Crociata di Mahdia (1390)

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Crociata di Mahdia
parte Crociate
Data 1º luglio- ottobre 1390
Luogo Mahdia
Esito ritiro dei Crociati
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
6.000 cavalieri e fanti
60 navi
40.000 guerrieri
Perdite
274 ignote
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La Crociata di Mahdia, chiamata anche Crociata berbera o Crociata di Barberia, è stata un'operazione militare franco-genovese svolta nel 1390, che portò all'assedio di Mahdia, all'epoca roccaforte corsara in Tunisia. Le Cronache di Jean Froissart sono il principale resoconto di quest'ultima Crociata.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Durante le pause della Guerra dei Cento anni, i cavalieri brigavano opportunità favorevoli a guadagnare gloria e ad appagare il loro senso dell'onore.[1] Quando gli ambasciatori genovesi si recarono dal Re di Francia Carlo VI per organizzare una crociata, sostennero con entusiasmo il piano per combattere i corsari musulmani in Nordafrica. Questi corsari avevano la loro base principale a Mahdiyya (oggi Mahdia, in Tunisia), sulla costa berbera. Genova era pronta a fornire navi, rifornimenti, 12.000 arcieri e 8.000 fantaccini, se la Francia avesse disposto l'invio di un congruo numero di cavalieri.[1] La proposta del doge Antoniotto Adorno fu presentata come una crociata. Come tale avrebbe dato prestigio ai suoi partecipanti, avrebbe portato a una moratoria dei loro debiti e immunità nei confronti di qualsiasi precedente violazione delle leggi e la consueta indulgenza papale.[2] La componente francese includeva anche alcuni partecipanti inglesi e consisteva in 1.500 cavalieri, sotto il comando di Luigi II di Borbone.

L'assedio di Mahdia[modifica | modifica sorgente]

Si è stimato che la forza totale ammontasse a circa 5.000 cavalieri e fanti, più 1.000 marinai.[2] Due sacerdoti in rappresentanza di entrambi i Papi benedirono i partenti. Una flotta di 60 navi all'incirca lasciò Genova il 1º luglio 1390 e approdò alla fine di luglio vicino alla città di Mahdia, dove i soldati sbarcarono indisturbati. I crociati tirarono su le tende e investirono coi loro mezzi d'assalto la città fortificata per i successivi due mesi. Difettavano però di macchine d'assedio per infrangere o superare le mura. Un esercito, che si dice ammontasse a 40.000 uomini, giunse in soccorso e il Sultano hafside Abu l-'Abbas Ahmad II, appoggiato dai re di Bijaya e di Tlemcen, accampati nei pressi, evitò la battaglia in campo aperto, colpendo però con efficaci azioni di disturbo i soldati crociati. Questi ultimi avevano elevato un muro attorno al loro accampamento e lo fortificarono. I Berberi inviarono dei negoziatori che interrogarono i Francesi sul motivo della loro aggressione, dal momento che essi avevano attaccato esclusivamente i Genovesi, secondo una ricorrente prassi tra vicini di opposte culture e fedi religiose. Per tutta risposta fu loro risposto che essi erano infedeli che avevano "crocifisso e messo a morte il figlio di Dio, chiamato Gesù Cristo". I Berberi scoppiarono a ridere, ricordando loro che erano stati gli ebrei e non loro ad aver fatto ciò.[2] I negoziati, come è ovvio, finirono lì.

In un successivo incontro con l'esercito giunto in soccorso dei primi crociati, i cristiani uccisero numerosi avversari ma infine dovettero ritirarsi, esausti e debilitati. La lunga durata dell'assedio non solo li demoralizzò ma fu il loro complessivo sistema logistico a minacciare di collassare. Quando un assalto finale contro la città fu respinto, essi erano ormai pronti a sottoscrivere un accordo col nemico. Sul fronte opposto i Berberi capirono bene che essi non avrebbero potuto sconfiggere quella imponente compagine armata di invasori. Entrambe le parti giunsero così alla conclusione di metter fine alle ostilità.

Fine dell'assedio[modifica | modifica sorgente]

L'assedio terminò con la sottoscrizione di un accordo negoziato attraverso la parte genovese. Esso prevedeva un armistizio decennale, un accordo per il pagamento da parte di Mahdia a Genoa di un tributo per 15 anni e dal rimborso a Luigi II delle spese sostenute.[1] In tal modo la guerra di corsa che muoveva dalle coste berbere fu ridotta e i crociati tornarono a Genova a metà ottobre. Le perdite dovute ai combattimenti e ai disagi ammontarono a 274 cavalieri e al 20% dei loro scudieri.[2]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Secondo una consuetudine che non conosce praticamente eccezioni, entrambe le parti celebrarono l'avvenimento come una loro vittoria. I Berberi avevano respinto gli invasori e i Genovesi poterono condurre i loro commerci senza altre interferenze. I cavalieri francesi non avevano conseguito alcun risultato, avevano partecipato all'azione per la gloria e l'onore, che ritennero di aver comunque guadagnato. Non riuscirono invece a trarre alcuna lezione da un'"avventura cavalleresca con sovrapposizione religiosa".[2] I loro errori dovuti alla non dimestichezza assoluta con l'ambiente in cui erano andati a operare, la mancanza di idonee attrezzature ossidionali, aver sottostimato il nemico e le frequenti beghe interne al loro schieramento furono reiterati sei anni più tardi, su più vasta scala, nella loro disastrosa Crociata di Nicopoli.[1][2]

Principali partecipanti[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d (DE) Rainer Lanz, Ritterideal und Kriegsrealität im Spätmittelalter. Das Herzogtum Burgund und Frankreich (PDF), Tesi di laurea presso l'Università di Zurigo, pp. 171-187. accessed 8 ottobre 2007
  2. ^ a b c d e f Barbara Tuchman, A Distant Mirror, New York, Alfred A. Knopf, 1978, pp. 462-477.