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Buddhismo tibetano

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Buddha Śākyamuni (in tibetano l'appellativo sanscrito Śākyamuni è reso come ཤཱཀྱ་ཐུབ་པ་, shAkya thub pa) nell'arte tibetana. Particolare di un dipinto su tela degli inizi del XII secolo. Lo Śākyamuni qui è rappresentato nel momento in cui mette in moto la Ruota del Dharma (ཆོས་ཀྱི་འཁོར་ལོ, chos kyi 'khor lo): il pollice e il medio (nascosti) della mano destra formano in un cerchio, la vitarkamudrā, l'esposizione della dottrina, con il dito indice della mano sinistra, fa girare la ruota, le mette in moto. Notare sul capo la protuberanza cranica, la uṣṇīṣa (གཙུག་གཏོར gtsug gtor) uno dei trentadue segni maggiori di un Buddha, le orecchie allungate ricordano i pesanti gioielli indossati prima dell'abbandono della vita mondana.

Con l'espressione buddhismo tibetano si indica, negli studi di buddhologia e nella storia delle religioni, quella peculiare forma di buddhismo presente nell'area tibetana.

Il termine con cui i buddhisti tibetani si riferiscono al proprio credo religioso e alla propria pratica cultuale è Chos (ཆོས, pronuncia: ciö) che poi è la resa in lingua tibetana del termine sanscrito Dharma[1]., oppure, più completamente, con l'espressione Sangs rgyas kyi bstan pa [2] (སངས་རྒྱས་ཀྱི་བསྟན་པ) che poi è la resa in tibetano del sanscrito buddha-śāsana ("Insegnamento del Buddha").་

Per indicare sé stessi in qualità di seguaci della propria religione buddhista, i tibetani utilizzano il termine nang pa (ནང་པ, lett. "interni"), indicando i seguaci delle altre religioni con il termine collettivo di phyi pa (ཕྱི་པ, pronuncia: cipa; lett. "esterni")[3].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

ཇོ་བོ Jo-bo (Jowo, "Signore"), la statua del Buddha Śākyamuni introdotta in Tibet nel VII secolo dalla principessa cinese Wénchéng (文成, ?-678), oggi conservata a Lhasa. La statua è stata gravemente danneggiata negli anni '60 del XX secolo, durante la Rivoluzione culturale decretata dal Partito comunista cinese e, ad oggi, solo parzialmente restaurata.
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Bundesarchiv Bild 135-KA-09-046, Tibetexpedition, Kloster Samye.jpg
Padmasambhava (པདྨ་འབྱུང་གནས།, Padma ’byung gnas) in una iconografia moderna. Padmasambhava è uno dei personaggi più importanti nella storia del Tibet buddhista. La sua figura, a cui si prestano sacri onori, è tuttavia avvolta, per larga parte, dal mito. In questa raffigurazione il mistico e taumaturgo dell'VIII secolo viene presentato nella postura ardhaparyaṅka (semichiusa), il braccio destro poggia sul ginocchio destro e regge un vajra, probabilmente nel gesto dell'allontanamento dei demoni. La mano sinistra posta sul grembo regge invece una calotta cranica colma di sangue (ratkapāla) da cui emerge la fiala dell' amṛta, l'immortalità, a indicare che chi diviene seguace di questo maestro dei tantra può essere nutrito con quella e quindi raggiungere il nirvāṇa. Il braccio sinistro avvolge il khaṭvāṅga, il bastone magico. Il copricapo del mistico è una mitra su cui svetta una mayūrapattra, una penna di pavone che simboleggia l'immunità dai veleni, ovvero dagli attaccamenti mondani. È seduto su un fiore di loto (padma), così come vuole il mito che racconta del re Indrabhūti il quale rinvenne il piccolo Padmasambhava nel mezzo del lago Dhanakośa nell'Uḍḍiyāna assiso su un fiore di loto, simbolo della purezza in quanto la superficie oleosa del fiore della pianta non trattiene il fango dal quale emerge.
La stele (རྡོ་རིངས, rdo rings) riportante l'editto del 791 del re tibetano Khri Srong lde btsan (ཁྲི་སྲོང་ཨིདེ་བཙན་, Trhisong Detsen, regno: 755-797) in cui proclama la religione buddhista, religione ufficiale del suo regno. Questa stele è conservata presso il monastero di Bsam yas (བསམ་ཡས, Samye) da lui fondato intorno al 779 a Lhasa.
Ma gcig (མ་གཅིག, lett. "Madre unica"; 1055-1145) in un dipinto su cotone del XVIII conservato presso il Rubin Museum of Art di New York. La storia tradizionale narra che Ma gcig fu una monaca che venne allontanata dal monastero per aver infranto i voti monastici congiungendosi con un uomo, che diverrà successivamente suo marito. Alla morte di questi, Ma gcig iniziò a soffrire di vari disturbi causati dalle scorrette pratiche tantriche con adepti iniziati secondo una via non autentica. Incontrò infine un maestro che aveva studiato a Nālandā e che le fece celebrare una lunga cerimonia di espiazione, divenendo poi il suo consorte principale. Ma gcig divenne presto una famosa maestra del tantra e ancora oggi è venerata come manifestazione di Tārā. In questo dipinto è presenta nella posizione dell'arco (cāpasthāna): la gamba sinistra curvata rappresenta l'arco teso, mentre la destra, piegata, dal ginocchio in giù intende la freccia che sta per essere scoccata. Questa postura delle gambe allude alla capacità del volo. La mano sinistra impugna una campana (ghaṇtā) a significare, come il suono che scompare, la transitorietà del mondo. La mano destra impugna un tamburo a clessidra (ḍamaru) formato da due calotte craniche unite dal lato convesso.

Le origini: i tre re del Dharma (dharmarāja, ཆོས་རྒྱལ, chos rgyal)[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la storiografia tradizionale l'arrivo del buddhismo in Tibet è databile al regno di Srong-btsan sGam-po (སྲོང་བཙན་སྒམ་པོ, Songtsen Gampo, regno: 622 - 649), quel re che avendo ereditato dal padre un regno unificato lo rese potente in Asia centrale controllando un tragitto importante della Via della seta[4]. Due delle sei mogli di Srong-btsan sGam-po, la cinese Wénchéng (文成, ?-678) e la nepalese Bhṛkuṭī (605? - 650) furono, sempre secondo la storiografia tradizionale, ferventi buddhiste [5]e per rendere loro onore, il re fece costruire il primo tempio buddhista in Tibet, il Jo-khang (ཇོ་ཁང, Jokhang) a Lhasa (ལྷ་ས, lHa-sa) dove spostò la sua residenza.

In particolar modo, la principessa cinese Wénchéng aveva portato con sé in Tibet, nella sua dote, una statua dorata del Buddha Śākyamuni indicata in tibetano con il nome di ཇོ་བོ Jo-bo (Jowo, lett. "Signore") tuttora conservata con grandissimi onori nel tempio di Jokhang[6].

Secondo la tradizione buddhista tibetana Srong-btsan sGam-po fu un'incarnazione del bodhisattva Avalokiteśvara (in tibetano: སྤྱན་རས་གཟིགས་དབང་ཕྱུག, sPyan-ras-gzigs dbang-phyug, "Chenrezig Wangchug"), mentre le due mogli incarnarono la bodhisattva Tārā (in tibetano: སྒྲོལ་མ sGrol-ma, "Dölma")[7]. Allo stesso monarca la tradizione accredita l'ingresso della scrittura tibetana e la grammatica della sua lingua, ambedue fondate su modelli indiani[8].

Sempre la tradizione vuole che tale monarca invitò maestri buddhisti dalla Cina e dal Nepal, promuovendo la traduzione dei testi buddhisti in tibetano, nonché la promulgazione di un editto in cui avrebbe armonizzato le leggi tibetane con le norme morali buddhiste, tuttavia tale storiografia è certamente esagerata e fondata sulla necessità di elaborare un "mito delle origini"[9] anche allo scopo di rendere autentiche alcune tradizioni che volevano l'ingresso del buddhismo in Tibet preannunciato secoli prima della nascita di questo monarca, al tempo di Lha Tho tho ri (ལྷ་ཐོ་ཐོ་རི, Lha Thotori, IV secolo) con la miracolosa caduta dal cielo di alcuni sūtra e di alcune immagini di questa religione[10] che gli antichi tibetani ancora non erano ancora in grado di comprendere.

Se la tradizione affida a un racconto mitico l'antico ingresso delle credenze e delle dottrine buddhiste in Tibet è molto probabile che tale religione fosse conosciuta prima del suo ingresso "formale" nel VII secolo[11], così la tibetologa francese Anne-Marie Blondeau:

« La penetrazione delle concezioni buddhiste non è avvenuta in un sol colpo a partire dal VII secolo. Da sempre i Tibetani, una popolazione dedita al commercio, erano in contatto con le popolazioni vicine in Asia centrale, in Cina, nel Nepal, nel Ladakh, nel Kashmir, la loro espansione territoriale, a partire dal VII secolo, aumentò questi contatti: è fuor di dubbio che influenze culturali, buddhiste e non buddhiste, si sono esercitate, loro tramite, sui Tibetani; [...] »
(Anne-Marie Blondeau, p.98)

Sempre la tradizione storiografica tibetana vuole che accanto a questo dharmarāja ("Re del Dharma", in tibetano: ཆོས་རྒྱལ, chos rgyal, appellativo assegnato intorno al VIII/IX secolo) ve ne furono altri due: Khri Srong lde btsan (ཁྲི་སྲོང་ཨིདེ་བཙན་, Trhisong Detsen, regno: 755-797) e Ral pa can (རལ་པ་ཅན་ Ralpacan, regno: 815-838) anche loro incarnazioni di bodhisattva cosmici, segnatamente di Mañjuśrī (ཇམ་དཔལ་དབྱངས།, ’Jam dpal dbyangs) il primo, e di Vajrapāṇi (ཕྱག་ན་རྡོ་རྗེ, Phyag na rdo rje) il secondo. In questa tradizione buddhista questi tre sovrani tibetani risultano, quindi, i tre protettori delle rigs gsum mgon po (རིགས་གསུམ་མགོན་པོ, "Tre stirpi [buddhiche]").

Il secondo chos rgyal, Khri Srong lde btsan fu l'erede al trono di Khri lde gtsug btsan (ཁྲི་ལྡེ་གཙུག་བཙན, Trhi Detsuktsen, regno:712-755), quel re tibetano che chiese all'imperatore cinese dei fascicoli (བམ་པོ bam po) di scritture buddhiste. Anche Khri lDe gtsug btsan ebbe come consorte una principessa cinese buddhista, Jīnchéng (金城, ?-739), giunta in Tibet due anni prima della sua ascesa al trono. Jīnchéng fu colpita dall'assenza di riti funebri nel paese in cui era giunta e quindi si decise a introdurre l'usanza buddhista cinese di celebrarne dei riti per l'intera durata del lutto, questo consistente in sette settimane. Questa pratica cultuale è all'origine della credenza, diffusa in opere come il Bardo Tödröl Chenmo (བར་དོ་ཐོས་གྲོལ་ཆེན་མོ་, conosciuto anche come "Libro tibetano dei morti"), secondo la quale tra la morte e la rinascita del defunto trascorrerebbero quarantanove giorni[12].

La principessa Jīnchéng invitò in Tibet anche dei monaci khotanesi che formarono la prima comunità monastica (saṃgha, in tibetano: དགེ་འདུན, dge ’dun) in quella regione[13]. Tuttavia, in seguito alla morte della principessa avvenuta nel 739, probabilmente a causa di un'epidemia di peste, vi fu l'espulsione di questi monaci[14]. Lo stesso re, Khri lDe gtsug btsan verrà assassinato prima che a Lhasa giungessero i testi che aveva richiesto all'imperatore cinese. In quella circostanza, gli emissari dell'imperatore cinese giunti in Tibet decisero di nascondere i preziosi testi in quanto il tredicenne erede, Khri Srong lde btsan, essendo stato inizialmente influenzato da consiglieri ostili al buddhismo, ne proibì la diffusione. Ma Khri Srong-Ide-btsan si ricredette presto, avendo chiesto di essere messo a conoscenza dei testi nascosti fu indottrinato nella nuova fede da un maestro buddhista cinese, convertendosi così alla nuova religione all'età di vent'anni, nel 767[15]. A lui si deve la promulgazione di editti per lenire le sofferenze di uomini e animali nel corso delle epidemie e la costruzione del primo monastero buddhista in Tibet, lo Bsam yas (བསམ་ཡས, Samye) nel 779 circa.

Su quest'ultimo evento, la tradizione narra che sempre a Khri Srong lde btsan dobbiamo l'invito al monaco indiano, precisamente l'abate (upādhyāya) del monastero di Nālandā, Śāntarakṣita (ཞི་བ་འཚོ, Zhi ba ’tsho, 725–788), il quale, a sua volta, invitò dodici monaci indiani dell'antica scuola Mūlasarvāstivāda (གཞི་ཐམས་ཅད་ཡོད་པར་སྨྲ་བ, Gzhi thams cad y od par smra ba) grazie ai quali poterono essere ordinati, nell'VIII secolo, i primi sette monaci tibetani[16]. Da questo momento tutti i monaci tibetani saranno ordinati secondo il vinaya di questa antica scuola indiana[17].

Secondo la tradizione, Śāntarakṣita non riusci tuttavia a fondare il monastero di Bsam yas, questo per la tenace ostilità dei tibetani seguaci della religione locale (Bon, བོན)[18]. Fu allora che il re Khri Srong lde btsan, su consiglio dell'abate indiano, invitò a Lhasa il taumaturgo originario della Uḍḍiyāna, Padmasambhava (པདྨ་འབྱུང་གནས།, Padma ’byung gnas), il quale, giunto in Tibet, sconfiggerà persino gli dèi locali nemici del buddhismo, consentendo in questo modo la costruzione dello Bsam yas, il quale verrà eretto probabilmente nel 775 sul modello di un maṇḍala indiano, e consacrato quattro anni dopo. In quel monastero furono ordinati da Śāntarakṣita, e dai monaci indiani mūlasarvāstivādin proveniente dal monastero di Vikramaśila[19], i primi sette monaci tibetani. Padmasambhava introdurrà per primo in Tibet le dottrine e le pratiche proprie del buddhismo esoterico.

Nel 780 le armate del re tibetano conquistarono Dunhuang (敦煌), uno dei più importanti centri del buddhismo cinese e lo stesso re invitò i monaci cinesi a trasferire in Tibet le loro dottrine religiose[20].

Il re, sempre secondo la storia tradizionale, si decise nel 784 a convocare un contraddittorio tra i buddhisti, rappresentati da Padmasambhava, e i rappresentanti della religione locale, tra cui spiccava Dran pa nam mkha (དྲན་པ་ནམ་མཁའ). L'esito della disputa, che incluse oltre il confronto dialettico anche alcune prove paranormali, si risolse favorevolmente per i buddhisti e molti dei seguaci del Bon (བོན), compreso Dran pa nam mkha, finirono per convertirsi al Dharma buddhista che divenne per un decreto reale, nel 791, la religione ufficiale del Tibet. Gli altri seguaci del Bon invece preferirono l'esilio risolvendosi a nascondere i propri testi dottrinari.

Nel 792 sempre il re Khri Srong lde btsan decise di dirimere una seconda controversia. Il buddhismo era giunto in Tibet da diversi paesi: India, Regno di Khotan, Nepal e Cina, portando con sé diverse dottrine, culti e sensibilità. In quel momento erano presenti in Tibet due orientamenti inerenti al Dharma buddhista, quello di origine indiano, risalente secondo la tradiziona tibetana a Nāgārjuna, che perorava l'avvicinamento graduale, progressivo, detto in tibetano rim gyis 'jug pa (རིམ་གྱིས་འཇུག་པ), verso l'Illuminazione (bodhi, in tibetano བྱང་ཆུབ, byang chub); l'altro di origine cinese e di tradizione Chán (禅) perseguiva invece la saggezza repentina, immediata, detta in tibetano cig gar 'jug pa (ཅིག་གར་འཇུག་པ) di questa bodhi. I primi predicavano quindi il conseguimento, progressivo e paziente, dei meriti (puṇya, in tibetano བསོད་ནམས, bsod nams) e della saggezza primigenia (ཡེ་ཤེས, ye shes) per superare i vincoli karmici; mentre i secondi ritenevano qualsivoglia azione della mente, anche quella virtuosa, provocatrice del karman.

Su questo dibattito i buddhologi statunitensi Richard H. Robinson e Willard L. Johnson precisano:

« Fulcro del dibattito (se mai ci sia stato) non fu tanto la natura improvvisa o graduale del risveglio, quanto la necessità di moralità e penetrazione analitica per provocare il risveglio. Questo fu un punto fondamentale di disaccordo fra i due schieramenti maggiori: le scuole antiche, che seguivano la loro pratica Dzogchen e sostenevano che per realizzare il risveglio fosse sufficiente arrestare i processi del pensieri; e le scuole più recenti che seguivano gli insegnamenti monastici mādhyamika e sostenevano che la moralità e penetrazione analitica fossero componenti indispensabili del sentiero. »
(Richard H. Robinson e Willard L. Johnson, p. 336)

Il concistoro durò due anni fino al 794, il partito dei gradualisti era condotto dal discepolo di Śāntarakṣita, Kamalaśīla, mentre i seguaci del conseguimento repentino erano guidati dal monaco cinese Móhēyǎn (摩訶衍). La tradizione tibetana, più tarda, vuole che a prevalere furono i primi, ma testi cinesi sostengono che invece furono i secondi [21]. L'autorevole tibetologo italiano[22] Giuseppe Tucci[23] rileva come anche un testo tibetano, il bKa' thang sde lnga (བཀའ་ཐང་སྡེ་ལྔ), assegni la vittoria al partito cinese del conseguimento subitaneo.

È opinione di Anne-Marie Blondeau che questa contraddizione nei documenti celi uno sviluppo dei fatti:

« Con ogni probabilità, inoltre, ha ragione il dossier cinese quando sostiene che il re decise a favore del partito cinese; perlomeno in un primo momento, in quanto è innegabile che la forma di buddhismo successivamente è quella indiana. Ma quest'ultima scelta obbedisce piuttosto a motivi di ordine politico che non di dottrina. »
(Anne-Marie Blondeau, p. 102)

Comunque sia, a seguito di questo concistoro fu emesso un editto reale a favore del partito perorato da Kamalaśīla, questo fatto provocò la protesta dei cinesi e dei loro seguaci, alcuni di loro si automutilarono, altri giunsero a suicidarsi[24]. Non solo, ridotti a essere considerati "eretici" (མུ་སྟེགས་པ, mu stegs pa) altri ancora, forse seguaci dell'antica religione[25], si ribellarono violentemente uccidendo alcuni del partito avversario tra cui lo stesso Kamalaśīla.

Terzo, e ultimo, chos rgyal fu il pronipote di Khri Srong lde btsan, Khri gTsug lde btsan (ཁྲི་གཙུག་ལྡེ་བཙན, regno: 815-836) meglio conosciuto con l'appellativo Ral pa can (རལ་པ་ཅན་, Ralpacan, "colui dalla grande chioma", appellativo di Īśvara), il quale, fervente buddhista, giunse a prendere i voti monastici[26]. L'attività religiosa del sovrano fu mirata in particolar modo alla traduzione dei testi buddhisti. In tal senso fu da lui promulgato un editto per stabilire delle regole di traduzione più stringenti e più affidabili che portarono alla adozione di un lessico sanscrito-tibetano, edito nell'814, il Mahāvyutpatti ( "Grande etimologia"; tibetano: བྱེ་བྲག་ཏུ་རྟོགས་པར་བྱེད་པ།, bye brag tu rtogs par byed pa)[27].

Nell'836 il fervore religioso del sovrano provocò la reazione dei seguaci del Bon tra i quali spiccava il fratello maggiore di Ral pa can, Glang Dar ma (གླང་དར་མ, Langdarma, regno: 836-842) che, istigato dai suoi correligionari, si rese regicida e usurpatore. Il regno di Glang Dar ma durò tuttavia fino all'842 quando una freccia scagliata da un monaco buddhista [28]di nome Lha lung dpal gyi rdo rje ( ལྷ་ལུང་དཔལ་གྱི་རྡོ་རྗེ, Lhalung Palgyi Dorje) mise fine alla sua vita e al suo regno anti-buddhista[29].

Le ragioni della persecuzione anti-buddhista da parte di Glang Dar ma vanno fatte risalire, a detta del tibetologo tedesco Herbert V. Guenther, all'eccessivo potere raggiunto dai monasteri buddhisti:

« La fondazione di centri monastici diede ben presto origine a realtà economiche dotate di autogoverno, attive in transazioni d'affari e anche nel commercio. I monasteri, che gradualmente acquisirono grandi proprietà terriere donate loro da famiglie ricche, divennero a loro volta potenti latifondisti e piccoli proprietari terrieri, incapaci di resistere, finirono per diventare i loro affittuari. Poiché i monasteri erano esenti da tasse, lo Stato perdette importanti fonti di reddito sia per quanto riguardava la manodopera che le entrate fiscali. Via via che acquisivano maggiore potere economico, i centri monastici divennero sempre più arroganti e pretesero sempre maggiori privilegi. Queste furono le ragioni principali della persecuzione del Buddhismo da parte di Glang dar ma (838-842). »
(Herbert Guenther, p.142-3)

Anche i buddhologi statunitensi Richard H. Robinson e Willard L. Johnson evidenziano come da documenti rinvenuti a Dunhuang, le decisioni di Glang Dar ma non sarebbero state motivate da un sentimento religioso anti-buddhista, quanto piuttosto dal combattere «il potere sregolato che i monasteri avevano cominciato ad acquisire sulla base delle loro concessioni terriere»[30].

La fioritura delle scuole[modifica | modifica wikitesto]

La storiografia tradizionale tibetana suddivide in due parti la storia della diffusione del buddhismo nella regione del Tibet: la prima indicata con l'espressione sna dar (སྣ་དར) inerisce al periodo che si avvia con il regno di Srong-btsan sGam-po nel VI secolo e si conclude con la persecuzione del Dharma decisa dal re Glang Dar ma alla fine del IX secolo. Il secondo periodo, che inerisce alla rifioritura del buddhismo in Tibet, viene indicato con l'espressione phyi dar (ཕྱི་དར)

Non esistono fonti giunte a noi, contemporanee del periodo della seconda metà del IX secolo, che descrivano la persecuzione anti-buddhista promossa dal re Glang Dar ma[31] la quale separa i due periodi sopramenzionati, quello che è certo è che il Tibet sembra entrare in un periodo di confusione religiosa e politica. Le cronache successive narrano di templi distrutti, monaci costretti ad abbandonare l'abito, paṇḍit indiani cacciati, e quindi la scomparsa del buddhismo nel Tibet centrale. Il potere regale si sgretola, i cinesi riconquistano quelle aree dell'Asia centrale da loro perse a favore dei tibetani decenni prima.

La tradizione narra che tre monaci (bhikṣu; in tibetano དགེ་སློང, dge slong) itineranti caricarono i testi del vinaya su un mulo fuggendo nell'Amdo (ཨ་མདོ, a mdo, nel Nord), dove ristabilirono una prima comunità monastica. Tale tradizione intende evidente mitizzare un probabile accadimento, cioè vi furono delle realtà monastiche non "istituzionalizzate" nei monasteri che, sopravvivendo alla chiusura di questi ultimi da parte degli editti di Glang Dar ma, rifiorirono nelle parti non centrali del Tibet.

Il tibetologo spagnolo Ramon N. Prats sottolinea come questa rifioritura della fede buddhista:

« fu imperniata sulla ricerca e la rivalutazione delle fonti letterarie originali del buddhismo dell'India (a scapito, quindi, di qualsiasi altra forma e fonte di buddhismo come quelle provenienti dalla Cina dell'Asia centrale), con la loro correlata traduzione, e sulla ripresa della vita conventuale di stretta osservanza »
(Ramon N. Prats, p. 155)

Tale rinascita è stata interpretata, sempre secondo Ramon N. Prats[32], anche su una riconsiderazione del buddhismo del primo periodo al quale furono mosse delle severe critiche riguardanti il lassismo nella disciplina monastica e la degenerazione morale, questa causata anche per la cattiva interpretazione di alcune dottrine tantriche.

ཡེ་ཤེས་འོད ye shes 'od

Si ebbe, in seguito, una "seconda introduzione" del buddhismo in Tibet attraverso l'opera di guru e lama indiani e tibetani, di traduttori e di loro ospiti come il re Lha Lama Yeshe Ö (che invitò un maestro indiano, Atisha, XI secolo), i traduttori Rinchen Zangpo e Legpai Sherab. In questo periodo sorsero le tre differenti "scuole" (Sakya, Kagyu e Kadam), oltre alla tradizione antica, Nyingma (risalente direttamente a Padmasambhava). Tsongkapa fu il fondatore della scuola dei Gelug con la riforma di quella Kadam utilizzando principalmente gli insegnamenti di Atisha (fondatore della tradizione Kadam).

A partire dal XII/XIII secolo, il Tibet fu sotto l'influenza dei Mongoli (il quarto Dalai Lama, Yonten Gyatso, era di famiglia mongola), che si appoggiarono alla scuola Sakya: nel 1253 Kublai Khan offrì a Drogön Chögyal Phagpa alcune province del paese[33].

Il primo Dalai Lama, Gedun Drub regnò nel XIV secolo (1391 - 1474); l'importanza della scuola Gelug e delle istituzioni loro collegate, tuttavia, crebbe considerevolmente solo nel XVI secolo: Sonam Gyatso (1543-1588) si assegnò per primo il titolo di Dalai Lama, (i due predecessori furono riconosciuti come tali solo a posteriori): a dimostrazione dell'influenza mongola sul paese, "Dalai" è parola mongola (letteralmente significa "oceano") e "Lama" è tibetano per "maestro". Secondo la tradizione, Altan Khan si rivolse a Sonam Gyatso come "oceano di saggezza"[34].

Ngawang Lobsang Gyatso il quinto Dalai Lama, fu un grande accentratore ed organizzatore, e strinse alleanza sia con i Mongoli che con gli imperatori Qing dei Manciu.

Il Dalai Lama Thupten Gyatso (1876-1933) riuscì a tenere il paese intatto nonostante le numerose pressioni esterne[35]. Il governo dei Manciu tentò, dopo la sua fuga, di deporlo ed al suo ritorno dalla Mongolia dovette nuovamente fuggire in India, cercando l'aiuto dei britannici, che però rimasero neutrali. Nel 1911, in ogni caso, l'influenza dei Manciu sul Tibet svanì, in seguito al crollo della dinastia dell'Impero.

In occidente la percezione del buddhismo tibetano è stata inizialmente influenzata dai resoconti dei primi missionari cattolici e, in seguito, gli studiosi anglicani (Waddell e Davis) lo paragonarono erroneamente al cattolicesimo. Ai loro occhi il "lamaismo", così lo definirono[36], oltre a diverse somiglianze formali era ricco di riti e faceva un largo uso di opere d'arte.

L'invasione cinese[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1950, con l'esercito guidato da Chang Kuo-hua[37], i cinesi occuparono parte del Tibet, data la sua importanza strategica soprattutto nel momento in cui le tensioni fra Cina ed India andavano acuendosi e quando sul fronte interno, per limitare il malcontento delle nazionalizzazioni, occorreva distrarre il popolo dai problemi quotidiani con una "guerra di liberazione popolare"[38]. Diversi dettagli sono stati in seguito rivelati da opere di narrativa come "La spia sul tetto del Mondo"[39], nella quale l'autore inglese Sydney Wignall racconta la sua missione di spionaggio del 1955 e rivela che il buddhismo, le istituzioni e le pratiche religiose erano fatte oggetto di attacco da parte della forza occupante[40], e si ebbero stragi e distruzioni di monasteri e opere d'arte.

Il regime cinese ha operato per affievolire il rapporto tradizionalmente esistente tra i monasteri e la popolazione. Ogni monastero ha oggi bisogno di un atto ufficiale di registrazione, a concedere o a rifiutare il quale sono le autorità cinesi.

Diventare monaco e andare a vivere in un monastero, secondo una ricerca del giornale italiano "L'Avvenire", sarebbe quindi una decisione che spetta al governo. Inoltre, è il partito e solo il partito che decide se si è "ufficialmente" monaci. Esiste una sorta di "numero chiuso" dei religiosi. E c'è persino una lista d'attesa. Si entra solo alla morte o in sostituzione di un altro monaco: e il "subentro" è deciso o respinto dal regime. Gli stessi orari di apertura dei monasteri sono decisi dall'autorità burocratica. Infine, sempre secondo lo stesso studio, il regime si avvale dello strumento della "rieducazione patriottica": sedute di indottrinamento forzato a cui sono sottoposti periodicamente i religiosi tibetani[41].

Lignaggi del Buddhismo tibetano[modifica | modifica wikitesto]

I Lignaggi del Buddhismo Tibetano sono le principali correnti di trasmissione degli insegnamenti del Buddhismo in Tibet e nelle aree in cui si è storicamente diffuso il Buddhismo Tibetano.

I Lignaggi hanno come base determinati monasteri (usualmente ogni monastero afferisce ad un Lignaggio, anche se vi sono monasteri che ne accolgono più di uno) dove gli insegnamenti sono ripartiti e trasmessi secondo linee diverse. Non sono però insegnamenti esclusivi: i riti di una scuola possono essere assunti anche da altre, così come particolari culti di divinità tantriche o di particolari Yidam o determinati cicli tantrici.

Il Lignaggio contiene una serie di dottrine da praticare con una serie di esperienze fisiche e mentali guidate da uno o più Lama qualificati i quali abbiano ricevuto da altri Lama le specifiche Trasmissioni, Iniziazioni e autorizzazioni.[42] ha la possibilità di impartire quelle Iniziazioni (Wangkur), Trasmissioni Orali (Lung / Ka-Lung) insegnamenti generali e istruzioni specifiche di meditazione da cui trarre autonomamente delle conclusioni e con cui conseguire i propri fini. Un esempio è la meditazione Dzogchen, sviluppata in ambito Nyingmapa avendo come origine Guru Rinpoche, Vimalamitra e altri, e poi diffusasi principalmente nel Lignaggio Kagyupa specialmente in seguito all'attività del 3º Karmapa Rangjung Dorje[senza fonte] e poi in molti Lignaggi esistenti in Tibet e nella regione himalayana, forse un po' meno nel Lignaggio Gelugpa.

Sempre nel lignaggio Nyingmapa esiste tuttora, a partire da Guru Rinpoche (Guru Padmasambhava dell'Uddiyana) il lignaggio dei Terma, Testi di insegnamenti o oggetti sacri di particolarissimo valore, scritti o comunque prodotti a beneficio delle generazioni successive immerse nelle difficoltà e sofferenze del Kaliyuga comunemente tradotto come "era delle cinque degenerazioni" insegnando tecniche, rituali, meditazioni e procedimenti di ogni tipo per beneficiare gli esseri senzienti nel Kaliyuga, sottoposti a grandi sofferenze e difficoltà di ogni tipo.

Nyingmapa[modifica | modifica wikitesto]

Il Nyingmapa (rÑin-ma-pa: "Lignaggio degli Antichi") fu originato dagli insegnamenti di Padmasambhava, Shantarakshita e Vimalamitra (principalmente) nell'VIII secolo. Costituisce la "prima diffusione" del Buddhismo, o meglio Buddhadharma. In Tibet era principalmente incentrato sulla pratica del Vajrayana, a partire dai Tantra inferiori fino a quello che nel sistema Nyingmapa viene chiamato Mahayoga; è all'incirca equivalente agli Anuttarayogatantra dei Lignaggi della seconda traduzione[43]. I due altri Tantra esclusivi di tale Lignaggio sono l'Anuyoga e il Maha Ati Yoga, quest'ultimo conosciuto in occidente con il termine tibetano "Dzok Chen" o estesamente "Dzokpa Chenpo", quasi sempre tradotto come "Grande Perfezione" e qualche volta come "Grande Completamento". La tradizione Nyingmapa si differenzia dagli altri Lignaggi anche per una diversa ripartizione dei Tantra e per differenze nei Testi accettati nel Canone Tibetano.

Il Dalai Lama ha definito lo Dzok Chen come "il pinnacolo dei nove veicoli", sia durante alcuni suoi insegnamenti pubblici sia in un suo libro[44].

Kagyüpa[modifica | modifica wikitesto]

Il Kagyüpa (bKa'-brgyud-pa: "lignaggio della trasmissione orale") è disceso dalla linea di insegnamenti della "seconda diffusione" del Buddhismo in Tibet, che risale, considerando che si sta parlando del Lignaggio breve (in quanto esiste anche un Lignaggio lungo), al Buddha Vajradhara, Dorje Chang, che fu il Lama Radice del Mahasidda indiano Tilopa (sono famose le sue parole: Io non ho avuto un Guru umano, il mio Guru è Vajradhara).

Tilopa ebbe come discepolo principale Naropa, che fu il supremo Guru, insieme al Mahasiddha Maitripa, del tibetano Marpa, il cui discepolo laico tibetano principale fu Milarepa, Mahasiddha tibetano, noto aver più volte meditato sulle montagne himalayane anche in pieno inverno vestito solo di una leggera veste di cotone bianco; insegnava spesso tramite i "mgur" (in tibetano) o "Doha" in sanscrito (in italiano canti mistici), in cui dava insegnamenti all'impronta delle sue esperienze e realizzazioni. Milarepa avrebbe poi realizzato lo stato di Buddha in una sola esistenza e non in innumerevoli vite come secondo questa religione accadrebbe la maggior parte delle volte. A Milarepa è attribuito che di sé abbia detto: «In un solo corpo e in una sola vita... [realizzò la Buddità insorpassabile]». Mila Shepa Dorje ebbe principalmente due discepoli che dichiarò essere uno simile al Sole e uno simile alla Luna: il primo era Gampopa o Dagpo Lha Je, monaco e medico, un grande essere profetizzato dal Buddha stesso.

Monaco proveniente dalla tradizione Kadampa, Gampopa scelse come suo Lama Radice Milarepa, entrando così nel Lignaggio Kagyu nel quale introdusse elementi di Lam Rim Kadampa e probabilmente anche la tradizione monastica. Il discepolo simile alla Luna fu un laico, un praticante che era diventato discepolo di Milarepa all'età di undici anni e il suo nome era Rechungpa o Rechung Dorje Drakpa. Di Gampopa fu discepolo, fra gli altri, Dü Sum Khyenpa (colui che conosce i tre tempi, passato, presente e futuro), il primo Karmapa.

Il Lignaggio breve Karma Kagyu è quindi: Lama Dorje Chang (Guru Vajradhara), Tilopa, Naropa, Marpa, Milarepa, Gampopa e i Karmapa essi stessi profetizzati dal Buddha Shakyamuni in vari Testi quali ad esempio il "Samadhirajasutra" e il "Lankavatarasutra; nel Mahaparinirvanasutra il Buddha profetizzò invece il grande Guru di Uddiyana, guru Rinpoche. Insegnamenti fondamentali dei Kagyupa sono quelli riguardanti i "mezzi abili" come ad esempio i sei Yoga di Naropa e i sei Yoga di Niguma e la consapevolezza primordiale (Yeshe) della Mahamudra (in sanscrito), Chak Chen (in tibetano).

Kadampa[modifica | modifica wikitesto]

Il Kadampa (bKa'-gdams-pa: "lignaggio di quelli legati dal precetto") è un lignaggio della "seconda diffusione" del Buddhismo in Tibet, fondato dal Maestro bengalese Atisha (anch'egli discepolo di Naropa); ebbe il ruolo di fondatore del Lignaggio Kadampa. Basato sull'austerità monastica, rispetto delle regole monacali del Vinaya, e sullo studio della Prajñaparamita nel XV secolo, il lignaggio Kadampa fu riformato da Lama Tsong Khapa prendendo vari nomi quali Ghedenpa e Gelugpa (quest'ultimo è quello comunemente usato). Il discepolo principale di Atisha fu Drom Tönpa.

Shijepa[modifica | modifica wikitesto]

Lo Shijepa (Zhi-byed-pa) è un lignaggio diffuso in Tibet dal Mahasiddha indiano Padampa Sangye (Pha-dam-pa Sangs-rgyas) nell'XI secolo ed è particolarmente indirizzato alle tecniche dell'eliminazione dei "demoni". Ma gCig fu l'esponente che maggiormente elaborò questa dottrina nel gCod[45].

Jonangpa[modifica | modifica wikitesto]

Il discepolo del kashmiro Candranatha, Dolpopa Sherab Gyaltsen (Shes-rab rgyal-mtshan) (1292-1361) fondò in Tibet il Lignaggio Jonangpa (Jo-nang-pa) che in realtà non era che il nome del Monastero nel quale Dolpopa Sherab Gyaltsen entrò a studiare. Il Monastero di Jonang era originariamente Sakyapa e Dolpopa lo trasformò nella Sede principale del suo nuovo Lignaggio che appunto prese il nome di Jonangpa, quello del Monastero. Questo lignaggio oggi non è estinto, ma quasi, esiste ancora in Tibet qualche importante Monastero di questo Lignaggio ma la sua importanza esiste in un altro modo, la sua influenza data dalla visione Shengtong si è diffusa nelle altre Scuole, specialmente la Kagyupa e la Nyingmapa che hanno integrato quasi tutto della Visione Filosofica Shentong anche se esistono molte differenze importanti tra quelle attuali e quella originale di Dolpopa Sherab Gyaltsen. Gli insegnamenti che deteneva originariamente il Lignaggio Jonangpa sono conservati nelle Scuole Kagyu e Nyingma e parzialmente anche in quella Sakya (il grande e famoso Lama Shakya Chokden, contemporaneo del famosissimo Lama Gorampa, Sakyapa, accettava la Visione Shentong). È stato definito "un lignaggio eterodosso", ma secondo altre analisi fu un lignaggio pienamente attinente agli insegnamenti del Buddha (Sakyamuni); è stato inoltre supposto che tali insegnamenti furono talmente profondi da preoccupare grandi lama di altre tradizioni (praticamente Gelugpa) poiché praticanti con capacità di comprensione inferiori o intermedie potevano rimanere confusi e arrivare a conclusioni devianti rispetto all'autentico insegnamento del Buddha.[senza fonte]

Questo lignaggio di insegnamenti giunse dall'India quando il Buddhismo si stava oramai estinguendo; si è detto che questo lignaggio sia stato oggetto di contaminazioni Shivaite ma, stando ai grandi lama detentori anche di tali insegnamenti, lama e Rinpoche Nyingmapa, Sakyapa e Kagyupa (in quest'ultimo caso si può nominare Khenchen Thrangu Rinpoche) non sarebbe corretto giudicarlo errato o contaminato da varie e altre visioni filosofiche non Buddhiste Shivaite o altre.[senza fonte]

Le ipotizzate influenze del "tardo" Yogacara o dello Shivaismo sono contestate in quanto sarebbero frutto di analisi compiute con mentalità occidentale ed accademica.

Gli insegnamenti centrali del lignaggio Jonangpa erano incentrati sul Kalachakratantra e imperniati sulla "Tathagatagarbha" (tradotta di frequente come "natura di Buddha"): effettivamente una traduzione centrata anche perché Tathagata è un altro titolo del Buddha. Secondo Thrangu Rinpoche, il Buddha Sakyamuni girò tre volte la ruota del Dharma e cioè diede tre cicli di insegnamenti: il primo si incentrava sulle "quattro nobili verità", cioè la verità dell'esistenza della sofferenza, dato comune e riscontrabile dall'esperienza di chiunque, niente di metafisico; la seconda nobile verità spiegava l'origine della sofferenza, la terza la cessazione della sofferenza e la quarta la via per ottenere la cessazione della sofferenza, il Nirvana Hinayana (niente di metafisico).

Questo primo ciclo di insegnamenti era diretto a coloro che erano capaci di riconoscere la sofferenza inerente al Samsāra e che di conseguenza avevano sviluppato il forte desiderio di liberarsene: questi erano individui dotati della cosiddetta "motivazione intermedia", mirando cioè non ad ottenere rinascite fortunate e ad accontentarsene, ma a praticare il Dharma allo scopo di ottenere la liberazione individuale dal Samsāra senza fine e questo si definisce "Nirvana Hinayana".

Per eliminare il rischio che i praticanti concepissero tuttavia una esistenza intrinseca, vera riguardo ai fenomeni e al Samsāra stesso, il Buddha diede un secondo ciclo di insegnamenti incentrati sulla Prajnaparamita[46] che esplicava chiaramente la vacuità profonda di tutti gli "elementi o aspetti dell'esistenza" compreso il Nirvana. Tutti gli elementi presi in considerazione, anche venendo considerati in numero di 108, possono essere classificati in due categorie: la persona ed i fenomeni, e quindi vacuità della persona (Pudgalanairatmya) e vacuità dei fenomeni (Dharmanairatmya).

In seguito il Buddha diede il terzo ciclo di insegnamenti incentrati sulla Tathagatagarbha, la natura di Buddha, spiegando in tal modo che sebbene ogni fenomeno senza eccezione fosse vuoto di esistenza inerente, era comunque la natura vuota e luminosa della mente la base per la manifestazione di ogni fenomeno di Samsara e Nirvana. Era inoltre la base per ogni possibile sviluppo: dalla condizione di ignoranza della condizione del Samsāra, allo stato risvegliato e reso privo di oscurazioni e difetti (proprio di un Buddha). Proseguiva la spiegazione rivelando che ogni essere senziente senza alcuna eccezione è dotato di questa natura di Buddha, "Tathagatagarbha", compreso il più piccolo e insignificante insetto come di qualsiasi altro essere non umano compresi quelli rinati come spiriti malevoli e demoni (in tibetano: "Don" e "Dre").

Il terzo giro della ruota del Dharma, riguardante principalmente la Tathagatagarbha, era diretto a eliminare il rischio che i praticanti cadessero nell'estremo del nichilismo con l'avere come pratica principale la negazione (anche se riguardante l'esistenza intrinseca); comunque la vacuità non fu mai negata o posta in secondo piano, essa era meditata come inerente anche alla Tathagatagarbha. Con il terzo giro della ruota del Dharma, con il quale fu mostrata in modo chiaro e preciso la natura insieme vuota e chiara/luminosa della mente quale Tathagatagarbha, con questo ciclo di insegnamenti si stabilì un ponte concettuale tra il Sutrayana e il Vajrayana.

Sakyapa[modifica | modifica wikitesto]

Il Sakyapa (Sa-skya-pa: "lignaggio di Sakya") ed i Gelugpa sono i soli lignaggi che non rivendicano un fondatore di origine indiana ma tibetana, anche se questa affermazione[47] è contestata in quanto i Gelugpa sono sorti tramite l'attività risvegliata di Je Tsong Khapa, il quale ha fatto "nascere" il lignaggio Gelugpa riformando il lignaggio Kadampa originato dal grande guru e Mahapandita ("grande erudito") Atisha[48] e dal suo discepolo principale Drom Tönpa (tibetano). Per quanto riguarda i Sakyapa, hanno avuto come origine dal mahasiddha Virupa uno dei famosissimi 84 mahasiddha dell'India antica[49]. Il nome di questo lignaggio deriva dal suo monastero più importante, fondato a Sakya (Sa-skya, "terra grigia") nella provincia di Shigatse da Khön Köchong Gyalpo (Khon dkon-mchong rgyal-po) nel 1073.

A Sakya, nei primi secoli, si produsse un ampio lavoro di traduzione ed esegesi dei testi sanscriti, propedeutici all'opera canonica di Butön.

Nel XIII secolo l'abate 'Phags-pa Iniziò Kublai Khan, allo Hevajra Tantra, diventandone il Lama radice, principale, con il titolo cinese di Dishi ("precettore imperiale") ed ottenendo per i Sakyapa il controllo politico di tutto il Tibet, oltre che la preminenza religiosa in tutti i domini mongoli, ma senza per questo limitare la libertà religiosa di tutte le altre tradizioni.

Con la caduta della dinastia Yuan in Cina anche il potere politico dei Sakyapa in Tibet venne meno.

Dottrinariamente i Sakyapa sostengono che la luce sia un attributo della mente e non la sua essenza, come ritengono i Gelugpa.

Gelugpa[modifica | modifica wikitesto]

I Gelugpa (dGe-lugs-pa: "virtuosi"), noti anche con il nome di "Berretti Gialli", sono il lignaggio più diffuso e più potente del Tibet. A Lhasa nel Potala ha sede il Dalai Lama, ritenuto dai Gelugpa un Tülku, emanazione, del Bodhisattva Chenresig, mentre nel monastero Gelugpa di Tashilunpo a Shigatse ha sede il Panchen Lama, Tülku del Buddha Amithāba[50].

Il fondatore, lama Tsongkhapa, nel XIV secolo fu discepolo dei lignaggi Sakyapa, Kagyüpa e Kadampa e fu in quest'ultimo lignaggio che si fece propulsore di una riforma della disciplina monastica che portò alla formazione del lignaggio Gelugpa.

Il lavoro principale di Tsongkhapa è il Lam-rim chen-mo ("Il grande sentiero graduale") è basata sugli insegnamenti di Atisha.

Peculiare dei Gelugpa è l'importanza data alla logica ed al dibattito riguardante i soggetti studiati e memorizzati riguardanti ogni campo della conoscenza del Dharma dell'intero Tripitaka di tutti i sutra e di tutti i tantra. Parte delle attività giornaliere dei monaci Gelugpa sono dibattiti filosofici sulle materie apprese ed una perfetta tenuta etica unita a una attività costante di meditazione[51].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Buddhismo
Vajrasattva Tibet.jpg
Mahāyāna Vajrayāna
Paesi
BhutanMongolia
GiapponeTibet
Insegnamenti
BodhisattvaBodhicitta
VacuitàKaruna
Natura di BuddhaPrajna
TrikayaAdhiBuddha
MādhyamikaVijnanavada
MahamudraTre Radici
MantraDharani
MudraMandala
Sutra
Prajnaparamita
Mahāvairocanāsūtra
Vajraśekhara-sūtra
Susiddhi-kara-mahā-tantra-sādhanôpāyika-paṭala
Tantra
KriyatantraCaryatantra
YogatantraAnuttarayogatantra
Maestri
NāgārjunaNaropaMarpaTsongkhapa
Scuole
GelugNyingmapaKagyuSakya
  1. ^ Prats, p.135
  2. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1151
  3. ^ Prats, p.136
  4. ^ Robinson & Johnson, p.328.
  5. ^ Prats, p.148.
  6. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1151
  7. ^ Robinson & Johnson, p.328-9.
  8. ^ Prats, p.148.
  9. ^ Prats, 148
  10. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1151.
  11. ^ Cfr. anche Matthew T. Kapstein, p. 1151
  12. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1151
  13. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1151
  14. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1151
  15. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1151
  16. ^ Princeton, voce "Śāntarakṣita".
  17. ^ Robinson & Johnson, p.30.
  18. ^ Da qui l'avvertenza che indicare la religione tibetana locale con il termine "Bon", བོན, può essere foriero di equivoci perché l'esistente "religione Bon" poco ha a che fare con la religione prebuddhista tibetana.
  19. ^ Prats, p. 150; Tucci, 1958, pp.25-6.
  20. ^ Matthew T. Kapstein, p. 1152
  21. ^ Prats, p. 152
  22. ^ «The renowned Italian Tibetanist’s survey of Tibetan religions.», Matthew T. Kapstein, p. 1159
  23. ^ Cfr. Giuseppe Tucci, Le religioni del Tibet, p. 31-2; ripreso anche da Prats, cfr. p.152
  24. ^ Prats, p.153
  25. ^ Tucci, 1958, p.45
  26. ^ Prats, p. 153
  27. ^ Prats, p. 153
  28. ^ Prats, p. 154
  29. ^ Guenther, p. 143
  30. ^ Richard H. Robinson e Willard L. Johnson, p.331
  31. ^ Anne-Marie Blondeau, p.106
  32. ^ Ramon N. Prats, p. 155
  33. ^ Luciano Petech, Central Tibet and the Mongols: The Yuan - Sa-skya Period of Tibetan History, Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, 1990.
  34. ^ Non tutti i monaci tibetani sono lama, lama è il maestro, i monaci hanno vari nomi, quello più generale è Trapa ma si usa spesso anche Kushog e più raramente dge 'dun pa
  35. ^ Gli inglesi da sud, v. la missione di Younghusband del 1904 durante la quale il Dalai Lama fuggì.
  36. ^ Si tratterebbe di un calco del termine papismo o di bramanesimo ad indicare la preminenza del clero in queste religioni
  37. ^ Detto "il carnefice del Tibet"
  38. ^ Sydney Wignall, La spia sul tetto del Mondo (Spy on the Roof of the World), Canongate Book Ltd, Edinburgh, 1996
  39. ^ Sydney Wignall, op.cit.
  40. ^ L'ideologia marxista, cui si rifà l'impronta della Repubblica Popolare Cinese, definisce la religione "oppio dei popoli".
  41. ^ Luca Miele, "Numero chiuso, così Pechino regola l'accesso", Avvenire, domenica 6 aprile 2008
  42. ^ In genere il Lama principale o Radice
  43. ^ chiamati "Sarma" (Sarma: nuovo/i) in ambito Nyingmapa, che letteralmente significa "antico" (Nyingma: Antico)
  44. ^ "Dzog Chen - L'essenza del cuore della grande perfezione" - Amrita ed. - tradotto anche in italiano
  45. ^ (pron.: Chö)
  46. ^ (pron.: Pragghiaparamita)
  47. ^ Sostenuta da molti studiosi occidentali
  48. ^ Indiano il cui nome completo è Atisha Dipamkara Shri Jnana (pron.: Ghiana)
  49. ^ La sua reincarnazione tuttora risiederebbe in Nepal, a Kathmandu: Chobgye Trichen Rinpoche, Lama radice, tra gli altri, di Kyabje Sakya Trinzin Rinpoche e dello stesso Dalai Lama
  50. ^ In tibetano: Öpagme, cinese: Amiduo, giapponese: Amida.
  51. ^ Questo riguarda i praticanti veramente bravi e questa attività è praticata dai Gelugpa, dai Kagyupa, Nyingmapa e Sakyapa essendo la visione, meditazione e azione il cuore stesso della pratica buddhista.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Anne Marie Blondeau, Il buddhismo tibetano, in "Storia del Buddhismo" (a cura di Henri-Charles Puech). Bari, Laterza, 1984.
  • Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., (a cura di), Princeton Dictionary of Buddhism, Princeton University Press, 2013.
  • Philippe Cornu, Dizionario del Buddhismo. Milano, Bruno Mondadori, 2003 (2001).
  • Herbert Guenther, Il buddhismo in Tibet, in "Enciclopedia delle religioni", vol. 10. Milano, Jaca Book, 2006 (1989), pp. 141 e sgg.
  • Matthew T. Kapstein, Buddhism in Tibet, in "Encyclopedia of Religion", vol. 2. NY, Macmmillan, 2004, pp. 1150 e sgg.
  • Ramon N. Prats, Le religioni del Tibet, in "Buddhismo" (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 2007.
  • Richard H. Robinson e Willard L. Johnson. Il buddhismo nell'area culturale tibetana, in "La religione buddhista". Roma, Ubaldini, 1998.
  • Giuseppe Tucci, Le religioni del Tibet. Roma, Edizioni Mediterranee, 1986 (1976).
  • Giuseppe Tucci, Minor Buddhist Texts, Part II. Roma, Ismeo, 1956.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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