardi. I lombardi, lanciati in un primo attacco, vennero sconfitti. I Peceneghi disertarono. francesi e tedeschi dovettero ritirarsi. Raimondo venne circondato su una roccia, e salvato da Stefano e Corrado. La battaglia proseguì anche il giorno dopo, con la conquista del campo crociato. I cavalieri fuggirono, lasciandosi dietro donne e preti, che vennero uccisi o fatti schiavi. I lombardi, che non disponevano di cavalli, vennero ben presto raggiunti dai turchi e uccisi. Raimondo di Tolosa, Stefano di Blois e Stefano di Borgogna fuggirono a Sinope, e fecero ritorno in nave a Costantinopoli.

I nivernesi[modifica | modifica wikitesto]

Poco dopo che i lombardi avevano lasciato Nicomedia, un altro esercito crociato forte di 15.000[1] nivernesi guidati da Guglielmo II di Nevers, raggiunse Costantinopoli. Avevano attraversato l'Adriatico partendo da Bari, e percorso l'impero bizantino senza particolari incidenti. Guglielmo partì senza indugi e passò immediatamente in Asia Minore, cercando di riunirsi all'altro contingente, senza però riuscire a trovarli, anche se in più di un'occasione i due eserciti devono essere stati piuttosto vicini; arrivò prima a Nicomedia e da qui marciò verso Ankara. Non avendo trovato il gruppo dei lombardi, Guglielmo decise di deviare verso Iconio (l'attuale Konya) e la assediò brevemente, senza riuscire a conquistarla, e, poco dopo, cadde in un'imboscata tesagli da Qilij Arslan, che aveva appena sconfitto i lombardi a Mersivan e intendeva scacciare questo secondo esercito il prima possibile. Nelle vicinanze di Eraclea il contingente di Guglielmo venne quasi interamente distrutto, con l'eccezione di Guglielmo stesso e qualche suo uomo. I pochi superstiti si rifugiarono nella bizantina Germanicopli, da dove poi raggiunsero Antiochia.

I francesi e i bavaresi[modifica | modifica wikitesto]

Nello stesso momento in cui Guglielmo II lasciava Costantinopoli, vi giungeva un terzo esercito, agli ordini di Guglielmo IX d'Aquitania, Ugo I di Vermandois e Oddone I di Borgogna (due di coloro i quali non avevano adempiuto al voto di partecipare alla crociata), e di Guelfo IV di Baviera. Li accompagnava Ida d'Austria, madre di Leopoldo III di Babenberg. Questo terzo esercito si era reso colpevole di saccheggi attraversando il territorio bizantino, ed era sul punto di scontrarsi con i mercenari peceneghi, costringendo Guelfo e Guglielmo ad intervenire. Quest'armata, giunta a Costantinopoli, si divise in due colonne. Un gruppo si diresse direttamente in Palestina via mare, mentre il secondo proseguì via terra, e, raggiunta Eraclea in settembre, venne attaccato e distrutto in un'imboscata da Qilij Arslan, esattamente come era accaduto ai Nivernesi. Guglielmo e Guelfo fuggirono, Ugo venne ferito. I sopravvissuti raggiunsero Tarso, in Cilicia, dove Ugo di Vermandois, il 18 agosto, morì per le ferite riportate. Ida d'Austria scomparve nella battaglia, dove, probabilmente, trovò la morte. Secondo una leggenda più tarda, sarebbe stata invece catturata e rinchiusa in un harem, dove avrebbe partorito Zangi, uno dei più pericolosi nemici dei crociati negli anni 1140. Guelfo morì sulla via del ritorno, il 9 novembre, a Pafo, sull'isola di Cipro.

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Anche Guglielmo di Nevers fuggì a Tarso, dove si unì agli altri sopravvissuti. In seguito li raggiunse anche Raimondo di Saint-Gilles. Sotto il suo comando proseguirono verso Gerusalemme, dove giunsero nella pasqua del 1102. Una volta in Terrasanta molti di loro se ne tornarono semplicemente in patria, avendo adempiuto al loro voto, mentre altri si unirono a re Baldovino nella difesa del regno da un'invasione egiziana a Ramla, battaglia nella quale morì Stefano di Blois (17 maggio 1102).

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Le sconfitte inflitte ai crociati consentirono a Qilij Arslan di trasferire la propria capitale a Konya. Inoltre provarono al mondo islamico che i crociati non erano per nulla invincibili, diversamente dall'impressione suscitata dalla prima crociata. Crociati e Bizantini si accusarono a vicenda per la disfatta, ma nessuno dei due era in grado di garantire una via di terra sicura attraverso l'Anatolia, dove invece i Selgiuchidi avevano rafforzato la propria posizione. L'unica via aperta verso la Terrasanta rimaneva quella marittima, e ad approfittare di questa circostanza furono, una volta di più, le repubbliche marinare italiane. La mancanza di un collegamento sicuro via terra avvantaggiò anche il Principato d'Antiochia, dove Tancredi di Tiberiade, che lo governava per conto di suo cugino Boemondo, riuscì a consolidare la propria autonomia da Bisanzio.

Sia la seconda che la terza crociata conobbero, nel tentativo di attraversare l'Anatolia, un destino simile a quello della crociata del 1101.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ René Grousset, L’Épopée des Croisades, Paris, Plon, 1939 (ed. it. : L' epopea delle crociate, trad. dal francese di Luciana Cella, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1968).

Fonti e bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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