Sette anni in Tibet

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Sette anni in Tibet
7annitibet.png
Harrer durante i giochi con il Quattordicesimo Dalai Lama bambino
Titolo originaleSeven Years in Tibet
Lingua originaleinglese, tedesco, tibetano, hindi, nepalese, cinese mandarino
Paese di produzioneStati Uniti d'America
Anno1997
Durata128 min
Generebiografico, drammatico
RegiaJean-Jacques Annaud
SoggettoHeinrich Harrer
SceneggiaturaBecky Johnson
ProduttoreJean-Jacques Annaud, Iain Smith, John H. Williams
Produttore esecutivoRichard Goodwin, Michael Besman, David Nichols, Diane Summers
Casa di produzioneMandalay Entertainment
Distribuzione in italianoCecchi Gori Group
FotografiaRobert Fraisse
MontaggioNoëlle Boisson
Effetti specialiDean Lockwood
MusicheJohn Williams
ScenografiaAt Hoang, Claude Paré, Jim Erickson
CostumiEnrico Sabbatini
TruccoPaul Engelen, Meg Speirs
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

«Occorre un motivo per aiutare i bisognosi?»

(Kungo Tsarong)

Sette anni in Tibet (Seven Years in Tibet) è un film del 1997 diretto da Jean-Jacques Annaud, ispirato ad un libro autobiografico scritto da Heinrich Harrer e pubblicato nel 1953.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte del film è stata girata sulle Ande in Argentina.

Austria, 1939, Heinrich Harrer è un giovane e arrogante scalatore di monti, membro del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, scelto dal governo tedesco per scalare le montagne dell'Himalaya, raggiungendo il misterioso Nanga Parbat, la nona vetta più alta del mondo, dove altre quattro spedizioni tedesche hanno fallito dopo la perdita di undici membri. Il giorno della partenza da Graz l'alpinista ha un litigio con la moglie Ingrid, incinta e prossima al parto, la quale preferirebbe che lui non partisse. Heinrich parte ugualmente, lasciando Ingrid alle cure di Horst Immendorf, un amico di famiglia, e si unisce al gruppo di Peter Aufschnaiter.

Durante la scalata, un'ascesa di ben ottomila metri, non ha la solita disinvoltura che lo contraddistingue, tanto che cade inavvertitamente, perdendo un rampone e ferendosi a un piede. Dopo che gli scalatori sono stati costretti a ritirarsi a causa delle valanghe di neve, Heinrich, Peter e il resto del gruppo vengono arrestati dal presidio dell'Impero britannico in India in quanto cittadini del Terzo Reich: in Europa è iniziata la guerra e tra il governo di Londra e quello di Berlino si sono accese le ostilità. Gli scalatori vengono imprigionati in un campo di detenzione britannico, il Dehra Dun P.O.W. Camp, dove Heinrich riceve per corrispondenza la richiesta di divorzio dalla moglie, che vorrebbe sposare Horst, e la conferma che suo figlio, Rolf, è nato.

Durante i tre anni che seguono, Heinrich tenta ripetutamente la fuga da Dehradun, ma i britannici lo arrestano sempre in anticipo, raddoppiando la guardia e lo stato di allerta. Nel settembre 1942, tuttavia, si unisce a Peter e ai compagni, che hanno pianificato l'evasione travestendosi da soldati, e finalmente riesce a scappare. Dopo l'evasione, però, si separa dal resto del gruppo, volendo raggiungere il Tibet. Dopo essersi riunito a Peter, che disapprova i suoi metodi sprezzanti e la sua dichiarata mancanza di principi, Heinrich raggiunge il confine con il Tibet, il più alto e isolato Paese del mondo, nonostante l'ostinata diffidenza del popolo tibetano. I monaci del villaggio di frontiera che raggiungono spiegano loro i motivi di una così elevata diffidenza: Sua Santità il Grande Tredicesimo Dalai Lama, prima di morire, aveva previsto che un giorno gli stranieri avrebbero invaso il Paese e dato inizio a un'era di morte e distruzione, bandendo i monaci e proibendo l'antica e radicata tradizione buddhista.

Sfuggiti nuovamente alle autorità, che vorrebbero rimandarli in India, Heinrich e Peter raggiungono di nascosto la Città Santa e Proibita di Lhasa, casa dei Dalai Lama, vietata da sempre agli stranieri, dove vengono ospitati da Tsarong, un tempo ministro della difesa del governo del Thubten Gyatso, e aiutati da Ngawang Jigme, un giovane segretario ambizioso al servizio del Reggente e del governo del giovane Quattordicesimo Dalai Lama, il bambino Tenzin Gyatso.

Heinrich trova un lavoro come geometra, mentre il suo amico sposa una tibetana, Pema Lhaki. Un giorno del maggio 1945, però, riceve una lettera del figlio Rolf, che lo invita a non scrivere più, sostenendo di non essere suo figlio, ma figlio di Horst. Subito dopo viene convocato dalla madre del Dalai Lama, molto riverita dai tibetani, la quale lo conduce al palazzo del Potala, residenza del giovane figlio, che gli richiede la costruzione di un cinema. Tra i due inizia così un rapporto molto profondo e di affetto reciproco. Heinrich gli insegna l'inglese e lo affaccia alla conoscenza dell'Occidente, mentre il giovane Tenzin Gyatso gli svela i più remoti segreti della civiltà del Tibet, a lungo rimasta ignota al mondo intero.

Un giorno i cinesi, da poco unitisi nella Repubblica Popolare Cinese del presidente Mao Zedong, dichiarano l'intenzione di annettere il Tibet al loro Stato, ma il Reggente non riconosce la sovranità dei cinesi sul Tibet, e pertanto incarica Tsarong di riorganizzare l'esercito. Heinrich e Peter sono coinvolti, su richiesta del Reggente, in aiuto di Tsarong, ma le possibilità di respingere l'invasione sono scarsissime. Il governo di Lhasa tenta quindi di negoziare, ma i generali cinesi, giunti a Lhasa con disprezzo e arroganza, guidati da Chang Jing Wu, rimangono delusi dall'incontro con il giovane Dalai Lama, e lasciano il Tibet sostenendo che la religione sia veleno.

Ngawang Jigme, divenuto ministro e governatore di Chamdo, ha il compito di respingere i cinesi, ma al termine della battaglia, un trionfo entusiasmante per i cinesi, fa esplodere il deposito di munizioni e dichiara la resa, giungendo a un accordo con i cinesi. I tibetani sono disperati, perché se a Chamdo non si fosse giunti alla resa per ordine di Ngawang, con le munizioni si sarebbe potuto fare molto per frenare l'invasione cinese. Heinrich si riunisce al Dalai Lama per l'ultima volta. Il giovane respinge l'ipotesi di partire per l'India, come precauzione, e lo invita a rimanere fino al giorno della sua incoronazione, convincendolo poi a tornare in Austria dal figlio Rolf. Anni dopo l'uomo si ricongiunge col figlio.

Differenze tra libro e film[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono una serie di differenze significative tra il libro originale di Heinrich Harrer del 1953 e il film.

  • Quando nel film Harrer giunge alla stazione, viene accolto dalle autorità quale "eroe tedesco", alché lui, di tutta risposta, controbatte seccamente: "Grazie, ma sono austriaco". Per averlo detto nel 1939, a distanza d'un anno soltanto dall'Anschluss (con cui l'Austria, dietro previo decreto plebiscitario, veniva in pratica annessa alla Germania nazista nell'ottica di perseguimento della Großdeutschland), denota palesemente una sua certa avversione per il regime nazista, visto che all'epoca nessun austriaco si sarebbe sognato mai di rispondere cosí[1], cosa che viene poi accentuata dalla sua riluttanza nel reggere la bandiera nazista. Nel libro, naturalmente, Harrer non riporta nulla di tutto ciò, considerato pure il fatto che fosse stato lui stesso a guidare la seconda delle varie spedizioni naziste nel Tibet e che, per sua stessa ammissione, sia stato tra l'altro membro delle SS.[2]
  • Nel film il rapporto di Harrer col figlio ricopre un ruolo chiave nella trama del film, fungendo dunque da tema portante della trama, benché nel suo libro il protagonista non vi abbia dedicato poi tutto quello spazio. Si era infatti appena sposato e divorziato quasi subito, come infatti è mostrato nel film, e a causa dei suoi viaggi e della morte in guerra del nuovo marito dell'ex moglie il figlio era stato preso in tutela dalla sua ex suocera.[3] Harrer poi fornisce pure, nella sua autobiografia, un resoconto del suo contatto con il figlio, ma niente di ciò che viene rappresentato nella pellicola: Harrer afferma infatti che non esisteva più niente di significativo capace di legarlo alla sua terra d'origine e pertanto questo era una delle ragioni per restare in Tibet e di non tornare in Europa.[4]
  • La visita a Lhasa dei negoziatori cinesi, atterrati in un aeroporto costruito dai tibetani, e la loro partenza per la Cina, dopo la breve conferenza con le loro controparti tibetane (durante la quale avviene da parte loro la profanazione del maṇḍala di sabbia e viene fatta l'osservazione, in linea con la loro impostazione ideologica marxista, che "la religione è veleno") sono fatti rappresentati solo nel film e che non trovano riscontro né nel libro né tantomeno nei numerosi testi storici sull'argomento. Oltretutto, all'epoca non esisteva ancora un collegamento aereo a Lhasa Gonggar e l'aeroporto, contrariamente a quanto mostrato nel film, vide la luce soltanto nel 1956, cioè soltanto dopo che il Dalai Lama s'era recato a Pechino, nel 1954, usando tra l'altro il sistema stradale, allora ancora incompleto.[5]
  • L'intera sequenza dei negoziati e l'installazione del Dalai Lama come governante sono poi fuori sequenza. Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, è stato incoronato come leader temporale del Tibet il 17 novembre 1950. Una delegazione venne inviata a Pechino e convenne sul Punto diciassette, riguardante l'accordo sulla liberazione pacifica del Tibet. Nel frattempo il Dalai Lama si rifugiò sul confine tra India e Sikkim. II Dalai Lama non amò mai questo accordo: tornò anche a Lhasa e per diversi anni cercò di lavorare nel limite delle sue possibilità.[4]

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Brad Pitt sul set del film insieme al funzionario del governo tibetano Losang Thonden.

La maggior parte del film è stata girata a Mendoza e a La Plata in Argentina, ma, due anni dopo l'uscita del film, il regista Jean-Jacques Annaud ha confermato che due pezzi del film sono stati segretamente girati in Tibet, per un importo di circa 20 minuti di riprese nella resa finale. Altri filmati sono stati girati in Nepal, Austria e Canada.[6] La colonna sonora è composta da John Williams e i soli del violoncello sono eseguiti da Yo-Yo Ma.

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Appena uscito, il film ha ricevuto pesanti condanne. Il governo della Repubblica Popolare Cinese ha affermato che i militari cinesi sono stati capziosamente rappresentati in comportamenti brutali contro la popolazione locale, mentre i tibetani, al contrario, sono stati rappresentati unicamente in modo positivo.[7] In conseguenza di ciò, il regista e gli attori protagonisti Pitt e Thewlis sono stati banditi per sempre dalla Cina[8][9].

Critica[modifica | modifica wikitesto]

L'accento austriaco reso nell'interpretazione di Brad Pitt è stata classificata al terzo posto nella lista compilata dalla rivista Empire dei peggiori accenti nei film di tutti i tempi.[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Shirer, William L., The Rise and Fall of the Third Reich, Capitolo 13. Shirer stesso, infatti, riporta in merito al plebiscito per l'Anschluss: "Ci sarebbe voluto un austriaco davvero coraggioso per votare No" (in originale it took a very brave Austrian to vote No)
  2. ^ Dalai Lama's Tutor, Portrayed by Brad Pitt, Wasn't Just Roving Through the Himalayas - New York Times
  3. ^ Beyond Seven Years in Tibet, by Heinrich Harrer
  4. ^ a b Seven Years in Tibet
  5. ^ Dalai Lama, Freedom in Exile, Hodder & Stoughton 1990
  6. ^ Canada Tibet Committee: Director Secretly Filmed In Tibet
  7. ^ Canada Tibet Committee: "Hollywood's New China Syndrome (The Los Angeles Times) 'Red Corner,' 'Seven Years in Tibet' and 'Kundun' take the country's human rights record to task, especially regarding its treatment of Tibet. How will the Chinese react to filmdom's scrutiny?"
  8. ^ Brad Pitt biography at allmovie.com
  9. ^ David Thewlis biography at allmovie.com
  10. ^ BBC News | Entertainment | Connery has worst film accent

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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