Medea (Seneca)
| Medea | |
|---|---|
| Tragedia di 1027 versi, in cinque atti. | |
| Autore | Lucio Anneo Seneca |
| Titolo originale | Medea |
| Lingua originale | Latino |
| Genere | Tragedia |
| Ambientazione | Corinto, Grecia |
| Composto nel | I secolo d.C. |
| Personaggi | |
| |
Medea è una tragedia del filosofo latino di epoca giulio-claudia Lucio Anneo Seneca.
L'opera, incentrata sugli stessi fatti della Medea di Euripide e dell'omonima tragedia perduta di Ovidio, narra la famosa vicenda mitica della vendetta della maga Medea contro il marito Giasone, che si conclude con l'infanticidio dei due figli della coppia.
Trama
[modifica | modifica wikitesto]Antefatto mitologico
[modifica | modifica wikitesto]Usurpato il trono di Iolco al fratello Esone, Pelia promette al nipote Giasone, legittimo erede da cui un oracolo l'ha messo in guardia, che gli restituirà il potere se egli riuscirà a riportare in patria il vello d'oro, sicuro che si tratti di una missione impossibile e che il nipote, tentando di portarla a termine, finirà per morire. Giasone accetta e, costruita la nave Argo e radunati uomini da tutta la Grecia (gli Argonauti), parte alla volta della Colchide. Lì, il condottiero incontra la giovane principessa Medea, figlia del re Eeta, che si innamora così follemente di lui che decide di tradire il padre e aiutare Giasone nell'impresa, chiedendo in cambio di poterlo sposare: grazie alle arti magiche della ragazza, il principe riesce ad impadronirsi del vello, e riparte con la nuova sposa alla volta di Iolco. Il re Eeta, deciso ad impedire la loro fuga, manda delle navi alla loro volta: per rallentarle, Medea uccide il fratello Apsirto, lo smembra e ne sparge i resti in mare, in modo da distrarre i Colchi e procurare la salvezza al suo innamorato. Durante il viaggio di ritorno verso Iolco, Medea e Giasone si sposano[1].
La vicenda della tragedia prende inizio diversi anni dopo questi fatti. I due amanti hanno avuto due figli e si sono stabiliti a Corinto, ma Giasone ha deciso di troncare l'unione con Medea per sposare Creusa, la figlia del re della città, Creonte.
Atto I
[modifica | modifica wikitesto]Nel prologo del dramma, Medea, in preda all'ira, invoca gli dèi delle nozze, Lucina (dea del parto), Atena, Nettuno, il Sole, Ecate, e gli dèi del caos e delle tenebre, inclusi Plutone, Proserpina e le Furie (dee vendicatrici dei delitti), perché, come in passato in occasione delle proprie nozze, siano ora presenti all'unione tra Giasone e la nuova sposa e provochino la morte di quest'ultima, insieme a quella del padre Creonte e della loro stirpe. Per Giasone, invece, desidera un destino diverso e più crudele: che viva e vaghi come un esule, e che abbia figli degeneri (vv. 1-26). La donna esprime tutta la propria rabbia per la crudele situazione in cui si trova e comincia a pianificare la vendetta contro chi ne è responsabile, vendetta che sarà ancora più terribile dei delitti da lei compiuti in giovane età (vv. 26-55).
Coro I
[modifica | modifica wikitesto]Il coro prega gli dèi affinché siano propizi agli sposi in vista delle loro imminenti nozze, innalzando un inno che si pone in netto contrasto con quello appena concluso da Medea, che era rivolto anche alle divinità infere e del caos e incentrato sulla sua vendetta (vv. 56-115).
Atto II
[modifica | modifica wikitesto]Udendo il canto nuziale, Medea grida alla nutrice il proprio dolore per le azioni di Giasone, cui stenta a credere: egli le ha prima sottratto padre, patria e regno, e adesso l'ha abbandonata in terra straniera, dimostrandosi ingrato per l'aiuto ricevuto nella conquista del vello. Ritorna nella protagonista il desiderio di vendetta contro il marito, che prende forma come eliminazione della nuova sposa (vv. 116-136). Improvvisamente, però, Medea cambia prospettiva, giustificando Giasone, che l'avrebbe ripudiata per salvare la propria vita, e riversando invece ogni colpa su Creonte, verso cui adesso ha intenzione di scatenare la propria vendetta (vv. 137-149).
Interviene la nutrice, che cerca di placare l'ira della protagonista e di ricondurla al buon senso, invitandola a fuggire da Corinto per mettersi in salvo, ma invano: Medea rimane ferma nelle sue intenzioni (vv. 150-178).
Entra in scena Creonte, che, avendo deciso per intercessione di Giasone di non uccidere la donna, le intima di lasciare la città. Medea lamenta le sue sventure e ricorda al re che tutti i delitti di cui è accusata (compresa l'uccisione di Pelia, a causa della quale il figlio Acasto reclama vendetta) li ha commessi per il bene del marito, ma Creonte è inflessibile (vv. 179-281). A questo punto, Medea si trova costretta ad accettare il bando con cui quello l'ha espulsa da Corinto, chiedendo l'unica concessione di poter abbracciare un'ultima volta i due figli. Creonte sospetta che abbia intenzione di sfruttare questo tempo per compiere inganni e delitti, ma alla fine le concede un giorno (vv. 282-300).
Coro II
[modifica | modifica wikitesto]Il secondo coro (vv. 301-379) costituisce una critica all'impresa argonautica, vista come nefas (delitto, empietà) contro l'ordine cosmico. Il coro rimpiange l'età dei padri, epoca precedente alla spedizione di Giasone in cui gli uomini vivevano in modo spartano e soprattutto in cui le parti del mondo erano ben separate: gli Argonauti le hanno invece riunificate, ma così facendo hanno eliminato i confini e scatenato il caos nel cosmo.
Atto III
[modifica | modifica wikitesto]Dopo un nuovo breve colloquio con la nutrice, in cui quest'ultima descrive gli effetti fisici dell'ira di Medea e la maga si lamenta del poco tempo che le rimane per attuare la propria vendetta, entra in scena Giasone (vv. 380-430). In un a parte, questi spiega che ad averlo spinto a ripudiare la moglie e a sposare la principessa di Corinto non è stato il timore verso Creonte, ma l'amore per i figli, che in caso di suo rifiuto avrebbero subito la stessa sorte dei genitori, ovvero la morte; successivamente, egli vede Medea, riconosce che è necessario placarla e avvia un dialogo con lei (vv. 431-446).
Medea rinfaccia subito a Giasone l'ingratitudine che sta dimostrando: mentre lei ha rinunciato a tutto per aiutarlo, l'eroe l'ha ripagata abbandonandola e lasciando che sia condannata all'esilio. Giasone le spiega che, al contrario, deve essere grata che egli sia riuscito ad ottenere per lei la possibilità dell'esilio, perché Creonte aveva intenzione di condannarla a morte, e anzi cerca di convincerla ad abbandonare la città e mettersi in salvo. Ancora un volta, però, Medea è accecata dall'ira e incolpa il marito di tutti i suoi delitti, per poi annunciare di non temere l'avanzata di Acasto o il pericolo costituito da Creonte e finire per invitare Giasone a seguirla nell'esilio. L'argonauta rifiuta, preoccupato per l'ira del suocero e del re tessalo Acasto, e allora la donna chiede che le sia almeno concesso di portare con sé i figli. Il marito, tuttavia, non accetta tale proposta, ma rivela a Medea che il proprio amore per i figli è tale da impedirgli di distaccarsene: è così che la figlia di Eeta comprende di aver individuato il punto debole dell'Argonauta.

La protagonista commenta tra sé e sé di aver in pugno Giasone, poi si rivolge di nuovo a lui per cominciare a tessere il suo inganno: finge di accettare che i bambini rimangano con lui, chiedendo in cambio soltanto di poterli salutare un'ultima volta; quando il marito, dopo aver acconsentito, esce di scena, Medea rivela tutta la sua furia e le sue reali intenzioni, invitando la nutrice ad assisterla nel suo progetto di vendetta (vv. 447-578).
Coro III
[modifica | modifica wikitesto]Il terzo coro si incentra sull'ira di Medea e sulla tragica fine degli Argonauti, che hanno sfidato e profanato il mare e per questo hanno tutti subito una terribile morte.

Atto IV
[modifica | modifica wikitesto]La nutrice descrive il rito magico con cui Medea prepara dei veleni (vv. 670-739), poi la maga stessa prende parola per pronunciare un oscuro incantesimo: invocando le divinità delle tenebre e del caos, imbeve dei veleni appena prodotti un manto da far indossare alla nuova sposa di Giasone. Chiamati a sé i figli, lo consegna loro affinché lo portino in dono alla principessa di Corinto (vv. 740-848).
Coro IV
[modifica | modifica wikitesto]Il coro descrive l'aspetto di Medea, in cui si manifestano tutta la sua ira e il suo furor (follia), che la donna, preda dell'amore ferito e del desiderio di vendetta, è incapace di dominare. Il coro si chiede quando, finalmente, Medea lascerà Corinto, liberando la città dal timore che gli abitanti provano nei suoi confronti; poi invita il Sole a tramontare e lasciare spazio alla notte (vv. 849-878).
Atto V
[modifica | modifica wikitesto]Il nunzio riferisce del terribile incendio che ha ucciso Creonte e la figlia e poi si è esteso a tutto il palazzo reale, senza che sia possibile spegnerlo, dato che l'acqua non fa che alimentarlo (vv. 879-890). La nutrice, consapevole che si tratta dell'inganno ordito da Medea e messo in atto tramite la veste avvelenata, prega disperatamente la maga di abbandonare Corinto e mettersi in salvo, ma Medea vuole portare a compimento la vendetta, di cui l'incendio non è che una minima parte: fermarsi adesso, avendo privato Giasone solo della nuova moglie, significherebbe cedere all'amore nei suoi confronti, mentre la donna ha intenzione di abbandonarsi totalmente all'ira e alla violenza che l'ha già contraddistinta da ragazza, quando ha commesso terribili delitti per garantire il bene e il successo del marito. Adesso, Medea si compiace di quei crimini, perché l'hanno preparata all'atto tremendo che sta per compiere e che ancora non riesce a nominare e a confessare a se stessa. In un primo momento, la maga si trova a desiderare che Giasone abbia avuto un figlio da Creusa, così da poter realizzare la sua vendetta uccidendo quello, ma alla fine decide che saranno i propri figli ad espiare le colpe del padre (vv. 891-925).

Si apre a questo punto un lungo momento di esitazione, in cui Medea oscilla tra l'amore per i figli, che la spinge a salvarli rinunciando alla vendetta, e l'ira, che la spinge ad agire contro il marito nel modo che più lo ferirà. A farla approdare definitivamente alla seconda opzione è l'allucinazione del fantasma del fratello Apsirto, che le appare chiedendole vendetta per il suo assassinio (vv. 926-966). Presa la sua decisione, Medea uccide uno dei due figli, poi sale sul tetto del palazzo reale portando con sé il suo corpo e il secondo bambino (vv. 967-977). Entra in scena Giasone, che invita i soldati ad inseguire la moglie con le armi, ma Medea supera anche gli ultimi dubbi e il momentaneo orrore per il delitto commesso, e, anzi, si rallegra ed esalta per la presenza del marito: adesso la vendetta può essere davvero portata a compimento, sotto i suoi occhi. Nonostante Giasone si offra di morire in cambio del figlio rimasto, Medea è inflessibile nel proprio proposito, e compie anche il secondo infanticidio. Lasciando al marito i cadaveri dei figli, infine, la protagonista sale sul cocchio alato appena apparso nel cielo e abbandona Corinto (vv. 978-1027).
Il personaggio di Medea
[modifica | modifica wikitesto]Pur collocandosi alla fine di una lunga tradizione legata alla figura di Medea[2], Seneca costruisce un personaggio nuovo, la cui vendetta non è presentata come semplice risposta al tradimento del marito ma affonda le radici nel conflitto interiore della donna, che costituisce la ragione profonda delle sue azioni e si inserisce nel contesto culturale romano: Medea è allo stesso tempo coniunx, innamorata e irata, e mater, dei due figli e della vendetta stessa.
Medea come coniunx
[modifica | modifica wikitesto]Coniunx
[modifica | modifica wikitesto]L'unione con Giasone è dotata di uno statuto ambiguo[3]: nel corso della tragedia, gli altri personaggi ne percepiscono gli aspetti anomali, ma la protagonista la concepisce come un regolare matrimonio romano, che ha determinato per lei il passaggio da virgo (ragazza vergine) a coniunx (moglie) e che è suggellato dal concepimento dei figli, che l'hanno resa mater (madre), esattamente come ci si aspettava da ogni matrona romana, dato lo scopo procreativo del matrimonio romano[4]. Per questo motivo, la separazione dall'argonauta è vista dalla donna come un vero e proprio repudium e ne segue le regole, tanto che i figli sono destinati a rimanere con il padre, come previsto dal diritto romano, e che a Giasone è richiesta la restituzione della dote[5].
Coniunx irata
[modifica | modifica wikitesto]È proprio il ripudio che, cancellando l'identità di moglie di Medea, determina una profonda crisi della protagonista e del suo legame con i figli, scatenando quell'ira che contraddistingue il suo personaggio sin dalla prima entrata in scena. Se Giasone ha posto fine all'unione con Medea, infatti, viene meno ciò che fino a quel momento ha giustificato e ha reso sopportabile per lei i feroci delitti commessi in giovinezza (in particolare, il tradimento del padre e l'uccisione del fratello Apsirto): questi hanno comportato per Medea la rinuncia alla famiglia e alla patria, ma le hanno garantito l'amore dell'argonauta e il matrimonio con lui[6]. Il repudio ha però privato di senso l'intero passato dell'eroina[7], che accusa Giasone di ingratitudine, poiché egli ha goduto del suo aiuto e dei suoi crimini per poi abbandonarla, e proclama la propria completa innocenza rispetto a quelli, che sono invece da imputare a chi ne ha goduto[8].
L'origine della furia di Medea nei confronti del marito, quindi, non risiede semplicemente nella scelta di questi di sposare un'altra donna, ma nell'atto stesso del ripudio e nelle sue conseguenze. Tali conseguenze non possono che investire l'intera identità della donna: se il matrimonio l'ha resa moglie e madre, il repudium, cancellando il primo dei due ruoli, inevitabilmente mette in crisi anche il secondo.
Medea come mater
[modifica | modifica wikitesto]Mater della vendetta
[modifica | modifica wikitesto]Proprio la maternità rappresenta un aspetto fondamentale del personaggio di Medea, che sin dal prologo della tragedia la attribuisce a se stessa in relazione a due entità, i figli (maternità fisica e biologica) e la vendetta (maternità metaforica). Appena entrata in scena, la maga formula un primo piano contro Creonte, Creusa e soprattutto Giasone, che le porta ad annunciare una vera e propria nascita della vendetta che ella stessa ha concepito[9]:
peperi.»
«Pronta, già pronta è la vendetta: ha figli.[10]»
Questa vendetta, sua "figlia", nell'ottica del furor di Medea deve seguire due movimenti di restituzione: la donna restituirà a Giasone i torti subiti per via del ripudio e dell'abbandono, e Giasone le restituirà quanto le ha sottratto, ovvero tutto ciò a cui la maga, da giovane, ha rinunciato in suo favore. Il primo di questi movimenti segue la logica della riproduzione dei delitti precedenti ma con un'entità e una violenza maggiore (secondo il meccanismo, tipico del teatro senecano, del maius nefas[12]), dato che adesso Medea non è più mossa dall'amore per l'argonauta ma dall'ira per il tradimento; il secondo movimento, invece, è inquadrato nella categoria della dote: nel diritto romano, era previsto che, in caso di repudium, il marito restituisse al padre della sposa la dote che aveva ricevuto in seguito alle nozze[13]; dal momento che, però, Medea si è sposata contro il volere del padre Eeta, è a lei che essa deve essere corrisposta[14][15]:
hac dote nupsi. Rende fugienti sua.»
«A te ho sacrificato la patria, a te il padre il fratello il pudore. Questa è la dote con cui t'ho sposato: rendi il suo a chi va in esilio.»
Nel cercare vendetta, quindi, la protagonista sembra voler cancellare le conseguenze della propria unione con Giasone per tornare ad un momento ad essa precedente, desiderio che naturalmente è impossibile che il marito realizzi. Se il risarcimento per i sacrifici fatti per Giasone e la restituzione della "dote" con cui l'ha sposato non possono avvenire da parte di lui, allora sarà Medea stessa a trovare un modo per ottenerli, ovvero l'infanticidio.
Mater dei figli
[modifica | modifica wikitesto]Medea individua la maternità come momento di svolta all'interno della propria vita, affermando che l'aver generato dei figli l'ha resa ancora più efferata rispetto alla giovinezza[16], e in questo modo, lega strettamente i nodi della maternità dei due figli, della vendetta contro Giasone e dei propri delitti passati, che fungono da modello per lo scelus che la protagonista sta progettando e al contempo devono essere superati in violenza da esso.
Ma il ruolo rivestito dalla maternità nella costruzione del personaggio di Medea è ancora più centrale, arrivando a essere la base su cui poggia l'intera azione del dramma: la definizione della vendetta della donna, infatti, procede man mano che il suo rapporto con i figli evolve. Nel primo colloquio con la nutrice, Medea si mostra acutamente consapevole dell'ambiguo rapporto tra mater e figli, tipico del sistema culturale e giuridico romano: sebbene il generare una prole fosse l'obiettivo principale del matrimonio, tanto che una donna, nel diventare coniunx, acquistava contemporaneamente il titolo di mater, i figli erano considerati una prosecuzione della stirpe e del sangue del padre, ma non avevano alcun legame formale con la propria madre, la cui intera vita allora ruotava intorno al concepire e allevare figli che venivano percepiti come in qualche modo a lei estranei[4]. Per questo motivo, quando la nutrice cerca di convincere Medea a fuggire da Corinto e ad eseguire il volere di Creonte per il bene dei figli, alla menzione del suo status materno la protagonista risponde con una lapidaria battuta che chiarisce in che modo esso sia concepito:
ME: Cui sim vides.»
«NUTRICE: Sei madre
MEDEA: Vedi per chi.»
La maternità di Medea è vista come strettamente dipendente da Giasone stesso: ella è madre per lui, non per se stessa, e dunque il suo rapporto con i figli è mediato da quello con il marito[17]. Questo significa che, se Giasone ha imposto alla moglie il repudium, non sta solo cancellando la sua identità di coniunx ma anche quella di madre, sta alterando il rapporto tra la donna e i suoi figli: è su questo elemento di ambiguità che si andrà a innestare la decisione di ricorrere all'infanticidio. Ben presto, infatti, Medea arriva ad esplicitare a Giasone un vero e proprio disconoscimento dei due bambini: «Ci rinunzio, li rifiuto, li rinnego» («Abdico eiuro abnuo»; v. 507). Dunque, il ripudio, cancellando il rapporto tra Giasone e Medea, ha allo stesso tempo spezzato quello di lei con la prole, portando ad un rifiuto della sua maternità. Se la protagonista non percepisce più il legame con i figli, per lei si sta aprendo la strada al delitto contro di loro.
La vendetta di Medea e il recupero dell'identità
[modifica | modifica wikitesto]Tutti questi elementi (vendetta come replica e restituzione, l'incremento della violenza dovuto al parto, la dipendenza delle identità di coniunx e di mater dalla figura di Giasone, la crisi avviata dal repudium, il disconoscimento dei figli) vivono una convergenza e trovano la loro risoluzione nella scena finale del dramma, con l'attuazione dell'infanticidio. Infatti, dopo aver determinato la morte di Creonte e Creusa, che Medea riconosce come una piccola parte della propria vendetta[18], la protagonista invita se stessa ad abbandonarsi all'ira e a ritrovare la violenza dei delitti compiuti da giovane, con l'obiettivo di utilizzarla per compiere il gesto che sta maturando. In questo modo, Medea si riappropria degli scelera compiuti contro il padre e il fratello, che non sono più crimini compiuti per Giasone e contro il proprio bene, ma diventano il preludio del nefas finale, l'infanticidio: è così che Medea riesce a vivere un processo di ridefinizione e riappropriazione della propria identità, superando la crisi aperta dal ripudio[19][20][21]. Questo percorso trova la sua compiutezza proprio con l'atto dell'infanticidio, che si pone come diretta conseguenza del disconoscimento dei figli da parte di Medea. La protagonista infatti arriva a formulare l'idea di uccidere i bambini in virtù del fatto che non li percepisce più come suoi, ma anzi già appartenenti alla nuova moglie: «Ma ogni creatura che tu hai da lui l'ha partorita Creusa» (quidquid ex illo tuum est, / Creusa peperit, vv. 921-922); «Figli un tempo miei, pagate voi il fio delle colpe paterne» (liberi quondam mei / vos pro paternis sceleribus poenas date, vv. 924-925). Anche quando, presa da un profondo momento di esitazione, Medea inorridisce al pensiero di compiere un atto così terribile e contro natura, ben presto la consapevolezza che, per via dell'esilio, non potrà comunque rivedere i figli, neppure se rimanessero in vita, la spinge a prendere la decisione definitiva: «Già saranno strappati dal mio seno, fra lacrime e lamenti: ne perda i baci il padre, li ha perduti la madre» (Iam iam meo rapientur avulsi e sinu, / flentes, gementes - osculi pereant patris / periere matris, vv. 949-951). A questo punto, anche per via dell'apparizione del fantasma del fratello Apsirto, il conflitto tra coniunx irata e mater trova la sua conclusione con la vittoria della prima, e Medea, avendo troncato ogni rapporto con i figli, procede a compiere l'atto per cui è più nota. Attraverso di esso, la protagonista riesce definitivamente a recuperare la propria identità, tanto che può proclamare di avere riottenuto il regno, il padre, il fratello, il vello d'oro e persino la verginità:
spoliumque Colchi pecudis auratae tenent;
rediere regna, rapta virginitas redit.»
«Ho già recuperato lo scettro, il fratello, il padre, e il vello dell'ariete d'oro è ancora in mano ai Colchi; mi è ridato il regno, mi è ridata la verginità che mi hai tolto.»
Medea ha quindi compiuto la sua vendetta, riottenendo la propria dote e ripristinando la propria identità: il repudium ha cancellato il ruolo di moglie e messo in crisi quello di madre, tanto che ella ha potuto procedere all'eliminazione fisica dei figli, ma attraverso di essa la protagonista ha addirittura realizzato una sorta di cancellazione totale della relazione con Giasone, tornando allo status di virgo, giovane non sposata[14][22].
Caratteristiche del dramma
[modifica | modifica wikitesto]L'infanticidio sulla scena
[modifica | modifica wikitesto]Contrariamente alle regole del dramma antico, in cui i fatti violenti non venivano rappresentati ma narrati da un nunzio, la tragedia di Seneca presenta l'uccisione dei figli da parte della protagonista direttamente sulla scena e davanti agli occhi degli spettatori. Si tratta di una scelta in netto contrasto con le prescrizioni di Orazio, contenute nell'Ars Poetica, che, impiegando proprio la vicenda di Medea come esempio[23], raccomandano di non rappresentare direttamente davanti al pubblico scene cruente, bensì di attenersi al decorum e alla verosimiglianza[24].
Una tale deviazione dalla tradizione drammaturgica non può che essere considerata alla luce di una delle più grandi questioni relative al teatro senecano, ovvero la rappresentabilità delle tragedie: tuttora, i critici non sono concordi nello stabilire se esse siano state composte per essere rappresentate oppure per la semplice lettura, privata o pubblica[25]. Appare chiaro che adottare una o l'altra visione influenza anche l'interpretazione della scelta senecana di includere l'assassinio direttamente nell'azione drammatica.
Seneca ed Euripide
[modifica | modifica wikitesto]Dal momento che la tragedia di Euripide e l'omonima senecana sono gli unici drammi incentrati sul mito di Medea a esserci pervenuti integri dal mondo antico, è inevitabile che, nell'analizzare quello latino, si tenda a confrontarlo con il suo antecedente, nonostante i lunghi secoli di letteratura intercorsi tra i due e la maggiore vicinanza artistica di Seneca alla poesia latina a lui precedente rispetto ai drammi attici[26].
Il trattamento della loro protagonista da parte dei due drammaturghi differisce sin dal prologo delle tragedie: la Medea senecana appare delineata non tanto come una donna tradita e abbandonata dallo sposo, ma soprattutto nei suoi aspetti magici e terrificanti, come una figura isolata rispetto al coro, che le è ostile, legata a forze oscure e infere, invasa da forti passioni negative come il furor e l'ira, segnata dai crimini passati, sempre presenti nella sua memoria e che arriva a rivendicare con orgoglio; al contrario, Euripide cerca di rappresentare la sua Medea come un personaggio umano, lasciando in secondo piano i suoi pur notissimi poteri magici, e come una donna vittima delle azioni di un uomo e profondamente ferita dal marito, in modo che il pubblico possa provare empatia nei suoi confronti[27]. Soltanto in un secondo momento, dopo l'invocazione delle divinità infere e del caos da parte della protagonista e la sua tremenda promessa di vendetta, Seneca comincia a delineare le ragioni che l'hanno portata a una tale follia, ma non attenua mai la sua ferocia, continuando anzi nel corso della tragedia a presentare un personaggio ben lontano da una comune donna[28] .
Anche il rapporto con i figli, e di conseguenza la concezione dell'infanticidio stesso, è notevolmente diverso, perché fino all'ultimo momento Euripide descrive una madre affettuosa, triste di doversi separare dai figli, riluttante nel compiere il loro assassinio, il quale appare non soltanto come il compimento della vendetta della protagonista contro il marito Giasone ma anche come un suo tentativo di risparmiare ai figli la dura vita dell'esilio cui tutti e tre erano stati destinati[29]; come detto, invece, nel dramma di Seneca Medea arriva a percepire la rottura del rapporto con la prole, tanto da disconoscerla esplicitamente, e sente piuttosto la necessità di eliminarla per ristabilire la propria identità messa in crisi dal ripudio voluto dal marito, giungendo ad esprimere la vittoria dell'ira sull'amore materno (e cioè dell'identità di coniunx irata su quella di mater)[30].
Questa profonda distanza tra le due protagoniste dipende anche da una diversa rappresentazione del marito Giasone dai parte dei due drammaturghi: mentre in Euripide l'argonauta disprezza Medea e agisce considerando soltanto il proprio interesse personale (comportamento per cui è ammonito dal coro e non ottiene la stessa empatia riservata alla donna), senza mostrare particolare affetto per i figli, in Seneca invece l'eroe appare angosciato e si dichiara costretto a prendere la decisione del ripudio e del matrimonio con Creusa proprio per amore dei figli[30][31].
Differisce anche l'atteggiamento nei confronti delle protagoniste da parte del coro, che nella tragedia euripidea (in cui esso è formato da sole donne) mostra empatia e comprensione per Medea[32]; in Seneca, invece, esso la condanna[33] e approva la figura di Giasone, presentando le sue nuove nozze come una liberazione da Medea, descritta nei suoi tratti di estraneità geografica[34] e come donna senza freni (effrenae... coniugis, v. 103), secondo quegli stessi aspetti che anche Creonte sottolinea e le riconosce.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Il mito degli Argonauti e di Medea è narrato in molte opere, tra cui Apollonio Rodio, Argonautiche; Euripide, Medea; Pseudo-Apollodoro, Bibliotheca, I,9; Igino, Fabulae, 14 ss.; Gaio Valerio Flacco, Argonautica.
- ↑ Il mito di Medea è narrato o è oggetto di diverse opere greche e latine; le principali sono la Pitica IV di Pindaro; i drammi di Euripide, Carcino, Neofrone, Ennio e Ovidio; l'Heroides XII di Ovidio.
- ↑ Laura Abrahamsen, Roman Marriage Law and the Conflict of Seneca's "Medea", in Quaderni Urbinati di Cultura Classica, vol. 62, n. 2, 1999, pp. 107.
- 1 2 Yan Thomas, La divisione dei sessi nel diritto romano, in George Duby, Michelle Perrot e P. Schmitt Pantael (a cura di), Storia delle donne in Occidente, Vol I: L'antichità, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 103-176.
- ↑ Gianni Guastella, L’ira e l’onore: forme della vendetta nel teatro senecano e nella sua tradizione, Palermo, Palumbo, 2001, pp. 124 ss.
- ↑ Lavinia Scolari, I doni di Medea. Tra reciprocità e vendetta, in Dionysus ex Machina: Rivista Online di Studi sul Teatro Antico, vol. 9, 2019, pp. 192-228.
- ↑ Gianni Guastella, L'ira e l'onore. Forme della vendetta nel teatro senecano e nella sua tradizione., Palermo, Palumbo, 2001, pp. 137 ss.
- ↑ La protagonista ribadisce questa convinzione sia nel colloquio con Creonte (vv. 179 ss.), sia in quello con Giasone (vv. 431 ss.).
- ↑ Alice Accardi, Parti mostruosi: gravidanza e sovversione nella Medea e nel Thyestes di Seneca, in Dionysus ex Machina: Rivista Online di Studi sul Teatro Antico, vol. 2, 2011, pp. 211-233.
- ↑ La frase latina gioca sull'ambiguità del verbo pario, che ha il significato sia di 'ottenere, procurare' che di 'partorire': una traduzione alternativa, che esplicita questo aspetto, può essere: «è già stata partorita, la vendetta è stata partorita: io ho partorito». In questo modo, è inequivocabile che Medea stia annunciando di aver partorito la vendetta.
- ↑ Il testo e la traduzione sono tratti da Giuseppe Gilberto Biondi, Alfonso Traina, Lucio Anneo Seneca / Medea, Fedra, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 26ª ed., 2021.
- ↑ Bernd Seidensticker, Maius solito. Senecas Thyestes und die tragoedia rhetorica, in Antike und Abendland, vol. 31, n. 1, 1985/12/31, pp. 116–136.
- ↑ Jane Gardner, Women in Roman law and society, Bloomington-Indianapolis, Indianapolis University Press, 1986, pp. 89 ss.
- 1 2 Gianni Guastella, L'ira e l'onore. Forme della vendetta nel teatro senecano e nella sua tradizione., Palermo, Palumbo, 2001, pp. 141 ss.
- ↑ Mairéad McAuley, Reproducing Rome: motherhood in Virgil, Ovid, Seneca, and Statius, collana Oxford studies in classical literature and gender theory, Oxford University Press, 2016, pp. 213 ss.
- ↑ Seneca, Medea 44-50: «Qualunque scempio vide il Ponto e il Fasi, lo vedrà l'Istmo. Feroci inauditi orrendi mali, da far tremare insieme cielo e terra, agita il mio pensiero: ferite e stragi e tanti funerali quante le membra [...] Ma ho ricordato cose troppo lievi: le feci da ragazza. Sorga un rancore ancora più micidiale: maggiore misfatti ci vogliono dopo il parto.» («Quodcumque vidit Pontus aut Phasis nefas, / videbit Isthmos. Effera ignota horrida, / tremenda caelo pariter ac terris mala / mens intus agitat: vulnera et caedem et vagum / funus per artus - levia memoravi nimis: / haec virgo feci; gravio exurgat dolor: / maiora iam me scelera post partus decent.»).
- ↑ Gianni Guastella, L'ira e l'onore. Forme della vendetta nel teatro senecano e nella sua tradizione., Palermo, Palumbo, 2001, pp. 149 ss.
- ↑ «Che piccola parte della vendetta è questa di cui godi! Ami ancora, folle, se ti contenti di Giasone senza moglie. Pensa a un genere di castigo mai sentito» (Pars ultionis ista, qua / gaudes, quota est / Amas adhuc, furiose, si satis est tibi / caelebs Iason. Quaere poenarum genus / haut usitatum, vv. 896-899).
- ↑ Il processo di riappropriazione della propria identità da parte di Medea passa attraverso tre momenti caratterizzati dall'elemento del nome proprio della maga:
1. Medea superest («resta Medea», v. 166), in risposta alla nutrice che le fa notare come ella abbia perso ogni cosa in seguito al ripudio di Giasone: la protagonista riconosce in sé un residuo della propria identità, da cui ripartire per ricostruirla.
2. NU. Medea. ME. Fiam (NUTRICE. «Medea...» MEDEA. «Lo sarò», v. 171): quando Medea comincia a formulare la propria vendetta alla luce dell'ira (non ancora l'infanticidio), segnalando come sarà attraverso di questa che ella potrà ritrovare se stessa.
3. Medea nunc sum; crevit ingenium malis («Ora sono Medea, il mio io è maturato nel male», v. 910), dopo aver deciso di ricorrere all'infanticidio per compiere fino in fondo la propria vendetta contro Giasone; con questa decisione, Medea recupera l'identità prima in crisi, perché il significato dei crimini commessi in passato viene ricalibrato in favore di quello che deve compiere adesso: non sono solo serviti a Giasone, ma hanno avuto il ruolo fondamentale di preparare lei stessa al delitto che ora ha intenzione di compiere. - ↑ Celia Mitchell Campbell, Medea's sol-ipsism: language, power and identity in Seneca's Medea, in Ramus, vol. 48, n. 1, June 2019, pp. 22-53.
- ↑ Erica Bexley, Recognition and the character of Seneca's Medea, in The Cambridge Classical Journal, vol. 62, 2016, pp. 31-51.
- ↑ Mairéad McAuley, Reproducing Rome: motherhood in Virgil, Ovid, Seneca, and Statius, collana Oxford studies in classical literature and gender theory, Oxford University Press, 2016, pp. 221 ss.
- ↑ Cfr. Hor. Ars Poetica 185: «nec pueros coram populo Medea trucidet».
- ↑ Gianpiero Rosati, Sangue sulla scena: un precetto oraziano (Ars poet. 185) e la Medea di Seneca, in A. Delfino (a cura di), Varietà d'harmonia et d'affetto: studi in onore di Giovanni Marzi per il suo LXX compleanno, Lucca, Libreria musicale italiana, 1995, pp. 3-10.
- ↑ John G. Fitch, Playing Seneca?, in George W.M. Harrison, Frederick Ahl e Elaine Fantham, Seneca in Performance, a cura di George W. M. Harrison, Classical Press of Wales, 2000, pp. 1-12.
- ↑ R. J. Tarrant, Senecan Drama and Its Antecedents, in Harvard Studies in Classical Philology, vol. 82, 1978, pp. 213-263.
- ↑ Jennifer March, Euripides the Misogynist?, in Anton Powell (a cura di), Euripides, Women and Sexuality, Londra, New York, Routledge, 1990, pp. 32-75.
- ↑ Hanna M. Roisman, Women in Senecan Tragedy, in Scholia: Studies in Classical Antiquity, vol. 14, 2005, pp. 72-88.
- ↑ Hanna M. Roisman, Women in Senecan Tragedy, in Scholia: Studies in Classical Antiquity, vol. 14, 2005, pp. 81 ss.
- 1 2 Gianni Guastella, Il destino dei figli di Giasone (Euripide, Ovidio, Seneca), in L'ira e l'onore. Forme della vendetta nel teatro senecano e nella sua tradizione., Palermo, Palumbo, 2001, pp. 109-136.
- ↑ Mairéad McAuley, Reproducing Rome: motherhood in Virgil, Ovid, Seneca, and Statius, collana Oxford studies in classical literature and gender theory, Oxford University Press, 2016, pp. 207 ss.
- ↑ Helene Foley, Medea's Divided Self, in Classical Antiquity, vol. 8, n. 1, 1989, pp. 61-85.
- ↑ Hanna M. Roisman, Women in Senecan Tragedy, in Scholia: Studies in Classical Antiquity, vol. 14, 2005, pp. 80 ss.
- ↑ Alfredo Casamento, Il Caucaso nell'animo. Un paradigma etnografico e i suoi riflessi tragici (in nota a Seneca Med. 43), in PAN, vol. 23, 2005, pp. 141-152.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]Edizioni critiche
[modifica | modifica wikitesto]- Giancarlo Giardina, Tragoediae / L. Annaei Senecae; recensuit praefatione et apparatu critico instruxit Ioannes Carolus Giardina, collana Studi pubblicati dall'Istituto di Filologia Classica dell'Università di Bologna, Bologna, Editrice Compositori, 1966.
- Otto Zwierlein, L. Annaei Senecae tragoediae. Incertorum auctorum Hercules [Oetaeus], Octauia / recognovit brevique adnotatione critica instruxit O. Zwierlein, collana Scriptorum Classicorum Bibliotheca Oxoniensis, Oxford, Oxford Classical Texts, 1986, ISBN 9780198146575.
Edizioni commentate
[modifica | modifica wikitesto]- Giuseppe Gilberto Biondi e Alfonso Traina, Lucio Anneo Seneca / Medea, Fedra. Premessa al testo, introduzione e note di Giuseppe Gilberto Biondi; Traduzione di Alfonso Traina, collana Classici greci e latini, 26ª ed., Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2021 [1989], ISBN 9788817166904.
- (EN) A. J. Boyle, Seneca: Medea: Edited with Introduction, Translation, and Commentary, Oxford, Oxford University Press, 2014, ISBN 9780199602087.
- (EN) Harry M. Hine, Seneca: Medea, with an Introduction, Text, Translation and Commentary, collana Classical texts, Warminster, Aris & Phillips, 2000, ISBN 9780856686924.
Saggi critici
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Laura Abrahamsen, Roman Marriage Law and the Conflict of Seneca's "Medea", in Quaderni Urbinati di Cultura Classica, vol. 62, n. 2, 1999, pp. 107, DOI:10.2307/20546591.
- Alice Accardi, Parti mostruosi: gravidanza e sovversione nella Medea e nel Thyestes di Seneca, in Dionysus ex Machina: Rivista Online di Studi sul Teatro Antico, vol. 2, 2011, pp. 211-233.
- Loretta Baldini Moscadi, I volti di Medea: la maga e la virgo nella Medea di Seneca, in Paideia: Rivista di Filologia, Ermeneutica e Critica Letteraria, vol. 53, pp. 9-25.
- (EN) Chiara Battistella, The ambiguous virtus of Seneca’s Medea, in Maia: Rivista di Letterature Classiche, vol. 69, n. 2, 2017, pp. 268-280.
- Chiara Battistella, Pavet animus, horret: la paura nella Medea di Seneca, in Mattia De Poli (a cura di), Il teatro delle emozioni: la paura. Atti del 1° Convegno internazionale di studi, Padova, 24-25 maggio 2018, collana Colloquia, Padova UP, 2018, pp. 357-380, ISBN 978-88-6938-143-0.
- (EN) Chiara Battistella, Medea and the joy of killing, in Greece & Rome, vol. 68, n. 1, 2021, pp. 97-113, DOI:10.1017/S0017383520000261.
- (EN) Erica Bexley, Recognition and the character of Seneca's Medea, in The Cambridge Classical Journal, vol. 62, 2016, pp. 31-51, DOI:10.1017/S1750270516000051.
- Giuseppe Gilberto Biondi, Il nefas argonautico. Mythos e logos nella Medea di Seneca. Bologna, collana Ed. e Saggi univ. di Filol. class., Pàtron, 1984, ISBN 978-88-5551-914-4.
- (EN) Celia Mitchell Campbell, Medea's sol-ipsism: language, power and identity in Seneca's Medea, in Ramus, vol. 48, n. 1, June 2019, pp. 22-53, DOI:10.1017/rmu.2019.7.
- Alfredo Casamento, Il Caucaso nell'animo. Un paradigma etnografico e i suoi riflessi tragici (in nota a Seneca Med. 43), in PAN, vol. 23, 2005, pp. 141-152.
- (EN) John G. Fitch, Playing Seneca?, in George W.M. Harrison, Frederick Ahl e Elaine Fantham, Seneca in Performance, a cura di George W. M. Harrison, Classical Press of Wales, 2000, pp. 1-12, DOI:10.2307/j.ctv1n357qh.4.
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- Gianni Guastella, L’ira e l’onore: forme della vendetta nel teatro senecano e nella sua tradizione, Palermo, Palumbo, 2001, ISBN 978-88-8020-428-2.
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- Giancarlo Mazzoli, Il chaos e le sue architetture: trenta studi su Seneca tragico, collana Letteratura classica, Palermo, Palumbo, 2016, ISBN 9788868893347.
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- Alfonso Traina, Due note a Seneca tragico, in Maia: Rivista di Letterature Classiche, vol. 31, 1979, pp. 273-276.
- (EN) Lisl Walsh, Murder, Interrupted: Seneca’s Medea and the Case of the Second Child, in Helios, vol. 45, n. 1, 2018, pp. 69-101, DOI:10.1353/hel.2018.0002.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Medea
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Edizioni e traduzioni di Medea, su Open Library, Internet Archive.
- (EN) Medea, su Goodreads.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 175560230 · BAV 492/10843 · LCCN (EN) no2013106995 · GND (DE) 4139702-2 · BNE (ES) XX2016724 (data) · BNF (FR) cb12565670k (data) · J9U (EN, HE) 987007422274005171 |
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