Ratline

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Le ratline dell'Amerigo Vespucci.

Il termine di lingua inglese ratline (che in italiano significa "grisella", parola del glossario marinaresco indicante il piolo di corda che, collegato alle sartie, permette la salita fino alla cima degli alberi dei velieri), indicherebbe, nel mondo anglosassone, l'ultimo rifugio sicuro dei ratti durante un naufragio prima di essere inghiottiti dalle acque.

Partendo da questa supposizione, i servizi segreti americani utilizzarono il termine ratline per riferirsi ad un sistema di vie di fuga dall'Europa ideato per nazisti e fascisti alla fine della seconda guerra mondiale. Esse si dirigevano verso "paradisi" come il Sudamerica (in particolare Argentina, Paraguay, Brasile, Uruguay, Cile e Bolivia). In altri casi i criminali si diressero verso gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Canada e il Medio Oriente. Le fughe principalmente erano organizzate dalla Germania alla Spagna per poi passare in Argentina; e la seconda dalla Germania a Roma, poi Genova ed infine il Sudamerica. Le due vie furono organizzate "independemente" ma alla fine ci fu un coordinamento.[1]

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

La Ratline per i nazisti ("Rat Lines", nome coniato dai Servizi Segreti Militari americani. In tedesco "Rattenlinien") è stata raccontata nell'omonimo libro dei giornalisti Mark Aarons e John Loftus, australiano il primo, statunitense il secondo.

Alla fine del secondo conflitto mondiale la via del ratto, venne creata per consentire l'evacuazione di agenti dei servizi nazisti, ma anche di molti gerarchi del regime. Sostanzialmente vi furono due principali vie di fuga: la rete organizzata del vescovo Alöis Hudal era specializzata nella fuga dei criminali di guerra tedeschi; una seconda specializzata per gli ustascia croati, diretta e coordinata da Padre Krunoslav Draganović, segretario dell'Istituto Croato di San Girolamo, il principale organizzatore delle ratline utilizzate da noti criminali di guerra per sfuggire alla giustizia.

Scopo di tali operazioni era quello di nascondere queste persone, nonostante i crimini di cui si erano resi responsabili, nell'intento di poter combattere così l'emergente minaccia comunista, questo in virtù della loro nota opposizione a questa ideologia.

Nel 1947, finita la guerra e in piena occupazione alleata, i nazisti che sono riusciti a scampare al processo di Norimberga danno vita ad un'organizzazione dal nome O.D.E.SS.A, acronimo che sta per Organisation der Ehemaligen SS-Angehörigen (in tedesco Organizzazione degli ex-membri delle SS). Tale organizzazione si prefiggeva di spostare capitali, accumulati per lo più sottratti alle vittime dell'Olocausto, all'estero e di produrre documenti per evacuare i membri in paesi sudamericani. La maggior parte dei fuggitivi raggiungeva clandestinamente l'Italia e attraverso lasciapassare della Croce Rossa Internazionale o del Vaticano, con la compiacenza e l'appoggio di alti prelati, riusciva a raggiungere l'Argentina ed altri stati sudamericani.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi ODESSA.

La via del topo[modifica | modifica sorgente]

Alcuni dei più noti criminali di guerra scappati in Sud America, attraverso la Ratline:

Grazie alle ricerche documentarie[2] si è scoperto che gran parte di queste fughe furono organizzate da un alto prelato, Rettore dell'Istituto Pontificio Santa Maria dell'Anima, il vescovo Alois Hudal. Questi, esponente filonazista e antisemita della Chiesa cattolica - che durante la guerra ricopriva l'incarico di commissario dell'Episcopato dei cattolici tedeschi in Italia e di padre confessore della comunità tedesca in Roma - era, inoltre, membro della congregazione vaticana del Sant'Uffizio. Nel 1937 aveva scritto un'apologia del nazismo pubblicata a Lipsia e a Vienna, I fondamenti del nazionalsocialismo, e tale dimostrazione di fede ne aveva fatto l'uomo di fiducia di Hitler in Vaticano[3]. Nei suoi scritti aveva affermato che «il nazionalsocialismo è una grazia divina». La Chiesa, scriveva Hudal, doveva venire a patti con i nazionalsocialisti “conservatori”, in cui egli continuava ad aver fiducia[4].

Nel libro di Gitta Sereny Into That Darkness: An Examination of Conscience Stangl descrisse come Hudal organizzò il suo espatrio, approntando e falsificando documenti: passaporto, visti e permessi di lavoro. Mark Aarons e John Loftus sostengono che Hudal fosse amico di Pio XII[5] e che Siri era non solo coinvolto nella rete del vescovo Hudal ma uno dei “principali coordinatori”[5]. Inoltre «Siri era il contatto di Walter Rauff» tramite il quale Hudal faceva fuggire clandestinamente dall'Europa i criminali di guerra[5].

All'interno dell'organizzazione Odessa, il “compartimento” organizzato dalla Chiesa cattolica[6], denominato “Canale dei ratti” (Rat Channel) o anche “via dei monasteri”, a detta di alcuni storici e dei servizi segreti, fu il più efficace: secondo le stime, cinquemila esponenti nazisti riuscirono a scappare grazie ai servizi di questa organizzazione[3]. Secondo Rivelli la sua sede centrale a Roma era il monastero croato di San Girolamo degli Illirici vicino al Porto di Ripetta, ove operava monsignor Krunoslav Draganović coadiuvato dall'arcivescovo ucraino Ivan Bucko e da numerosi sacerdoti croati[7]. Come i servizi segreti americani ebbero modo di scoprire, «molti dei principali criminali di guerra ustascia e collaborazionisti» vivevano nel monastero, che era «pervaso di cellule di militanti ustascia»[senza fonte]. Protetti dalla Chiesa cattolica, questi croati si consideravano un governo in esilio[8]. Molti dei ministri del gabinetto croato nascosti a San Girolamo erano fuggiti dal campo di prigionia di Afragola e facevano la spola tra il Vaticano e il monastero diverse volte la settimana in un'automobile con tanto di autista e targa diplomatica. «Parte dal Vaticano e scarica i passeggeri all'interno del monastero» affermarono i servizi segreti americani[9].

Collaboratori del vescovo Hudal erano i sacerdoti cattolici Leopold von Gumppenberg, Bruno Wustenberg (poi promosso nunzio apostolico in alcuni Paesi africani e nei Paesi Bassi), Heinemann e Karl Bayer. Ex-paracadutista dell'esercito hitleriano, Karl Bayer fuggì dal campo di prigionia di Ghedi, vicino a Brescia, grazie all'aiuto del sacerdote cattolico Krunoslav Draganović[10]. Intervistato molti anni dopo da Gitta Sereny, ricordò come lui e Hudal avessero aiutato i nazisti con l'appoggio del Vaticano. «Il Papa forniva effettivamente denaro a tal scopo; a volte col contagocce, ma comunque arrivava» disse Bayer[9][10][11][12] La storica Gitta Sereny ha ipotizzato che il Vaticano possa aver usato Hudal come capro espiatorio per i suoi stessi sforzi in aiuto dei nazisti in fuga.

Inoltre, il vescovo «Hudal racconterà il proprio attivismo per il “canale dei topi”, rivendicherà di avere personalmente contribuito a salvare oltre 1000 “perseguitati”, e definirà tutta l'operazione come un “compito svolto per incarico del Vaticano”».[10]

Secondo Ignacio Klich e Jorge Camarasa, «Se oggi forse è comodo individuare nel vescovo Hudal il principale responsabile delle evasioni, è necessario sottolineare che né la “via dei monasteri” né il suo stesso ruolo durante la guerra sarebbero stati possibili senza il consenso della Santa Sede».[3][13] Nei rapporti dei servizi segreti americani, che confermano le testimonianze di Hudal e Bayer, sono elencate in dettaglio le responsabilità vaticane e la partecipazione di numerosi religiosi all'attività illegale e clandestina connessa al “Rat Channel”[9]. Uki Goni aggiunge: «L'apertura dell'archivio post bellico della Croce rossa ha finalmente messo la parola fine all'annosa questione se i criminali nazisti furono o meno aiutati dalla chiesa cattolica nella loro fuga in Argentina. Il verdetto che emerge dall'analisi dei suoi documenti, unitamente a quella di altre fonti dell'archivio, è inconfutabile: cardinali quali Montini, Tisserant e Caggiano organizzarono la fuga dei nazisti; vescovi e arcivescovi quali Hudal, Giuseppe Siri e Berrere attivarono le procedure necessarie; prelati come Draganović, Heinemann e Domoter firmarono le loro richieste di passaporto […] Il confronto incrociato tra le informazioni in esse contenute e i documenti conservati in altri archivi americani, argentini e svizzeri permette di costruire un quadro completo del consapevole coinvolgimento della chiesa cattolica nell'opera di salvataggio dei criminali di guerra».[9] Michael Phayer conclude: «Permettendo che il Vaticano venisse coinvolto nella ricerca di un rifugio per i colpevoli dell'olocausto, Pio XII commise la più grande scorrettezza del suo pontificato».

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Phayer, 2008, p. 173.
  2. ^ M. Aarons, J. Loftus, Unholy Trinity: The Vatican, the Nazis, and the Swiss Banks, New York 1998
  3. ^ a b c J. Camarasa, Organizzazione Odessa, Mursia 1998
  4. ^ P. Godman, Hitler e il Vaticano, Ulm 2004
  5. ^ a b c M. Aarons e J. Loftus, op. cit.
  6. ^ Michael Phayer «Una questione correlata all'Olocausto e all'epoca sconosciuta alla maggior parte del mondo, che coinvolse invece il Vaticano fu quella relativa ai criminali di guerra riusciti a fuggire. Permettendo che il Vaticano venisse coinvolto nella ricerca di un rifugio per i colpevoli dell'Olocausto, il dodicesimo commise la più grande scorrettezza del suo pontificato». (M. Phayer, La Chiesa cattolica e l’Olocausto, Newton & Compton, Roma, 2001, p. 186)
  7. ^ Marco Aurelio Rivelli, Dio è con noi!, Kaos 2002
  8. ^ La politica della Santa Sede era quella di non allacciare rapporti diplomatici formali in tempo di guerra con gli Stati di nuova formazione, fino a quando la loro situazione politica non si fosse definita. La Croazia era uno Stato-fantoccio guidato da Ante Pavelić e formalmente riconosciuto solo da Germana e Italia, ma non dalla Santa Sede, la quale, altrettanto formalmente, intratteneva rapporti diplomatici con il Regno di Jugoslavia, di cui la Croazia era territorio. Ciononostante, rapporti informali tra Santa Sede e Croazia erano tenuti in territorio italiano da rappresentanti del Vaticano, e il luogo deputato era il citato Collegio degli Illirici, situato ancora oggi a Via Tomacelli, nello stesso edificio dove si trova la chiesa nazionale croata.
  9. ^ a b c d U. Goni, Operazione Odessa, Garzanti 2003
  10. ^ a b c M.A. Rivelli, L'arcivescovo del genocidio, Kaos 1999
  11. ^ Juan Maler (Reinhard Kopps), Frieden, krieg und «frieden», Bariloche, 1987
  12. ^ M. Phayer, La chiesa cattolica e l'olocausto, Newton, Roma, 2001;
  13. ^ I. Klich. «Lo scandalo della dispersione nazista nel terzo mondo», in Le Monde Diplomatique, luglio-agosto 1983, n. 55-56.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ernst Klee: Persilscheine und falsche Pässe. Wie die Kirchen den Nazis halfen. Fischer, Frankfurt 1991, ISBN 3-596-10956-6
  • Rena und Thomas Giefer: Die Rattenlinie. Fluchtwege der Nazis. Beltz Verlag, 1992, ISBN 3-89547-855-5
  • Uki Goñi: Odessa: Die wahre Geschichte. Fluchthilfe für NS-Kriegsverbrecher Assoziation A, 2006, ISBN 3-935936-40-0 (auf der Verlagsseite Link zu ausführl. Interview mit dem Autor in Engl., Rez. in Dt. und Engl.) Sachbuch des Monats beim Sender ARTE (aus dem Englischen, Revidierte Fassung, 2003 -- in Spanisch:: La auténtica Odessa: la fuga nazi a la Argentina de Perón Barcelona ; Buenos Aires ; México: Verlag Paidós, 2002 ISBN 84-493-1329-5)
  • Eckhard Schimpf: Heilig. Die Flucht des Braunschweiger Naziführers auf der Vatikan-Route nach Südamerika Braunschweig 2005
  • S. Wiesenthal, Giustizia, non vendetta, Mondadori, Milano, 1999
  • E. Klee, Chiesa e nazismo, Einaudi, Torino, 1993
  • M. Aarons, J. Loftus, Ratlines, Newton Compton, Roma, 1993
  • J. Camarasa, Organizzazione ODESSA, Mursia, Milano, 1998
  • M. Phayer, La Chiesa cattolica e l’Olocausto, Newton & Compton, Roma, 2001
  • U. Goni, Operazione Odessa, Garzanti, 2003
  • G. Sereny, In quelle tenebre, Adelphi, Milano, 2005
  • D. J. Goldhagen, Una questione morale, Mondadori, Milano, 2003
  • Andrea Casazza, La fuga dei nazisti. Mengele, Eichmann, Priebke, Pavelic da Genova all'impunità, Il melangolo, Genova, 2007

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]