Satyricon

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Satyricon (disambigua).
Satyricon
Titolo originale Satyricon libri
Altri titoli Satiricon, Satirici, Satyrici, Satyri fragmenta, Satirarum libri, Saturae
Petronius Arbiter.jpg
Frontespizio di un'edizione del 1709 di Satyricon
Autore Petronio (forse Petronio Arbitro)
1ª ed. originale 60 ca.
Genere romanzo
Sottogenere satirico, avventura, erotico
Lingua originale latino
Ambientazione una Graeca urbs campana[1], Crotone
Protagonisti Encolpio
Coprotagonisti Gitone, Eumolpo
Antagonisti Ascilto
Altri personaggi Trimalcione, Quartilla, Lica, Trifena, Circe, Criside, Proseleno, Enotea, Abinna, Ermenote, Fortunata, Agamennone, Nicerote

Il Satyricon è un romanzo in prosimetro della letteratura latina, attribuito a Petronio Arbitro (I secolo d.C.). La frammentarietà e la lacunosità del testo pervenuto in età moderna hanno compromesso una comprensione più precisa dell'opera.

I manoscritti che tramandano l'opera sono discordanti riguardo al titolo, riportandone diversi: Satiricon, Satyricon, Satirici o Satyrici (libri), Satyri fragmenta, Satirarum libri. È consuetudine, però, riferirsi all'opera di Petronio con il titolo di Satyricon, da intendersi probabilmente come genitivo plurale di forma greca (dov'è sottinteso libri), analogamente ad opere del periodo classico (come le Georgiche di Virgilio).

I codici, tuttavia, tramandano come titolo dell'opera anche Saturae, termine interpretabile in due modi: "libri satirici" e "libri di cose da satiri", cioè "racconti satireschi", perché connessi alla figura del satiro. Entrambe le accezioni del titolo concorrono a meglio definire il genere dell'opera come comico-satirico di contenuto licenzioso.

Identità dell'autore[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto ideale di Petronio

L'identità dell'autore dell'opera non è certa, dal momento che il testo non fornisce elementi precisi per riconoscerlo in modo inequivocabile. L'indicazione fornita dai manoscritti è, infatti, limitata al solo nomen dell'autore, ovvero Petronio, senza alcuna altra indispensabile specificazione. Se in passato furono elaborate ipotesi divergenti, attualmente s'è piuttosto concordi nell'ascrivere l'opera a Tito Petronio Nigro (detto arbiter elegantiae)[2], personaggio particolarmente in vista della corte di Nerone ma improvvisamente caduto in disgrazia presso l'imperatore e condannato al suicidio nel 66. Di lui parla Tacito nei suoi Annales (Ann. 16, 18-19). Se tale identificazione fosse corretta, costituirebbe un'ulteriore prova a sostegno di una datazione dell'opera al I secolo, attorno al 60 d.C., che, nonostante alcune opposizioni, trova conferma anche nelle numerose allusioni a fatti e persone dell'epoca di Nerone, cosí come per altri dati di natura linguistica.

Anche se nel romanzo non vi sono elementi diretti capaci di fornire una precisa datazione, la discussione tra Encolpio e Agamennone sul declino dell'eloquenza fa supporre che l'opera sia del I secolo d.C., in quanto questo tema fu affrontato anche da Seneca il Vecchio e da Quintiliano.

Inoltre Eumolpo, dopo il naufragio della nave di Lica, recita un Bellum Civile ricollegabile all'opera di Lucano.

Frammentarietà dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Il festino di Trimalcione (disegno del 1909)

L'opera è frammentaria e lacunosa. Stando ai codici, il Satyricon doveva essere originariamente molto ampio: le uniche parti a noi pervenute risultano essere frammenti appartenenti ai libri XIV e XVI, giunti fino a noi in gran parte grazie alla conservazione degli antichi manoscritti custoditi nello scriptorium dell'abbazia di Fleury ed in quelle di Auxerre e Orléans, in Francia[3], e, integralmente, il libro XV, quest'ultimo scoperto nel 1650 in una biblioteca di Traù, in Dalmazia, contenente la celeberrima Cena Trimalchionis ("La cena di Trimalcione"). Il libro della Cena, però, era già stato scoperto da Poggio Bracciolini in un codice di Colonia, in Germania, nel 1423 del quale si era fatto fare una copia; da questa copia deriva il codice ritrovato a Traù. L'inizio e la fine della storia narrata sono di fatto impossibili da ricostruire in modo soddisfacente. Gli studiosi hanno suddiviso i frammenti tramandati in 141 capitoli. I frammenti giunti sino a noi sono stati poi divisi in due principali categorie: gli Excerpta brevia, caratterizzati da una predilezione per le parti in versi rispetto a quelle in prosa e dalla completa rimozione di scene a contenuto pederastico, e gli Excerpta longa, caratterizzati invece da una molto più ampia parte del testo originale, tratta da una copia risalente al XII secolo integrata poi, nel corso del secolo successivo, con i testi degli excerpta brevia ed altre varie miscellanee, in modo tale da ricreare il testo originale nella forma più completa possibile.

La mutilazione dell'opera è facilmente attribuibile alla licenziosità dell'argomento trattato ed al crudo realismo delle situazioni ivi descritte, che, agli occhi di un potenziale lettore dell'epoca, non dovevano certamente produrre un'immagine moralmente edificante della Roma imperiale.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il dio Priapo, causa degli insuccessi erotici di Encolpio.

L'opera è incentrata sulle vicissitudini di Encolpio, il giovane protagonista, di Gìtone, il suo amato efebo, e dell'infido amico-nemico Ascilto.

L'antefatto, soltanto deducibile a causa della lacunosità del testo, racconta di un oltraggio commesso da Encolpio nei confronti della divinità fallica Priapo che, da lì in poi, lo perseguiterà provocandogli una serie di tragicomici insuccessi erotici.

La narrazione tràdita si apre con un'accesa discussione tra Encolpio ed il retore Agamennone sul tema della decadenza dell'arte dell'eloquenza. Il protagonista poi s'allontana per cercare il suo compagno d'avventure Ascilto, che ritrova in un lupanare. Qui i due sono forse coinvolti in un'orgia. Riusciti a venirne fuori, Encolpio apprende che Ascilto s'è unito col suo amato Gitone. Da qui la rivalità dei due personaggi che, separatisi, intraprendono due percorsi diversi, per poi ricongiungersi solo in seguito.

I tre si recano dunque in una Graeca urbs della Campania, forse Napoli, Pozzuoli o Cuma, dove si trovano a fare i conti col sacrilegio commesso nel tempio di Priapo: la sacerdotessa, Quartilla, interrotta durante il rito, costringe Encolpio ed Ascilto ad un'orgia come metodo di espiazione della colpa da loro commessa. In questa è coinvolto anche Gitone, che viene poi spinto a giacere con la settenne Pannichide. Terminata la vicenda, ritornano tutti a casa.

Il racconto si sposta a casa di Trimalcione, un liberto arricchitosi immensamente attraverso l'attività commerciale. Qui s'apre la scena della famigerata Cena Trimalchionis. Occupando quasi la metà dell'intero scritto pervenutoci, l'episodio costituisce la parte centrale dell'opera. Al convivio sono ospiti, oltre ai tre giovani, anche vari personaggi dello stesso ceto sociale di Trimalcione. La portata del cibo è spettacolare ed altamente coreografica, accompagnata dai giochi acrobatici dei servi del padrone di casa e dai racconti tra i commensali. I convitati intrattengono poi una lunga conversazione, che tocca i più svariati argomenti: la ricchezza e gli affari di Trimalcione, l'inopportunità dei bagni, la funzione sociale dei riti funebri, le condizioni climatiche e l'agricoltura, la religione e i giovani, i giochi pubblici, i disturbi intestinali, il valore del vetro, il fato, i monumenti funebri, i diritti umani degli schiavi. Il tutto offre uno spaccato vivace e colorato, non senza punte di chiara volgarità, della vita di quel ceto sociale.

In seguito, Encolpio, allontanatosi dai suoi due compagni, si reca in una pinacoteca dove fa la conoscenza di Eumolpo, un vecchio e squattrinato letterato che, notato l'interesse del giovane per un quadro raffigurante la presa di Troia, gliene declama in versi il resoconto (è la celebre Troiae halosis). I due diventano quindi compagni di viaggio, rivali in amore a causa del capriccioso Gitone e, dopo una serie di avventure, che li vedono viaggiare per mare a bordo della nave del mercante di schiavi Lica, rischiando cosí anche la vita, si ritrovano insieme nella città di Crotone, in Calabria, dove Eumolpo si finge un vecchio danaroso e senza figli, con Encolpio e Gitone che si fanno passare per i suoi servi: così essi scroccano pranzi e doni dai cacciatori di eredità.

Nei frammenti successivi, Eumolpo si diletta nella recita d'un poema epico, in cui viene rappresentato il Bellum civile ("La guerra civile") fra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno; successivamente, si legge di Encolpio che, per l'ira del dio Priapo, è ormai diventato impotente e, a causa di ciò, è divenuto vittima delle vendette di una ricca amante che si crede da lui disprezzata. Per cercare di porre rimedio alla sua debilitante condizione fisica, Encolpio si rivolge ad un'anziana e navigata maga, Enotea, che, dopo essere riuscita a curarlo con un intricato rituale, cerca poi di approfittare della ritrovata "virilità" del giovane contro la sua volontà. Eumolpo, nel frattempo, comincia a redarre il suo testamento dove specifica che gli eredi avranno diritto alle sue sconfinate ricchezze solo se faranno a pezzi il suo corpo e se ne ciberanno in presenza del popolo.

Encolpio mitomane[modifica | modifica wikitesto]

Encolpio, protagonista e narratore della vicenda, si definisce "mitomane", in quanto paragona eventi del proprio vissuto a storie del mito. Questo comportamento è legato all'educazione dei giovani basato su pirati, avventure... tutti eventi poco realistici.

Encolpio, abbandonato da Gitone, su una spiaggia ripensa al proprio vissuto proprio come Achille all'inizio dell'Iliade, meditando vendetta. I suoi propositi vengoro però subito annichiliti dall'incontro con un soldato che gli chiede di quale legione sia, ma i suoi scarponcini bianchi sono una spia della sua bugia.

Giunto poi in una pinacoteca, osserva i quadri e, proprio come Enea sbarcato a Cartagine vede scene che gli ricordano la distruzione di Troia, così Encolpio si ricorda della propria delusione amorosa, e come nell'Eneide giunge un nuovo personaggio, ovvero Didone, così giunge Eumolpo.

Trimalcione l'arricchito[modifica | modifica wikitesto]

Personaggio del romanzo decisamente degno d'interesse, rappresenta la figura dell'arricchito, o parvenu. Personalità eccentrica, bizzarra, che ama ostentare la propria ricchezza e vestire in modo stravagante. Allo stesso tempo vuole anche mostrare di avere cultura. Afferma ad Agamennone che possiede ben tre biblioteche, solo che in seguito continua dicendo che una è di greco e una di latino. Crede che sia Cassandra ad aver ucciso i propri figli e non Medea, afferma che Dedalo ha rinchiuso Niobe nel cavallo di Troia, crede nell'esistenza di un poeta, tale Mopso Trace, confondendo evidentemente il poeta Mopso con Orfeo di Tracia, e sbaglia del tutto la trama dell'Iliade, in cui, stando alla sua versione, Diomede e Ganimede sarebbero stati fratelli di Elena; Agamennone la rapì e le sostituì una cerva in onore della dea Diana; vinse Ifigenia e la dette in moglie ad Achille e per questo Aiace impazzì.

Il labirinto[modifica | modifica wikitesto]

La Graeca urbs, cosí come la Cena Trimalchionis e la nave di Lica, sembrano richiamare un labirinto.

Encolpio si perde all'interno della città magnogreca, si muove e gli sembra di ritornare sempre nel medesimo punto. Alla fine s'imbatte in una vecchia, alla quale domanda "dove sto di casa", domanda stupida, che dimostra la sua imperizia del mondo fuori da un ambito scolastico. La donna equivoca il significato di queste parole e lo trascina in un lupanare, dove incontra Ascilto che pure lui si era perso.

Nella cena, invece, la casa stessa è un labirinto, dal quale i protagonisti non riescono ad uscire, e così pure la lunghezza ed il numero delle portate della cena, che non fanno altro che suscitare un sentimento di attesa e disattesa. Nel corso della cena, infatti, una pietanza non si dimostra mai ciò che apparentemente sembra. Inoltre proprio il cuoco di Trimalcione si chiama Dedalo.

Forse meno suggestiva è la nave di Lica, sorvegliata da un marinaio, in quanto se c'è chi sorveglia non è proprio un labirinto. Questa è comunque la tesi espressa dal latinista e filologo Paolo Fedeli.

Le novelle[modifica | modifica wikitesto]

All'interno dell'opera sono presenti cinque novelle, digressioni che ben si inseriscono all'interno del contesto narrativo del romanzo: "la Matrona di Efeso"[4], "la novella del lupo mannaro"[5], "la novella del vetro infrangibile"[6], "la novella delle streghe"[7], "la novella dell'Efebo di Pergamo"[8].

Il genere[modifica | modifica wikitesto]

Pastiche[modifica | modifica wikitesto]

Una scena di sesso anale in un affresco di un edificio di Pompei

Il Satyricon di Petronio non rientra in un unico genere letterario codificato, bensì è una combinazione di generi molto diversi tra loro. È per questo definito un pastiche letterario.

L'opera è sicuramente composta sul modello della satira menippea, da cui trae la tecnica dell'amalgamazione di parti in prosa e parti in versi dal taglio satirico pungente e moraleggiante. Come deducibile dal titolo stesso, infatti, il Satyricon è anche ispirato al genere della satira. Questo è, però, realizzato attraverso un lucido distacco, privo quindi del forte intento moralistico degli autori satirici precedenti.

Allo stesso modo, il Satyricon risente pesantemente dell'influenza del mimo, genere teatrale caratterizzato dal forte realismo descrittivo. In ultima, sebbene molto più limitatamente, l'opera è ricollegabile anche alla fabula milesia, dalla quale prende spunto per le macabre o licenziose novelle illustrate all'interno nel romanzo (come quello della Matrona di Efeso o dell'Efebo di Pergamo), riscontrabile talvolta anche nell'utilizzo della prima persona e dell'ambientazione ionica.

Esiste infine un'ipotesi ancor più suggestiva, seppur non condivisa all'unanimità dagli studiosi, che accomuna il Satyricon al modello del romanzo ellenistico. Con esso l'opera ne condivide diversi aspetti: l'impianto narrativo costruito su di un tortuoso viaggio che i protagonisti si trovano, giocoforza, ad intraprendere, il rapporto amoroso che s'instaura fra di loro e le innumerevoli disavventure che essi devono di volta in volta affrontare. Tuttavia, considerando le evidenti differenze con cui gli stessi temi del romanzo ellenistico sono trattati da Petronio, alcuni critici, per primo il filologo tedesco Richard Heinze, hanno sostenuto la tesi di un mero intento parodistico dell'autore verso questo genere ben conosciuto e popolare al tempo.

Parodia[modifica | modifica wikitesto]

Un pagina del Satyricon disegnata e tradotta da Georges-Antoine Rochegrosse

All'estrema varietà di generi del Satyricon, s'aggiunge la grande componente parodistica. Heinze, difatti, suppose nell'ultima metà dell'Ottocento che il Satyricon fosse una sistematica parodia del romanzo erotico greco: alla coppia di sposi casti e fedeli, subentra una coppia omosessuale di infedeli cronici. In comune vi è il tema della separazione e del ricongiungimento. Questo genere parodico è strettamente legato ad una tradizione letteraria già presente nella stessa Grecia antica ed attestata nel Romanzo di Iolao, di recente ritrovamento. Il Satyricon ne modifica, però, l'ambientazione: Mediterraneo Occidentale, invece del Mediterraneo Orientale.

Il Satyricon è, altrettanto evidentemente, parodia dell'Odissea di Omero, romanzo di viaggio per eccellenza, da cui l'opera di Petronio riprende, infatti, il tema del viaggio, della persecuzione del dio (per Ulisse: Nettuno, per Encolpio: Priapo), del naufragio e di altri particolari minori, quali l'avventura tra Encolpio-Polieno e Circe.

Allo stesso modo, si può intravedere anche la parodia dell'Eneide di Virgilio, in particolar modo di alcuni episodi emblematici. Questo conferma l'intento parodistico rivolto a tutta la letteratura epica in generale.

A tutto ciò si sommano parodie verso molti altri generi letterari, quali l'elegia, la tragedia, ma anche i Vangeli.

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Anche per quanto riguarda lo stile possiamo parlare di pastiche, dato che l'autore si trova, nel corso di tutta l'opera, ad utilizzare una gran varietà di stili e registri linguistici, adoperando un latino popolare e talora sintatticamente scorretto, caratterizzato da un lessico ricco di volgarismi e da un tono generalmente "basso", quando si trova a dover rappresentare un ambiente culturalmente "umile", come nel caso dei liberti, ed uno "alto" e raffinato qualora si trovi a rappresentare un personaggio colto ed istruito.

Realismo[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

« Quid me constricta spectatis fronte Catone,
damnatisque novae simplicitatis opus?
Sermonis puri non tristis gratia ridet,
quodque facit populus, candida lingua refert. »

(IT)

« Perché guardate me con fronte aggricciata, o Catoni,
e censurate un'opera di inedita schiettezza?
Qui ride la grazia ilare d'un parlar puro,
e la lingua verace riporta quello che fa il popolo. »

(Petronio, Satyricon, CXXXII, 15)

Il carattere realistico del Satyricon interessa tutti i livelli descrittivi: degli ambienti, dei personaggi e del loro sistema di valori. Lo stesso Petronio dichiara apertamente la natura della tecnica narrativa da lui impiegata nel capitolo 132 dell'opera: rappresentare con linguaggio schietto e distante da moralismi tutti gli aspetti della vita quotidiana del ceto medio-basso.

L'esempio emblematico è costituito dalla Cena, dove il realismo descrittivo ha il suo culmine con la rappresentazione del comportamento e dello stile di vita dei liberti ospiti di Trimalcione.

Realismo comico[modifica | modifica wikitesto]

La scena della Matrona d'Efeso

Il filologo tedesco Erich Auerbach osserva, tuttavia, che il realismo descrittivo di Petronio non è da intendersi nel senso moderno di analisi criticamente fondata della società dei propri tempi. L'arte antica si attiene, infatti, alla regola della separazione degli stili, che prevedeva una rappresentazione caricaturale e grottesca degli uomini umili, della loro vita e delle loro situazioni. È per questo che Auerbach definisce la tecnica narrativa di Petronio come "realismo comico". Questo s'applica con tono ironico e divertito anche su argomenti seri e gravi, quali la morte.[9]

Realismo del distacco[modifica | modifica wikitesto]

Il latinista Luca Canali descrive il realismo di Petronio come "realismo del distacco". Questa caratteristica s'esplicherebbe nel rifiuto di un tono moraleggiante e invettivo contro la degradazione morale e culturale della società latina del tempo.[9]

Ritmo narrativo[modifica | modifica wikitesto]

(DE)

« [Petronius] mehr als irgend ein grosser Musiker bisher, der Meister des presto gewesen ist, in Erfindungen, Einfällen, Worten: - was liegt zuletzt an allen Sümpfen der kranken, schlimmen Welt, auch der "alten Welt", wenn man, wie er, die Füsse eines Windes hat, den Zug und Athem, den befreienden Hohn eines Windes, der Alles gesund macht, indem er Alles laufen macht! »

(IT)

« [Petronio] più di qualsiasi altro grande musicista, sinora fu il maestro del «presto» nelle invenzioni, nelle idee, nelle espressioni! - Che cosa può importarci alla fine di tutto il fango di questo mondo ammalato, cattivo, ed anche del mondo «antico», quando si possiede, al pari di lui, le ali ai piedi, il respiro, lo scherno liberatore d'un vento, che mantiene sana la gente, perché la fa correre! »

(Friedrich Nietzsche, Al di là del Bene e del Male, 2, 28)

Il tempo del discorso, ossia il ritmo con cui viene narrata la storia, risulta spesso lento, quasi statico, e solo a tratti si ha un andamento rapido e frenetico. Un esempio eclatante è la cena di Trimalcione, che nonostante occupi un'intera notte, nel suo sviluppo dà quasi l'impressione di immobilità, pur nella notevole quantità di peripezie che si susseguono.

Linguaggio[modifica | modifica wikitesto]

Il realismo descrittivo di Petronio interessa, in modo quasi unico nella letteratura classica, anche il linguaggio. L'autore, come esposto sopra, corrisponde allo status sociale di ogni personaggio dell'opera un determinato registro linguistico. Così, il colto Eumolpo utilizza un registro alto, caratterizzato da un eloquio fortemente erudito e retorico, l'umile ma non infimo Encolpio un registro medio-basso (sermo familiaris), mentre, per ultimi, gli ospiti di Trimalcione uno ancora inferiore (sermo plebeius) a cui si somma l'uso di espressioni tipiche popolari. Per questo Petronio sa amministrare con saggezza il linguaggio e sa adoperarlo con maestria nei suoi personaggi.

Successo[modifica | modifica wikitesto]

Il Satyricon è spesso considerato come il primo esempio di quello che sarebbe poi diventato, nel tempo, il romanzo moderno. Non esiste una filiazione diretta fra il romanzo antico e il romanzo moderno, tuttavia la riscoperta dei frammenti superstiti di quest'opera ebbe, dopo il Rinascimento, un considerevole impatto sulla narrativa occidentale.

Il contenuto dell'opera, incentrato sull'erotismo, la promiscuità sessuale e il culto di Priapo, motiva la sua limitata trascrizione, e quindi la diffusione, specialmente in epoca cristiana. In età moderna, l'opera viene tuttavia rivalorizzata. Riceve l'attenzione della critica e viene popolarizzata da alcuni lavori cinematografici (in particolare Fellini Satyricon).

Possibili legami con il Vangelo di Marco[modifica | modifica wikitesto]

Il filologo tedesco Erwin Preuschen avanzò delle ipotesi concernenti possibili legami fra il Vangelo di Marco e il Satyricon di Petronio, scritto fra il 64 e il 65 d.C., riferendosi in particolare all'episodio della matrona efesina[10]. Diverse sarebbero le analogie riscontrate: oltre all'episodio della crocifissione contenuto nella novella della matrona di Efeso, agli accenni alla resurrezione e all'eucarestia sparsi nel testo, spicca fra gli altri il legame fra l'unzione di Betania e l'unzione compiuta con un'ampolla di nardo da parte di Trimalcione, uno dei protagonisti dell'opera di Petronio. In particolare, lo strano carattere funebre che la cena di Trimalcione a un certo punto assume, rivelerebbe un intento parodistico che si inquadrerebbe nel clima persecutorio nei confronti dei cristiani, tipico degli anni di composizione del Satyricon, che sono gli stessi in cui si verifica la persecuzione di Nerone (di cui Petronio è consigliere)[10].

Trasposizioni cinematografiche[modifica | modifica wikitesto]

« Encolpio e Ascilto sono due studenti metà vitelloni, metà capelloni che passano da un'avventura all'altra, anche la più sciagurata, con l'innocente naturalezza e la splendida vitalità di due giovani animali. »
(Federico Fellini)
Il regista Federico Fellini

L'opera di Petronio fu ripresa tre volte nella cultura cinematografica. La trasposizione filmica più famosa è quella di Federico Fellini nel 1969: il Fellini Satyricon. Il film vede il cognome del regista stesso nel titolo perché è appunto una libera versione tratta dall'opera originale di Petronio. Infatti sebbene i paletti della storia di Encolpio, Ascilto e Gitone siano quelli del Satyricon originale, in questa versione cinematografica ci sono molti episodi diversi inseriti dal regista per pura invenzione assieme allo sceneggiatore Bernardino Zapponi. Le tecniche di ripresa e perfino i colori accessi e scuri dell'ambientazione romana sono particolarmente accesi, quasi onirici. Anche il comportamento dei personaggi, specialmente dei protagonisti, è molto impudente e rozzo. Specialmente le scene di violenza e di amore sono assai vivide, così tanto che il film infatti all'epoca fu vietato ai minori di 18 anni.
Le scene aggiunte dal regista già compaiono dall'inizio del film. Encolpio vede scomparso il suo giovane amante Gitone e così se la prende con l'amico Ascilto, che gli dice di aver venduto l'efebo al capocomico Vernacchio. Costui è un attore rozzo, che inscena insulsi spettacoli con un'ignorante sceneggiatura e organizzazione dei personaggi che prevede soltanto peti e plagi dai versi di Omero o Virgilio. Gitone è stato scelto come Cupido, che impersonerà anche un amante di Vernacchio, il capocomico-poeta declamatore.

Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, protagonisti di una parodia del Satyricon: il film Satiricosissimo (1970)

Una seconda scena non presente nel Satyricon di Petronio è ambientata dopo il banchetto volgare di Trimalcione in cui Encolpio viene violentato dal capitano di una nave romana che lo cattura come schiavo. Infine costui decide addirittura di rinunciare alla propria moglie e di celebrare una cerimonia nuziale per sposare Encolpio, il quale a malincuore è costretto ad accettare. Per fortuna una nave nemica di quella romana giunge e il suo capitano, intenzionato a rubare tutte le provviste, decapita il comandante corrotto.
Altre due scene importanti aggiunte nel film di Fellini sono quella in cui Encolpio scopre di essere impotente da parte di una grassa veggente nera, che comunica con il dio Priapo, simbolo della fecondità sulla Terra. L'ultima è ambientata prima in una grande magione romana dove sia il padrone che i suoi liberti se la spassano in giochi e in piaceri sessuali, poi in un'arena. Encolpio, che vede desolazione e disgusto in tutto quello che vede, si trova costretto a fronteggiare un gladiatore nelle vesti del celebre Minotauro che cerca di ucciderlo. Di conseguenza Encolpio scoppia in lacrime e così il gladiatore, mosso da un amore improvviso per quel fanciullo, lo abbraccia e poi lo bacia passionalmente sulla labbra.

  • La seconda versione cinematografica dell'opera di Petronio è il Satyricon di Gian Luigi Polidoro (uscito nella stessa data di produzione del film di Fellini), con Ugo Tognazzi che impersona il rozzo Trimalcione. Anche questo film come il precedente è ambientato nella Roma di Nerone e possiede allo stesso modo notevoli modifiche. Ad esempio in questa versione i protagonisti si trovano alle prese con una magione lasciata loro in eredità da un lontano parente. Tuttavia gli elementi principali della trama del Satyricon originale sono sempre presenti nella pellicola.
  • L'ultima versione cinematografica del Satyricon è una parodia del film di Federico Fellini: il Satiricosissimo di Mariano Laurenti (1970). I protagonisti sono il celeberrimo duo comico Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (Franco & Ciccio) che si trovano nella Roma del presente. Sulla Via Appia Franco e Ciccio lavorano per un noto ristorante romano che, dopo l'uscita del film di Fellini, ha cambiato gestione, mettendo in mostra un arredamento ed un servizio che rievoca gli antichi costumi della Roma ai tempi di Nerone. Perfino i gestori e i camerieri del locale hanno l'obbligo di parlare latino con i clienti: perlopiù imprenditori e cafoni arricchiti che ricordano molto Trimalcione.
    Durante una sera Franco e Ciccio, in vesti di servitori, rompono una grossa brocca di vino ritenuto "risalente al 57 a.C.". Vengono cacciati a frustate e i due, finiti in un bosco, si addormentano esausti. Il giorno dopo i due si risvegliano in un prato con dei palazzi e dei templi che ricordano la Roma Imperiali. Infatti Franco e Ciccio sono esattamente tornati indietro nel tempo e vengono arrestati subito da due guardie che li conducono nella villa di Petronio Arbitro che li accoglie come propri schiavi. Franco, completamente ignorante, non sa come comportarsi in quell'epoca così avversa a lui, mentre Ciccio, appassionato lettore del Satyricon nella "sua" epoca, sa esattamente come muoversi in quel campo minato. Ora il compito dei due personaggi e di Petronio è quello di salvare l'imperatore Nerone da ripetute congiure che gli vengono ordite contro da Pisone e da Tigellino. Infatti Nerone crede che sua madre Agrippina sia l'origine di tutti gli attacchi che gli vengono perpetrati contro, così ordina a Petronio e ai due schiavi Franco e Ciccio di diventare i suoi "agenti segreti".

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Il Satyricon nella musica[modifica | modifica wikitesto]

  • La prima traccia dell'omonimo album Inneres Auge di Franco Battiato contiene la citazione esplicita del Satyricon "di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente".
  • Il compositore italiano Bruno Maderna trasse nel 1973 dal romanzo di Petronio un'opera in un atto su libretto proprio, andata in scena solo dopo la morte del suo autore nel 1976 allo Holland Festival di Scheveningen.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Forse Napoli, Pozzuoli o Cuma
  2. ^ V. K. F. Rose, The author of the Satyricon, in «Latomus» 1961, pp. 820-825, mentre sul problema del praenomen cfr. G. Brugnoli, L'intitulatio del Satyricon, in «Rivista di cultura classica e medievale» 1961, pp. 317-331
  3. ^ Introduzione di Andrea Aragosti al Satyricon, BUR, Rizzoli, 1997, 2009, pag. 49
  4. ^ Petron. 111-2
  5. ^ Petron. 62
  6. ^ Petron. 51
  7. ^ Petron. 63
  8. ^ Petron. 85-7
  9. ^ a b Angelo Roncoroni, Roberto Gazich, Elio Marinoni e Elena Sada, Documenta Humanitatis - Autori, generi e temi della letteratura latina, 4ª ed., Varese, Signorelli Scuola, ISBN 978-88-434-1159-7.
  10. ^ a b (EN) Ramelli Ilaria, The Ancient Novels and the New Testament: possible contacts.(Critical essay), 01-01-2007 su Highbeam Research

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi di riferimento
  • Angelo Roncoroni, Roberto Gazich, Elio Marinoni e Elena Sada, Documenta Humanitatis - Autori, generi e temi della letteratura latina, 4ª ed., Varese, Signorelli Scuola, ISBN 978-88-434-1159-7.
Letture d'approfondimento
  • Maria Grazia Cavalca Schiroli, I grecismi nel Satyricon di Petronio, Patron, 2001, ISBN 978-88-555-2597-8.
  • Vittorio De Simone, Petronio Arbitro: Riflessioni e Commenti Sul Satyricon, ISBN 978-0-554-83921-9.
  • John Patrick Sullivan, Il "Satyricon" di Petronio: uno studio letterario, La Nuova Italia, 1977, ISBN 978-88-221-1936-0.
  • Vincenzo Ciaffi, Struttura del Satyricon, Torino, Einaudi, 1955.
  • Gian Biagio Conte, L'autore nascosto: un'interpretazione del Satyricon, 2ª ed., Bologna, Edizioni della Normale, 1997, ISBN 978-88-7642-238-6.
  • Fedeli, Il tema del labirinto nel Satyricon di Petronio, in Atti del Convegno Internazionale "Letterature Classiche e Narratologia": Selva di Fasano (Brindisi), 6-8 ottobre 1980, Perugia, Università, 1981, p. 161.
  • Giulio Vannini, Petronius 1975-2005: bilancio critico e nuove proposte, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2007 (= Lustrum 49), ISBN 978-3-525-80203-8.
  • Tiziana Ragno, Il teatro nel racconto. Studi sulla fabula scenica della matrona di Efeso, Bari: Palomar, 2009 (570 pp.) ISBN 978-8-876-00258-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità GND: (DE4126320-0