Angelika Kauffmann

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Angelika Kauffmann: Autoritratto.

Maria Anna Catharina Angelika Kauffmann, nota più semplicemente come Angelica Kauffman (Coira, 30 ottobre 1741Roma, 5 novembre 1807), è stata una pittrice svizzera, specializzata nella ritrattistica e nei soggetti storici.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il padre di Angelica, Joseph Johann Kauffmann, ebbe una significativa incidenza sulla poliedrica personalità della figlia

La formazione italiana[modifica | modifica wikitesto]

Kauffman nacque il 30 settembre 1741 a Coira, nel cantone dei Grigioni, in Svizzera; tuttavia, trascorse la propria infanzia in Austria, nella cittadina di Schwarzenberg, la terra dei suoi avi. Il padre, Joseph Johann Kauffmann, pur essendo di umile levatura, era un pittore talentuoso: fu proprio lui, infatti, a trasmetterle l'amore per il disegno. L'influenza genitoriale fu determinante per il carattere di Angelica: dal padre ricevette la formazione artistica, mentre la madre, Cleofe Lutz, sviluppò le sue abilità nelle lingue, nella letteratura, nella musica e nel canto. I rudimenti per la pittura, passione prediletta dalla ragazza, vennero appresi attraverso la copia di gessi e di stampe, delle quali disponeva una vastissima collezione. Nel 1753 eseguì la sua prima opera: si tratta di un Autoritratto, dipinto a Morbegno in Valtellina, dove visse prima di trasferirsi a Como. È proprio qui, tra l'altro, che le venne commissionata la prima opera, un ritratto del vescovo locale A. M. Nevroni (andato perso).[1]

Nel 1754, il padre decise di portare con sè la giovane figlia a Milano, dove dipinse fino alla morte della madre, avvenuta nel 1757. A causa di questa tragica circostanza, Angelica e il padre fecero ritorno a Schwarzenberg, dove ritornarono davanti al cavalletto, al servizio della nobiltà tedesca; sono da datarsi proprio in questo periodo l'Autoritratto in costume tipico del Bregenzerwald, oggi custodito nella Galleria degli Uffizi, e una serie di medaglioni affrescati con teste degli apostoli, eseguita basandosi sulle calcografie di Giovanni Battista Piazzetta.[1]

Ritratto dell'attore shakesperiano David Garrick

Il padre, quindi, decise di riproporre un viaggio di formazione artistica in Italia. Fu proprio nel Bel Paese che Angelica ebbe modo di coltivare più intensamente le proprie doti pittoriche, attraverso lo studio delle opere del Correggio, di Guido Reni, dei Carracci, del Domenichino e del Guercino. A Firenze, nel 1762, eseguì la copia di prestigiosi dipinti della Galleria Ducale; per quanto riguarda l'ambito accademico, ottenne il diploma dell'Accademia di belle arti di Firenze e l'investitura a «membro d'onore» all'Accademia Clementina a Bologna. Negli anni 1763-65 visita Roma e Napoli, dove studiò le collezioni del museo di Capodimonte. Nonostante l'insistenza della regina Maria Carolina d'Asburgo-Lorena a farla diventare pittrice di corte, Angelica restò poco a Napoli, tanto che terminò il Ritratto della famiglia di Ferdinando IV a Roma. Proprio in questi anni, tra l'altro, conobbe illustri personaggi: frequentò molti artisti inglesi, fra cui Gavin Hamilton e Benjamin West,[2] ma toccò per mano anche la pittura danese con Anton Raphael Mengs e quella italiana con Giovanni Battista Casanova, Giambattista Piranesi e Pompeo Batoni.[1]

In questa sua parentesi italiana, Kauffman raggiunse uno straordinario successo nella ritrattistica; ne scrisse Winckelmann, in una lettera che mandò all'amico Franke nell'agosto 1764:

« La giovinetta di cui parlo è nata a Coira, ma fu condotta per tempo in Italia da suo padre, che è pure pittore; parla assai bene l’italiano e il tedesco ... Parla inoltre correntemente il francese e l’inglese ... Si può chiamare bella e gareggia nel canto con le nostre migliori virtuose. Il suo nome è Angelica Kauffmann »

Ciononostante, Kauffman mostrò sin da subito un insolito interesse verso la raffigurazione di soggetti storici: a tal scopo, si servì anche delle varie sculture e nudi che disponeva, grazie all'amicizia con il Batoni. La sua prima pittura storica si data proprio nel 1763, anno in cui realizza il Nudo virile. Il Nudo fu solo il primo di una lunga serie, composta da opere prestigiose come Penelope al telaio e Bacco e Arianna, dove l'artista sintetizza sapientemente il neoclassicismo con il classicismo seicentesco, di cui Reni era il maggiore rappresentante. Altre opere di questo periodo sono La Speranza (donata come pièce de réception all'Accademia di San Luca nel 1765), Veturia e Volumnia e Criseide riunita al padre Crise e Coriolano.[1]

Il soggiorno in Inghilterra[modifica | modifica wikitesto]

« La virtuosissima Angelica Kaufmann, ornamento del suol di Albione ... »
(Domenico Martuscelli[3])
Angelica e Goethe

Quando Goethe, nel suo Viaggio in Italia, arrivò a Roma nell'ottobre del 1786, rimase sedotto dalla personalità di Angelica; si trattava della «miglior conoscenza» fatta a Roma.

Der junge Goethe, gemalt von Angelica Kauffmann 1787.JPG
« Guardar quadri con lei è assai piacevole; tanto educato è il suo occhio ed estese le sue cognizioni di tecnica pittorica »
(Goethe[4])

Tuttavia, mentre il poeta tedesco preferì non impegnarsi, lasciandosi trascinare in amori più frivoli e mondani, la Kauffman rimase estasiata dall'incontro. Si trattò di una forma di amicizia, se non di amore, molto intensa, sublimata, tanto che quando Goethe lasciò Roma la pittrice cadde in depressione.[5]

« Il suo commiato mi ha trafitto l’anima. Il giorno della sua partenza è stato tra i giorni più tristi della mia vita »
(Angelica Kauffman)

Angelica rimase molto legata al poeta, tanto che (sperando in un suo ritorno nell'Urbe) gli scrisse una lettera, che però non ricevette mai risposta.[5]

Nel soggiorno veneziano Kauffman strinse amicizia con la moglie dell'ambasciatore inglese John Murray: lady B. Wentworth. Quest'ultima invitò l'artista a seguirla a Londra - cosa che Angelica effettivamente fece nel giugno del 1766, passando per Parigi, dove poté ammirare il Palais du Luxembourg, ornato dalle opere di Rubens. L'artista trovò terreno fertile nella capitale inglese, dove già era conosciuta per un ritratto di David Garrick mandato alla Free Society nel 1764; di conseguenza numerosissimi furono i committenti, a partire da Augusta Sofia di Hannover, John e Georgiana Spencer e Joshua Reynolds. Fu proprio con Reynolds, tra l'altro, che Kauffman coltivò l'interesse (condiviso tra i due) per la pittura di storia; non a caso, fu con Mary Moser l'unica fondatrice di sesso femminile (fra 34 membri) della Royal Academy of Arts.[1]

Nella fertile vita culturale di Londra, non mancarono di certo le occasioni mondane, con le quali si iniziò a tessere la visione romanzesca sulla vita di Kauffman. Quest'ultima, infatti, fu protagonista di numerosi pettegolezzi sulla relazione che ebbe dapprima con Füssli, quindi con Reynolds stesso. Dopo l'arrivo del padre scelse di sposare il conte svedese Frederick de Horn, che però dimostrò subito la propria natura da impostore fuggendo con tutti i loro risparmi. Kauffman fu libera dal vincolo di matrimonio solo il 10 febbraio 1780, quando la Chiesa Anglicana dichiarò il matrimonio invalido.[1]

Il ritorno in Italia e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Il secondo marito non tardò ad arrivare: si trattava di una vecchia conoscenza del padre, il pittore veneziano Antonio Zucchi, cui Angelica concesse la mano il 14 luglio 1781. Sempre nello stesso anno, vi furono altri cambiamenti: i coniugi lasciarono Londra alla volta di Venezia (preceduta da una sosta nelle Fiandre), mentre nell'inverno morì il padre Joseph. Il soggiorno lagunare fu breve, considerando che già due mesi dopo la morte di Joseph si stavano recando a Roma («emporio del Bello e tempio del vero gusto» secondo una definizione del contemporaneo Ennio Quirino Visconti), dove avevano una proprietà a via Sistina.[1]

Ritratto del marito Antonio Zucchi, 1781

La dimora capitolina, baricentrica rispetto al centro storico, corrispondeva ai desideri di Angelica di avere un tenore altoborghese, e fu proprio qui che fondò il proprio atelier, che divenne presto un istituzione per i viaggiatori del Grand Tour che passavano per l'Urbe. Fra questi, si annovera Johann Wolfgang von Goethe, con cui Kauffman strinse un solido rapporto di amicizia (se non di amore: si veda la nota integrativa «Angelica e Goethe»), che si tradusse nella realizzazione del suo ritratto, datato 1787 (oggi custodito nel Goethe-Nationalmuseum di Weimar).[1]

Malgrado il flebile mercato artistico di Roma, Kauffman continuò a produrre, mantenendosi intelligentemente in contatto con la clientela inglese e avendo importanti mecenati nei cortigiani europei più prestigiosi. Fu proprio in questo periodo che Angelica produsse le sue opere migliori, che spaziarono dalla ritrattistica alla pittura religiosa, che raggiunse l'apice nell'affrescamento della cappella del santuario di Loreto.[1]

Il marito Antonio morì il 26 dicembre 1795. Nonostante la perdita, che fu superata anche grazie alla vicinanza del cugino (successivo custode delle tele della pittrice),[6] Angelica continuò a dipingere. Degna di è sono l'Incoronazione della Vergine, realizzata per la parrocchia di Schwarzenberg; le sue opere migliori, tra l'altro, vennero addirittura rilegate in un volume da Giuseppe Vallardi, venduto poi al Victoria and Albert Museum di Londra.

Angelika Kauffman morì il 5 novembre 1807, a causa di un dolore al petto che fu costretta a patire per anni, forse causato dai veleni della tavolozza che fu costretta ad inalare per più di sessanta anni (tanto durò la sua vita da pittrice).[5] Fu sepolta accanto al marito nella basilica romana di Sant'Andrea delle Fratte, pianta sinceramente dai suoi contemporanei: Antonio Canova, i Direttori dell'Accademia di Francia e di San Luca. Nell'epitaffio volle espressamente scritto che lei stessa, benché avesse avuto diritto alla sepoltura al Pantheon, aveva imposto di essere sepolta lì, per poter «abitare anche dopo la morte» accanto all'uomo con cui aveva goduto di tanto accordo.[7] Un suo busto fu comunque collocato nel Pantheon l'anno successivo.[1]

Retaggio[modifica | modifica wikitesto]

Le opere di Angelica Kauffman hanno conservato la reputazione che ebbero quando l'artista era ancora in vita. I suoi dipinti sono tuttora visibili in numerosissimi musei di prestigio, come Hampton Court e la National Portrait Gallery a Londra, negli Uffizi fiorentini, nell'Ermitage di San Pietroburgo e nell'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, ma anche a Parigi, Dresda, Tallinn[8] e Graz.

Kauffman era molto nota anche per le numerose incisioni, privilegiate dai collezionisti. Tra l'altro, l'artista inglese Charles Willson Peale (1741–1827), che era solito dare il nome di artisti famosi ai propri figli, battezzò una delle sue figlie in onore alla pittrice di Coira, chiamandola Angelica Kauffman Peale.

Una biografia della Kauffman venne pubblicata nel 1810, tre anni dopo la sua morte, dall'editore italiano Giovanni Gherardo De Rossi.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j Simona Ciofetta, KAUFFMANN, Angelica in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 62, Treccani, 2004. URL consultato il 2 luglio 2015.
  2. ^ Roworth.
  3. ^ Domenico Martuscelli, Biografia di Domenico Cirillo.
  4. ^ Jolanda Leccese, Angelica Kauffmann, Comune di Faleria. URL consultato il 2 luglio 2015.
  5. ^ a b c LE DONNE NELL’ARTE – Angelika Kauffmann. URL consultato il 2 luglio 2015.
  6. ^ Baumgärtel, pp 28-32.
  7. ^ L'epitaffio recita: "ANGELICA IOHANNIS IOSEPHI F KAVFFMANN / DOMO SCHWARZENBERGIO / CUI SUMMA PICTURAE LAUS CENOTAPHIUM IN AEDE / PANTHEI PROMERUIT SED IPSA SE IN HOC MONUMENTUM / QUOD ATONIO ZUCCHIO POSUERAT INFERRI IUSSIT UT / CUM VIRO CONCORDISSIMO POST FUNUS ETIAM HABITARET / ANNOS NATA LXVI DIES VI OBIIT ROMAE NON NOV MCICCCVII / AVE MULIER OPTIMA ET VALE IN PACE".
  8. ^ EKM Digitaalkogu. URL consultato il 2 luglio 2015.
  9. ^ (EN) Documenting Anjelica Kauffman's Life and Art, JHU Journals. URL consultato il 31 gennaio 2013.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • B. Baumgärtel, A. K.: Bedingungen weiblicher Kreativität in der Malerei des 18. Jahrhunderts, Weinheim-Basel, 1990.
  • A. K.: a continental artist in Georgian England in W.W. Roworth (a cura di), Londra, 1992.

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